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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 604 del 13/05/2004


DEMASI (AN). Signor Presidente, abbiamo ascoltato, così come abbiamo fatto in Commissione per lungo tempo, con grande e interessata attenzione le osservazioni che sono state mosse al disegno di legge delega attualmente alla nostra attenzione e, così come in Commissione, abbiamo sempre dichiarato la nostra disponibilità ad accoglierle, in quanto accettabili.

Si tratta di un provvedimento che - è inutile che ce lo nascondiamo - è fortemente strutturale e molto delicato, in quanto interviene quale elemento di saldatura tra una visione che possiamo dire, per certi versi, superata della obbligata e dovuta solidarietà e una visione diversa e nuova della stessa solidarietà, che senza minimamente offendere i diritti di quanti hanno lavorato deve però inserire tali diritti in un quadro che va cambiando.

Il quadro sta mutando perché va cambiando l'impostazione che bisogna dare all'architettura del nostro Stato, se vogliamo che sia uno Stato moderno, e perché abbiamo obblighi, che ci derivano dall'Unione Europea alla quale abbiamo deciso di aderire, che non possiamo più ignorare.

L'Unione Europea ci ha detto che noi andiamo verso lo sfondamento - poi sarà da verificare se è vero - del rapporto tra deficit e PIL. Dobbiamo innescare dei meccanismi virtuosi che diano a noi e agli altri la tranquillità della nostra correttezza.

Se questo è un ragionamento che sta in piedi dobbiamo partire inquadrando in questa situazione oggettiva, in questo cerchio di importanza notevole tutte le altre osservazioni che mano a mano andremo a svolgere, di cui, come ho detto, riconosciamo almeno in molti casi la validità.

Che il problema sia delicato sia sotto il profilo tecnico che politico è testimoniato dal fatto che questo disegno di legge succede ad interventi che col tempo si sono cadenzati e partono dal 1995 con la legge Dini, registrando successivamente una serie di interventi a firma Treu e Amato.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

 

(Segue DEMASI). Non intendiamo disconoscere la validità di questi interventi, abbiamo però la necessità di proiettare il secondo tempo di un film che, riteniamo per motivi esclusivamente politici, è stato interrotto dopo il varo del provvedimento Dini nel 1995.

Parliamoci chiaramente, perché gli italiani che ci ascoltano devono anche capire quello che facciamo, altrimenti sembra che questo sia un esercizio dialettico per pochi intimi affidato ai dei tecnicismi che sono completamente distanti ed avulsi dagli interessi concreti delle popolazioni.

Noi abbiamo affrontato nel 1995 un problema che era quello della riforma delle pensioni, necessitato da uno stato di fatto che non era più sostenibile e che nel corso degli anni si sarebbe ritorto contro quelle stesse persone che da esso aspettavano sollievo. Questo lo abbiamo riconosciuto nel 1995, e lo continuiamo a riconoscere oggi.

Una volta messo questo tassello sul quale tutti concordavamo, c'era la possibilità - colleghi, stiamo parlando del 1995, di qualcosa che è accaduto nove anni fa - di articolare la filosofia che sottendeva questa presa d'atto trasformando quelle che oggi sembrano delle obiezioni rituali in atti concreti di Governo per avviare il processo di transizione, come correttamente è stato definito, fino al 2036 in maniera concreta e non sospettabile di improvvisazione.

Ciò non è stato fatto; nel frattempo sono intervenuti fatti nuovi, sono intervenuti dei profili professionali che si avviavano a maturare dei diritti acquisiti, si è modificata l'organizzazione generale e si è modificata anche l'esigenza dello Stato di mettere ordine nelle sue cose.

Ecco allora che viene fuori questo disegno di legge che non mi sembra assolutamente una sorta di ghigliottina al termine del vicolo. È un disegno di legge che affida deleghe al Governo; ci sarà poi la necessità di compiere atti successivi per l'attuazione della delega, e sarà quello il momento per intervenire e correggere (qualora ce ne fosse bisogno), o per attuare, come noi speriamo avvenga. Tutte le altre volontà sono certo animate dalle migliori buone intenzioni ma per adesso mi sembrano francamente allarmismi inutili. Non ho infatti ascoltato nessun modello matematico a supporto delle previsioni catastrofiche che sono state fatte.

Ci è stato detto che non siamo esperti di finanza. Ci è stato detto che non ci intendiamo di previdenza. Ci è stato detto che siamo insensibili ai bisogni dei lavoratori. Sono state portate in piazza non so quante migliaia di persone a protestare per cose che sicuramente non conoscevano, ma che probabilmente erano state spiegate male, tanto è vero che, almeno stando alle interviste televisive, abbiamo sentito affermazioni allucinanti, di cui naturalmente facciamo grazia agli autori, perché se mal informati, non potevano che mal pronunciarsi.

