TREU (Mar-DL-U). Signor Presidente, è la seconda volta che intervengo in discussione generale su questo provvedimento e ciò già mostra un'anomalia: quella di continue riprese di dibattito che poi vengono stroncate.
L'altra sera eravamo sempre pochi (lo devo dire), ma in condizioni di relativa normalità; oggi, invece, parliamo - come hanno indicato altri colleghi - in una situazione, che credo tutti avvertano, di eccezionale anomalia, che provoca disagio persino nella maggioranza. Il motivo è chiarissimo: credo di non ricordare il caso di un provvedimento come questo, sulle pensioni (di riforma o controriforma, dipende dai punti di vista: anch'io sono più propenso a definirlo di controriforma), che sia stato approvato con il voto di fiducia. Non lo ricordo, in Italia, e mi sembra estraneo allo stesso metodo democratico, soprattutto dopo che l'esame di questo testo si è trascinato per così lungo tempo. Questa è l'anomalia più grave.
Purtroppo, però, le anomalie sono state ricorrenti, fino a caratterizzare questo dibattito lunghissimo, durato oltre due anni, come un dibattito sul filo dell'antistituzionalità. È già stato detto (lo sanno i componenti della Commissione di merito) come sia stato acrobatico e scorretto dover discutere con continui cambi di scena, emendamenti improvvisi, veline di stampa che anticipavano il dibattito in Commissione nonostante - ripeto - la buona volontà dei commissari, emendamenti blitz per cui si dovevano fare discussioni con condizione sospensiva, alla cieca, su argomenti enormi, non su dettagli: il caso della previdenza complementare individuale e collettiva, che è stato ricordato, forse è solo quello più grave.
Sono però dieci anni che discutiamo questi argomenti, sono anni che l'Europa sostiene la necessità di sviluppare questo pilastro, operando una netta distinzione tra previdenza complementare collettiva (che costituisce un fatto istituzionale, fondi che agiscono sul mercato finanziario, con un orientamento sociale), e la semplice previdenza individuale (polizze e quant'altro).
Tutto sembrava assestato; su questo punto il sindacato sembrava aver trovato audience, tant'è vero che avevamo proposto addirittura di anticipare, se possibile, l'esame del provvedimento; le ultime modifiche, invece, sconvolgono il quadro, uccidono anche quel poco di consenso che c'era, nullificano di fatto l'impianto della previdenza complementare collettiva come finora costruito e anche come sostenuto in Europa.
Se poi fosse vera la voce, il boato che continua a echeggiare, secondo cui si vuole addirittura manomettere il TFR per rimpinguare le casse dell'INPS, non solo avremmo distrutto l'impianto, ma avremmo anche abrogato tutta la prima parte di questa travagliata normativa. Siamo, quindi, veramente al limite dell'incredibile.
Aggiungo un'altra anomalia, di cui si è parlato poco nel dibattito. Questa è una legge delega, e già così si mette male; se poi guardiamo al contenuto delle deleghe (l'abbiamo detto più volte in Commissione e l'abbiamo ripetuto dopo l'esperienza terribile, che vediamo ora in fase applicativa, della legge n. 30 del 2003 in materia di mercato del lavoro, che conteneva meno deleghe, forse un po' più chiuse di quelle previste in questo disegno di legge), notiamo che, passando dalla legge al decreto legislativo, ai decreti ministeriali, alle circolari (e non dico altro), vi è un preoccupante décalage di contenuti, al limite dell'illegalità.
Credo, infatti, che molti di quei decreti e circolari ministeriali siano contra legem. Figuriamoci cosa accadrà in un campo come quello della previdenza, in cui ci sono deleghe oceaniche (non saprei definirle altrimenti), come ad esempio quella sulla portabilità delle posizioni previdenziali, aspetto talmente delicato per cui basta cambiare non dico una parola, ma anche una sola virgola, per spostare miliardi e si può immaginare dove. Ebbene, in questo caso la delega è oceanica e senza criteri, tant'è vero che la si legge in modi opposti anche da parte delle diverse lobby finanziarie.
Ci sono altre deleghe, che definirei patetiche; ad esempio, quella sulla lotta al sommerso; al riguardo, è stato detto che era necessario un intervento specifico a fronte di un fenomeno così grave anche, purtroppo, per i pensionati.
