Allegato B
Integrazione all'intervento della senatrice Baio nella discussione generale del disegno di legge n. 2568 e connessi
È una struttura che non ricorda in alcuna maniera il carcere, essendo simile ad un asilo nido in cui i bambini possono trascorrere serenamente il periodo di "carcerazione" insieme alle loro madri: vi sono camere confortevoli e luminose, ambienti personalizzati, infermeria, ludoteca, biblioteca e aula formativa per le donne, cucina attrezzata e soggiorno sono stati appositamente concepiti per consentire alle madri detenute con bambini piccoli una vita più dignitosa. Gli operatori della polizia penitenziaria lavorano senza divisa ed è prevista la presenza di educatori specializzati. Questo esempio già si appresta ad essere seguito da altre Regioni italiane, ma in questa prospettiva, il disegno di legge in esame costituisce certamente un grande fattore di promozione e di diffusione a livello nazionale di un positivo modello organizzativo.
Altra rilevante novità è l'introduzione di una norma di carattere generale, che introduce la possibilità di scontare gli arresti domiciliari presso una casa famiglia protetta. Si tratta di una concreta alternativa per quelle donne, soprattutto straniere, che non possiedono un'abitazione in cui scontare gli arresti domiciliari. La novella in esame, inoltre, introduce il diritto di visita al minore infermo anche se non convivente, da parte della madre detenuta o imputata (oltre che al padre alle stesse condizioni). Viene stabilito l'obbligo per il magistrato, in caso di un imminente pericolo di vita o di gravi condizioni di salute del minore, di concedere il permesso con un provvedimento urgente. Nei casi più estremi, sarà il direttore dell'istituto ad emettere tale permesso, bypassando in tal modo le lungaggini procedurali legate all'intermediazione del provvedimento del giudice di sorveglianza. Viene, inoltre, sancito il diritto della detenuta di assistere il figlio durante visite mediche specialistiche, legate a gravi condizioni di salute del minore.
Molto importanti, infine, sono le modifiche introdotte in materia di detenzione domiciliare. Infatti, viene ora prevista la possibilità per la donna incinta e la madre di prole di età non inferiore a dieci anni di espiare la pena (se non superiore ai quattro anni di reclusione) presso una casa famiglia protetta (oltre che nella propria abitazione). Qualora la donna sia stata condannata per aver commesso reati più gravi si prevede ora la possibilità che la madre detenuta possa espiare almeno un terzo della pena o almeno 15 anni - nel caso in cui sia stata inflitta la pena dell'ergastolo - anche negli istituti di custodia attenuata.
Volgendo alla conclusione del mio intervento, vorrei sottolineare che licenziare questo provvedimento è un atto di umanità oltre che di giustizia. Siamo di fronte ad una realtà che è inaccettabile per un Paese civile. Ci sono bambini che nascono e crescono nelle carceri, in ambienti che tradiscono il loro diritto ad una infanzia serena, che smorzano ogni slancio di spensieratezza e allegria tipiche dei primi anni di vita. La convivenza negli istituti penitenziari è un fatto gravissimo: quel bambino non sarà più lo stesso perché ha subito il furto peggiore, il furto dell'infanzia, e con essa di ogni speranza in una vita migliore. Lo Stato, tutore e garante dell'infanzia, è responsabile giorno dopo giorno dell'inevitabile danno dello sviluppo psicologico e fisico di ogni bambino cresciuto in carcere ed ha il dovere di dare una soluzione a questa drammatica condizione.
Credo che il testo che ci accingiamo a votare si dirige proprio in questa direzione: attenua i pregiudizi e i disagi dei figli di donne detenute, tentando di restituire a questi bambini il diritto di sognare un mondo giusto e libero, in cui le colpe dei genitori non ricadono irragionevolmente sui figli! Vorrei concludere con una frase di Gianni Rodari che contiene più che altro un monito: "Sapete quanto pesano le lacrime di un bambino che soffre? Più del mondo intero!!" Ma noi oggi possiamo ridurre questo enorme peso, per i bambini e per le madri.
Documento allegato su richiesta della senatrice Della Monica nella discussione generale del disegno di legge n. 2568 e connessi
Il Consiglio superiore della magistratura, nella seduta del 27 luglio 2006, ha approvato la seguente risoluzione:
«Il Consiglio, con riferimento all'attuazione della disciplina prevista dalla legge n. 40 del 2001, osserva quanto segue.
1. Il quadro normativo.
La legge 8 marzo 2001, n. 40, si è inserita in un contesto penale e penitenziario che sembra non riconoscere al rapporto madre-figlio una protezione adeguata a valori, di preminente rilievo costituzionale, quali la maternità e l'interesse del minore ad un equilibrato sviluppo della propria personalità.
Le principali linee di intervento del provvedimento normativo possono essere così riassunte. Il primo obiettivo si presenta sotto forma di abolizione di quella che è stata definita "la carcerizzazione degli infanti", attraverso un ampliamento dell'istituto del rinvio o differimento dell'esecuzione della pena che, nella sua forma facoltativa, giunge fino ai tre anni di età del bambino (soglia massima consentita per la permanenza in carcere con la madre detenuta).
Una più compiuta tutela dell'infanzia e della fase preadolescenziale è stata realizzata, in secondo luogo, assicurando alla prole delle donne condannate un'assistenza materna continuativa, in ambiente familiare, almeno fino al compimento del decimo anno di età, mediante l'introduzione di due nuovi istituti: la detenzione domiciliare speciale e l'assistenza all'esterno dei figli minori.
Anche nella fase della esecuzione della pena si è affermato, dunque, il principio che riconosce una tutela tendenzialmente assoluta alla maternità ed al rapporto madre-figlio rispetto a valori, anch'essi ritenuti meritevoli di attenzione da parte dell'ordinamento, quali le esigenze processuali, di certezza della pena e di salvaguardia della sicurezza collettiva.
Ed, invero, le disposizioni della legge 8 marzo 2001, n. 40, hanno trovato un ideale collegamento con una precedente normativa dettata per la fase delle indagini preliminari e del conseguente accertamento giudiziale delle responsabilità individuali. L'articolo 275, comma 4, codice di procedura penale, stabilisce, infatti, il divieto di applicazione della custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata sia una donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente.
La legge 8 marzo 2001, n. 40, ha consentito, quindi, in primo luogo, di creare una linea di continuità tra il divieto di custodia cautelare in carcere e l'espiazione della pena in regime detentivo quando la persona condannata sia madre di prole di età inferiore a tre anni, attraverso la riformulazione delle norme in tema di differimento obbligatorio o facoltativo della esecuzione.
Con la modifica dell'articolo 146 del del codice penale, è stata ampliata la portata applicativa dell'istituto del rinvio obbligatorio della esecuzione della pena che opera fino ad un anno di età del bambino.
Anche per il rinvio facoltativo della esecuzione, la legge ha introdotto una importante modifica, volta ad offrire una più avanzata tutela al rapporto madre-figlio, attribuendo al giudice il potere di rinviare l'esecuzione della pena e, quindi, di scarcerare la donna detenuta in espiazione di pena che sia madre di prole di età inferiore a tre anni.
L'ampliamento delle ipotesi di differimento della esecuzione si può agevolmente apprezzare ove si consideri che la precedente formulazione del numero 3 dell'articolo 147, comma 1, del codice penale prevedeva il rinvio facoltativo dell'esecuzione penale solo in una fascia di età del bambino ricompresa tra sei mesi ed un anno, subordinandolo alla condizione che non vi fosse modo di affidare il figlio ad altri che alla madre. L'esercizio del potere discrezionale del giudice chiamato ad applicare l'istituto era, quindi, ancorato all'esistenza o meno di altri parenti cui affidare il figlio; tale condizione, che non consentiva una piena valorizzazione della funzione materna nello sviluppo del bambino di età inferiore a tre anni, non è stata riprodotta nella nuova formulazione della norma con conseguente possibile superamento degli ostacoli che hanno reso di difficile applicazione l'istituto, finendo, in qualche caso, per vanificarlo.
Sotto altro profilo, tuttavia, le esigenze di sicurezza sociale, sempre più avvertite non solo dall'opinione pubblica, hanno suggerito l'aggiunta di un comma 4 dell'articolo 147 del codice penale che, in relazione a tutte le situazioni legittimanti un rinvio facoltativo dell'esecuzione, dispone che il provvedimento "non può essere adottato o, se adottato, è revocato se sussiste il concreto pericolo della commissione di delitti". La formula normativa, che detta criteri di orientamento per l'esercizio del potere discrezionale del giudice e che rinvia al concetto di assenza di pericolosità sociale già presente in molti istituti dell'ordinamento penitenziario, è apparsa al legislatore più duttile rispetto ad altre possibili opzioni volte a limitare la concessione del benefìcio nell'ipotesi di esecuzione di pene inflitte per i reati indicati nell'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario.
Sul versante delle misure alternative alla detenzione, la legge 8 marzo 2001, n. 40, ha previsto alcuni percorsi di espiazione della pena che si propongono di evitare gli effetti distruttivi che una lunga carcerazione può determinare sul rapporto madre-figlio.
Con l'inserimento di una nuova figura di detenzione domiciliare speciale (articolo 47-quinquies ordinamento penale), si è inteso predisporre un ulteriore strumento normativo di tutela per le condannate madri di prole di età inferiore ai dieci anni, al fine di evitare che l'espiazione della pena nelle forme del regime carcerario ordinario influisca negativamente sul rapporto madre-figlio condizionando, spesso in maniera irreparabile, lo sviluppo del minore in una fase particolarmente delicata della sua crescita.
La detenzione domiciliare speciale può essere concessa, quando ricorrano i seguenti requisiti.
Viene in considerazione, in primo luogo, la situazione di una donna condannata (non rileva se, al momento, libera o detenuta) che sia madre di prole, che all'atto della richiesta, non abbia superato gli anni dieci, "quando vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli". Si ribadisce così la specifica finalità dell'istituto, volto ad offrire una possibilità di recupero e di reinserimento sociale attraverso la cura e l'assistenza dei figli minori, ai fine di evitare ogni possibile strumentalizzazione del ruolo di madre da parte di chi, pur avendo figli di età inferiore ai dieci anni, non sia in condizioni, anche per cause indipendenti dalla propria volontà, di ripristinare una effettiva convivenza con i minori.
Il secondo presupposto concerne, invece, la posizione giuridica della condannata che può richiedere di essere ammessa alla detenzione domiciliare speciale senza limiti di pena residua, ma solo "dopo l'espiazione di almeno un terzo della pena ovvero dopo l'espiazione di almeno quindici anni nel caso di condanna all'ergastolo". Qualche difficoltà interpretativa ha suscitato la mancata introduzione di requisiti temporali differenziati nell'ipotesi di donna condannata per taluno dei delitti indicati nel comma 1 dell'articolo 4-bis ordinamento penitenziario, che, per l'ammissione al regime della semilibertà (articolo 50 dell'ordinamento penitenziario) o del lavoro all'esterno (articolo 21 dell'ordinamento penitenziario), producono un effetto di maggior cautela nei confronti di persone condannate per reati collegati, secondo la visione del legislatore, alla criminalità organizzata. Il filo conduttore di tutto l'intervento legislativo, che tende a privilegiare la tutela dei figli minori di anni dieci, più che a garantire un comodo salvacondotto in favore di donne condannate per gravi reati, giustifica la mancata differenziazione dei limiti di pena, pur restando ferme le preclusioni alla concessione del beneficio previste dall'articolo 4-bis citato (per i reati cosiddetti di prima fascia, previsti dagli articoli 416-bis del codice penale, 630 del codice penale e 74 del D.P.R. n. 309/90, sarà indispensabile, quindi, una condotta collaborativa o assimilata).
Il terzo requisito per la concessione della misura della detenzione domiciliare speciale è di ordine negativo: occorre, cioè, che "non sussista un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti". L'inserimento di tale previsione all'interno dell'istituto della detenzione domiciliare speciale rappresenta un chiaro segnale della volontà del legislatore di costruire sistematicamente l'istituto nell'alveo delle tradizionali misure alternative quali l'affidamento in prova al servizio sociale e la semilibertà, entrambe caratterizzate da valutazioni concernenti una raggiunta, anche se parziale, affidabilità esterna del condannato che si ritiene di poter gradualmente reinserire nella vita sociale, senza apprezzabili rischi di ricadute recidivanti.
Il giudizio prognostico che la legge riserva alla magistratura di sorveglianza, nelle forme di una previsione circa il concreto rischio di recidiva, appare, a tale stregua, assai simile a quello di pertinenza del giudice della fase cautelare chiamato a valutare se sussista, in concreto, il pericolo di reiterazione di condotte criminose. Così ricostruito, il nuovo istituto della detenzione domiciliare speciale sembra allontanarsi dagli schemi tipici della detenzione in casa per la salvaguardia di beni di primaria importanza, per collocarsi decisamente all'interno degli istituti che valorizzano l'idea della progressione trattamentale come forma di continua verifica del percorso di risocializzazione avviato con la detenzione.
Al fine di assicurare la continuità della funzione genitoriale, in tutte le ipotesi in cui la madre detenuta non abbia i requisiti per accedere alla detenzione domiciliare speciale ovvero alle altre forme di detenzione in casa già previste dall'ordinamento, la legge 8 marzo 2001, n. 40, ha introdotto una nuova modalità di trattamento: l'assistenza all'esterno dei figli minori come modalità di espletamento del lavoro all'esterno di cui all'articolo 21 della legge n. 354 del 1975.
La misura di favore merita di essere positivamente sottolineata perché attribuisce ai compiti di cura e di assistenza dei figli di età non superiore agli anni dieci lo stesso valore sociale e la stessa potenzialità risocializzante dell'attività lavorativa. Come efficacemente sintetizzato nella relazione illustrativa dell'originario disegno di legge presentato il 24 dicembre 1997 dal Ministro Finocchiaro, la nuova previsione normativa è volta a "contemperare l'esigenza di assicurare la certezza dell'esecuzione della pena e quindi la funzione di prevenzione generale, con l'esigenza di garantire la continuità del rapporto madre-figli, secondo modalità più limitate rispetto alla detenzione domiciliare speciale, poiché comporta la permanenza in carcere per una parte della giornata".
Il rinvio operato dalla norma alle condizioni previste dall'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario rende evidente la natura trattamentale del beneficio che può essere concesso dal direttore dell'Istituto detentivo solo quando ne è prevista la possibilità nel programma di trattamento e solo quando il provvedimento sia stato approvato dal magistrato di sorveglianza competente.
I criteri che devono guidare l'esercizio del potere discrezionale riservato al magistrato di sorveglianza nella fase di approvazione della proposta avanzata dal direttore sono elencati nella corrispondente norma regolamentare che impone al giudice di valutare il tipo di reato commesso, la durata, effettiva o presunta, della misura privativa della libertà (considerato che può essere applicata anche nei confronti di persone imputate e non ancora condannate in via definitiva), e della residua parte di essa, nonché dell'esigenza di prevenire il pericolo che l'ammesso al lavoro all'esterno commetta reati.
2. Le difficoltà applicative.
L'intervento normativo così sinteticamente descritto ha contribuito a delineare un quadro di riferimenti all'interno del quale la detenzione in carcere di una donna madre di prole di età inferiore a tre anni costituisce una evenienza del tutto eccezionale per il preminente interesse dell'ordinamento ad evitare, attraverso gli strumenti legislativi ricordati, che lo sviluppo psico-fisico di un neonato, nei primissimi anni di vita, possa subire conseguenze irreparabili a causa di una prolungata permanenza in ambiente istituzionalizzato ovvero di un prematuro distacco dalla figura materna.
E, tuttavia, nella quotidiana osservazione della realtà penitenziaria del nostro Paese il fenomeno della presenza in ambito detentivo di bambini di età inferiore a tre anni "detenuti" con le rispettive madri, se pur numericamente molto ridotto, non appare del tutto eliminato.
Un primo punto critico del sistema delineato dalla legge n. 40 del 2001 riguarda la mancata previsione di una normativa di favore per detenute madri con posizione giuridica non definitiva. Ed, invero, la legge è intervenuta a tutela delle donne condannate prevedendo un significativo ampliamento degli spazi offerti dalle misure alternative alla detenzione o benefici assimilati (quali il rinvio obbligatorio della esecuzione), ma non ha prodotto alcuna modifica del quadro normativo concernente la disciplina della custodia cautelare governata da regole non coincidenti con i principi che guidano la fase di esecuzione della pena.
Non è infrequente, quindi, che donne madri di prole di età inferiore a tre anni si trovino detenute in Istituti penitenziari in quanto raggiunte da ordinanze di custodia cautelare in carcere rese possibili dal prevalere, nella valutazione del giudice, della ritenuta esistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza (grave pericolo di fuga o di reiterazione di condotte criminose dello stesso tipo di quella per cui si procede).
La formulazione dell'articolo 275, comma 4, del codice di procedura penale consente, dunque, la presenza in Istituto detentivo di donne madri di bambini anche in tenerissima età, qualora il giudice riconosca l'esistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, ovvero quando non ritenga di poter sostituire la misura cautelare più restrittiva con altra forma di custodia meno afflittiva (gli arresti domiciliari) a causa della inidoneità del luogo indicato a contenere il rischio della recidiva.
I dati statistici acquisiti tramite la positiva collaborazione della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento della Amministrazione penitenziaria (aggiornate al giugno 2006) dimostrano la notevole incidenza del dato relativo alle detenute madri in custodia cautelare (in attesa di giudizio, appellanti e ricorrenti) che sfiorano il 50 per cento del totale.
Anche nella fase di esecuzione della pena, di competenza della magistratura di sorveglianza, il fenomeno della presenza in Istituti penitenziari di detenute madri con prole non risulta definitivamente eliminato pur dopo l'entrata in vigore della legge n. 40 del 2001, ed anzi conserva dimensione consistente. Sul versante della concreta esecuzione della pena sembra operare una rilevante difficoltà applicativa che discende, in larga misura, dalla differente formulazione normativa tra l'articolo 146 e l'articolo 147 del del codice penale.
Mentre l'articolo 146 del codice penale, nel testo modificato dalla legge n. 40 del 2001, obbliga il giudice ad adottare un provvedimento di liberazione (rinvio o differimento dell'esecuzione) nei confronti della donna detenuta definitiva che sia "madre di infante di età inferiore ad un anno", introducendo un vero e proprio automatismo che vincola l'interprete senza consentirgli alcuna discrezionalità, la diversa previsione contenuta nell'articolo 147 del codice penale, che ha riguardo alla situazione di madre di prole di età inferiore a tre anni, consente (impone) al giudice di non adottare il provvedimento liberatorio "se sussiste il concreto pericolo della commissione di delitti".
Nella fascia di età ricompresa tra uno e tre anni di età del bambino, la madre detenuta per una sentenza di condanna definitiva non può vantare un diritto assoluto alla scarcerazione al fine di garantire un adeguato sviluppo psico-fisico del minore, in quanto la sua posizione giuridica soggettiva deve essere valutata dalla magistratura di sorveglianza anche con riguardo alle esigenze di tutela della collettività che il legislatore ha ritenuto di dover salvaguardare mediante il riferimento alla insussistenza di un pericolo di recidiva.
Il criterio che deve guidare la discrezionalità del giudice in ipotesi di differimento facoltativo dell'esecuzione della pena ai sensi dell'articolo 147 del codice penale risulta, quindi, orientato a ricercare un difficile punto di equilibrio tra il diritto della madre detenuta ad esercitare il proprio ruolo di madre ed a garantire al minore tutta l'assistenza materiale e morale possibile in una situazione di libertà e le esigenze di difesa sociale che sono alla base della sottoposizione a pena detentiva di chi si sia reso responsabile di reati di particolare allarme sociale e che non dimostri di volersi affrancare da un sistema di vita incompatibile con il rispetto delle norme di convivenza civile e dei diritti altrui.
Il concetto di pericolosità sociale, inteso come probabilità di commissione di delitti, si pone, quindi, come obiettivo ostacolo alla concessione del differimento facoltativo della esecuzione della pena in tutti quei casi in cui la reiterazione di condotte criminose ovvero l'adesione a modelli di vita incentrati su attività illecite impedisca al giudice di formulale una prognosi di futura astensione da comportamenti di tipo deviante.
Le medesime difficoltà applicative sottolineate con riguardo al differimento facoltativo della esecuzione costituiscono un possibile limite alla concessione in favore delle detenute madri delle misure alternative alla detenzione, e dei benefici penitenziari più in generale, previsti dall'ordinamento quando si debba eseguire una pena detentiva nei confronti di madre di prole di età non superiore a dieci anni con lei convivente (anche laddove la convivenza non sia in atto ma sussistano le condizioni per ripristinarla).
Ed, invero, il nuovo istituto della detenzione domiciliare speciale per le detenute madri (articolo 47-quinquies dell'ordinamento penale), che pure non soffre limiti legati alla entità della pena residua, può trovare applicazione solo se non sussista un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti.
Tutte le misure previste dall'ordinamento penitenziario, anche quelle calibrate per tutelare le esigenze della madre detenuta e per salvaguardare un corretto sviluppo dei figli minori, soffrono, inoltre, i limiti derivanti dalla previsione contenuta nell'articolo 4-bis dell'ordinamento penale. Vengono in considerazione, in particolare, i reati ricompresi nella cosiddetta prima fascia del comma primo della norma (associazione di stampo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed altri), in relazione ai quali la concessione di misure alternative alla detenzione o di benefici penitenziari è possibile solo in presenza di condannati che abbiano prestato una fattiva collaborazione con la giustizia.
Il divieto di concessione di benefici richiamato dall'articolo 4-bis citato opera, dunque, anche con riferimento alla misura della detenzione domiciliare (articolo 47-ter, comma 1, lettera a), dell'ordinamento penale) prevista per la condannata "madre di prole di età inferiore ad anni dieci con lei convivente" e della nuova figura di detenzione domiciliare speciale disciplinata dall'articolo 47-quinquies dell'ordinamento penale.
La fondamentale tutela della maternità quale dichiarato obiettivo della legge n. 40 del 2001 non riceve, dunque, nella fascia di età compresa tra i tre ed i dieci anni della prole, una regolamentazione adeguata ad escludere ogni possibile contrasto tra le esigenze del sistema penale ed il diritto, di sicuro rilievo costituzionale, del minore ad uno sviluppo psichico armonico ed equilibrato garantito, soprattutto in determinate fasce di età, dalla presenza insostituibile della madre.
3. La situazione concreta
L'Amministrazione penitenziaria ha nel corso degli anni autorizzato l'istituzione di asili nido presso alcune strutture penitenziarie destinate esclusivamente alle donne (Pozzuoli, Roma Rebibbia, Trani, Perugia e Venezia) e - su richiesta delle direzioni - presso le sezioni femminili presenti in istituti penitenziari destinati esclusivamente agli uomini, di fatto organizzati in richiamo alle previsioni dell'ordinamento penitenziario (articolo 11) e del regolamento di esecuzione di cui al DPR 30 giugno 2000, n. 230 (articolo 19). Attualmente ne funzionano 15.