Ci è stato detto di tutto e di più, ma non abbiamo mai avuto l'opportunità di confrontarci, con modelli matematici alla mano, sulle ipotesi catastrofiche che oggi - mi si consenta in tutta umiltà - con una certa saccenteria sono state portate a sostegno di un voto negativo che non ci sarebbe dovuto essere e che non ci dovrebbe essere.

In Commissione abbiamo discusso per molto tempo. Colgo l'occasione per ringraziare i colleghi della Commissione lavoro per l'impegno, la diligenza e la notevole competenza con la quale si sono mossi.

Certamente meglio di me e con più passione di me lo farà il mio Capogruppo, senatore Tofani, quando prenderà la parola per la dichiarazione di voto. Ma io non volevo far mancare questa mia testimonianza del rispetto che io avverto, che io ho sempre avvertito e che si aggiunge a quello che io porto per tutto quanto è stato detto in quest'Aula dai banchi della minoranza.

Però, noi portiamo avanti un discorso diverso, un discorso di coraggio, un discorso di volontà operativa, perché si può dire tutto quello che si vuole, ma sbaglia solamente chi opera. Abbiamo trasformato l'arte della dialettica eterna in un impegno concreto. È probabile che in questa voglia di concretezza possiamo aver saltato qualche passaggio. Non è una catastrofe: primum vivere, deinde philosophari.

Siamo ancora alla prima fase, alla fase di coloro che vogliono completare quel passaggio che si è interrotto con la riforma Dini, con il provvedimento del 1995, che non ha mai affrontato la parte terminale perché, mi si consenta l'impertinenza, frenato dalla paura di urtare e collidere con poteri, posizioni e privilegi consolidati. Noi questi simulacri li vogliamo abbattere. Noi questi templi li vogliamo profanare.

Vogliamo fare un discorso che finalmente restituisca dignità al lavoro anche nella fase della terza età, ma che renda vivibile la Nazione, perché non ci sarà pensionato che potrà vivere dignitosamente se lo Stato nel frattempo non si sarà riorganizzato in questa direzione.

Sapete quanto noi che la riforma del sistema previdenziale è un passaggio obbligato. Allora, è perfettamente inutile che ci tratteniate. Gli aspetti del tutto tecnici - senza alcuna mancanza di riguardo residuale - li possiamo affrontare, li vogliamo affrontare insieme a voi, però per cortesia consentiteci di costruire l'edificio entro il quale sistemare il mobilio di cui state parlando. Non possiamo piazzarlo in mezzo alla strada. Non possiamo parlare dell'idea di poltrona sulla quale si dovrà sedere il pensionato: vogliamo parlare della poltrona sulla quale si dovrà sedere il pensionato.

È questo il motivo per il quale siamo fermamente convinti dell'utilità del provvedimento che portiamo all'attenzione e rimaniamo leggermente stupiti di fronte alle vostre rimostranze in ordine al maxiemendamento sul quale è stata chiesta la fiducia da parte del Governo.

Fino a ieri i pochi giornali che leggo riportavano commenti piuttosto acidi nei confronti dell'attuale maggioranza, la quale si sarebbe macchiata del reato di allungamento dei tempi. Si diceva che questa riforma delle pensioni probabilmente si sarebbe decisa nel mese di giugno perché la maggioranza e il Governo non hanno la volontà, il coraggio e l'audacia di sottoporsi al giudizio dell'elettorato in questo momento delicato di competizioni locali e internazionali.

Il Governo e la maggioranza che lo sostiene hanno invece dimostrato di poter scongiurare l'ipotesi paventata attraverso un meccanismo di rapido intervento dell'Aula sul provvedimento stesso. Ma come avremmo potuto fare, se gli emendamenti presentati superano di gran lunga i 400? Avremmo dovuto ancora una volta sottoporre la Nazione allo spettacolo indecoroso delle reiterate richieste del numero legale, delle votazioni con il sistema elettronico o di quant'altro? (Applausi del senatore Fasolino). Un Regolamento, il nostro, che faremmo molto bene a modificare.

Dovevamo permettere questo? Credo che abbiamo fatto una buona scelta decidendo di affrontare rapidamente le conclusioni del dibattito su questo provvedimento, che già da tempo giace nelle Aule del Parlamento. Sarà la popolazione, sarà l'elettorato, saranno gli interessati i veri giudici, coloro che stabiliranno se abbiamo fatto bene, se abbiamo avuto coraggio e siamo andati nella direzione di quelli che lavorano o se invece hanno avuto ragione quelli che per otto anni hanno parlato solamente senza concludere niente. (Applausi dei senatori Tofani e Fasolino).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fabbri. Ne ha facoltà.