Altre deleghe sarebbero grottesche se non fossero tragiche. Mi riferisco, ad esempio, alla previsione secondo cui anche coloro che hanno quaranta anni di contributi versati (e che sono ormai degli eroi) debbano usufruire delle finestre e quindi non possano andare subito in pensione, essendo dunque costretti ad aspettare. Per fare cassa, come sanno i colleghi, ci sono anche le finestre.
Avevamo fatto notare che il ricorso alle finestre dopo quaranta anni di contribuzione forse non era opportuno, visto che dopo un così lungo periodo di contribuzione le finestre si potrebbero anche aprire. Viceversa, c'è stato una specie di pudico ravvedimento e si dice che si vedrà in seguito cosa si potrà fare per riaprire le finestre per questi poveretti, compatibilmente con gli equilibri finanziari e via dicendo.
In questa situazione, di fronte ad un iter istituzionale veramente antistituzionale, con deleghe di questo genere e in questo contesto, il Governo pone la questione di fiducia, che - come è stato detto - non è giustificata e non lo è neppure dal fatto che Bruxelles stia tenendo in sospeso, nei confronti del nostro Paese, l'early warning. Attraverso un dibattito, magari con tempi contingentati, si sarebbe potuto arrivare ad un'altra soluzione.
Evidentemente, siamo in presenza di una richiesta di fiducia che nasce da una sfiducia interna alla maggioranza. Capisco che si sia nervosi in una situazione finanziaria drammatica come la presente e per rendersene conto basta osservare i dati contenuti nella relazione trimestrale di cassa. Di fronte a questo nervosismo si è presa una decisione che - ripeto - non ha precedenti, che è di una gravità eccezionale e che si pone tra la spregiudicatezza estrema e la confusione della maggioranza.
C'è un aspetto, tra fiducia e delega, quasi incestuoso, nel senso che il Governo si dà la delega e se la deve gestire, poi, non convinto della sua maggioranza, blinda la delega stessa, che, naturalmente, essendo blindata viene gestita nei corridoi del Ministero. Una cosa veramente orribile!
Ho voluto sottolineare questi guai istituzionali perché si aggiungono ad errori e ingiustizie che riguardano il merito del provvedimento. Alcuni colleghi si sono già soffermati su questo aspetto. Il senatore Battafarano, ad esempio, lo ha fatto molto dettagliatamente; faccio quindi presente anch'io che, dal punto di vista del raffronto con la situazione europea e con le nostre proposte, sono stati rotti i punti elementari di una politica riformista.
Si è rotta la continuità con la riforma Dini, che per la sua solidità è stata ripresa anche nelle più avanzate realtà europee; persino dalla Svezia. Si è rotto il principio della gradualità, un principio elementare per ottenere consenso in questa materia; si è rotta l'equità tra le coorti, perché a seconda che si capiti in una coorte d'età o in un'altra si viene assoggettati a regimi completamente diversi.
Si è rotta l'equità tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, che rappresenta una vecchia questione. Avevamo proposto una soluzione molto equilibrata per i lavoratori autonomi, che sappiamo essere in difficoltà: o pagano un po' di più, o vengono trattati allo stesso modo.
C'è poi il rinvio al 2008, che dimostra un opportunismo politico assolutamente incredibile. Penso che fra un mese gli elettori italiani si domanderanno come mai è passata in questo modo una riforma così pesante che però, per certi interessi, rinvia al 2008.
Credo vi sia una lunga serie di vizi procedurali e di metodo istituzionale, nonché di contenuti gravissimi. Aggiungo che tutto ciò si cala in una situazione economica e finanziaria drammatica, come tutti sappiamo, anche se si fa finta di non saperlo. Ci si occupa di questo invece di occuparsi delle effettive priorità di politica economica del Paese. Ciò che sorprende è che in tutto il dibattito non ho mai sentito citare dalla maggioranza l'orizzonte europeo di Lisbona, che affermò che il sistema del welfare di tutti i Paesi europei aveva bisogno sì di essere rivisto, ma in un'ottica di sostenibilità finanziaria, sociale ed economica.
Se gli obiettivi di Lisbona (cioè la crescita medio-alta, la crescita basata sull'innovazione) si fossero realizzati, nel tempo, ad una media ipotizzata al 2,5 per cento del PIL (quindi, non una crescita elevata) la sostenibilità del sistema sarebbe stata molto più facilmente garantita. Invece, ci troviamo in una situazione in cui dobbiamo tagliare le pensioni e trascuriamo tutti i capitoli del welfare. Quindi, alla fine, siamo bloccati in quest'Aula a votare una fiducia al buio. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turci. Ne ha facoltà.