La stessa Amministrazione ha, peraltro, invitato le direzioni a organizzare almeno un asilo nido per ogni regione e ad assicurare le presenza di operatori specializzati quali puericultrici in tre istituti penitenziari (Milano, Venezia, Roma) con servizi di ludoteca e l'impegno di garantire l'accoglienza dei minori presso gli asili nido del territorio anche oltre il limite di età, oltre a qualche servizio di ausilio (l'accompagnamento del minore all'asilo nido comunale riaccompagnandolo in carcere la sera, presso l'istituto penitenziario di Venezia Giudecca e Roma Rebibbia, la colonia estiva di Venezia Giudecca). Certamente il numero di asili nido attualmente funzionanti induce ad affermare l'opportunità che il numero stesso sia incentivato, in attuazione del disposto di cui all'articolo 19 del Regolamento Esecutivo 230/2000.
Con riferimento, poi, alle posizioni soggettive interessate, la presenza di donne detenute con figli minori di tre anni nel mese di maggio 2006 (rilevazione effettuata dal Ministero della giustizia su richiesta del Consiglio superiore della magistratura) ammonta a 57 unità, 5 delle quali vedono applicata la misura prevista dall'articolo 4-bis dell'ordinamento penale; in occasione della rilevazione richiesta dal Consiglio superiore al Ministero della giustizia nel 2004 i dati riferivano di una presenza al mese di settembre pari a 59 detenute, di cui 48 straniere. Sempre in tale occasione il Ministero riferiva che una precedente rilevazione al 31 dicembre 2001 segnalava la presenza di 61 detenute con figli minori di tre anni. È interessante osservare che il Ministero della giustizia non possiede informazione circa il numero di detenute/i con figli minori di anni 10, "in quanto tale condizione non è prevista dalla legge 8 marzo 2001, n. 40".
Il fatto che mediamente le presenze istantanee da molti anni si attestino su una media di circa 60 detenute/madri con figli minori di tre anni non rende l'idea del dato dimensionale effettivo. Prendendo come esempio la casa circondariale milanese di "San Vittore", possiamo considerare che a fronte di una presenza di 5 detenute/madri nel mese di maggio 2006 (ricomprese, dunque, fra le 57 sopra indicate), l'analisi statistica del numero di detenute/madri transitate annualmente nella medesima struttura evidenzia che nel corso del quinquennio antecedente, le presenze annuali sono state rispettivamente di 78 madri, di cui 5 italiane nel 2000; di 86, di cui 16 italiane nel 2001; di 72, di cui 12 italiane nel 2002; di 78, tutte straniere nel 2003; di 48, di cui 1 italiana nel 2004; di 63, di cui 1 italiana nel 2005.
Dal punto di vista dinamico, il fenomeno della presenza di detenute madri con figli in istituto ha dunque consistenza numerica ben maggiore rispetto al dato statico delle presenze registrate dal DAP alla data di ultimazione delle statistiche elaborate per anno.
Le rilevazioni della situazione concretamente presente, tenuto conto dei dati statistici attestatisi nel corso degli anni, permettono di affermare che la prevalenza della popolazione detenuta femminile con figli è di origine extracomunitaria, ovvero di etnia rom. I reati ascritti a tale popolazione detenuta attengono essenzialmente il traffico di stupefacenti, che presenta peraltro un tasso di recidiva elevato, il patrimonio e la prostituzione; rari sono i casi di condanne per reati di tipo associativo, riguardanti peraltro per lo più donne italiane.
Venendo ora all'istituto dell'articolo 21-bis dell'ordinamento penitenziario, che consente all'attribuzione dei compiti di cura dei figli potenzialità risocializzanti del tutto analoghe all'attività lavorativa, non ne consta applicazione in nessuno degli istituti penitenziari milanesi e una generale modestissima applicazione nel territorio nazionale.
È bene evidenziare che si è registrato un ulteriore elemento di criticità nel sistema, a fronte dell'assenza di una norma che in caso di necessità di ricovero del figlio minore, assicuri la presenza della madre detenuta.
La necessità concreta di una norma si è rivelata ogni volta che si è reso necessario il ricovero di un bambino figlio di madre detenuta, apparendo evidente che non potesse esserne privato al momento dell'esperienza in ospedale.
L'assenza di previsione normativa in casi di questo genere è stata colmata da una prassi interpretativa estensiva, quale il ricorso allo strumento giuridico dell'articolo 11 dell'ordinamento penitenziario mediante il ricovero della madre per accompagnare il figlio al ricovero, di cui solo il secondo aveva bisogno.
4. Riepilogo sui punti di criticità.
Le norme contenute nella legge n. 30 del 2001 non possono allo stato escludere la presenza di detenute madri con figli negli istituti penitenziari.
Le detenute madri rimaste in carcere sono infatti donne provenienti da ceti sociali molto modesti o inseriti in una cultura di microcriminalità, di norma prive di riferimenti abitativi esterni, spesso in posizione giuridica non definitiva, e straniere.
La prescritta insussistenza del concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli si pongono come condizioni difficilmente rinvenibili nel concreto in tali categorie, tenuto conto anche della tipologia dei reati più di frequente interessanti tali soggetti (stupefacenti, prostituzione e furti per le donne nomadi).
La permanenza di vincoli di carattere giuridico e l'esame della realtà carceraria porta dunque a dire che, allo stato della normativa, solo la creazione di strutture che considerino la necessità che ai bambini sia assicurato uno sviluppo sano in una struttura destinata alla crescita di minori, oltre che ad esigenze di sicurezza, potrà eliminare del tutto la presenza di bambini in carcere.
L'ampliamento della portata applicativo dell'istituto degli articoli 146 e 147 del codice di procedura penale ha certamente migliorato la situazione pregressa, anche se sono stati necessari aggiustamenti interpretativi per le ipotesi di revoca del differimento per situazioni non previste in precedenza.
La declaratoria di decadenza dalla potestà sul figlio ex articolo 330 del codice penale e l'abbandono del figlio da parte della madre sono infatti situazioni che possono comportare accertamenti istruttori complessi presso il Tribunale per i minorenni, talora impossibili per i soggetti che usano alias o irregolarmente presenti nel territorio dello Stato.
Altro punto di criticità è la previsione dell'articolo 21-bis ordinamento penitenziario che pone limiti di ammissibilità dell'istituto analoghi, per le condannate ex articolo 4-bis ordinamento penitenziario, alla detenzione domiciliare speciale, parendo dunque evidente la ragione per la quale, quantomeno per questa fascia di condannate e a fronte della possibilità di consentire la fruizione di una misura di contenuto più favorevole, quale appunto la detenzione domiciliare, l'istituto sia rimasto disapplicato.
Se, inoltre, è legislativamente possibile - e, nella realtà, concreta - la detenzione in custodia cautelare delle madri con figli minori di uno o tre anni e, dall'altro lato, la previsione del differimento facoltativo della detenzione - sopra esposta - continua a consentire la detenzione di madri di figli minori, si rende evidente come la situazione, oltre che dal punto di vista legislativo (generalmente complesso e problematico, quanto meno rispetto ai tempi di intervento) necessita di essere affrontata sotto il profilo amministrativo, di competenza dell'Amministrazione penitenziaria.
Quanto all'azione dell'Amministrazione penitenziaria, questa ha tra l'altro invitato le direzioni a organizzare almeno un asilo nido per ogni regione e ad assicurare le presenza di operatori specializzati quali puericultrici in tre istituti penitenziari (Milano, Venezia, Roma) con servizi di ludoteca e l'impegno di garantire l'accoglienza dei minori presso gli asili nido del territorio anche oltre il limite di età, oltre a qualche servizio di ausilio (l'accompagnamento del minore all'asilo nido comunale riaccompagnandolo in carcere la sera, presso l'istituto penitenziario di Venezia Giudecca e Roma Rebibbia, la colonia estiva di Venezia Giudecca). Certamente il numero di asili nido attualmente funzionanti induce ad affermare l'opportunità che il numero stesso sia incentivato, in attuazione del disposto di cui all'articolo 19 del Regolamento Esecutivo n. 230 del 2000.
Il P.E.A. (Programma Esecutivo d'Azione) n. 25 del 21 gennaio 2005, denominato "detenzione al femminile", predisposto dal D.A.P., ha avviato lo studio e l'analisi della condizione detentiva femminile, evidentemente includendovi la maternità, con la previsione finale della pubblicazione di un libro bianco sulla condizione detentiva femminile.
Nel territorio nazionale si registrano interventi di assistenza e supporto alle madri detenute. A Milano, ad esempio, sono in corso varie iniziative, quali il progetto I.C.A.T.T. e quali il ricorso alle figure dei mediatori culturali. Sempre a Milano, particolarmente apprezzabile è poi la costituzione ormai prossima di una apposita sezione a custodia attenuata in una distinta struttura collocata in un contesto civile autonomo, pur dotata della presenza del personale di sorveglianza.
5. La posizione del Ministro della giustizia
Con riferimento alla genesi della normativa in esame e alle criticità che abbiamo fin qui evidenziato, merita richiamare qui alcune delle osservazioni che il Ministro della giustizia ha formulato in occasione della presentazione del programma ai due rami del Parlamento.
"...Esemplare della sinergia indispensabile con le Regioni e gli enti locali è l'annosa questione dell'offerta sanitaria rivolta ai detenuti, che necessita finalmente di una organica sistemazione; e, ancora, l'irrisolto problema della detenzione delle madri di figli di età inferiore ai tre anni, e quindi di quelle bambine e di quei bambini che, nei fatti, risultano reclusi.
Nella XIII legislatura, il Parlamento ebbe la sensibilità di approvare con ampio consenso una legge finalizzata alla promozione di misure alternative alla detenzione per le madri dei bambini più piccoli, ma l'esperienza e il tempo trascorso ci dicono che diversi ostacoli, anche di ordine materiale, impediscono la sua piena attuazione: mi riferisco all'assenza di strutture di accoglienza sul territorio, che facilitino la concessione delle misure alternative alla detenzione; il Parlamento valuterà, con la fattiva collaborazione del Governo, se e in che misura sia possibile modificare le norme che impediscono la concessione di tali misure per fatti di minore allarme sociale.
Ma sono, tuttavia, certo che è possibile, su questo terreno, fare qualche passo ulteriore, fino a promuovere - di concerto con gli enti locali interessati - una rete di strutture capaci di far fronte a quelle necessità di accoglienza per le madri con bambini nonché per quegli adulti che, in grave o gravissimo stato di salute, siano dichiarati "incompatibili" col carcere, ma che nel carcere restano perché non esistono strutture di accoglienza esterne.
In questa prospettiva va, altresì, favorita la cura delle tossicodipendenze al di fuori delle strutture detentive."
Le argomentazioni del Ministro sembrano indicare una possibilità di sviluppo che si muove nella direzione che il Consiglio auspica e che potrebbe essere ulteriormente esaminata ed approfondita mediante forme di collaborazione tra le due istituzioni.
Tutto ciò premesso, il Consiglio delibera di approvare la relazione della Commissione di studio sulla pena e le sue alternative come sopra riportata e dispone inviarne copia alle Commissioni Settima e Nona per quanto di competenza, nonché di trasmetterne copia al Ministro della giustizia per le iniziative che riterrà di adottare».
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Alberti Casellati, Augello, Caliendo, Castelli, Chiti, Ciampi, Comincioli, D'Ambrosio Lettieri, Davico, Dell'Utri, Esposito, Fasano, Giovanardi, Mantica, Mantovani, Mascitelli, Orsi, Palma, Pera, Sanciu, Sciascia, Stancanelli, Vicari, Viceconte e Viespoli.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Dini, per attività della 3a Commissione permanente; Nessa e Santini, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Unione dell'Europa occidentale; Marcenaro, per attività dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; Monti e Randazzo, per attività del Comitato per le questioni degli italiani all'estero.
Gruppi parlamentari, denominazione di componente
I senatori Mario Baldassarri, Barbara Contini, Candido De Angelis, Egidio Digilio, Maria Ida Germontani e Giuseppe Valditara, hanno comunicato di avere costituito all'interno del Gruppo Misto la componente "Futuro e Libertà per l'Italia".
Gruppi parlamentari, variazioni nella composizione
I senatori Baldassarri, Contini, De Angelis, Digilio, Germontani e Valditara, con lettera in data 4 marzo 2011, hanno comunicato di entrare a far parte del Gruppo Misto.
Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, trasmissione di documenti
Il Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, con lettera in data 2 marzo 2011, ha inviato - ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 6 febbraio 2009, n. 6 - la relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella regione Lazio (Doc. XXIII, n. 6).
Commissioni permanenti, variazioni nella composizione
Con lettera in data 2 marzo 2011, il Presidente del Gruppo il Popolo della Libertà ha comunicato le seguenti variazioni nella composizione delle Commissioni permanenti:
8a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Giulio Camber ed entra a farne parte il senatore Piergiorgio Massidda;
12a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Piergiorgio Massidda ed entra a farne parte il senatore Giulio Camber.
Il Presidente del Gruppo UDC, SVP e Autonomie (Unione Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei) ha comunicato le seguenti variazioni nella composizione delle Commissioni permanenti:
8a Commissione permanente: entra a farne parte il senatore Maurizio Fistarol;
13a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Maurizio Fistarol.
Il Presidente del Gruppo Misto ha comunicato le seguenti variazioni nella composizione delle Commissioni permanenti:
4a Commissione permanente: cessa di appartenervi la senatrice Barbara Contini;
5a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Vincenzo Oliva;
6a Commissione permanente: cessa di appartenervi la senatrice Emanuela Baio;
8a Commissione permanente: entra a farne parte il senatore Vincenzo Oliva;
12a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Mario Baldassarri ed entra a farne parte la senatrice Emanuela Baio;
13a Commissione permanente: cessa di appartenervi il senatore Egidio Digilio.
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Senatori Caforio Giuseppe, Perduca Marco, Poretti Donatella
Abrogazione delle norme istitutive dei Vice Comandanti generali dell'Arma dei Carabinieri e Corpo della Guardia di Finanza (2598)
(presentato in data 08/3/2011 ).
Governo, richieste di parere per nomine in enti pubblici
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettere in data 3 marzo 2011, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 2, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 189 - le proposte di nomina dei componenti del collegio dell'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo (ANSV), indicati nelle persone del comandante Cesare Arnaudo (n. 109), del professor Michele Gasparetto (n. 110), della professoressa Elda Turco Bulgherini (n. 111).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, le proposte di nomina sono state deferite - in data 7 marzo 2011 - all'8a Commissione permanente, che dovrà esprimere il parere, su ciascuna di esse, entro il 27 marzo 2011.
Governo, trasmissione di atti per il parere
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 3 marzo 2011, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi degli articoli 1, comma 3, e 17, commi 2 e 3, della legge 4 giugno 2010, n. 96 - lo schema di decreto legislativo recante attuazione delle direttiva 2009/72/CE relativa a norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica e che abroga la direttiva 2003/54/CE, e della direttiva 2009/73/CE, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 2003/55/CE, e della direttiva 2008/92/CE concernente una procedura comunitaria sulla trasparenza dei prezzi al consumatore finale industriale di gas ed energia elettrica (n. 335).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è stato deferito, in data 3 marzo 2011, alla 10ª Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 12 aprile 2011. Le Commissioni 1ª, 5ª e 14ª potranno formulare osservazioni alla Commissione di merito entro il 2 aprile 2011.
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 24 febbraio 2011, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400 e dell'articolo 29, comma 2, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248 - lo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 2007, n. 84, per l'esclusione del Comitato per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita dagli organismi soggetti a riordino operanti presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (n. 336).
Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è stato deferito - in data 7 marzo 2011 - alla 12ª Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 6 aprile 2011. Le Commissioni 1a e 5a potranno formulare osservazioni alla Commissione di merito entro il 27 marzo 2011.
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 2 marzo 2011, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 1, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10 - lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante la proroga degli incarichi del Presidente della Fondazione "La Triennale di Milano" e del Commissario straordinario della Fondazione "Teatro San Carlo di Napoli" (n. 337).
Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, in data 7 marzo 2011, lo schema di decreto è stato deferito - d'intesa con il Presidente della Camera dei deputati - alla Commissione parlamentare per la semplificazione nonchè - per le conseguenze di carattere finanziario - alla 5ª Commissione permanente, che esprimeranno i rispettivi pareri entro il termine del 17 marzo 2011.
Il Ministro della salute, con lettera in data 1° marzo 2011, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 14 maggio 2007, n. 86 - lo schema di decreto ministeriale recante ricostituzione della Commissione unica sui dispositivi medici (n. 338).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è stato deferito - in data 7 marzo 2011 - alla 12ª Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 27 marzo 2011.
Governo, trasmissione di atti
La Presidenza del Consiglio dei ministri ha inviato - ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni - le comunicazioni concernenti il conferimento o la revoca di incarichi di livello dirigenziale generale:
alla dottoressa Marcella Marletta, nell'ambito del Ministero della salute;
alla dottoressa Annalisa Vittore nell'ambito del Ministero del lavoro e delle politiche sociali;
ai dottori Maria Cannata e Giuseppe Maresca, nell'ambito del Ministero dell'economia e delle finanze;
ai dottori Patrizia De Rose ed Antonio Sabbatella nell'ambito del Dipartimento per i Rapporti con il Parlamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri;
al dottor Giuseppe Di Donato nell'ambito del Dipartimento per gli Affari Regionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri;
alla dottoressa Grazia Strano nell'ambito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali;
al dottor Silvio Borrello nell'ambito del Ministero della salute;
ai dottori Donato Leonardo e Carla Chiara Santarsiero nell'ambito della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Tali comunicazioni sono depositate presso il Servizio dell'Assemblea, a disposizione degli onorevoli senatori.
Con lettere in data 25 febbraio 2011, il Ministero dell'interno, in adempimento a quanto previsto dall'articolo 141, comma 6, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ha comunicato gli estremi dei decreti del Presidente della Repubblica concernenti lo scioglimento dei consigli comunali di Bovolone (VR); Borbona (RI); Sgurgola (FR); Castel del Rio (BO); Anghiari (AR); San Giovanni in Fiore (CS); Agnone (IS); Grandola ed Uniti (CO); Bellano (LC) e Pontremoli (MS); Pisticci (MT); Grottole (MT); Casoria (NA); Quarto (NA); Corbetta (MI); Torri in Sabina (RI).
Governo, ritiro di richieste di parere su atti
Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 8 marzo 2011, ha comunicato di voler ritirare lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante la proroga degli incarichi del Presidente della Fondazione "La Triennale di Milano" e del Commissario straordinario della Fondazione "Teatro San Carlo di Napoli" (n. 337), già deferito - d'intesa con il Presidente della Camera dei deputati - alla Commissione parlamentare per la semplificazione e, relativamente alle conseguenze di carattere finanziario, alla 5ª Commissione.
Consigli regionali e delle province autonome, trasmissione di voti
È pervenuto al Senato il seguente voto regionale del Consiglio regionale della Emilia-Romagna:
osservazioni sulla proposta di raccomandazione del Consiglio sulle politiche di riduzione dell'abbandono scolastico (COM (2011) 19 def.) del 31 gennaio 2011. Il predetto voto è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 138, comma 1, del Regolamento, alla 7a e alla 14a Commissione permanente (n. 66).
Mozioni, apposizione di nuove firme
I senatori Ferrante, Pinotti, Marini, Baio, Sangalli, Antezza e Bianchi hanno aggiunto la propria firma alla mozione 1-00381 della senatrice Bonino ed altri.
Interrogazioni, apposizione di nuove firme
La senatrice Soliani e il senatore De Sena hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01951 della senatrice Adamo.
Mozioni, nuovo testo
La mozione 1-00226 p.a., della senatrice Vittoria Franco ed altri, pubblicata il 17 dicembre 2009, deve intendersi riformulata come segue:
FRANCO Vittoria, FINOCCHIARO, ZANDA, LATORRE, CASSON, ADAMO, ADRAGNA, AGOSTINI, AMATI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BAIO, BARBOLINI, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BONINO, BOSONE, BRUNO, BUBBICO, CABRAS, CARLONI, CAROFIGLIO, CECCANTI, CERUTI, CHIAROMONTE, CHITI, CHIURAZZI, COSENTINO, CRISAFULLI, D'AMBROSIO, DE LUCA, DE SENA, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, D'UBALDO, FERRANTE, FILIPPI Marco, FIORONI, FISTAROL, FOLLINI, FONTANA, GALPERTI, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GASBARRI, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, ICHINO, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, LUMIA, LUSI, MAGISTRELLI, MARCENARO, MARCUCCI, MARINARO, MARINI, MARINO Ignazio, MARINO Mauro Maria, MARITATI, MAZZUCONI, MERCATALI, MICHELONI, MILANA, MOLINARI, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PERTOLDI, PIGNEDOLI, PINOTTI, PORETTI, PROCACCI, RANDAZZO, RANUCCI, ROILO, ROSSI Nicola, ROSSI Paolo, RUSCONI, SANGALLI, SANNA, SBARBATI, SCANU, SERAFINI Anna Maria, SERRA, SIRCANA, SOLIANI, STRADIOTTO, TEDESCO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VERONESI, VIMERCATI, VITA, VITALI, ZAVOLI - Il Senato,
premesso che:
il rapporto tra la figura della donna offerto dai media ed il ruolo della donna nella realtà, a causa della rappresentazione distorta che ne fanno i mezzi di comunicazione, ricorrendo ai soliti stereotipi riduttivi e limitati, è senza alcun dubbio gravemente compromesso;
negli ultimi anni la condizione generale delle donne in Italia è regredita al punto tale che l'immagine prevalente che ne deriva è quella degradata di un oggetto di sfruttamento sessuale, da valutare soprattutto per la prestanza fisica e la giovane età;
la triste immagine che emerge del mondo femminile, così come rappresentato dai media, è quella di giovani donne attratte da un modello femminile basato sulla possibilità di ottenere un facile successo, di "diventare famose" usando il proprio corpo anche a costo di stare "nude e mute" sulla scena;
la grande visibilità e, purtroppo non di rado, il miraggio di successo e di guadagni economici che le giovani donne acquistano solo grazie a qualche apparizione televisiva hanno portato inevitabilmente alla convinzione che cultura, talento e impegno non siano assolutamente requisiti necessari per ricoprire ruoli anche importanti;
risultato della diffusione deteriore di una certa immagine della donna è l'idea che sia sufficiente apparire per essere, per esistere, per dare un senso alla propria vita, come dimostrano le ricerche più recenti;
spesso, come dimostra il recente documentario presentato da Lorella Zanardo, dal titolo esemplificativo "Il corpo delle donne" le immagini e le modalità con le quali le donne vengono rappresentate sono lesive della loro dignità;
a conferma di ciò, basti pensare che Bruno Vespa, presentando il premio Campiello 2010, ha introdotto una delle vincitrici, la giovane scrittrice Silvia Avallone, attirando l'attenzione sul suo décolleté;
premesso inoltre che:
un'indagine del Censis del 2006, svolta nell'ambito del progetto europeo "Women and Media in Europe", ha dimostrato come l'immagine della donna offerta dalla televisione italiana sia stereotipata e molto spesso non corrispondente all'effettivo ruolo ricoperto dalle donne nella realtà della vita quotidiana;
dall'indagine, durata due anni, che ha considerato i generi televisivi dell'informazione, dell'approfondimento, della cultura e dell'intrattenimento attraverso l'analisi dei contenuti di 578 programmi televisivi sulle sette emittenti nazionali (Rai, Mediaset, La7), è emerso in modo inquietante come l'immagine della donna sia soprattutto quella della "donna dello spettacolo", patinata, sempre giovane e di bell'aspetto;
lo spazio offerto alla figura femminile è di solito ampio, ma generalmente "gestito" da una figura maschile: di conseguenza le donne, pur essendo spesso protagoniste della situazione o della vicenda rappresentata, lo sono nel ruolo di "oggetto" del racconto;
falsata ed edulcorata è poi la rappresentazione del mondo femminile: non si parla quasi mai delle donne impegnate nella politica, delle donne anziane, delle donne disabili, così come solo nel 9,6 per cento dei casi la donna sembra appartenere ad un ceto medio-basso. Lo status sociale rappresentato prevalentemente è quello medio-alto cui appartengono solo donne ben vestite e truccate, attente alla cura dell'aspetto fisico;
nei programmi di intrattenimento il conduttore è quasi sempre un uomo mentre della donna, mostrata in abiti succinti, si sottolineano le "doti" della giovinezza, bellezza, malizia e spregiudicatezza e solo in pochi casi le doti artistiche, culturali o le qualità umane;
al contrario, nei programmi di informazione la donna compare soprattutto all'interno di servizi di cronaca nera, protagonista di vicende drammatiche in cui appare o come vittima di violenze, stupri e prevaricazioni, o come "carnefice" (basti pensare a tutta la serie di "madri assassine" di cui la cronaca ha parlato negli ultimi anni), vicende in cui i particolari più macabri o scabrosi sono dati in pasto al pubblico in una difesa ipocrita del "diritto di cronaca";
la mancata visibilità di donne che hanno successo in politica, nella ricerca scientifica, nell'imprenditoria, nella medicina, nella cultura contrapposta all'eccessiva visibilità delle partecipanti ai reality show o ai concorsi di bellezza ha come triste, ma inevitabile, conseguenza il fatto che gran parte delle adolescenti, di qualsiasi estrazione sociale e livello culturale, consideri quale obiettivo primario diventare una "velina" o, comunque, semplicemente apparire pur non avendo alcun talento da mostrare, utilizzando a tal fine non la propria cultura, ma la propria immagine di "corpo femminile" muto;
ciò crea un'immagine della donna divisa tra il mondo dello spettacolo e quello della cronaca nera: la donna o è bella, maliziosa, vincente e spregiudicata o è vittima. Tertium non datur. Secondo l'indagine è quindi associata ai temi dello spettacolo e della moda, della violenza fisica e della giustizia; quasi mai ai temi della politica, alla realizzazione professionale e all'impegno nel mondo della cultura;
nei programmi di approfondimento la conduzione è in mano agli uomini nel 63 per cento dei casi e quando le donne intervengono in qualità di "esperte" lo fanno soprattutto su argomenti come l'astrologia, la natura, l'artigianato e la letteratura;
paradossalmente sono le fiction ad offrire un'immagine più realistica della donna: le protagoniste delle storie sono donne che si sono realizzate nel mondo del lavoro (donne medico, magistrato, avvocato, commissari di polizia) o dotate di grandi qualità umane, capaci di assumersi importanti responsabilità nell'ambito del contesto in cui operano;
premesso inoltre che la situazione non appare migliore per quanto riguarda la rappresentazione della figura femminile sulla carta stampata. L'indagine ha rivelato come il linguaggio legato agli stereotipi, proprio della comunicazione televisiva indirizzata ad un pubblico indistinto, sia purtroppo lo stesso usato per la pubblicità che appare sui quotidiani, sulle riviste femminili ed anche sui settimanali di informazione politica e di attualità, apparentemente indirizzati ad un pubblico più selezionato rispetto a quello televisivo;
considerato che:
già nell'ormai lontano 2004, in un documento approvato dal Comitato di autoregolamentazione TV e minori sulla "Rappresentazione della donna in televisione" si denunciava "la riduzione dell'immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali" e che "le modalità prevalenti, soprattutto nell'intrattenimento e nella pubblicità, restano quelle dell'ammiccamento erotico spesso volgare, specialmente fastidioso per l'effetto cumulativo";
in questo documento il citato Comitato TV e minori denunciava una preminente identificazione della donna con una funzione di sollecitazione sessuale del telespettatore-consumatore ed il richiamo ossessivo alla perfezione della bellezza femminile, che sembra legittimare, soprattutto per le giovani menti indifese, l'idea che la realizzazione delle persone, ed in particolar modo delle donne, passi inevitabilmente attraverso la ricerca della perfezione estetica ad ogni costo. Solo chi è bello ha diritto di esistere: è questo il desolante messaggio trasmesso troppo spesso dalla televisione;
è evidente l'effetto di questi messaggi, ripetuti all'infinito, sui bambini e sugli adolescenti: i bambini di oggi e i ragazzi di domani non potranno che considerare la donna essenzialmente come un "corpo", mentre le bambine e le ragazze saranno perennemente alla ricerca ansiosa ed ossessiva di un bel corpo da usare come arma di seduzione e come biglietto di ingresso nel mondo dello spettacolo;
l'affermarsi di questa subcultura che ha al centro una distorta rappresentazione-visione della figura femminile si può certamente, come detto, considerare una delle cause del dilagare di varie forme di violenza nei confronti delle donne da parte di uomini di tutti le età, non da ultimo da parte di minorenni in età pre-adolescenziale;
a conclusione del documento il Comitato TV e minori rivolgeva quindi un invito alle emittenti a prestare maggiore attenzione ai modi in cui vengono rappresentate le donne, soprattutto nelle pubblicità e nei programmi di intrattenimento, a favorire l'accesso delle tante straordinarie competenze e dei talenti femminili nel campo dello spettacolo affinché anche in questo campo potessero emergere l'intelligenza e la creatività delle donne piuttosto che il mero apparire ed, infine, ad individuare spazi specifici di critica televisiva relativa agli argomenti di interesse educativo per i minori;
l'invito del Comitato TV e minori è rimasto purtroppo disatteso;
inoltre, la Commissione bicamerale per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, già nel 1997, formulò un atto di indirizzo rivolto alla Rai con il quale invitava la stessa ad individuare le iniziative necessarie allo scopo di promuovere, al proprio interno, l'acquisizione di poteri e responsabilità da parte delle donne, in particolare attribuendo a uomini e donne uguale chance di carriera ed uguali possibilità formative e ad individuare le iniziative necessarie allo scopo di non trasformare la rappresentazione delle differenze di sesso e di genere in fattore di discriminazione individuale, culturale e sociale;
come è evidente da quanto premesso finora, si tratta di un problema gravissimo, a tutt'oggi irrisolto nonostante gli annunci e le buone intenzioni, le cui cause affondano le radici in modalità comportamentali iniziate più di 20 anni fa;
rilevato che:
il 15 aprile 2010, in occasione del dibattito "Donne e Tv nei media" tenutosi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, l'allora Ministro dello sviluppo economico, on. Scajola, affermò che un ruolo importante può e deve essere svolto dalla televisione e da tutti i mezzi di comunicazione, che sempre di più hanno la responsabilità sociale di promuovere un'immagine femminile moderna, fedele alla realtà, rispettosa della dignità umana, culturale e professionale delle donne;
nella stessa occasione, il Ministro riconobbe la necessità di un profondo cambiamento culturale, di «una maggiore "educazione" del pubblico, di un diverso approccio nel rappresentare sui mezzi di comunicazione l'immagine della donna, le sue esigenze, le sue aspirazioni» prospettando l'opportunità di adottare un codice di autoregolamentazione da parte degli operatori dei settori dell'informazione, dello spettacolo e della pubblicità, finalizzato «al rispetto della dignità delle donne e alla valorizzazione della figura femminile in tutte le sue espressioni»;
proprio in linea con questa esigenza, nell'elaborazione del nuovo Contratto nazionale di servizio Rai è stata dedicata particolare attenzione al ruolo femminile, anche recependo molte delle indicazioni contenute nell'appello "Donne e media";
considerato infine che:
nonostante negli ultimi anni sia aumentato il numero delle professionalità femminili all'interno del sistema radiotelevisivo pubblico (le giornaliste, le conduttrici, le inviate nelle zone di guerra), i posti di potere all'interno del sistema restano appannaggio degli uomini;
persiste una rappresentazione mediatica della figura femminile tristemente disancorata dalla realtà, in palese e stridente contrasto con i ruoli importanti ricoperti dalle donne negli ambiti professionali, sociali, culturali, familiari;
tutte le espressioni di discriminazione e di svalutazione della figura femminile sono tanto più gravi in quanto hanno un impatto negativo sulla promozione delle donne nel lavoro e nella carriera,
impegna il Governo:
ad assumere le iniziative necessarie affinché il sistema radiotelevisivo pubblico, che rappresenta lo strumento principale di diffusione della conoscenza, svolga un'opera di sensibilizzazione al rispetto della diversità di genere e della dignità delle donne, finalizzata ad una corretta rappresentazione della figura e del ruolo delle donne ad alla rimozione di espressioni di discriminazione e degli stereotipi, lesivi della dignità delle stesse;
a promuovere campagne di informazione finalizzate alla diffusione ed alla valorizzazione del lavoro e delle opere delle donne nei campi artistico, culturale, scientifico e politico e ad adottare campagne di sensibilizzazione nelle scuole, in particolare nella scuola secondaria, per aiutare i giovani a difendersi dai messaggi discriminatori nei confronti delle donne e per evitare così il perpetuarsi di stereotipi che danneggiano le donne e il ruolo femminile nella società;
a promuovere l'acquisizione di poteri e di responsabilità da parte delle donne (empowerment) in tutti i settori della vita produttiva e sociale, in particolare nell'ambito dei media, con azioni antidiscriminatorie mirate, per il reale accesso delle donne alle posizioni dirigenziali nel sistema radiotelevisivo pubblico al fine di favorire la presenza femminile nelle posizioni apicali delle testate giornalistiche televisive pubbliche, e, più in generale, del sistema radiotelevisivo pubblico, in modo da incidere sulle scelte editoriali e di palinsesto e quindi sull'immagine complessiva delle donne offerta dalla televisione pubblica.
(1-00226 p.a.) (Testo 2)
La mozione 1-00271, della senatrice Vittoria Franco ed altri, pubblicata il 22 aprile 2010, deve intendersi riformulata come segue:
FRANCO Vittoria, VITA, BIONDELLI, BASTICO, SOLIANI, GARAVAGLIA Mariapia, MONGIELLO, ZANDA, MARCUCCI, NEROZZI, GERMONTANI - Il Senato,
premesso che:
dall'indagine sulla programmazione concertistica della "GateKeepers", promossa dalla Comunità europea, coordinata dall'istituto di ricerca tedesco ERICarts e svolta in Italia dalla fondazione "Adkins-Chiti: Donne in Musica" si evince, riguardo al rapporto tra compositori italiani e stranieri (donne e uomini), una situazione anomala: in Italia ci sono numeri quasi eguali per coloro che si dedicano alla composizione e creazione musicale mentre si riscontra che il rapporto compositrice/compositore nella programmazione (misurato in un periodo di dieci anni) scende a quattro su cento e il numero di lavori musicali programmati dalle sole donne italiane è dello 0,4 per cento;
il rapporto "Donne nelle arti e nello spettacolo", presentato dalla Commissione nazionale per le pari opportunità, constata che nel settore della cultura, dello spettacolo e dell'indotto le donne occupano un posto su tre (33,8 per cento). In totale le posizioni dirigenziali nominali ricoperte da donne sono 690. Soprattutto nel settore privato, dove le manager sono 222 e rappresentano il 32,3 per cento del totale. Nel settore pubblico, invece, sono solo 164 con un 23,7 per cento; nell'ambito dei beni culturali, sono in aumento le donne soprintendenti (24 pari al 3,5 per cento), così come le presidenti di istituzioni culturali, pubbliche e private (92 pari al 13,2 per cento);
inoltre, il risultato di una ricerca indetta dal Teatro delle donne - Centro nazionale di drammaturgia (2006) vede che nessun teatro stabile in Italia ha un direttore donna e nonostante l'alta presenza di drammaturghe italiane soltanto il 2,7 per cento della programmazione teatrale è dedicata alla presentazione delle loro opere;
la situazione non migliora per l'acquisto di opere prodotte da donne. Infatti, le artiste contemporanee sono quasi invisibili;
per quanto attiene al mondo accademico, il progetto "Ricerca e didattica in ottica di genere" (2006/2007), a cura dell'Università Roma Tre, evidenzia un dato fondamentale del World economic forum di Davos: le studentesse non hanno rivali, il 72 per cento contro il 54 dei loro colleghi si laurea. Eppure, la situazione si rovescia nel momento dell'ingresso nel mondo del lavoro: solo il 21 per cento delle donne raggiunge posizioni dirigenziali, contro il 79 per cento degli uomini. Nelle università italiane soltanto il 9,20 per cento delle donne ha una cattedra;
nelle accademie artistiche e nei conservatori, nel campo archivistico e museale, il corpo docenti e i ruoli dirigenziali hanno visto una grande "femminilizzazione" del settore, tuttavia, in Italia, non ci sono direttori artistici per gli enti lirici ed orchestrali di sesso femminile;
premesso, inoltre, che:
nell'ambito del progetto europeo "Women and Media in Europe" a cura della fondazione "Adkins-Chiti: Donne in Musica", della fondazione Censis e della fondazione Risorsa Donna del 2006 è stato dimostrato come l'immagine della donna offerta dalla televisione italiana sia stereotipata e molto spesso non corrispondente all'effettivo ruolo ricoperto dalle donne nella realtà della vita quotidiana;
la rappresentazione della donna che il sistema dei media rimanda continuamente è indegna in un Paese civile, in quanto compromette in modo serio lo sviluppo sociale ed economico del Paese stesso;
considerato, inoltre, che:
la risoluzione del Parlamento europeo del marzo 2009 sulla parità di trattamento e di accesso tra uomini e donne nelle arti dello spettacolo sostiene che il principio di parità deve applicarsi a tutti gli operatori del settore, in tutte le discipline, in tutti i tipi di struttura (produzione, diffusione e insegnamento) ed in tutti i settori di attività (artistico, tecnico, amministrativo). A tal riguardo, al punto 14 si "ricorda alle istituzioni culturali l'esigenza assoluta di tradurre nei fatti il concetto democratico secondo cui a lavoro uguale tra uomo e donna deve corrispondere un salario anch'esso identico, che, in campo artistico come in altri settori, non è sempre applicato". Infatti, spesso, malgrado un elevato livello di preparazione, la disponibilità ad apprendere ed un'elevata rete di contatti, le donne hanno un reddito inferiore agli uomini;
nonostante negli ultimi anni sia aumentato il numero delle professionalità femminili all'interno del sistema radiotelevisivo pubblico, teatrale, cinematografico, musicale, nei campi delle arti visive ed applicate e nei settori di ricerca e conservazione, i posti di potere all'interno del sistema restano appannaggio degli uomini;
occorre rilanciare il dibattito per la creazione di un nuovo sistema e una nuova cultura del lavoro dove la garanzia delle pari opportunità sia un principio fondante e non un obiettivo da realizzare;
la discriminazione nei confronti delle diversità creative è insidiosa, raramente riconosciuta e spesso invisibile ma è vissuta dalle artiste e dalle creative come una "violenza morale",
impegna il Governo:
a promuovere l'acquisizione di ruoli e di responsabilità da parte delle donne (empowerment) in tutti i settori della vita produttiva e sociale, nelle istituzioni culturali, nelle accademie e nelle università e, in particolare, nell'ambito dei media e dello spettacolo con azioni antidiscriminatorie mirate per il reale accesso delle donne alle posizioni dirigenziali e in tutti i mestieri dello spettacolo in cui sono minoritarie;
ad introdurre misure volte a valorizzare e tutelare il lavoro svolto dalle "creative" ossia dalle artiste per la protezione e divulgazione delle loro opere;
ad acquisire dati sulla situazione del lavoro culturale delle donne e di relazionare, conseguentemente, ogni sei mesi, nelle competenti Commissioni parlamentari.
(1-00271) (Testo 2)
Mozioni
LAURO, IZZO, GIORDANO, PALMIZIO, PASTORE, SPEZIALI, BIANCONI, ALLEGRINI, AMATO, TANCREDI, PICHETTO FRATIN, COMPAGNA, DE FEO, AZZOLLINI, GRAMAZIO, SCARPA BONAZZA BUORA, CALIGIURI, BALDINI, NESSA, DE LILLO, SANTINI, DI GIACOMO, VALENTINO, SERAFINI Giancarlo, FLERES, MAZZARACCHIO, SARRO, SANCIU, LICASTRO SCARDINO, SACCOMANNO, PONTONE, COSTA, CAMBER, BEVILACQUA, CALABRO', DI STEFANO, GALLONE, COLLI, RIZZOTTI, SPADONI URBANI, VICARI - Il Senato,
premesso che:
negli ultimi decenni si è andato progressivamente modificando il rapporto tra famiglia, istituzioni scolastiche e adolescenti, con la conseguente messa in discussione di modelli educativi e culturali consolidati nella nostra tradizione;
lo sviluppo esponenziale dei mezzi di comunicazione tradizionali come radio e televisione ne ha determinato in tutto il mondo una crescente pervasività nella vita delle persone, legittimando da una parte l'esibizione pubblica di comportamenti da sempre attinenti alla sfera privata, e dall'altra una superficiale adesione ai canoni del "politicamente corretto" piuttosto che un'attenzione ai contenuti;
i mezzi di comunicazione di nuova generazione come Internet e i social network, nonché la sempre maggiore convergenza multimediale hanno determinato, soprattutto tra i giovani, un cambiamento del sistema dei rapporti interpersonali. Tutto ciò ha indebolito le tradizionali agenzie educative e ha alimentato l'autoreferenzialità delle nuove generazioni, che sempre più si riferiscono al "gruppo dei pari", anche attraverso l'emulazione di modelli di comportamento estremi e trasgressivi;
in questo quadro, la crescente incidenza di tali strumenti da un lato ha contribuito ad affermare modelli effimeri di realizzazione personale, dall'altro ha determinato il consolidarsi di una rappresentazione della società italiana largamente non corrispondente alla realtà;
la progressiva affermazione di tali stereotipi, mutuati essenzialmente da una cultura sensibile ai soli diritti individuali e del tutto indifferente ai doveri e alle responsabilità, ha messo in discussione la centralità della famiglia naturale come nucleo della società e agenzia formativa primaria, la funzione formativa della scuola e la struttura stessa dei rapporti interpersonali, contribuendo all'approfondirsi dell'emergenza educativa nel nostro Paese;
in questo contesto, grazie alla banalizzazione e alla relativizzazione dei costumi, retaggio del '68, si è determinata la tendenza ad un uso strumentale della figura femminile e ad una sua inappropriata rappresentazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa,
impegna il Governo:
a promuovere ogni iniziativa utile a valorizzare il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa quali strumenti educativi e di formazione, evitando il rischio che la loro influenza possa porsi in termini concorrenziali o addirittura antagonisti, affinché al contrario si ponga in termini di integrazione e cooperazione con le agenzie educative tradizionali;
ad adottare ogni iniziativa utile a promuovere, nell'ambito della comunicazione mass-mediatica, una rappresentazione della persona, della famiglia, delle agenzie di educazione e socializzazione il più possibile aderente alla realtà della società italiana e ai suoi principi fondanti;
a promuovere in ambito comunicativo la valorizzazione della figura femminile, con un approccio mainstreaming e non in obbedienza ai canoni del "politicamente corretto", con una particolare attenzione ai saperi di cui è storicamente portatrice, e una sua adeguata rappresentazione che prescinda da modelli fittizi e da vecchi e nuovi stereotipi.
(1-00382)
D'ALIA, PISTORIO, RUSSO, BALDASSARRI, BIANCHI, GALIOTO, GIAI, GUSTAVINO, SBARBATI, SERRA - Il Senato,
premesso che:
si è generata una situazione di forte instabilità politico-sociale ed economica in diversi Paesi che si affacciano sul Mediterraneo conseguente a differenti motivazioni che hanno innescato le contestazioni dei poteri costituiti e che genera preoccupazione sulla transizione democratica delle realtà coinvolte;
il tessuto sociale in questi Paesi è infatti molto fragile, si pensi alla Libia ove la società è fortemente influenzata da legami tribali e di clan, e non esiste una classe media matura che possa sostituirsi naturalmente al potere e garantire una transizione che scongiuri derive fondamentaliste;
è evidente il distacco, cresciuto negli anni, tra il popolo e questi longevi regimi, incapaci di interpretarne, se non addirittura capaci di soffocarne, bisogni ed aspirazioni;
fattore scatenante della sommossa dei popoli del Nord Africa e del Medio oriente, alla ricerca di libertà e cambiamento, al di là delle ragioni contingenti, in molti casi associate al rincaro di alcuni generi di prima necessità, a partire dal pane, è una richiesta di modernizzazione economica e sociale che si è accompagnata al disagio di parte significativa della popolazione ed in particolare delle giovani generazioni;
queste ultime hanno peraltro assunto un peso notevole nell'equilibrio demografico dell'area e hanno acquisito negli ultimi decenni un livello elevato di scolarizzazione, continuando tuttavia a soffrire di alti tassi di disoccupazione ed esclusione sociale. Un esito di questa criticità poteva essere rappresentato dall'emigrazione, tuttavia il forte restringimento di tale valvola di sfogo verso i Paesi europei negli ultimi anni può aver contribuito alla gestazione del dissenso;
il vento di protesta si è alimentato tramite la rete. L'accesso agli strumenti di comunicazione informatica e la conseguente circolazione di idee e informazioni, anche con altre società lontane e differenti, sono stati il volano della protesta e hanno alimentato i gesti emulativi di giovani pronti ad immolarsi per il cambiamento;
in Algeria, molteplici sono stati gli episodi di contestazione da parte di disoccupati che si sono dati fuoco sacrificandosi per denunciare mancata occupazione e carovita, imitando il ragazzo tunisino che per primo il 17 dicembre 2010 tentò di darsi fuoco. La rabbia è esplosa contro l'innalzamento improvviso dei prezzi degli alimenti di prima necessità. La rivolta, partita da Algeri, si è diffusa nel Paese. Protagonisti sono stati i giovani che rappresentano la maggioranza della popolazione (il 75 per cento ha meno di 30 anni) e il cui tasso di disoccupazione supera il 25 per cento, i quali lamentano un futuro incerto;
la rabbia di una generazione tenuta al bivio tra emigrazione ed assenza di prospettive esplode in dure proteste anche in Tunisia, costringendo Zine EI Abidine Ben Ali ad abbandonare, il 14 gennaio 2011, dopo oltre un ventennio di potere e un mese di sommosse della popolazione che protesta per il carovita, la forte disoccupazione, le disuguaglianze regionali, la corruzione, la repressione delle libertà e l'assenza di democrazia, il Paese che precipita così in una grave crisi politica dagli incerti contorni;
ad "effetto domino", anche in Egitto migliaia di persone affollano strade e piazze; l'acme è raggiunto il 25 gennaio, che gli oppositori hanno battezzato "la giornata della collera", per denunciare la carenza di lavoro e chiedere a gran voce riforme politiche e sociali e libertà di espressione, spingendo il presidente Hosni Mubarak alle dimissioni dopo 30 anni di governo e di ruolo egemone nella politica egiziana, esercitato attraverso il Partito nazionale democratico (NDP);
anche in Yemen, Giordania e Bahrein si registrano protese antigovernative;
questa situazione evidenzia anche l'ormai troppo lunga assenza di una politica per il Mediterraneo da parte dell'Unione europea. Risulta quanto mai necessario recuperare lo spirito e gli obiettivi del processo di Barcellona e della politica europea di vicinato e sviluppare un partenariato euromediterraneo in un rinnovato impegno di promozione di una politica di integrazione a tutti i livelli dei Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo. È riduttivo infatti limitarsi alle politiche migratorie e ai rapporti bilaterali, è necessario piuttosto avviare una strategia euromediterranea per un rafforzamento dell'integrazione politica, istituzionale, culturale ed umana dell'area che possa sostenere i processi di modernizzazione e sviluppo democratico ed economico di tutti i Paesi e dell'intero spazio. In questo processo, l'Italia può e deve assumere un ruolo di primo piano per ragioni geografiche e storiche per rinnovare gli obiettivi di cooperazione euromediterranea e l'Unione per il Mediterraneo;
ad oggi, permangono elementi di forte instabilità nell'intera regione del Maghreb e non solo. Persistono inoltre timori sull'evoluzione moderata dei Paesi coinvolti nelle proteste, sui processi di transizione istituzionale e su possibili infiltrazioni integraliste;
queste vicende non possono non coinvolgere direttamente l'Italia, che si affaccia sul bacino del Mediterraneo e che ha storicamente con i Paesi coinvolti intense relazioni di carattere politico e commerciale;
considerato che:
gli eventi drammatici di questi giorni stanno mutando in profondità la geografia politica del Mediterraneo e gli equilibri del Medio oriente;
in particolare, in Libia, le prime manifestazioni di protesta nate in modo spontaneo a Bengasi e soprattutto nella parte orientale del Paese nella provincia della Cirenaica, sono state duramente represse dagli apparati di sicurezza del Governo libico, che non ha esitato ad usare la forza in modo sproporzionato, uccidendo migliaia di civili che partecipavano a manifestazioni di protesta per richiedere la fine del regime e l'avvio di riforme democratiche. La violenta repressione ancora in corso sta assumendo dimensioni totalmente inaccettabili per la comunità internazionale;
sono evidenti i grandi rischi per l'Italia e l'Europa derivanti dalla situazione venutasi a creare in Libia: rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, rischi per l'arrivo di nuovi e incontrollati flussi di immigrazione irregolare, rischi per la sicurezza dell'intero Mediterraneo. Incerto è il futuro assetto del Paese dovuto al fatto che la società libica appare, ancora oggi, fortemente influenzata dai legami di clan e tribali;
la comunità internazionale ha maturato una dura condanna per gli episodi di violenza perpetrati ai danni dei civili. Il Consiglio di sicurezza dell'ONU, il 27 febbraio 2011, approvando all'unanimità la risoluzione n. 1970 del 2011, ha assunto, in virtù della violazione estesa e reiterata dei diritti umani, della repressione di pacifici dimostranti, dell'incitamento alla ostilità e alla violenza contro la popolazione civile, che configurano crimini contro l'umanità perseguibili ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale penale, delle sanzioni economiche nei confronti del leader libico Muammar Gheddafi e dei suoi familiari e collaboratori: embargo sull'importazione e sull'esportazione di armi, nonché divieto di movimento dei membri della famiglia Gheddafi e di altri nominativi indicati, congelamento dei loro fondi e deferimento, per la prima volta all'unanimità, di un Capo di Stato, alla Corte penale internazionale. L'Unione europea ha adottato in data 2 marzo misure normative per dare compiuta attuazione alla citata risoluzione n. 1970 e sospeso i negoziati per l'accordo quadro tra Europa e Libia. L'Assemblea generale dell'ONU ha sospeso unanimemente la Libia dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani per via delle violenze perpetrate nei confronti dei contestatori e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Il Consiglio dei diritti umani inoltre ha chiesto di inviare urgentemente una commissione internazionale indipendente d'inchiesta per indagare sui crimini perpetrati e identificare i responsabili. Anche la Lega araba, l'Unione africana e il Segretario generale dell'Organizzazione della Conferenza islamica hanno condannano Gheddafi e la sua repressione;
i drammatici avvenimenti cui si sta assistendo in queste ore e la realtà che si sta concretizzando sul terreno hanno reso ormai nella sostanza incompatibile con le pronunce dell'Unione europea e della comunità internazionale nonché con i nostri interessi nazionali il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione italo-libico del 2008, in particolare: l'articolo 6 del Trattato nel quale «le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obietti, ed ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo»; l'articolo 4 relativo alla «Non ingerenza negli affari interni»; l'articolo 7 che propone iniziative di dialogo e comprensione fra culture e civiltà all'insegna dei principi di tolleranza e coesistenza; l'articolo 17 relativo al trasferimento di tecnologie e di collaborazione industriale; ed infine l'articolo 20 «Collaborazione nel Settore della Difesa» con il quale Italia e Libia «si impegnano a sviluppare la collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze armate, anche mediante la finalizzazione di specifici accordi che disciplinino lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari nonché l'espletamento di manovre congiunte»; il comma 2 dell'articolo 20 che prevede poi l'impegno ad agevolare la realizzazione di un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della difesa e delle industrie militari;
il protocollo di attuazione dell'Accordo di collaborazione Italia-Libia del 29 dicembre 2007, sottoscritto in data 4 febbraio 2009, prevede l'organizzazione di pattugliamenti marittimi congiunti, nonché il Trattato di amicizia Italia-Libia, tra le altre cose, all'art. 19 prevede accordi di collaborazione per combattere l'immigrazione clandestina. Da allora sono stati sempre più frequenti i respingimenti dei migranti verso la Libia;
a tal riguardo, numerose sono le denunce di violazione dei diritti umani come emerge dai rapporti di Amnesty international e di Human rights watch. Infatti, La Libia, nonostante non abbia firmato la Convenzione sullo status di rifugiato del 1951 ma abbia sottoscritto la Convenzione dell'Organizzazione dell'Unione africana (OUA) del 1969 sul tema, non possiede una legge sull'asilo né un sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati. Essa non dà, quindi, alcuna garanzia sulla possibilità di ottenere protezione internazionale da parte di chi ne ha titolo, in quanto non possiede un sistema per la determinazione dello status di rifugiato e non concede di fatto protezione ai rifugiati;
il rinvio diretto di un rifugiato o di un richiedente asilo verso un Paese nel quale teme di essere perseguitato non rappresenta l'unica forma di respingimento: il rinvio indiretto verso un Paese terzo che potrebbe successivamente inviare la persona verso il Paese di temuta persecuzione costituisce respingimento, ed in questo caso entrambi i Paesi sarebbero ritenuti responsabili. Quindi, nessun richiedente asilo dovrebbe essere rinviato verso un Paese terzo che non possa garantire criteri base di protezione, quali osservanza del principio di non respingimento, impegno ad esaminare in maniera imparziale ed obiettiva la domanda di asilo della persona, nonché capacità e volontà di fornire efficace protezione in tutti i casi;
il crollo dei numeri degli sbarchi conseguenti alla sottoscrizione del suddetto Trattato, come dichiarato dal Ministero dell'interno (dal 1° agosto 2009 al 31 luglio scorso sulle coste italiane sono sbarcati 3.499 immigrati clandestini, contro i 29.076 del periodo 1° agosto 2008-31 luglio 2009, con una diminuzione dell'88 per cento, in particolare; per Lampedusa, Linosa e Lampione il calo degli sbarchi, nello stesso intervallo di tempo, è stato del 98 per cento: i clandestini arrivati in queste località dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010 sono stati appena 403, contro i 20.655 del periodo 1° agosto 2008-31 luglio 2009), è dovuto anche all'impossibilità di accesso alla procedura di asilo in quanto i migranti, per la grande maggioranza dei casi, non sono stati identificati e messi nella condizione di avanzare una domanda di protezione internazionale prima di procedere al respingimento;
più del 70 per cento delle 31.200 domande d'asilo presentate nel 2008 in Italia provengono da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese. Al contrario di quanto si pensa, solo il 10 per cento dei clandestini arrivano via mare. La maggior parte degli stranieri in posizione irregolare (75 per cento) è costituita dagli overstayer, ossia da persone che attraversano legalmente il confine con un visto valido e poi si trattengono nel nostro Paese;
desta particolare preoccupazione, a riguardo, la condizione dei profughi "neri", specialmente eritrei, che si trovano in Libia;
ancora con il decreto-legge n. 228 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 9 del 2011, recante la proroga della partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali, si è prevista una consistenza del contingente italiano, nel primo semestre 2011, di 23 unità del Corpo della Guardia di finanza, con una spesa di 8,3 milioni di euro, che comprende anche la manutenzione ordinaria e l'efficienza delle unità navali cedute dal Governo italiano al Governo libico;
rilevato che:
la situazione emergenziale è tale da richiedere un impegno di tutte le forze del Paese per affrontarla unitariamente in maniera efficace e pragmatica, evitando lo scontro politico e dimostrando senso di solidarietà e disponibilità nel sostenere questi Paesi nel processo di riscatto e ripristino della pace e dell'ordine democratico;
è opportuno superare le strumentalizzazioni e gli allarmismi;
l'attuale emergenza umanitaria era del resto prevedibile. Gli sbarchi in Sicilia hanno avuto una forte ripresa nei primi giorni del 2011, con 5.278 clandestini sbarcati tra la metà di gennaio e la metà di febbraio;
d'altronde, situazioni di improvviso e profondo cambiamento hanno sempre provocato l'esodo di persone dai Paesi coinvolti a quelli vicini, sia come rifugiati che come sfollati e migranti, come è successo nel caso della ex Jugoslavia e del Kosovo. Nel 1992 arrivarono alle frontiere tedesche 440.000 persone provenienti dall'Est europeo;
ad oggi in Italia sono arrivati oltre 6.000 clandestini provenienti tutti dalla Tunisia, di cui solo una minoranza ha presentato domanda per ottenere protezione internazionale e asilo, il cui accoglimento potrà solo stabilirsi sulla base di valutazioni individuali da parte delle apposite Commissioni territoriali d'asilo che dovranno anche tener conto, eventualmente, del fatto che tra le persone giunte possano esserci coloro che si sono macchiati di crimini;
la legge n. 94 del 2009 sanziona l'ingresso e il soggiorno illegale nel territorio dello Stato;
è scaduto il termine di recepimento della direttiva comunitaria 2008/115/CE recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (la cosiddetta direttiva "rimpatri");
desta perplessità la scelta del Governo di destinare il "Residence degli aranci" di Mineo (Catania) quale centro di raccolta dei richiedenti asilo e l'impiego degli attuali 8 Centri di accoglienza richiedenti asilo per ospitare gli immigrati. Il decentramento per il sistema del diritto d'asilo rappresenta una conquista ed è strumento di efficienza nell'evasione delle richieste da parte delle competenti Commissioni sparse per il territorio. Ovviare alle evidenti difficoltà di reperire disponibilità di nuovi Centri di identificazione ed espulsione e di adeguate sistemazioni per gli immigrati mettendo in crisi il sistema d'asilo non può essere una soluzione condivisa ma una misura tampone che aggiungerebbe altri problemi a quelli già esistenti;
intanto al confine tra Libia e Tunisia si è registra la prima emergenza sanitaria, per il grande affollamento di profughi dalla Libia che secondo le Nazioni Unite alla fine di febbraio avrebbero raggiunto tra Tunisia ed Egitto i 100.000 ingressi. Ad oggi, secondo l'UNHCR sarebbero 191.000 profughi di cui 100.000 in Tunisia, 85.000 in Egitto, 4000 in Algeria. La condizione precaria, in parte decongestionata, rischia tuttavia di degenerare a causa della mancanza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie se non si predispone urgentemente un intervento umanitario;
a fronte di un probabile fenomeno migratorio di massa frutto della situazione emergenziale, l'impatto di tale situazione non può né deve gravare solo sul sistema Italia, è necessaria una condivisione e ripartizione degli oneri economici, sociali ed anche umani e del peso di un eventuale massiccio flusso migratorio con l'Europa in virtù di quel principio di solidarietà europea che ne è il pilastro siglato con il Trattato di Roma nel 1957;
del resto, la direttiva comunitaria sulla protezione temporanea del 2001 (direttiva 2001/55/CE), elaborata in occasione del massiccio afflusso di cittadini provenienti dalla ex Jugoslavia e dal Kosovo, recepita dall'Italia nel 2003, prevede già, in caso di afflusso consistente di sfollati, la condivisione europea delle responsabilità ed esistono anche programmi finanziari specifici (Fondo europeo per le frontiere esterne, Fondo europeo per i rifugiati, Fondo europeo per il rimpatrio) per fronteggiare situazioni di emergenza. Esiste inoltre l'Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea (Frontex). L'articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) stabilisce poi che, qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza, caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati, così come l'articolo 80 del TFUE ribadisce il principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità tra Stati membri per le politiche di immigrazione ed asilo, anche sul piano finanziario;
apprezzata la scelta di inviare - seppur dopo la Francia - una missione umanitaria in Tunisia, in prossimità del confine libico;
auspicato che alla stessa sia fornita un'adeguata dotazione finanziaria, stanti i tagli di cui è stata oggetto negli ultimi anni la cooperazione allo sviluppo italiana,
impegna il Governo:
a ribadire la condanna delle violenze e ad adottare tutte le possibili misure idonee in sua facoltà ai fini di farle cessare e a sostenere le legittime richieste di riforme e di maggior democrazia che giungono dalle popolazioni approntando adeguate misure che rispondano a quella che si sta configurando come un'emergenza umanitaria di vaste proporzioni ai fini di garantire una transizione democratica che scongiuri derive integraliste;
a diventare capofila, anche in vista del Consiglio europeo dell'11 marzo 2011, di un piano di rinnovata politica dell'Unione europea per il bacino del Mediterraneo che incoraggi il cambiamento dei sistemi-Paese del Mediterraneo attraverso il sostegno allo sviluppo economico, politico e sociale e la promozione e la tutela dei diritti umani e a favorire lo sviluppo del gruppo euromediterraneo e la ripresa dello spirito e degli obiettivi del processo di Barcellona, concentrandosi quindi non solo sulle politiche migratorie ma su strategie di integrazione politico-istituzionale, culturale ed umana dell'intera area euromediterranea;
con particolare riguardo alla Libia, a sospendere, secondo le procedure previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione fra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008;
a recepire la direttiva comunitaria 2008/115/CE, cosiddetta direttiva "rimpatri";
a predisporre le idonee risorse economiche e strumentali nonché le necessarie previsioni giuridiche per affrontare la paventata emergenza flussi onde garantire la sicurezza interna contrastando l'immigrazione irregolare, nonché eventuali infiltrazioni terroristiche e rispondere all'emergenza umanitaria di profughi e richiedenti asilo;
a ripristinare i fondi alla cooperazione allo sviluppo ed in particolare a garantire il funzionamento delle organizzazioni nazionali ed internazionali che si occupano di sicurezza alimentare, ricordando che, a causa della speculazione, anche in tale frangente, proprio l'accesso ai beni di prima necessità, ha rappresentato e rappresenterà il maggior elemento di tensione nel mondo globalizzato;
a prevedere misure per contenere il prezzo dei carburanti;
ad intervenire sulla comunità internazionale e a promuovere a tal fine una posizione comune dell'Unione europea affinché si adottino pronte misure per far cessare la violazione dei diritti umani, mettere in campo tempestivi interventi umanitari e sanitari mirati e sostenere il processo di pace e di ripristino di un ordine democratico;
in particolare, a sollecitare la creazione di una no fly zone;
ad intervenire, nell'immediatezza, risolutamente nei confronti dell'Unione europea, in nome del principio di solidarietà europea e del principio del burden sharing tra tutti gli Stati membri, ai fini di una condivisione economica, umana e strumentale dell'eventuale fenomeno migratorio di massa frutto della situazione emergenziale nel Mediterraneo, e più in generale a sollecitare l'Unione europea ad elaborare una strategia mirata a trovare un'equa e soddisfacente soluzione di fronte al pericolo di forti ondate di migrazione irregolare nel Mediterraneo rispettosa dei diritti umani e a favorire un'omogenea distribuzione dei rifugiati per il tramite di un sistema comune europeo di asilo e un meccanismo di reinsediamento interno;
a sollecitare l'Unione europea alla piena attuazione del cosiddetto programma di Stoccolma per una gestione integrata delle frontiere esterne e l'attuazione di politiche comuni in materia di asilo e immigrazione e al rafforzamento dell'Agenzia Frontex, in vista della trasformazione della stessa da organo di puro coordinamento degli interventi a organo di gestione delle crisi legate ai fenomeni migratori;
a dare la più rigorosa attuazione alle disposizioni previste dal regolamento dell'Unione europea 204/2011 del 2 marzo 2011 per garantire che le misure di congelamento dei conti e dei beni previste dal regolamento stesso, in attuazione della risoluzione n. 1970 del Consiglio di sicurezza, siano applicate in Italia nel modo più severo possibile, anche alla luce della consistenza degli asset patrimoniali di cui dispongono i soggetti pubblici libici nel nostro Paese;
a promuovere comunque, in seno all'Unione europea, l'adozione di misure, in applicazione alla citata risoluzione n. 1970, che portino ad un congelamento delle partecipazioni detenute dai soggetti pubblici libici.
(1-00383)
CARLINO, BUGNANO, BELISARIO, GIAMBRONE, CAFORIO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,
premesso che:
la diffusione di immagini femminili nelle comunicazioni commerciali che sminuiscono la dignità della donna o la sua parità nei confronti del sesso maschile cresce in modo esponenziale giorno dopo giorno; gli stereotipi sessisti nei contenuti, nelle immagini e nel linguaggio della pubblicità sono onnipresenti nella vita di ciascuno;
la rappresentazione sessista della donna trasmessa dai media e dalla pubblicità incide soprattutto sulle giovani generazioni. Lo mostrano i risultati delle ricerche che hanno analizzato i processi psicologici di oggettivazione e di auto-oggettivazione. Pubblicità e media presentano il corpo femminile come mero oggetto sessuale, esistente per l'uso e il piacere altrui. Nel processo di oggettivazione, il corpo femminile perde la sua integrità, viene minimizzato ad alcune sue parti, rappresentate come elementi separati dalla persona, ridotte alla funzione di meri strumenti, e l'immagine femminile viene privata di individualità e personalità. I processi di oggettivazione causano, a loro volta, processi di auto-oggettivazione, nei quali viene interiorizzata la prospettiva dell'osservatore esterno;
già con la risoluzione del 16 settembre 1997 sulla discriminazione della donna nella pubblicità (A4-0258/97), il Parlamento europeo aveva constatato che la legislazione degli Stati membri e la legislazione europea, in materia di protezione contro la rappresentazione degradante della donna nei mezzi di comunicazione, erano insufficienti. La risoluzione del 1997 sottolineava altresì che "lo sfruttamento ingiustificato del corpo femminile a fini commerciali può offendere in modo particolarmente grave la dignità della donna", e ribadiva quanto i mezzi di comunicazione di massa siano in grado di influenzare "i comportamenti sociali attraverso i modelli trasmessi" nonché "contribuire a un cambiamento della mentalità e alla realizzazione dell'eguaglianza rappresentando la varietà di ruoli dei due sessi". Alla luce di tali argomentazioni chiedeva agli Stati Membri di dare "attuazione ai patti e alle convenzioni internazionali in materia nonché al principio della non discriminazione, a livello legislativo così come a livello pratico". Con il medesimo atto si raccomandava ai consigli di emittenza televisiva degli Stati membri la creazione di un codice etico di autoregolamentazione, invitando i mezzi di comunicazione di massa ad assolvere al compito loro affidato a norma di legge per quanto riguarda il rispetto della dignità umana e la realizzazione della parità di diritti;
nel 2008 il Parlamento europeo si è espresso nuovamente sull'argomento ed ha emanato una proposta di risoluzione sull'impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini (2008/2038 INI);
lo Stato italiano non ha assunto alcun provvedimento in applicazione delle suddette risoluzioni, né ha dato indicazioni alle amministrazioni locali ed agli organismi preposti per dare attuazione al principio del rispetto della dignità di donne nell'ambito della comunicazione;
occorre altresì segnalare che nel 2005 il Comitato ONU per l'attuazione della Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW) raccomandava allo Stato italiano di adottare un programma su larga scala, onnicomprensivo e coordinato, per combattere la diffusa accettazione di ruoli stereotipati di uomini e donne, incluse campagne di sensibilizzazione ed educative volte a favorire l'eliminazione degli stessi stereotipi associati ai ruoli tradizionali di uomini e donne nella famiglia e nella società. Il Comitato raccomandava inoltre che i mass media e le agenzie pubblicitarie venissero indotte ed incoraggiate a proiettare un'immagine delle donne come partner alla pari in tutti gli ambiti della vita, al fine di modificare la percezione delle donne come oggetti sessuali e come responsabili in via principale della crescita dei figli;
lo Stato italiano non ha tradotto tali raccomandazioni in atti concreti, né ha provveduto a darne adeguata diffusione;
attualmente nel nostro panorama nazionale, la materia viene autoregolata dagli operatori del settore pubblicitario tramite l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP), il cui codice di autodisciplina della comunicazione commerciale è vincolante per aziende che investono in comunicazione, agenzie, consulenti, mezzi di diffusione, loro concessionarie e per tutti coloro che lo abbiano accettato direttamente o tramite la propria associazione, ovvero mediante la sottoscrizione di un contratto di inserzione;
un accordo per rendere più efficace la collaborazione nel controllo e nel ritiro di pubblicità offensive e volgari è stato siglato recentemente proprio tra il Ministro per le pari opportunità e lo IAP; grazie a questo protocollo d'intesa gli uffici del Ministro, cioè l'amministrazione preposta a vigilare sulle politiche femminili nel nostro Paese, potranno chiedere il ritiro di una pubblicità, per la carta stampata o per la televisione, che svilisca l'immagine della donna o sia apertamente violenta o sessista. Il ritiro della pubblicità avverrà entro 48 ore dalla segnalazione;
come in parte già detto, lo IAP rappresenta diverse sigle del mondo pubblicitario, e lavora da decenni su questo fronte, ma non è in grado di monitorare la comunicazione pubblicitaria nella sua interezza, rendendo evidente che lo strumento del codice di autodisciplina, seppur propositivo e apprezzabile nelle sue intenzioni, non può costituire uno strumento sufficiente a contrastare il progressivo degrado a cui si sta assistendo. A ciò occorre aggiungere che il codice è vincolante ma solo su segnalazione, e soprattutto non prevede sanzioni pecuniarie;
parrebbe più adeguato prevedere modifiche al codice delle pari opportunità tra uomo e donna di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, prevedendo il divieto di utilizzare l'immagine della donna in modo vessatorio o discriminatorio a fini pubblicitari e affidando al Ministro per le pari opportunità, anche su denuncia del pubblico, di associazioni e di organizzazioni, nonché ad ogni altra pubblica amministrazione che vi abbia interesse in relazione ai propri compiti istituzionali, il compito di chiedere all'Autorità garante della concorrenza e del mercato di intervenire per porre fine ai comportamenti vietati,
impegna il Governo:
ad assumere le opportune iniziative, anche di carattere legislativo, volte ad adempiere agli obblighi comunitari sanciti dalle due risoluzioni nonché a dare seguito alle raccomandazioni del Comitato ONU per la CEDAW, al fine di garantire un'informazione pubblicitaria che sia rispettosa della figura femminile, provvedendo altresì, al fine di colmare una grave lacuna del nostro ordinamento legislativo, a sostenere l'esame dell'Atto Senato 2216 recante "Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media";
a porre fine alla perdurante diffusione di immagini negative e degradanti di donne nei mezzi di comunicazione di massa (elettronici, a stampa e audiovisivi) istituendo un organismo pubblico volto al contrasto della discriminazione della donna nei media e nella pubblicità, con il compito di elaborare un codice di autoregolamentazione del settore pubblicitario che vieti ogni forma di pubblicità sessista e discriminatoria, e di vigilare affinché i mezzi audiovisivi adempiano ai loro impegni;
a promuovere attraverso il sistema radiotelevisivo pubblico la diffusione di un'immagine diversa della donna, positiva e valorizzante, al fine di allontanare quella visione stereotipata che attualmente domina nei media, lesiva della dignità umana, senza distinzione di genere, favorendo l'attenzione su altri aspetti che appartengono all'universo femminile, quali il tasso di occupazione delle donne, nettamente inferiore rispetto a quello degli uomini, il grado di incidenza che la precarietà del lavoro ha sulla vita delle donne, pari al doppio di quello degli uomini, il persistere del gender pay gap, che fa sì che le retribuzioni delle lavoratrici donne, a parità di mansioni, siano inferiori a quelle dei colleghi uomini.
(1-00384)
ADERENTI, BOLDI, MARAVENTANO, MAZZATORTA, BODEGA, VALLI, VALLARDI, GARAVAGLIA Massimo, VACCARI, DIVINA - Il Senato,
premesso che:
in un momento drammatico, come quello che sta attraversando l'Europa colpita dalla grave crisi economica e finanziaria, è doveroso che il legislatore e il Governo siano capaci di tutelare quel sistema di garanzia che si fonda sul rispetto dei principi e valori che rappresentano il motore di un Paese civile. I sacrifici ai quali si è chiamati al fine di trovare la giusta stabilità nei conti per preservarsi da eventi drammatici dovuti ad una cattiva gestione del periodo di crisi devono logicamente accompagnasi ad investimenti costruttivi volti a potenziare la parte sana della società;
si tratta di un'epoca in cui trionfa il pensiero relativista ed individualista, in cui l'etica non è più un bene della comunità ma una scelta personale. In questo scenario è quindi importante rivalutare il ruolo della politica che deve essere capace di dar vita ad un sistema che si faccia garante dei bisogni della cittadinanza, tutelando l'ordine naturale delle cose;
il fenomeno della globalizzazione ha dematerializzato ed internazionalizzato la ricchezza, erodendo le basi del vecchio potere politico nazionale. La politica ha abdicato al suo ruolo di difesa dell'identità intesa come difesa delle nostre diversità tradizionali, storiche e basiche: famiglie, piccole patrie, vecchi usi e consumi, vecchi valori, in nome di una società fondata sul consumo;
nelle ere che si sono susseguite, il modus vivendi degli uomini si è modificato in base alle scoperte e alle invenzioni che hanno segnato in modo rivoluzionario i vari secoli, basti pensare all'utilizzo del fuoco, della ruota, alla lavorazione del ferro fino ad arrivare all'invenzione della stampa, della radio, della televisione e di Interne;
oggi i nuovi media che si sviluppano con una velocità straordinaria forniscono alle nuove generazioni inaspettate prospettive di comunicazione. Un'analisi superficiale di questo fenomeno spinge a credere che le nuove tecnologie siano uno strumento indispensabile per facilitare la coesione sociale. Bisogna però partire da un presupposto diverso, ossia soffermarsi a riflettere su come i mezzi di comunicazione abbiano influito nella trasformazione delle civiltà passate e nella formazione della società presente;
i mezzi di comunicazione sono da sempre controllati da un ristretto gruppo di persone, divenendo quindi a volte strumento di liberazione e a volte strumento di controllo sociale;
oggi giorno la facilità di comunicare, offerta dalle nuove tecnologie, la semplicità e la velocità degli spostamenti da una parte hanno cancellato ogni tipo di barriera e di confine rendendo il mondo sempre più piccolo, dall'altra hanno dato vita ad un uomo sempre più solo e incapace di progettare con gli altri il futuro collettivo;
negli ultimi decenni i media sono diventati sempre più strumento deviato al servizio delle logiche dominanti della società attuale, abbandonando il loro ruolo di informazione e formazione, trasformandosi in megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo;
in questo contesto è necessario ribadire la responsabilità dei media nel determinare la tendenza ad un uso strumentale della figura femminile e ad una sua inappropriata rappresentazione negandole quella dignità, nella diversità, che la distingue e la innalza,
impegna il Governo:
a promuovere ogni iniziativa utile a valorizzare e potenziare gli strumenti di educazione dei giovani ad un loro utilizzo critico, consapevole e responsabile dei mezzi di comunicazione;
ad adottare ogni iniziativa utile a promuovere, nell'ambito della comunicazione mass-mediatica una rappresentazione della persona e della famiglia aderente alla realtà, a favorire e migliorare la comprensione tra i popoli, a garantire il bene primario dell'informazione e ad assicurare la libera circolazione del pensiero in ordine agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale;
a promuovere, nell'ambito della comunicazione, non solo la valorizzazione della figura femminile, delle conoscenze e delle specifiche competenze delle quali essa è portatrice ma prioritariamente anche una corretta rappresentazione del ruolo della donna come sancito dalla Costituzione, idea di rigenerazione, di vita, di protezione e di maternità universale e custode della famiglia, nucleo fondamentale della società.
(1-00385)
PEDICA, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI - Il Senato,
premesso che:
l'intero bacino mediterraneo è investito da una crisi politica, sociale ed economica che sta sfociando in rivolte a carattere violento;
le ultime vicende internazionali evidenziano come Paesi sinora silenziosi, a causa della repressione delle opposizioni politiche e dei movimenti critici da parte dei Governi a democrazia ridotta, siano in forte instabilità;
contro i regimi autoritari dei Paesi arabi infatti, si sono verificati significativi moti popolari che, accesisi in Algeria, si sono tumultuosamente estesi in Tunisia, con conseguente caduta e fuga del presidente Ben Alì, in Egitto, con le inevitabili e sofferte dimissioni del presidente Mubarak, in Bahrein, nello Yemen;
a seguire si sono verificate rivolte anche in Libia, dove purtroppo la crisi in questo momento risulta essere molto più grave: si moltiplicano le manifestazioni contro il regime del colonnello Gheddafi che coinvolgono, nonostante la forte repressione, larga parte del territorio libico;
premesso inoltre che:
dal 15 febbraio 2011, ormai ininterrottamente, la ribellione popolare e le risposte del regime, sono sfociate in vera e propria guerra civile;
inoltre, negli ultimi giorni, i rivoltosi - dopo aver formato a Bengasi un Consiglio nazionale di transizione, che rappresenta le città cadute in mano alla guerriglia e che si è subito adoperato nel far sapere che non gradisce alcun intervento straniero - si stanno organizzando per muoversi verso la zona occidentale del Paese, al fine di unirsi alle forze di opposizione presenti nei pressi di Tripoli e lanciare l'assalto alla capitale. Stando a quanto riferisce il nuovo Governo ad interim, i rivoltosi sarebbero soprattutto giovani ed ex militari, dotati di armi pesanti, portate via dalle basi militari e dai commissariati di polizia; le Forze armate rimaste fedeli a Gheddafi hanno scatenato una controffensiva nelle aree passate sotto il controllo degli insorti. Diverse città della Cirenaica liberata sono state bombardate dell'aviazione libica, mentre gli insorti, mal organizzati, provavano a rispondere con colpi di contraerea. Depositi di munizioni in zone sotto il controllo della rivolta, nell'est della Libia, sono stati bersagliati da raid aerei governativi; mentre gli aerei bombardano le città in cui gli insorti avevano preso il potere, Gheddafi ha nominato "capo negoziatore" con i rivoltosi l'ex capo dell'intelligence libica all'estero, Bouzid Durda; negli ultimi giorni, numerosi sono stati gli annunci di tregue nei combattimenti e contatti tra le parti in lotta, poi sistematicamente smentiti dai bombardamenti governativi sulle città controllate dagli insorti;
considerato che:
l'ente petrolifero cinese Cnpc, al pari di numerose altre compagnie petrolifere, quali quelle italiane, ha comunicato di aver sospeso la propria produzione in Libia e di aver evacuato tutto il personale per motivi di sicurezza;
la repressione delle proteste in corso in Libia ha portato alle dimissioni gli ambasciatori libici di Stati Uniti, Nazioni Unite, Lega araba, Australia, Indonesia, Malaysia, India, Cina e Bangladesh. Molti di loro hanno dichiarato di voler sostenere i manifestanti, chiedendo l'intervento della comunità internazionale;
il 21 febbraio 2011 i Ministri degli esteri europei hanno approvato un testo congiunto con il quale hanno condannato la feroce repressione del dissenso da parte del regime libico di Muammar Gheddafi e si sono impegnati a sostenere la richiesta di democrazia che si alza dal Nord Africa e dal Medio oriente chiedendo la "cessazione immediata" dell'uso della forza;
il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, ha avuto un colloquio con il leader libico chiedendogli di cessare ogni violenza, ribadendo "la necessità di rispettare le libertà basilari e i diritti umani, compresi quello all'informazione e all'assemblea pacifica";
l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha caldeggiato un'inchiesta internazionale sulla repressione in corso contro i manifestanti antigovernativi in Libia, sostenendo che gli "attacchi sistematici e su larga scala possono equivalere a crimini contro l'umanità", riferendosi in particolare al ricorso ad aerei da guerra, mitragliatrici pesanti e cecchini contro civili inermi, ed intimando "l'immediata cessazione" delle "gravi violazioni dei diritti umani" e del "violento soffocamento delle proteste" perpetrato "dalle autorità libiche";
il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché "sia fermato l'inaccettabile bagno di sangue" e gli Stati Uniti si sono associati "alla comunità internazionale per condannare fermamente la violenza". Il presidente Obama, dopo essersi schierato apertamente con gli insorti, ha minacciato l'imminente uso della forza pur di cacciare il dittatore libico;
il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che prevede l'embargo sulla vendita di armi, il divieto di viaggiare negli Stati membri dell'Onu per 16 persone, tra cui il colonnello, i suoi otto figli e altre persone legate al regime, il congelamento dei beni finanziari di Gheddafi, di quattro dei suoi figli e di un'altra persona vicina al regime e infine l'apertura di un'inchiesta da parte del Tribunale penale internazionale, al fine di verificare l'esistenza del reato di genocidio;
sia l'Unione europea che l'Organizzazione delle Nazioni Unite sarebbero pronte per decidere nuove misure da adottarsi contro il regime di Tripoli. In particolare, nelle ultime ore, sarebbero allo studio nuove sanzioni finanziarie, oltre che l'adozione di una no fly zone;
considerato inoltre che:
la portavoce dell'UNHCR, Liz Eyster, ha paventato il rischio dell'arrivo di uno "tsunami di migranti" sull'Europa, in quanto al confine tunisino ci sarebbero circa 50.000 persone provenienti dalla Libia, per la metà egiziani, alle quali occorre garantire cibo ed accoglienza prima di riuscire a trasferire questi profughi dalle frontiere, organizzando navi e aerei che possano riportarli nei Paesi d'origine;
anche a seguito di quanto esposto, oltre che per esplicita richiesta del nuovo Governo tunisino, il Governo italiano, il 3 marzo 2011, ha deciso per una missione umanitaria italiana da posizionare sul confine libico in Tunisia, al fine di garantire assistenza ai profughi, che affluiscono a migliaia dalla Libia;
rilevato che:
si è evidentemente in presenza di un'epocale svolta nel mondo arabo che mai sarebbe stato possibile immaginare fino a qualche mese fa. Le cause di questi rivolgimenti sono certamente da individuare nel crescente disagio di vasti strati delle popolazioni, soprattutto giovani, scolarizzati ma sottoccupati, per la loro costante e prolungata esclusione sociale, economica e politica. Giovani che rivendicano il pieno rispetto dei diritti umani, civili e politici, la fine di regimi autoritari e corrotti e una rapida e piena transizione verso sistemi fondati sulla libertà e la democrazia;
la drammatica crisi in atto - ancorché ricca di risvolti certamente positivi per la piena affermazione della democrazia e della pace in un'area così strategica per il mondo, per l'Europa e per gli stessi nostri interessi nazionali - presenta le incognite proprie di ogni fase di transizione, incognite che nel passato hanno già tristemente condotto poi all'avvento di regimi totalitari di stampo islamista, con relative manifestazioni di illiberale intolleranza religiosa e di aggressività esterna;
il collasso del regime del colonnello Gheddafi avrebbe per il nostro Paese importanti riflessi in quanto: lo scorso anno la Libia è stato il nostro primo fornitore di petrolio e il quarto di gas; investitori libici sono attivi in diversi settori strategici della nostra economia; l'Italia si è impegnata a versare alla Libia 5 miliardi di dollari in 20 anni, formalmente a titolo di risarcimento per gli orrori del nostro colonialismo, di fatto a sostegno delle opere infrastrutturali che impegnano nostre imprese sul suolo libico (impegni che afferiscono al Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, entrato successivamente in vigore il 2 marzo 2009);
la crisi in questa parte del Mediterraneo sta già provocando e continuerà a provocare una crescita degli sbarchi verso le nostre coste, corridoio storico per l'accesso e il transito verso l'Europa, la quale è parsa balbettante e reticente, quando non indifferente; e non da meno si è comportato il Governo italiano che non ha esercitato alcuna pressione, come Paese mediterraneo, per rendere più definita e assertiva la posizione europea, e per di più, come è noto, ha ritardato ad esprimersi nel merito di quanto stava accadendo, in particolare sul versante libico, proposto addirittura a modello per il mondo arabo e islamico;
è inaccettabile che il Governo italiano non si sia prontamente pronunciato a favore di una condanna severa della violenza sanguinos"a con cui il regime libico sta cercando di stroncare la rivolta popolare, colpendo in modo indistinto, perfino con l'inumana crudeltà dei raid aerei, i civili;
rilevato inoltre che:
la Carta delle Nazioni Unite del 1945, in via generale, proibisce, all'art. 2, paragrafo 7, l'intervento dell'Organizzazione in materie che attengono alla competenza interna degli Stati ed attribuisce al Consiglio di sicurezza il potere di decidere azioni implicanti l'uso della forza esclusivamente ai fini del mantenimento e del ristabilimento della pace e della sicurezza internazionali;
tuttavia al medesimo articolo 2 si prevede come eccezione all'ingerenza negli affari interni la fattispecie della minaccia alla pace, prevedendo in tale caso la possibilità per le Nazioni Unite di disporre, previa risoluzione, un intervento umanitario;
si fa riferimento più espressamente a situazioni quali genocidio, pulizia etnica, omicidi e stupri su larga scala, schiavitù, tortura: cioè situazioni nelle quali la violazione dei diritti umani fondamentali riguarda il diritto alla vita e al benessere fisico e mentale;
intesa in questo senso la nozione di intervento umanitario riguarda gli interventi unilaterali comportanti l'uso della forza, intrapresi senza il consenso dello Stato contro cui si interviene;
anche il principio della centralità del Consiglio di sicurezza per l'autorizzazione all'uso della forza in un intervento umanitario prevede un'eccezione che dà facoltà all'Assemblea delle Nazioni Unite di sostituirsi al Consiglio di fronte all'inerzia dello stesso, legittimando gli interventi internazionali volti a fermare la commissione di atrocità;
tale eccezione prevede il ricorso al meccanismo previsto dalla risoluzione 377/V dell'Assemblea generale del 1950 "Uniting for peace", ai termini della quale la stessa Assemblea generale può autorizzare, a maggioranza dei due terzi, l'uso della forza per porre termine a gravissime violazioni dei diritti umani;
rilevato infine che:
in data 22 febbraio 2011 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per discutere delle violenze in Libia ed ha deliberato misure che non appaiono sufficientemente incisive al fine di far cessare il massacro che si sta compiendo in Libia, poiché presuppongono una cooperazione da parte del Presidente libico Gheddafi, il quale, già di fronte agli appelli formali rivolti dall'Unione europea e dagli Stati Uniti ha dichiarato la sua indisponibilità alla collaborazione;
si evidenzia pertanto la necessità di azioni internazionali maggiormente energiche al fine di ristabilire la pace internazionale, tutelare la popolazione libica oggetto di massacro, fermare le violenze ed il genocidio in corso in Libia, avviare il Paese verso una riconciliazione nazionale pacifica,
impegna il Governo:
a sollecitare, in qualità di membro delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza Onu ad adottare forme di intervento più incisive per fermare il genocidio che si sta verificando in Libia, valutando anche la possibilità di adottare una risoluzione per l'avvio di un intervento umanitario diretto;
a chiedere, qualora tale tentativo appena descritto sul Consiglio di sicurezza fosse esperito senza esito positivo, la convocazione, in sessione straordinaria, dell'Assemblea delle Nazioni Unite, che la Carta prevede possa essere indetta su richiesta della maggioranza degli Stati membri, e a proporre, in tale sede, l'adozione di una risoluzione autorizzativa dell'intervento umanitario in Libia, sulla base giuridica offerta dalla risoluzione 377/V dell'Assemblea generale del 1950, al fine di riportare la Libia verso la pace e di proteggere i suoi cittadini dalle persistenti e sistematiche violazioni dei diritti umani;
a prevedere la sospensione immediata del Trattato bilaterale tra Italia e Libia come previsto anche dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, ratificata dall'Italia nel 1974 e dalla Libia solo nel 2008, in virtù anche delle pesanti sanzioni multilaterali previste dall'Onu;
a chiedere al regime libico la cessazione immediata delle violenze e il pieno rispetto dei diritti umani e civili;
a favorire, con tempi e modalità concordate, la transizione verso lo Stato di diritto e la democrazia;
analogamente, a promuovere, di concerto con i partner europei e con i nostri alleati, medesime iniziative verso tutti i Paesi dell'area interessati dalla crisi.
(1-00386)
Interpellanze
SANNA, CABRAS, SCANU - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
Tirrenia SpA, società per azioni interamente posseduta da FINTECNA SpA, è la compagnia di navigazione che ha storicamente gestito i collegamenti marittimi sovvenzionati tra la Sardegna e l'Italia. La società è attualmente in regime di amministrazione straordinaria, e lo stato in cui versa è divenuto causa di disservizi reali, quali i ritardi nelle prenotazioni ai passeggeri, o semplicemente temuti, come la minaccia di scioperi in periodi sensibili, come quelli prospettati alla fine di agosto 2010;
l'eliminazione di alcune rotte, i ritardi di apertura delle prenotazioni ed il timore di altri disservizi hanno evidentemente indotto gli utenti a rivolgersi unicamente ad altre compagnie, che probabilmente hanno potuto così operare una politica dei prezzi totalmente indifferente al calmiere pubblico;
infatti, le principali compagnie navali gestori dei trasporti marittimi con la Sardegna hanno apportato un aumento dei prezzi in una misura pari circa al 66 per cento, effettuando, per alcune tratte, rincari pari anche al 130 per cento;
tali rincari appaiono oltremodo afflittivi, poiché il mezzo navale costituisce l'unica possibilità per i residenti in Sardegna di spostarsi nel resto d'Italia con proprio mezzo al seguito e per i turisti di percorrerla senza ricorrere all'oneroso mercato del servizio di autonoleggio;
il rilevante aumento dei prezzi, non giustificato dall'incremento della quotazione del petrolio, che influenza il costo dei carburanti, rischia dunque di comportare una riduzione considerevole dei flussi di visitatori per l'imminente stagione turistica, con grave danno per l'economia della Sardegna. Gli operatori del settore ricettivo alberghiero denunciano che il caro-prezzi nel trasporto marittimo dei passeggeri è la causa di un rilevantissimo riorientamento della domanda a danno delle pur rinomate mete turistiche sarde;
l'aumento dei prezzi si appaleserebbe come illegittimo ove fosse causato da un orientamento concordato tra le compagnie operanti nei trasporti marittimi da e per la Sardegna, in quanto, oltre alla violazione della normativa dell'Unione Europea in materia di concorrenza, si riscontrerebbe una violazione dell'art. 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, recante "Norme per la materia di tutela della concorrenza e del mercato", che vieta espressamente intese restrittive della libertà di concorrenza;
in data 22 febbraio 2011, la Giunta provinciale di Cagliari ha deliberato l'avvio delle procedure di denuncia all'Autorità garante delle concorrenza e del mercato, nei confronti delle compagnie Grandi Navi Veloci, Moby Lines e Sardinia Ferries, oltre all'impegno a porre in essere le opportune azioni al fine di attivare l'intervento della Commissione europea, qualora questa ravvisi la violazione di norme in materia concorrenza, di cui al regolamento (CE) n. 1/2003 in data 1° marzo 2011, la Giunta regionale della Sardegna ha riunito in un tavolo tecnico gli assessori competenti e rappresentanti delle compagnie di navigazione Tirrenia, Moby, Grimaldi, Grandi navi veloci, Snav, Sardinia Ferries, Saremar, Delcomar ed Emermar. Non si ha notizia di alcuna determinazione assunta durante il citato incontro, né di alcuna presa di posizione ufficiale della Giunta regionale, il cui Assessore ai trasporti si era dimesso la settimana precedente per essere avvicendato il 28 febbraio 2011;
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo abbia disposto una verifica riguardante la reale situazione dei prezzi praticati dalle compagnie navali per quanto riguarda le rotte marittime da e per la Sardegna;
se la società Tirrenia SpA in amministrazione straordinaria continui a ricevere sovvenzioni pubbliche per la gestione dei trasporti marittimi su rotte onerose da e per la Sardegna, ed eventualmente a quanto ammontino e quanto incidano nell'abbattimento dei costi su ogni specifica rotta;
se il Ministro in indirizzo intenda verificare direttamente, ovvero segnalare alla Autorità per la concorrenza ed il mercato, l'opportunità di una puntuale verifica dell'astensione, da parte delle compagnie marittime, da comportamenti scorretti ai sensi dell'art. 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, in materia di tutela della concorrenza e del mercato, o in violazione della normativa dell'Unione europea in materia di concorrenza;
se il Governo intenda adottare misure di competenza volte ad ottenere effetti di riduzione dei prezzi del trasporto marittimo rivolto a ridurre gli svantaggi che derivano, a causa dell'insularità, all'economia sarda nel suo complesso.
(2-00315)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico - Premesso che in un articolo pubblicato il 3 marzo 2011 sul "Corriere della sera", Sergio Rizzo descrive il business che ruota sulle fonti rinnovabili, i cui costi sono spalmati sulla fiscalità generale e sulle bollette elettriche: «Il conto alla rovescia è cominciato già da qualche settimana, quando è stato chiaro che da un giorno all'altro, improvvisamente, poteva finire la pacchia. Quel giorno si stava pericolosamente avvicinando. Tremavano in migliaia. Tremavano le imprese che avevano costruito autentiche fortune. Tremavano le 20 mila persone che ruotano intorno a quel business. Tremavano perfino le banche, che avevano trovato nei finanziamenti alle fonti rinnovabili una lucrosa alternativa al credito tradizionale, azzannato dalla crisi. È successo che lo scorso anno si è deciso di mettere un limite agli incentivi concessi per realizzare impianti fotovoltaici. Incentivi che, per dirla con l'Authority, sono fra i "più profittevoli al mondo". Un assaggio: mentre il costo medio dell'energia in Italia si aggira sui 60-70 euro al chilowattora, chi produce elettricità con il fotovoltaico intasca ancora oggi fino a 402 euro. Vi chiederete: chi paga? Ovviamente gli utenti. Gli incentivi finiscono per gravare sulla bolletta. E sono così grandi da aver generato una ubriacatura generale, di cui fa le spese l'intero sistema. Basti pensare che negli ultimi quattro anni sono state presentate domande di impianti alternativi per 130 mila Megawatt, a fronte di una potenza elettrica installata, nel corso dell'ultimo secolo, di 105 mila Megawatt. Una quantità assurda, che la nostra rete non potrebbe mai sopportare. Ma nel frattempo gli investitori prenotano le connessioni, anche se poi non produrranno un chilowattora. Tanto non costa nulla. Per scoraggiare i buontemponi l'Autorità per l'energia aveva decretato l'obbligo di fideiussioni bancarie che sarebbero state escusse nel caso di mancata realizzazione degli impianti. Ma il Tar ha sospeso tutto: e ti pareva? La corsa al pannello è stata così frenetica che quest'anno gli utenti dovranno pagare, fra maggiore costo della bolletta e quant'altro, una sovrattassa di 5,7 miliardi di euro per le energie alternative. Di cui soltanto 3 miliardi per il solo fotovoltaico. Nel solo 2009 se l'elettricità prodotta con fonti rinnovabili è salita del 13% e l'eolico è cresciuto del 35%, gli impianti solari hanno registrato un balzo clamoroso: +418%. Ecco perché nel 2010 si è stabilito un tetto. Una volta raggiunta la soglia di 8 mila Megawatt di potenza installata, stop. Gli incentivi sarebbero finiti. Il fatto è che per raggiungere quel limite ci sarebbe stato tempo fino al 2020, ma l'accelerazione che si è registrata negli ultimi tempi, legata anche al fatto che gli incentivi decrescono man mano che passa il tempo, ha fatto bruciare le tappe. E sarebbe stata solo questione di mesi. Secondo l'autorità per l'energia sarebbero stati già installati, al 31 dicembre 2010, 6.500 Megawatt. Ma stime di Alessandro Clerici, presidente del gruppo di studio del World Energy Council su "Risorse energetiche e tecnologiche" dicono che dovremmo essere già a 7.400 Megawatt. Per giunta avrebbe regnato l'incertezza più totale. Nei prossimi giorni dovrebbe essere pronto un nuovo decreto del governo per razionalizzare l'intera materia. E proprio lì c'è la soluzione al problema. Naturalmente al netto delle divergenze di opinioni che già si sono manifestate all'interno dell'esecutivo, perché un punto fermo sarebbe stato già acquisito: quel tetto di 8.000 megawatt non esiste più. Abbiamo scherzato. Per quel che ne sappiamo, inoltre, il provvedimento dovrebbe abolire il meccanismo dei certificati verdi, sistema con il quale sono incentivati anche gli impianti eolici. Di che cosa si tratta? Sono veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Mediamente valgono 80 euro a Megawattora, cui si aggiungono i soldi che il produttore incassa per l'energia messa in rete. Il decreto dovrebbe poi prevedere una barriera dimensionale degli impianti fotovoltaici (5 Megawatt), al di sopra della quale per accedere agli incentivi sarebbe necessaria una gara. Più o meno come in Francia. Piccolo particolare, sul livello dei futuri incentivi è buio totale. Quelli dovranno essere stabiliti con successivi decreti dai singoli ministeri: certo ne vedremo delle belle. Normale, per un Paese dove si passa facilmente da un estremo all'altro. E può davvero accadere di tutto. Il cosiddetto provvedimento Cip 6 del 1992, per esempio. Dopo la vittoria dei Sì al referendum antinucleare del 1987 venne stabilito di incentivare la produzione di energie rinnovabili. Ma al dunque una manina probabilmente indirizzata dai petrolieri aggiunse due paroline "e assimilate" che stravolsero il principio, aprendo la porta dei ricchi incentivi perfino agli scarti inquinantissimi delle raffinerie. Risultato, soltanto dal 2001 al 2010 il Cip 6 è costato agli utenti 22,8 miliardi di euro, per almeno metà finiti a chi produceva con combustibili fossili. Si sperava che la pacchia finisse subito dopo che l'Unione Europea aveva fissato l'obiettivo secondo il quale entro il 2020 il 17% di tutti i consumi energetici dovrebbe essere soddisfatto con fonti rinnovabili. Ma c'erano i vecchi contratti in essere. E a questi si sono aggiunti i nuovi superincentivi necessari, si diceva, per centrare l'obiettivo continentale. Peccato che siano superiori in media anche dell'80% a quelli concessi dagli altri Paesi europei, come ha dimostrato sul Corriere Massimo Mucchetti. Come risultato, l'Italia si è riempita in pochi anni di impianti fotovoltaici. E non soltanto sui tetti delle case, dove c'è circa metà della potenza installata. I pannelli hanno invaso pure il territorio. Del 295 Megawatt operativi in Puglia, 239 sono prodotti da 497 impianti collocati su 358 ettari di terreni agricoli. Per non parlare delle pale eoliche, diventate l'ossessione degli ambientalisti. Grazie a un sistema assurdo di incentivazione hanno finito per metterle anche dove tira una leggera brezza. Con la scusa poi delle carenze nella trasmissione, è stato previsto una specie di indennizzo di "mancata produzione" dovuta alla impossibilità di immettere l'elettricità nella rete. Nel 2009 sono stati pagati ai produttori 12,5 milioni. La verità è che le reti sono frequentemente sature non solo per ragioni strutturali, ma anche a causa dell'offerta elevatissima. La dimostrazione sta nella somma enorme che il Gestore dei servizi energetici (la società pubblica a cui fa capo la Borsa elettrica) paga per acquistare i "certificati verdi" invenduti: 940 milioni nel 2010, forse 1,4 miliardi quest'anno. Va da sé che con tutti questi soldi in ballo l'affare delle energie alternative ha attirato speculatori, faccendieri, e truffatori. Romani ha raccontato in una lettera al Corriere che a dicembre in Puglia un impianto aveva comunicato l'entrata in funzione di 8 Megawatt, ma quando i tecnici del ministero sono andati a fare una verifica, non hanno trovato che pannelli per 40 Kilowatt: 200 volte meno della potenza dichiarata. Per non parlare dell'offensiva delle organizzazioni criminali, dalla Sardegna alla Sicilia alla Puglia, partita dall'eolico e ora approdata all'energia solare. Durante una trasmissione di Radio 24 il magistrato della Procura antimafia Maurizio De Lucia ha azzardato il paragone con il sacco di Palermo. Un caso? Nella sola provincia di Siracusa la Finanza ha sequestrato impianti fotovoltaici mai entrati in funzione e ammessi a incentivi per 10 milioni di euro»,
si chiede di sapere:
se risponda al vero che il sistema di incentivazione abbia favorito l'installazione di numerosissime strutture eoliche che hanno generato, per carenze nella trasmissione e l'impossibilità di immettere elettricità nella rete, un indennizzo per "mancata produzione" nel 2009 in favore dei produttori pari a 12,5 milioni di euro;
se sia vero che il gestore dei servizi energetici, società pubblica a cui fa capo la borsa elettrica, abbia pagato 940 milioni di euro per acquistare i "certificati verdi" invenduti e che dovrebbe pagare ben 1,4 miliardi di euro nel 2011;
se il Governo sia al corrente delle infiltrazioni malavitose in un settore che, negli ultimi quattro anni, ha visto presentare domande per 130.000 megawatt, a fronte di una potenza elettrica installata nell'ultimo mezzo secolo pari a 105.000 megawatt;
se risponda al vero che dal 2001 al 2010 il Cip 6 sia costato agli utenti ben 22,8 miliardi di euro, per almeno metà finiti a chi produceva con combustibili fossili;
se la media delle installazioni sia maggiore di circa l'80 per cento rispetto a quelli concessi dagli altri Paesi europei, con l'Italia riempita in pochi anni di impianti fotovoltaici, sia sui tetti delle case, dove c'è circa metà della potenza installata, che sul territorio, dato che su 295 megawatt operativi in Puglia, 239 sono prodotti da 497 impianti collocati su 358 ettari di terreni agricoli;
quali misure urgenti il Governo intende adottare per impedire che i consumatori siano chiamati a pagare pro quota, sulle loro bollette elettriche, circa 8 miliardi di euro (2,3 miliardi di euro l'anno di Cip 6, ben 3 miliardi per il solo fotovoltaico, 2,7 miliardi per le energie alternative) per finanziare gli impianti ed una corsa al pannello che non sembra produrre quei risultati sperati ed auspicati di un affrancamento dai combustibili fossili e dall'energia tradizionale.
(2-00316)
Interrogazioni
PINOTTI, ROILO - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
nelle scorse settimane è stato approvato, da parte del Ministro del lavoro, il programma di cessione della società Tirrenia in amministrazione straordinaria;
con l'approvazione di tale programma, si legge, "può essere avviata la fase finale di privatizzazione delle due società in coerenza con le intese raggiunte con la Commissione europea nel mese di settembre. Le procedure di vendita riguarderanno separatamente i due complessi aziendali (Tirrenia e Siremar) con l'obiettivo di dare continuità al servizio e di salvaguardare la piena occupazione";
la privatizzazione in atto per la società Tirrenia di navigazione sta, invece, avvenendo senza il rispetto delle indicazioni dell'Unione europea che distingue fra servizi di mercato e servizi universali e indica per questi ultimi uno stanziamento di un corrispettivo, da assegnare in maniera trasparente a Tirrenia stessa o ad altra compagnia;
la situazione oggi complessa, caratterizzata da un rischio di un monopolio privato, interessa molti territori del Paese e riguarda soprattutto i collegamenti, passeggeri e merci, che lo Stato deve garantire con le isole;
la procedura di privatizzazione di Tirrenia non fa riferimento ai vigenti contratti di lavoro;
la privatizzazione rischia di avere pesanti ripercussioni sull'occupazione locale e la preoccupazione è forte rispetto alla sorte dei dipendenti della sede territoriale di Genova: 58 nel comparto amministrativo e circa 150 in quello marittimo;
la privatizzazione di Alitalia è avvenuta attraverso un decreto ove sono state poste una serie di condizioni che hanno permesso ai dipendenti di intraprendere dei percorsi di sicurezza, in particolare sono stati concessi quattro anni di Cassa integrazione guadagni straordinaria e tre di mobilità, con integrazione salariale stanziata dal Governo, con il raggiungimento di circa l'80 per cento del salario;
i dipendenti Tirrenia sono, di fatto, dipendenti statali e le tutele dovrebbero essere le stesse garantite per i lavoratori Alitalia;
i dipendenti Tirrenia sono tutelati solo dalla cosiddetta legge Marzano (di cui al decreto-legge n. 347 del 2003, convertito, con modificazioni, della legge n. 39 del 2004) che prevede un anno di Cassa integrazione guadagni straordinaria prorogabile di un solo anno;
era stata concordata nei mesi scorsi, nell'ambito di un tavolo promosso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, una formale riconferma dell'accordo del 6 settembre 2010 in merito alle garanzie occupazionali e contrattuali da parte di tutti i Ministri interessati alla vertenza,
si chiede di sapere se il Governo intenda fornire garanzie ai lavoratori della società Tirrenia di navigazione SpA facendo rispettare gli impegni presi sui livelli occupazionali.
(3-01959)
MASCITELLI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
l'85 per cento dei comuni abruzzesi è a rischio di movimenti franosi e di alluvioni con elevato pericolo sia per l'incolumità delle persone che per le diverse attività produttive, come si evince dal Piano di bacino approvato dalla Giunta regionale tre anni fa per la prevenzione idrogeologica;
a causa delle precipitazioni di questi giorni, in diversi territori della regione Abruzzo si stanno aggravando le situazioni d'emergenza, come il vero e proprio disastro ambientale che ha interessato la provincia teramana, con episodi di esondazioni, allagamenti e crolli; situazioni per le quali è costretta ad intervenire la Protezione civile, con la necessità anche di dover richiedere, da parte della Regione, lo stato di calamità naturale;
l'articolo 17 del decreto-legge n. 195 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 26 del 2010, conferisce al commissario delegato, nominato per gestire i problemi legati al rischio idrogeologico, il potere di attuare interventi e provvedere alle opportune azioni di supporto proprio per le situazioni urgenti a più elevato rischio;
i 40 milioni di euro già destinati alla Regione Abruzzo per prevenire e mitigare i danni che provengono dalle situazioni di criticità del territorio, sono attualmente bloccati, nonostante l'accordo siglato tra la Regione e lo Stato, poiché l'ex-commissario delegato, Gianfranco Mascazzini, è stato arrestato un mese fa con l'accusa di reati ambientali, e l'Abruzzo è rimasto in attesa della nomina di un nuovo commissario,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia al corrente di quanto esposto e se non consideri necessario, dunque, procedere con urgenza alla nuova nomina del commissario delegato per il rischio idrogeologico in Abruzzo ai sensi dell'art. 17 del decreto-legge n. 195 del 2009 o se, in deroga a quanto prescritto dall'art. 17, vista la situazione di emergenza, non intenda delegare direttamente alla Regione la gestione dei fondi per la tutela del territorio, in modo che possano essere attuate al più presto iniziative concrete con le risorse già assegnate all'Abruzzo e che restano a tutt'oggi inutilmente bloccate.
(3-01960)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:
in un lancio dell'agenzia di stampa Ansa delle ore 11,37 in data 3 marzo 2011, veniva fornita la notizia di un articolo che sarebbe stato pubblicato il giorno dopo sul settimanale "L'Espresso", che l'ex capo di Unicredit Alessandro Profumo, cacciato dalla banca nei mesi scorsi con una liquidazione di ben 40 milioni di euro, era indagato a Bari per i derivati altamente rischiosi appioppati ad alcuni imprenditori portati al fallimento;
in particolare si legge: «L'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, è indagato a Bari assieme ad altri 27 dirigenti della banca nell'inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati. È quanto anticipa il settimanale l'Espresso. (...) Nell'inchiesta, affidata da circa due anni al pm Isabella Ginefra, vengono ipotizzati i reati di associazione per delinquere, estorsione, truffa e appropriazione indebita. La lista degli indagati baresi ricostruisce - secondo l'anticipazione dell'Espresso - la catena di comando di Unicredit: gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi). Tra gli indagati compaiono Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati da Bankitalia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale"»;
in una successiva agenzia, alle ore 11,43, si legge inoltre che: «L'indagine è stata avviata dopo la denuncia del titolare di Divania, Francesco Saverio Parisi, che finora è riuscito a evitare il fallimento, e ha accertato che le potenziali vittime degli accordi firmati con l'istituto di credito sono anche altri due imprenditori, tra cui il barese Roco Ziino, contitolare della società "Tre Z Plast". Parisi nella sua denuncia afferma che a seguito di operazioni sui derivati è stato costretto a chiudere e a licenziare i 430 dipendenti. Unicredit - secondo Parisi - non lo avrebbe informato correttamente dei rischi connessi agli strumenti di finanza complessa che stava acquistando. La banca ha sempre respinto ogni accusa rilevando anche che non è "sostenibile che i risultati dell'attività in derivati abbiano influenzato l'attività industriale o i risultati economici" di Divania. La società, che produceva mobili imbottiti, ha da tempo avviato un processo civile e ha chiesto a Unicredit la restituzione di 219 milioni di euro per pagamenti fatti alla banca affinché investisse le somme in strumenti finanziari derivati in valuta, e per ottenere il pagamento di 61 milioni di euro a titolo di interessi sui pagamenti. Stessa cosa ha fatto Ziino dopo il crac della sua società, leader nel settore edilizio e termoidraulico, e passata nel giro di due anni da un fatturato di sei milioni di euro al fallimento. Ziino ha raccontato il suo calvario in un libro dal titolo "Bang Bank, conti bancari in giallo"»;
l'articolo ben informato di Paolo Biondani pubblicato su "l'Espresso" del 4 marzo 2011, ma anticipato il giorno prima, definisce Alessandro Profumo la "buccia di divania": «Il primo maxi-processo alla super sbornia dei derivati all'italiana rischia di essere innescato dalla denuncia di un imprenditore del Sud contro un gigante bancario del Nord. Saverio Parisi, il titolare di Divania, un'industria di Bari che fino al 2003 dava lavoro a 430 operai. Sostiene da sempre che la sua fabbrica di divani è stata strangolata dai derivati: contratti finanziari ad alto rischio, con cui le banche facevano scommettere i clienti sull'andamento delle valute o dei tassi. Tre anni fa, quando l'imprenditore pugliese fece causa civile a Unicredit chiedendo rimborsi per 280 milioni, i vertici dell'istituto reagirono con una contro-citazione: sarebbe stato lui a impoverire la banca. Quindi Parisi ha denunciato Unicredit alla Procura. A Bari un solo pm, Isabella Ginefra, e una piccola squadra di finanzieri hanno indagato per due anni in silenzio. Mentre esplodeva la crisi, spiegata dagli esperti proprio con l'abuso di derivati su scala mondiale, hanno perquisito le sedi centrali del gruppo a Milano e Verona.Ora l'inchiesta è vicina alla chiusura. La lista degli indagati (aggiornata a due settimane fa) comprende 28 dirigenti di Unicredit, tra cui primeggia l'ex amministratore delegato Alessandro Profumo. Molti sono già stati interrogati in via riservata ed è possibile che le difese convincano la Procura ad archiviare qualche posizione. Gli altri rischiano un processo per estorsione, truffa e appropriazione indebita, in un quadro di associazione per delinquere. Questo significa che, oltre a Divania, tra le parti offese potrebbero trovare posto altre imprese pugliesi. Il reato associativo scatta quando si ipotizza non una singola deviazione, ma una struttura organizzata a sistema. Un'accusa-choc che finisce per coincidere con i risultati delle ispezioni di Bankitalia e Consob, che multarono i vertici di Unicredit dopo aver analizzato i rapporti con 12.700 piccole e medie imprese tra il 2003 e il 2006: "Nonostante la dichiarata politica di vendita dei derivati solo per finalità di copertura dei rischi della clientela, in concreto (la banca) ha costruito operazioni geneticamente prive della finalizzazione affermata", scrivevano le autorità nelle motivazioni (inedite). Contratti-trappola, insomma, nati per "avvantaggiare la banca e svantaggiare la clientela". Risultato provvisorio ("mark to market") al maggio 2005: quasi tutte le imprese in perdita, per ben 1 miliardo e 970 milioni di euro. Il caso Divania è il più grave in Italia tra le aziende private. Altre procure indagano su derivati venduti a enti pubblici, perlopiù da banche estere: qui il processo pilota è stato aperto dal pm Alfredo Robledo a Milano. A Bari la lista degli indagati ricostruisce la catena di comando di Unicredit: gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi). Tra gli indagati compaiono Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati da Bankitalia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale". Nessuna accusa invece per Pietro Modiano, che nel 2004 fu l'unico a lanciare l'allarme sulle "continue rinegoziazioni con gli stessi clienti". Quando "L'Espresso" pubblicò il primo articolo su Divania, Profumo difese con forza tutta la gerarchia: "Falsità. Non siamo la banca dei derivati". Parisi intanto continua ad aspettare giustizia. "La perizia del tribunale civile mi ha dato ragione, come la consulenza tecnica della Procura. La banca ha dovuto ammettere che i contratti all'origine di tutti i derivati erano manipolati! Se il tribunale li riconoscerà nulli, Unicredit dovrà restituirmi non solo 15 milioni di perdite nette, ma altri 221 di pagamenti indebiti, con anni di interessi. I periti hanno scoperto una realtà capovolta perfino nei contratti a termine: ero io, il cliente, ad assicurare la banca con opzioni senza premi e rischi illimitati. Quanti altri imprenditori italiani sono stati costretti a firmare derivati rovinosi pur di avere prestiti in tempi di crisi? Spero che il ministero dell'Economia e la Banca d'Italia si decidano a fare pulizia. Non mi accontento di un po' di soldi: io voglio riaprire la fabbrica"»;
considerato che:
alle ore 18,51 del 3 marzo 2011, l'agenzia giornalistica Agi diffondeva il seguente dispaccio proveniente dalla Procura della Repubblica di Bari: «In merito alle notizie su un'inchiesta riguardante i rapporti finanziari (sottoscrizione di titoli di credito derivati) tra un'azienda produttrice di divani e l'istituto bancario Unicredit, la Procura di Bari precisa con una nota che è in corso agli indagati la notifica di "avviso di conclusione indagini preliminari". "Fra i reati contestati non vi è l'associazione per delinquere e fra gli indagati non risulta l'ex amministratore delegato dell'Unicredit, Alessandro Profumo". La notizia sarebbe l'anticipazione di un articolo che sarà pubblicato sul settimanale L'Espresso. La Procura barese non è a conoscenza del suo contenuto e per questo si astiene oggi da qualsiasi precisazione in merito»;
in data 4 marzo 2009, alle ore 14,14, in un dispaccio dal titolo: "Derivati: L'Espresso, su archiviazione Profumo deciderà il gip", l'agenzia Ansa informava che: «Sull'eventuale archiviazione per l'ex ad di Unicredit, in relazione all'indagine di Bari sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, sarà il gip a decidere: lo precisa l'Espresso, che nel numero in edicola (in un articolo anticipato ieri) parla di Profumo indagato, dopo che ieri la procura di Bari aveva precisato che l'ex ad non era fra gli indagati. "Al solo scopo di evitare erronee interpretazione del comunicato emesso ieri dall'ufficio del procuratore di Bari, - si legge in una nota - L'Espresso conferma che l'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, è stato effettivamente indagato dalla procura di Bari nell'inchiesta sui derivati della società Divania. L'Espresso prende atto che la procura di Bari, nella giornata di ieri, e quindi dopo la pubblicazione dell'articolo, ha deciso di notificare l'avviso di conclusione delle indagini, per i reati di estorsione, truffa aggravata e appropriazione indebita, solo agli altri dirigenti indagati di Unicredit. Questo porta a ritenere che la procura chiederà l'archiviazione per Profumo, possibilità che era peraltro già evidenziata dallo stesso articolo dell'Espresso. Va in ogni caso ricordato - sottolinea la nota del settimanale - che tale richiesta di archiviazione, quando verrà presentata, potrà essere accolta o respinta dal giudice delle indagini preliminari: in proposito l'imprenditore Saverio Parisi, titolare della società Divania, ha preannunciato che, nella sua qualità di parte offesa, presenterà formale opposizione e chiederà al giudice di procedere anche nei confronti del dottor Profumo, che tecnicamente risulta dunque tuttora indagato e conserverà tale posizione fino alla data della definitiva archiviazione decisa dal giudice. L'Espresso riconferma inoltre - conclude la nota - che tra i reati ipotizzati dalla procura di Bari figurava fino a pochi giorni fa, come risulta dalla documentazione in possesso dell'Espresso, anche l'associazione per delinquere (articolo 416 .p.), unica accusa che la Procura di Bari ha ora deciso di lasciar cadere, non inserendola nell'avviso di conclusione delle indagini emesso solo nella giornata di ieri"»;
considerato che all'avviso dell'interrogante:
le denunce di imprenditori coraggiosi, come il titolare di Divania, Francesco Saverio Parisi, e Rocco Ziino, ridotti sul lastrico dai signori banchieri, costretti il primo a licenziare 430 dipendenti, il secondo a dichiarare la bancarotta della sua società "Tre Zeta Plast", leader nel settore edilizio e termoidraulico, passata nel giro di due anni da un fatturato di 6 milioni di euro al fallimento, dovrebbero, trovare maggiore attenzione da parte delle autorità giudiziarie, che spesso impiegano tempi biblici per portare alla sbarra "bankster" spericolati, che si arricchiscono sulla pelle degli imprenditori esposti alla mercè delle banche;
la frettolosa nota emessa dalla Procura di Bari in merito all'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, che come confermato da "l'Espresso", è stato effettivamente indagato dalla stessa Procura di Bari nell'inchiesta sui derivati della società Divania, la cui posizione di indagato potrà essere eventualmente stralciata solo dal Giudice per le indagini preliminari, e non da un comunicato stampa, potrebbero aver risentito di pressioni e/o influenze esterne per sminuire la portata dell'inchiesta sui derivati avariati di Unicredit ed altre banche, alla sbarra in numerose Procure della Repubblica con processi a carico di banchieri che hanno costretto floride imprese a chiudere ed enti locali ad iscrivere perdite per miliardi di euro;
si chiede di sapere:
se l'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, sia realmente indagato a Bari con altri 27 dirigenti della banca milanese con l'intera catena di comando di Unicredit, tra i quali gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi), assieme a Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati dalla Banca d'Italia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale", nell'inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati, in merito all'inchiesta, affidata al pm Isabella Ginefra, nella quale vengono ipotizzati i reati di associazione per delinquere, estorsione, truffa e appropriazione indebita;
se risponda al vero che la perizia del Tribunale civile, così come la consulenza tecnica della Procura di Bari, abbia dato ragione all'imprenditore della Divania, con la stessa banca costretta ad ammettere che i contratti all'origine di tutti i derivati erano manipolati e con i periti che avrebbero scoperchiato una realtà capovolta perfino nei contratti a termine dov'era il cliente ad assicurare la banca con opzioni senza premi e rischi illimitati;
se i derivati altamente rischiosi di Unicredit, emessi con la finalità di finanziare stipendi e stock option dei banchieri, con sistemi di sofisticata ingegneria algoritmica, che portavano le banche a guadagni certi con calcoli probabilistici di matematica finanziaria vicini al 90 per cento, mentre ai contraenti restava la probabilità di copertura dei rischi che erano costretti ad assumere, pari ad una percentuale anche inferiore al 10 per cento, non abbiano danneggiato migliaia di piccole e medie imprese, contribuendo in tal modo alla grave recessione ed alla crisi addossata sulle famiglie;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che il potere economico delle banche e dei banchieri possa influenzare i processi arrecando così gravissimo danno all'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
(3-01961)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
in un articolo pubblicato sul "Corriere della sera" del 1° marzo 2011 intitolato «"Tassa" fino a tre euro per prelevare contanti», Alessandra Puato raccoglie le denunce delle associazioni dei consumatori che avevano segnalato il vero e proprio "pizzo" applicato dagli istituti di credito;
l'articolo pone l'attenzione sul salasso che rappresenta per il correntista il prelevare denaro allo sportello "fisico" della banca anziché al bancomat, a causa del dilagare della "tassa sul contante";
si legge infatti: «Ai correntisti della Bnl le lettere sono appena arrivate. La banca guidata da Fabio Gallia comunica che, dal 18 aprile, per ogni prelievo di liquidi in agenzia, inferiore ai 2mila euro, dovranno versare 3 euro. Come dire che chi preleva 100 euro ne incassa soltanto 97. Il resto - il 3%, in questo caso - finisce alla banca. (...) Ciò che fino a ieri era un'eccezione, sta diventando la regola. Nelle ultime settimane hanno deciso di applicare questa commissione anche Mps e Ubi. Si aggiungono a Cariparma, Popolare di Milano e Unicredit. Nelle sei banche analizzate, i costi per un prelievo di denaro allo sportello variano fra uno e tre euro. Significativi, se raffrontati al rendimento medio dei loro conti correnti: lo 0,03%. Come dire che ci vogliono più di 10 mila euro depositati sul conto per un anno intero, per compensare il costo di un prelievo di 3 euro allo sportello. È un balzello che colpisce particolarmente gli anziani, non avvezzi all'uso del Bancomat. Ma rischia di allontanare anche gli altri clienti, poco disposti a pagare per disporre di ciò che è loro. Il Monte dei Paschi di Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi, chiede 3 euro per ogni prelievo in filiale con il suo ultimo Conto Zip, lanciato in ottobre. Certo, è un conto dichiarato "vantaggioso per la clientela con operatività elevata sui canali telematici". Ma il segnale resta. Il gruppo Ubi, che al vertice del consiglio di sorveglianza ha l'ex presidente dell'Abi, Corrado Faissola, fino a gennaio non applicava alcuna commissione ai clienti che volessero ritirare i propri denari in agenzia, ora incassa un euro per tutti i prelievi fino a 500 euro: sia con il neonato conto Zero Zero Ubi, lanciato in dicembre, sia con i nuovi correntisti che sottoscrivano vecchi prodotti, come Duetto Noi. L'Unicredit oggi guidato da Federico Ghizzoni prevede da tempo 3 euro per i prelievi allo sportello fino a 1.500 euro (conto Genius Ricaricabile). Nella Cariparma controllata, come Bnl, dai francesi, si paga invece un euro per prelevare in agenzia fino a 500 euro. Quanto alla Bpm di Massimo Ponzellini, ha esteso la commissione di 1,5 euro, prevista dal suo storico prodotto Flexiconto, anche ai nuovi correntisti del conto Un-Due-Tre, lanciato in gennaio. Si muove, invece, in controtendenza Intesa Sanpaolo, che ha appena abolito questa spesa con il nuovo conto modulare Facile, distribuito dal 21 febbraio (restano però in vigore le precedenti condizioni per i vecchi correntisti: un euro per prelievi fino a 500 euro). "Non si vuole penalizzare chi viene in filiale, è la nostra occasione di contatto con la clientela", dicono. Dal punto di vista delle banche, la "tassa sul contante" spinge i clienti all'uso dei canali di minore costo - gli sportelli automatici e Internet -, massimizzando i ricavi da privati in un momento di tassi bassi, nel quale è difficile guadagnare sulla raccolta. È un'operazione giudicata in linea con le indicazioni non solo dell'Abi sulla riduzione della circolazione del cash, ma anche della Banca d'Italia, sul contenimento dei costi ribadito dal governatore Mario Draghi sabato al Forex. Dal punto di vista dei clienti, però, questa è forse la più odiosa delle spese bancarie. "I nostri clienti possono prelevare gratuitamente al Bancomat fino a 2 mila euro, con il supporto di un collega, se serve - dice Alessandro D'Agata, responsabile del mercato retail di Bnl -. Ma un'operazione allo sportello alla banca costa, per persone impiegate e sistemi informativi. E il prezzo di un servizio va commisurato al costo". "L'indicazione di Draghi è chiara, razionalizzare - commenta Stefano Caselli, docente di Economia degli intermediari finanziari in Bocconi -. E un modo è diminuire l'uso del contante, rendendolo più caro. Certo, per le banche la struttura dei costi è oggi particolarmente pesante. Chiaro che cerchino strade per aumentare i ricavi"»;
considerato che:
la Bnl Paribas, oltre ad aver inviato una modifica unilaterale delle condizioni, con la tassa di 3 euro per prelevare contanti agli sportelli fino a 2.000 euro ed di 4.50 euro per i bonifici, nel mese di dicembre di soppiatto ha deciso di mettere in conto "d'ufficio", senza alcun preavviso e con il "sistema Fiorani", che addebitò commissioni inventate per le quali è stato di recente condannato dalla Procura di Pisa, un'ulteriore spesa i correntisti titolari dei conti correnti denominati "pensione protetta";
in particolare detti conti correnti sono destinati a coloro che, percettori di pensione, decidono di accreditarla periodicamente sul conto corrente. All'atto dell'accensione di tale "conto pensione protetta" viene attivato dalla banca un fido "d'ufficio" pari al doppio della pensione mensile accreditata sul conto stesso. Ebbene la maggioranza dei "vecchietti" pensionati non ha mai fatto caso all'esistenza di tale fido non richiesto e in maggioranza non lo utilizza. Da anni, ovvero dalla fine degli anni '80, tali conti non avevano mai prodotto spese per rinnovo di tale fido. Ebbene per decisione improvvisa della Direzione Retail della Bnl si è deciso di addebitare i correntisti in oggetto di 50 euro " a cranio" per spese rinnovo fido. La comunicazione di tale addebito è stata inserita nelle 8-10 pagine di estratto conto di fine anno, ovviamente chi non ha mai chiesto e mai utilizzato il fido non va certo a guardarsi le spese di rinnovo. In conseguenza di ciò la rete degli sportelli Bnl è stata travolta da un'ondata di clienti anziani che, con tutte le ragioni, hanno inveito contro gli impreparati impiegati, privi di ogni informazione in merito;
per quanto risulta all'interrogante, in seguito a ciò la Direzione Retail, tramite i vari responsabili di zona, ha stagbilito che: se il cliente reclama e non ha utilizzato il fido, occorre stornare l'addebito e convincere il cliente ad aprire altro conto corrente (si veda "conto revolution", già oggetto di atto di sindacato ispettivo 4-04397); inoltre ha stabilito che se il cliente ha utilizzato il fido, l'addebito è dovuto, quindi occorre procedere alla proposta di cambio di conto come sopra;
appare evidente che la banca conta sul fatto che molti clienti anziani non reclamano e non si accorgono, così facendo cassa con i soldi dei pensionati;
nel 2004 e 2005 a spendere erano stati i correntisti della Cassa di risparmio di Pisa (parte del gruppo della Banca popolare di Lodi), che si erano visti addebitare sul conto corrente fino a 60 euro a testa per pagare voci di costo spesso incomprensibili. Ma sei anni dopo a pagare il conto - anche se è una sentenza di primo grado - sono 7 ex dirigenti della banca, tra cui i lodigiani Giampiero Fiorani e Paolo Landi (oggi direttore generale della Banca popolare di Crema);
l'ex amministratore delegato della Bpl, Fiorani, e Landi stesso, allora direttore commerciale, sono stati condannati dal giudice del tribunale di Pisa a 2 anni ciascuno di reclusione per l'accusa di «appropriazione indebita realizzata tramite i prelievi forzosi fatti sui conti correnti dei clienti della Cassa di Risparmio di Pisa». Condannati a due anni anche Pierfrancesco Pacini, all'epoca presidente della Cassa e Alessandro Leo, direttore generale della banca pisana. Un anno e 8 mesi invece a Vincenzo Littara, ex direttore della Cassa, e due membri del Consiglio di amministrazione: Roberto Giovanni Biondi e Federigo Federighi. Sugli estratti conto, dopo l'acquisizione avvenuta da parte della banca lodigiana, circa 60.000 correntisti toscani si erano ritrovati con un estratto conto all'improvviso più pesante, gravato da voci messe nero su bianco come «spese postelegrafoniche», «recupero spese amministrative», «commissioni urgenze», «spese invio fax» o «spese telefoniche», ognuna variabile da 20 a 50 euro. Fino a un generico «recupero spese non previste da tariffario». Sommate, per l'accusa, avevano raggiunto complessivamente i 2.364.000 euro,
si chiede di sapere:
se il Governo sia a conoscenza di queste pratiche, che ad avviso dell'interrogante sono definibili come vere e proprie "rapine" legalizzate effettuate dal sistema bancario, con la complicità diretta dell'ufficio di vigilanza che non interviene mai per evitarle, che hanno la finalità principale di pagare prebende e stock option dei manager e dei banchieri;
se risulti che la Direzione Retail della Bnl abbia addebitato 50 euro ad ogni titolare del conto "pensione protetta" per spese di rinnovo fido, operazione che ha suscitato un'ondata di reclami da parte di clienti anziani che, con tutte le ragioni, hanno inveito contro gli impreparati impiegati, privi di ogni informazione in merito;
se sia vero che la Direzione Retail, tramite i vari responsabili di zona, abbia risposto di stornare l'addebito al cliente che non ha utilizzato il fido, convincendo gli altri ad aprire un altro conto corrente denominato "conto revolution", mentre per i clienti che hanno utilizzato il fido, l'addebito è dovuto, nonostante la omessa preventiva informativa che nascosta tra le clausole dell'estratto conto dell'ultimo trimestre 2010, arrivato in genere agli inizi di febbraio, è privo di qualsiasi efficacia giuridica;
se il Governo ritenga che sia possibile consentire alle banche, già beneficate con l'ultimo decreto Milleproroghe con un'elargizione di 141 milioni di euro per il 2011 sotto forma di incentivi fiscali per allineamento alla fiscalità europea ed ai criteri di Basilea, oltre allo "scippo con destrezza" dei diritti da anatocismo, di frodare i consumatori, soprattutto i clienti anziani che non reclamano, perché non si accorgono degli addebiti massivi;
quali misure urgenti di competenza il Governo intenda adottare per evitare che i banchieri possano letteralmente "rapinare" i clienti ed i correntisti con gli espedienti e le tecniche più disparate.
(3-01962)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:
in un redazionale pubblicato in data 7 marzo 2011 dal titolo:"Perché Della Valle attacca Geronzi", il quotidiano "Il Giornale" cerca di fare luce sullo scontro di potere, tra alcuni protagonisti del capitalismo di relazione operante in Italia;
si legge infatti: «L'intervista di Diego della Valle alla trasmissione "In mezz'ora" di Lucia Annunziata su Rai Tre ha messo in luce la duplicità del personaggio, che mentre si atteggia a imprenditore di libero mercato, che non vuole fare politica, ma guardare solo al compito delle imprese di fare profitto, in realtà intreccia la politica, con gli affari, tramite i giornali. È una tradizione che ha avuto il suo apice con personaggi come Gianni Agnelli e la famiglia Pirelli. Anche ora, come allora, ci sono centrali di potere finanziario quali il salotto buono Mediobanca e i giornali, attorno al gruppo Rizzoli Corriere della Sera. E anche ora vige il principio che le quote azionarie si pesano, non si contano: gli intrecci di potere, mediante i patti di sindacato e gli incroci azionari, tra banche, assicurazioni, imprese e giornali, fanno sì che gli azionisti che stanno nei consigli di amministrazione sono "più eguali degli altri", cioè a parità di quote, contano di più. Della Valle occupa un ruolo di "più eguale degli altri" grazie alle partecipazioni in Mediobanca e Rcs e a quella in Generali, al fatto che siede nei consigli di amministrazione di Rcs e Generali. Questa, oltreché a Mediobanca e Rcs, partecipa con il 15 per cento alla Ntv di cui Della Valle è azionista di maggioranza assieme a Luca Cordero di Montezemolo e assieme a Sncf, la ferrovia di Stato francese che ha il 20 per cento. Ntv ha in concessione da Rfi, appartenente al 100 per cento a Ferrovie dello Stato SpA, l'alta velocità sulle tratte Torino-Napoli e Venezia-Roma in concorrenza con Trenitalia di Fs al 100 per cento. Della Valle non ha le maniere tradizionali del "salotto buono". Nell'intervista all'Annunziata ha nuovamente definito "arzilli vecchietti" i due esperti banchieri Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, e accusato questo secondo di fare un uso improprio del suo potere di presidente di Generali mediante la quota che questa ha in Rcs. Ciò "dando l'impressione che è lui alla guida di Rcs. Tutto questo non è vero". Perciò Generali deve vendere la sua quota in Rcs. Del resto, secondo Della Valle, la quota di Generali in Rizzoli non è una partecipazione economica, ma di sistema e va venduta nell'interesse degli azionisti. Ora, il super Diego è certamente un bravo imprenditore. Il gruppo Tod's è una grande impresa, multinazionale cresciuta per merito economico, al di fuori della politica, che fa buoni utili. E Della Valle è anche diventato primo azionista di Saks Fifth Avenue, prestigiosa casa statunitense di grande distribuzione nella fascia alta, superando con il suo 19% il magnate messicano Carlos Slim, che ne ha il 16%. E sin qui super Diego è convincente. Ma non lo è affatto come stratega di Assicurazioni Generali, nelle sue tirate contro Geronzi, piene di contraddizioni. Infatti, se Geronzi ha poco peso in Rcs, perché gli altri azionisti o il management del gruppo e i suoi giornalisti dovrebbero credere che ne ha, come se fossero dei bambini anziché degli esperti bene informati, dato il ruolo che hanno e il compito che svolgono? E perché se Geronzi fa un uso improprio di tale piccolo potere, facendo credere di averlo, mentre non lo ha, perché Generali dovrebbe vendere la quota in Rcs? Non si è mai sentito dire che una società debba vendere le sue quote azionarie in un'altra società a causa del fatto che il suo presidente, che conta poco in questa seconda società, fa credere di contare molto. E poi, perché la vendita in questione sarebbe una buona scelta economica per Generali, mentre Della Valle stesso dichiara candidamente all'Annunziata che adesso Rizzoli.Corriere della Sera rende poco, ma in futuro renderà molto e quindi, per lui si tratta di un buon affare? Perché una società ben capitalizzata come Generali che ha una partecipazione che al presente rende poco, ma in futuro renderà molto, la deve vendere quando vale poco? Per fare un piacere a Della Valle che così può acquistarsi quella quota? Da questi contorcimenti emerge il disegno che non è economico, ma politico-economico, quello di accrescere la propria quota in Rcs, per costruirvi un'alleanza di sistema in cui lui sia ancora più eguale degli altri che ora. Per adesso a super Diego sembra di essere ancora un "padrone del vaporetto", ma ambisce a diventare un "padrone del vapore"»;
considerato che:
in un articolo pubblicato il 5 marzo 2011 su "Milano Finanza", dal titolo: "Né per Diego della Valle, né per Cesare Geronzi", il direttore Paolo Panerai afferma che «il giornale dei mercati, della finanza, delle banche, della comunità economica, deve domandarsi che cosa mai ci sia dietro questa guerra combattuta senza esclusione di parole e di azioni da parte di un imprenditore di prima qualità come DDV verso un banchiere e ora assicuratore che da molti anni è protagonista di questo mondo oltre che, per un periodo anch'esso lungo, amico stretto dello stesso Della Valle. Amico al punto di avergli chiesto di rimanere amministratore (con la qualifica di indipendente) nella lista di maggioranza di Generali quando il banchiere chiamato cardinale si è trasferito da Mediobanca a Generali. Della Valle era già stato nominato amministratore nel precedente consiglio di Generali guidato da Antoine Bernheim e con gli amici confidava che non avrebbe accettato un nuovo mandato, tanto rare erano le occasioni di poter partecipare alle riunioni, impegnato com'era ed è in giro per il mondo a promuovere la sua Tod's e a concludere affari milionari nei tre continenti, come da ultimo Saks Fifth Avenue, operazione nata proprio nelle stanze di Mediobanca quando Geronzi era ancora presidente. Tutti, anche i più formali nel rispetto delle cariche e dell'età, continuano a considerare Della Valle un uomo prudente ed equilibrato, di una prudenza e un equilibrio intaccati neppure dall'episodio del vecchio conflitto a Vicenza con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Un episodio, peraltro, cancellato dalla recente riconciliazione con il capo del governo. Tutti, quindi, si domandano a che cosa miri la sua forte azione, al limite della creanza, verso un uomo più anziano e canuto, o che cosa ci sia dietro. Domande alle quali MF-Milano Finanza confessa di non essere in grado di rispondere, nonostante la mia amicizia di moltissimi anni con tutti e due i protagonisti della vicenda più aspra degli ultimi anni. MF-Milano Finanza può invece cercare di definire il perimetro o lo scenario nel quale questo scontro (o attacco) si sta verificando. Definire l'habitat forse aiuta a capire o intuire, anche se senza certezze. Si può partire appunto dall'amicizia fra i due. Nata a Roma, quando Lamberto Dini, l'allora ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi, con la sicura adesione del capo del governo, nel clima di rinnovamento successivo alle elezioni del '94, scelse Della Valle per il consiglio dell'Iri. Per molti fu una sorpresa, ma il vigore e la capacità manageriale riscontrate da chi aveva avuto modo di conoscere lo scarpaio di Casette d'Ete giustificavano ampiamente la scelta. Il ministro Dini era ed è amico stretto di Geronzi non solo per la comune origine in Bankitalia. Geronzi era ed è da sempre amico di Gianni Letta, il più saggio e capace consigliere e collaboratore di Berlusconi. È in questo contesto che Della Valle salì alla ribalta nazionale, diventata piattaforma anche per alcune operazioni successive, come l'ingresso nel capitale e nel consiglio di Comit, l'altro palcoscenico nel quale il giovane imprenditore ebbe la possibilità di dimostrare le sue qualità di intelligenza e di diplomazia oltre che di coraggio quando si trattò di difendere il management dagli attacchi di Enrico Cuccia in particolare nei confronti di Pier Francesco Saviotti. Un'azione perfettamente condivisa dagli amici romani e in particolare da Geronzi, che come direttore generale e poi presidente di Banca di Roma sedeva nel consiglio di Mediobanca senza nascondere il dissenso dalla vecchia filosofia cucciana. Quando quindi Geronzi arrivò a chiudere, con la fusione di Capitalia in Unicredito, la missione affidatagli molti anni prima da Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi di evitare il fallimento di Banco di Santo Spirito e Banco di Roma, diventati Banca di Roma per la fusione con Cassa di risparmio di Roma, e a conquistare la poltrona di presidente di Mediobanca, per Della Valle era come se fosse arrivato un vero amico e aiuto al vertice della banca d'affari un tempo dominata da Cuccia e da Vincenzo Maranghi. Del resto, nel liberare la banca dall'ingombrante figura del delfino di Cuccia, l'abilità proverbiale di Geronzi era stata supportata da una filiera di amici di Della Valle, entrato poi nel sindacato della banca d'affari con lo 0,50% delle azioni. Amici a cominciare da Marco Tronchetti Provera, che con Geronzi si era assunto la responsabilità e l'ingrato compito di andare ad annunciare a Maranghi la decisione del sindacato di non rinnovarlo, nominando alla carica di presidente, per tenere caldo il posto proprio per Geronzi, il torinese Gabriele Galateri. E quando Geronzi si insediò, dovendo passare a Milano buona parte della settimana, fra i pochi amici da incontrare c'erano appunto Della Valle e Tronchetti. Mai uno screzio, salvo che per un problema che poi ricorrerà anche all'esordio del recente attacco: la presunta politica di depistaggi o peggio di pistaggi che Della Valle intravvedeva nell'azione sui media di Luigi Vianello, arrivato a Mediobanca con Geronzi per essere responsabile della comunicazione della banca. Fino al rientro dalle vacanze dell'estate scorsa fra i due, nonostante Vianello, regnava l'armonia e per questo potevano essere visti talvolta anche a cena al Baretto in fitta conversazione. Della Valle non aveva approvato del tutto la decisione di Geronzi di lasciare Mediobanca, che definiva più una scelta obbligata che una libera scelta, ma aveva appunto accettato di rimanere in consiglio a fianco dell'amico cardinale.Come un fulmine a ciel sereno, il primo attacco e la prima dura risposta sono arrivati durante un consiglio d'amministrazione dell'autunno. Geronzi aveva esposto il calendario e la sede dei successivi consigli, in prevalenza a Roma. E Della Valle a muso duro aveva censurato quelle scelte romane, sostenendo che Geronzi portava le Generali in mezzo alla politica. Il presidente di Generali gli rispose di non dire cretinate. Della Valle gli replicò che simili giudizi li accettava solo dal padre Doro. E Geronzi di rimando: siccome tuo padre adesso non c'è, te lo dico io di non dire fesserie. È stato l'inizio ufficiale dell'attacco. Certo, Della Valle non ha digerito quelle parole, come altrettanto Geronzi, il quale sostiene che il calendario romano era dovuto ai lavori in corso nella sede milanese, tradizionalmente sede dei consigli visto che a Trieste è stata finora la Regione ad accogliere in una sala adeguata le riunioni degli amministratori, in attesa di una sala propria nella città di residenza della grande compagnia di assicurazioni.Fatto sta che con la circostanza di questo primo battibecco, è riemerso un episodio che Della Valle non aveva mai mandato giù. La sostituzione di Paolo Mieli con Ferruccio de Bortoli al vertice del Corriere della Sera. Il candidato, una volta deciso di sostituire Mieli, era stato individuato in Carlo Rossella. Ma quando Geronzi e Luca Montezemolo, ancora presidente della Fiat e quindi secondo azionista di Rcs dietro Mediobanca, si erano recati a cercare il consenso di Giovanni Bazoli, da sempre dominus negli organi del Corsera, la risposta era stata un secco no. Della Valle, amico vero di Rossella, era dispiaciuto e imbarazzato al punto di suggerire, allora, di non muovere più Mieli nonostante il passo falso fatto con l'indicazione di voto per le elezioni del 2008 a favore della sinistra. Ma a Roma, sostiene Geronzi, Montezemolo aveva convenuto o accettato che il nuovo direttore fosse de Bortoli, un professionista di grande rettitudine, comunque più gradito di Mieli dal professor Bazoli. Una sconfitta su tutta la linea per chi, come Della Valle, aveva investito oltre 150 milioni di euro in Rcs, comprando azioni a caro prezzo anche durante il tentativo di scalata del furbetto del quartierino, Stefano Ricucci, nel rispetto di una decisione suggerita ai soci da Bazoli di comprare azioni vere sul mercato invece che opzioni, come avevano fatto altri pattisti. A conti fatti, anche per quelle azioni comprate a 6 euro, Della Valle ha oggi una minusvalenza di circa 100 milioni di euro. In realtà, quell'episodio sembrava poi superato dalla decisione comune che gli azionisti entrassero direttamente nel consiglio di Rcs quotidiani, assumendo quindi direttamente il controllo del quotidiano. Ma Della Valle non aveva mai digerito che a comandare al Corriere, secondo lui, fossero due "vecchietti" come li chiamerà poi, che non avevano messo un becco di quattrino proprio nella casa editrice, come in altre società pur tutte sotto l'influenza di Bazoli e Geronzi. E per questo, prima di portare l'affondo nel penultimo consiglio di Generali sulla necessità che la compagnia mettesse all'ordine del giorno la vendita della partecipazione del 3,4% in Rcs, le dichiarazioni (non ancora esplicite) erano che ci dovesse essere un rinnovamento del sistema e che il potere effettivo non rimanesse ancora a lungo nelle mani di due vecchietti (Geronzi ha 75 anni, Bazoli tre di più). Non è poi chiaro che cosa sia successo, ma dall'attacco in consiglio delle Generali per la vendita di Rcs, i "vecchietti" pericolosi da due sono diventati uno, appunto Geronzi. Con la breve parentesi di apparente pace, seguita da stretta di mano, nella nuova riunione del consiglio Generali, le successive dichiarazioni, abili e cardinalizie di Geronzi al Forex di Verona ("ho rispetto e stima per l'imprenditore") ma che ritornavano anche sulla necessità di rivedere la governance del mattone Generali, la successiva vampata di Della Valle (preceduta da un'intervista a l'Espresso) e un comunicato duro, anzi durissimo, contenente l'esplicita richiesta a Geronzi di dimettersi perché non più adeguato al mondo contemporaneo. Intendendo, per tale, un mondo dove sono gli analisti e i manager che contano e le società devono essere gestite solo per fare profitto, non per dare potere a chi le presiede, non avendo investito in esse neppure una lira. E sullo sfondo, sempre quel sospetto (per Della Valle in realtà certezza) che le voci di un mese fa riprese da Dagospia e altri giornali secondo cui sarebbe stato lui a chiede la testa di de Bortoli, fossero state messe in giro ad arte da Vianello, questa volta sicuramente su indicazione di Geronzi. Non può sorprendere che Geronzi abbia maturato più una filosofia di raffinato compromesso e di attenzione a tutti i poteri piuttosto che di esasperata gestione solo per il profitto. A testimoniarlo è la sua storia prima in Bankitalia e poi come grand commis incaricato da Carli e da Ciampi di evitare che saltassero in aria le due banche romane con pieni gli armadi di scheletri politici e non. Una storia tuttavia anche di capacità di portare a compimento il mandato. E qual è il mandato che ha ricevuto dagli azionisti di Generali, quanto ha accettato (o secondo Della Valle ha brigato) per diventare presidente delle Generali? Per quello che se ne sa e si è visto, liberare tutte le risorse del grande gruppo assicurativo, finora frenate dal vincolo imposto da Mediobanca, che ha nelle Generali il suo asset fondamentale: se le Generali non pagano il dividendo, per Mediobanca è più difficile pagare a sua volta il dividendo. E gli esordi a Trieste sono stati in tal senso, ottenendo l'iniziale consenso del management (in primo luogo il ceo, Giovanni Perissinotto) visto che anche per i dirigenti della compagnia non era piacevole dover riportare ogni mese a Piazzetta Cuccia, con la visita tradizionale del direttore centrale Bruno Prevedello, manager peraltro di alto spessore e onestà intellettuale»;
premesso inoltre che a quanto risulta all'interrogante:
nel 1996 Diego Della Valle, buon amico dell'ex Ministro della giustizia del Governo Prodi, on. Clemente Mastella, fu nominato cavaliere del lavoro, e tre anni dopo entrò nel consiglio d'amministrazione della banca Comit, nel 1998 acquisì il 4 per cento della Banca nazionale del lavoro entrando nel consiglio di amministrazione, nel 1999 accrebbe la propria quota in seno al gruppo Generali entrando anche in tal caso a far parte del consiglio di amministrazione;
nel 2001 fonda con Luca Cordero di Montezemolo il fondo "Charme" e acquisisce quote di rilievo in aziende del design italiano quali Poltrona Frau, Cassina e Ballantyne. Nel 2002 acquista la società calcistica Fiorentina fallita nel luglio dello stesso anno. In tre anni la nuova società riuscì a riportare la Fiorentina, di nuovo ad alti livelli, conquistando per quattro volte consecutive la qualificazione ai preliminari di Champions League. Per i primi due anni però alla squadra non fu consentito di partecipare per le accuse, poi cadute, note come Calciopoli. Nel 2002 ottenne anche una quota vicina al 2 per cento in Mediobanca ed un pesantissimo ruolo nel patto di sindacato della stessa. Nel 2003 acquisì il 2 per cento di Rcs, mossa che gli consentì di entrare nel consiglio d'amministrazione del "Corriere della Sera". Fino ad aprile 2006 è stato azionista e consigliere di Bnl, la banca guidata dall'amico Luigi Abete, prima di aderire all'opa che ha portato la banca romana al gruppo Bnp Paribas e una plusvalenza di circa 250 milioni a Della Valle. Nel maggio del 2007 Della Valle ha acquisito quote azionarie rilevanti della Piaggio e della Bialetti. Il 10 marzo 2010 il patron di Tod's Diego Della Valle è salito, dal 5,9 al 7,13 per cento nel capitale della catena del lusso statunitense Saks. La rete di magazzini è il principale distributore del made in Italy sul mercato Usa. Con questo acquisto comunicato alla Sec, la Consob americana, Della Valle accorcia la distanza dal miliardario messicano Carlos Slim Helù azionista di Saks con una quota del 16,1 per cento. La principale partecipazione di Della Valle è nella società di famiglia Tod's tramite DI VI Finanziaria SAPA di Diego Della Valle & C. (52,628 per cento), Diego Della Valle & C. Sapa (6,059 per cento) e direttamente con il 2,802 per cento. La holding Diego Della Valle & C. Sapa controlla la società lussemburghese Dorint Holding SA che ha importanti partecipazioni in società italiane di prestigio: Rcs MediaGroup - 5,166 per cento; Mediobanca - 0,48 per cento; Management & Capitali - 5 per cento; La Diego Della Valle & C. Sapa, oltre a controllare la Dorint, possiede: il 6.059 per cento di Tod's Spail 2.010 per cento di Piaggio SpA; il 10 per cento di Bialetti Industrie SpA. Attraverso la finanziaria DDV Partecipazioni Srl Della Valle controlla il 20 per cento di Marcolin SpA, produttore di occhiali nel cui azionariato si trova anche il fratello Andrea (20 per cento attraverso la ADV Partecipazioni Srl) e Luigi Abete (5 per cento tramite la LUAB Partecipazioni Srl). Luigi Abete è presidente di BNL. Diego della Valle è presidente e amministratore esecutivo di Tod's. Diego della Valle siede nel consiglio di amministrazione di: assicurazioni Generali SpA; RCS MediaGroup; Compagnia immobiliare azionaria - CIA SpA Marcolin SpA; FerrariSpA; LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton; Le Monde Europe S.A. Diego Della Valle, Luca Cordero di Montezemolo e Gianni Punzo detengono il 54,5 per cento di NTV (la nuova compagnia dei treni che dovrebbe fare concorrenza alle Ferrovie dello Stato) diviso in quote paritetiche. Intesa Sanpaolo, attraverso Imi Investimenti, ha il 21,4 per cento, mentre le assicurazioni Generali hanno il 16,1 per cento. Il resto del capitale è in mano ad Alberto Bombassei (5,4 per cento attraverso la Nuova Fourb), e Giuseppe Sciarrone (2,6 per cento attraverso la Reset 2000). E lo stesso Sciarrone, anche in virtù della sua pluriennale esperienza nelle Ferrovie dello Stato, è amministratore delegato della nuova società per il trasporto ferroviario. "Siamo imprenditori italiani, una grande assicurazione italiana, una grande banca italiana, quindi una vera impresa senza un euro di denaro pubblico" ha detto Montezemolo nella conferenza stampa di presentazione del progetto il 15 luglio 2008; la Consob, con delibera n. 17221 del 12 marzo 2010, ha approvato il Regolamento recante disposizioni in materia di operazioni con parti correlate (delibera Consob 12 marzo 2010, n. 17221), per evitare conflitti di interessi societari e rapporti incestuosi tra amministratori che siedono in più consigli di amministrazione e possono ricavare vantaggi da tali gestione di potere economico societario,
si chiede di sapere:
se al Governo risulti che gli intrecci di potere, mediante i patti di sindacato e gli incroci azionari, tra banche, assicurazioni, imprese e giornali, non riescano a determinare un palese conflitto di interessi tra gli istituti di credito i quali, avendo all'interno dei consigli gli imprenditori beneficiari di prestiti, riescono così a condizionare la stessa erogazione degli affidamenti a volte al di fuori dei criteri prudenziali e della meritorietà del credito;
se nel diritto societario siano contemplati azioni "di serie A", possedute dagli azionisti che siedono nei consigli di amministrazione, ed azioni "di serie B", detenute dai comuni investitori i quali, a parità di quote, contano di meno e subiscono le discutibili decisioni di una ristretta cricca di oligarchi;
se l'azionista Della Valle possa godere di un particolare favore grazie alle partecipazioni in Mediobanca e Rcs e a quella in Generali, al fatto che siede nei consigli di amministrazione di Rcs e Generali, dato che quest'ultima, oltreché a Mediobanca e Rcs, partecipa con il 15 per cento alla Ntv (compagnia trasporto ferroviario) di cui Della Valle è azionista di maggioranza con Luca Cordero di Montezemolo e assieme a Sncf, la ferrovia di Stato francese che ha il 20 per cento, con la stessa Ntv che ha in concessione da Rfi, appartenente al 100 per cento a Ferrovie dello Stato SpA, l'alta velocità sulle tratte Torino-Napoli e Venezia-Roma in concorrenza con Trenitalia di FS al 100 per cento;
se nella procedura in materia di operazioni con parti correlate, in attuazione della delega contenuta nell'articolo 2391-bis del codice civile, giusto regolamento della Consob che impone alle società quotate l'adozione, entro il 1° dicembre 2010, di procedure volte ad assicurare trasparenza e correttezza, sostanziale e procedurale alle operazioni con parti correlate, le società su richiamate, in cui siede nei consigli di amministrazione il dottor Della Valle, abbiano valutato attentamente la delibera n. 17221 del 12 marzo 2010, recante disposizioni in materia di operazioni con parti correlate, per evitare conflitti di interessi societari e rapporti incestuosi tra amministratori che siedono in più consigli di amministrazione e possono ricavare vantaggi da tali gestione di potere economico societario;
se il Governo ritenga rispettoso del contratto di servizio con la Rai la circostanza che il servizio pubblico abbia dato spazio ad un imprenditore che ha chiesto, ad una società quotata in borsa come Generali, la dismissione della propria partecipazione in Rcs, che secondo Della Valle potrà avere buoni sviluppi e buone performance di mercato, per favorire le velleità dello stesso ad acquisirla per controllare ancor meglio l'informazione del primo quotidiano italiano come il "Corriere della sera";
se al Governo risulti che siano stati scientificamente elusi i calcoli dal capitale di vigilanza delle banche (quindi anche di Mediobanca) dalle disposizioni della Banca d'Italia, che non esclude il valore delle partecipazioni in gruppi assicurativi, anche inferiori al 20 per cento (la partecipazione in Generali è al 14 per cento), ma permanenti e comunque importanti o decisive per il conto economico;
quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare intrecci societari della solita "cricca" di imprenditori, adusi a gestire un capitalismo di relazione utilizzando le banche ed il risparmio sudato dei depositanti per realizzare i propri affari anche nel delicato settore dell'editoria, per condizionare l'informazione e realizzare i propri esclusivi affari a danno delle regole del mercato e dei diritti dei consumatori, risparmiatori piccoli azionisti e del bene comune.
(3-01963)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
D'ALIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
tra il 28 febbraio e il 1° marzo 2011 si è abbattuta sulla provincia di Messina un'intensa pioggia e solo fortuitamente si è evitata la tragedia. Circa 230 sono stati gli interventi dei vigili del fuoco i quali non si sono sottratti al loro dovere per rimuovere detriti e materiali inerti nonostante gli straordinari effettuati in occasione dell'alluvione del 1° ottobre 2009 non siano stati ancora pagati. Da una stima approssimativa fatta dai tecnici della protezione civile si contano danni per 100 milioni di euro. Solo l'intervento sulla strada provinciale che collega Mili San Marco a Mili San Pietro conta una spesa di 4-5 milioni di euro;
è lungo l'elenco delle località colpite dal nubifragio che ricopre quasi per intero la superficie del comune di Messina: Giampilieri, Altolia, Molino, Pezzolo, Galati Santa Lucia, Galati Sant'Anna, Mili Marina, Mili San Pietro, Mili San Marco, Guidara, Santa Margherita, Santo Stefano Briga, Santo Stefano medio, Larderia, Zafferia, San Filippo inferiore, San Filippo superiore, Cumia inferiore, Cumia superiore, Bordonaro, Camaro, Bisconte, Catarratti, San Michele, Badiazza, Castanea, Salice, Masse, Faro superiore, Gesso, Marmora, Tarantonio, Acqualadroni, Tono, Policara, San Saba, Rodia, Spartà, Ortoliuzzo;
si registrano ovunque massicce frane e smottamenti. In città è crollato il tetto del padiglione di ginecologia dell'ospedale "Papardo" e anche gli uffici della Procura della Repubblica si sono allagati;
una frana ha isolato il comune di Scaletta Zanclea;
a Larderia si registrano danni ingenti alla zona industriale ove il fango ha raggiunto il cimitero;
per lungo tempo la strada statale 114 è rimasta ostruita;
a Santo Stefano medio è crollato il costone San Gaetano e a Santo Stefano Briga il torrente è straripato, alcune case sono crollate e alcune famiglie evacuate;
la situazione più grave si registra alla periferia sud della città, in particolar modo a Zafferia, Mili San Marco e Mili San Pietro;
in particolare Mili San Pietro affoga nella melma e, in via Vallone, un impressionante torrente di fango ha travolto una ventina di macchine;
la situazione è tuttora critica, preoccupano infatti gli squarci sulle colline circostanti;
a monte della stazione di Galati Marina gli smottamenti di terreno minacciano la linea ferrata e l'autostrada, così come molteplici fronti franosi incombono sulla strada provinciale per Pezzolo;
i fronti più preoccupanti del dissesto idrogeologico meriterebbero opere strutturali dai costi ingentissimi: dalla montagna che sovrasta la via Marodda di Mili San Marco a quella che incombe sulla via Vallone di Mili San Pietro, dai versanti collinari di Cumia a quelli di Bordonaro e Camaro, dalle fiumare di San Filippo e Ponte Schiavo ai delicatissimi snodi di Pezzolo, Santo Stefano e di tutti gli altri villaggi già colpiti dall'alluvione del 1° ottobre 2009 (Giampilieri, Molino, Briga, Altolia, Santa Margherita);
anche nella zona nord la situazione è ai limiti di guardia e procrastinare ulteriormente interventi di messa in sicurezza del territorio non fa che aggravare le minacce per la pubblica e privata incolumità;
questo disastro interviene su un territorio già fragile e provato dal punto di vista idrogeologico, quattro sono i maggiori drammatici episodi che si sono susseguiti negli anni: 1974, 1996, 2010, 2011. Ciò testimonia un dissesto progressivo di un territorio in cui da decenni non si fanno le opere dovute e progettate, in particolare di regimentazione idraulica. Si tratta di un'emergenza idrogeologica. Il territorio è un malato non curato. Manca inoltre un piano di prevenzione e mancano politiche di gestione territoriale realmente sostenibili;
evidenti, purtroppo, sono le analogie con la tremenda alluvione che colpì la provincia di Messina nell'ottobre 2009, rispetto al quale il ritorno alla normalità, la ricostruzione e gli interventi significativi per il sostegno alle famiglie e all'economia stentano a decollare. Mancano le risorse o i progetti compiuti non vengono realizzati, con beffa per i cittadini costretti a scappare dalle loro case ad ogni temporale;
quest'ultima grave situazione si aggiunge quindi ad una condizione già significativamente segnata dalla più recente calamità e non ancora rientrata nella normalità e su un territorio le cui ferite dei precedenti eventi alluvionali non si sono ancora rimarginate,
si chiede di sapere:
se in riferimento agli ultimi eventi alluvionali non si intenda dichiarare lo stato di calamità naturale e quindi lo stato d'emergenza e quali interventi si ritenga opportuno mettere in campo tempestivamente ai fini di fronteggiare le prime necessità per avviare un rapido ritorno alla normalità e ristorare la popolazione colpita dagli ingenti danni;
in riferimento alla calamità del 2009 che ha colpito lo stesso territorio della provincia di Messina, a che punto sia e su quali risorse possa contare l'avviato processo di ricostruzione e messa in sicurezza del territorio;
quali misure si intendano mettere in campo per risollevare l'economia di un territorio, così profondamente gravato e quali interventi strutturali e a lungo termine, infine, si ritenga necessario porre in essere per evitare che queste situazioni, sempre più frequenti, si ripetano con gravi danni per il territorio e la vita delle sue popolazioni.
(3-01957)
ZANDA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:
il 15 febbraio 2011 il dirigente dell'Adsu (Azienda per il diritto degli studi universitari) de L'Aquila, Luca Valente, ha inoltrato ad otto studenti universitari fuori sede la revoca immediata dell'assegnazione dell'alloggio presso la Casa dello studente de L'Aquila (ex-caserma Campomizzi) e, addirittura, del loro deposito cauzionale e delle loro borse di studio con efficacia retroattiva, come sanzione per aver fumato delle sigarette nella sala studio della residenza universitaria, in violazione di una norma del regolamento interno della stessa residenza;
ad ogni studente è stato contestato un singolo episodio di fumo, nella sala studio e con la finestra aperta, risalenti ciascuno a diversi mesi fa, nel periodo compreso tra il 23 novembre ed il 9 dicembre 2010;
l'espulsione dalla residenza universitaria ha come conseguenza l'abbandono, da parte degli studenti, non solo dell'alloggio, ma anche della stessa città e dell'università poiché gli studenti, privati della borsa di studio (pari a 5.000 euro circa), non hanno più modo di pagarsi gli studi;
considerato che:
Luca Valente è indagato per il crollo della "vecchia" Casa dello studente che costò la vita ad otto persone il 6 aprile 2009, per omissione in vigilanza sulla rispondenza dell'edificio alla destinazione e di controllo sull'adeguatezza statica dell'edificio;
appare quantomeno inopportuna la scelta di far gestire una residenza universitaria ad una persona imputata per il crollo di un'altra;
considerato inoltre che:
appare altresì evidente la sproporzione fra la trasgressione al regolamento che, tra l'altro, era stata già sanzionata con un ammonimento, ed i provvedimenti adottati la cui applicazione appare del tutto ingiustificata e vessatoria;
come sottolineato dall'avvocato Della Vigna, difensore degli otto studenti, in una lettera indirizza al Rettore, al Sindaco ed al Presidente della Regione Abruzzo, "è stato adottato un atto abnorme, non opportuno ed ingiusto nei confronti dei ragazzi che, privi di mezzi, saranno costretti a lasciare gli studi universitari",
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno ed urgente intervenire nei confronti della dirigenza dell'Adsu de L'Aquila per chiedere la revoca immediata del provvedimento assunto nei confronti degli studenti, nonché il ripristino nei loro confronti delle provvidenze revocate, considerato che i provvedimenti adottati appaiono decisamente sproporzionati alla natura delle irregolarità commesse e gravemente lesivi del diritto allo studio di studenti bisognosi e meritevoli;
se non ritenga quantomeno inopportuno che uno degli undici imputati nel procedimento penale per il crollo della Casa dello studente che, alla prima scossa di terremoto del 6 aprile 2009, cadde travolgendo e uccidendo sette ragazzi e il custode, possa impunemente, per un'infrazione minima, cancellare il presente e forse anche il futuro di otto giovani.
(3-01958)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
BELISARIO - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
l'associazione "Mercy for animals", al fine di documentare le modalità di svolgimento dei metodi d'allevamento intensivo, in batteria, delle galline ovaiole, ha recentemente registrato il reportage "Hatchery Horrors" (al link: http://laverabestia.org/play.php?vid=1150) che è stato ripreso con una telecamera nascosta nello stabilimento di incubazione "Hy-Line" in Iowa: si tratta di metodi di allevamento che sottopongono gli animali a numerose prassi di una crudeltà inaudita; il documentario, che è stato registrato che per circa due settimane, ha filmato le pratiche assolutamente crudeli a cui sono sottoposti i pulcini in questo tipo di stabilimenti che, a quanto risulta all'interrogante, sarebbero comuni in tutto il globo;
queste vere e proprie "fabbriche di galline ovaiole" trattano i pulcini al pari di ogni prodotto di consumo non animale, partendo dalle incubatrici sino alla selezione finale dei pulcini. Appena usciti dall'uovo, infatti, alcuni operai hanno il compito di selezionare manualmente i maschi dalle femmine. Gran parte delle femmine, in particolare quelle sane e quelle che non muoiono a causa dei nastri trasportatori, verranno utilizzate negli stabilimenti di produzione di uova da vendere ai consumatori; i pulcini maschi, considerati da subito "inutili", vengono uccisi gettandoli vivi in un tritacarne oppure soffocati in sacchi di plastica;
ai pulcini femmina viene tagliata la punta del becco con un apposito macchinario che le afferra dalla testa. Questo per evitare che le galline, una volta adulte e costrette in piccolissime gabbie, non si feriscano gravemente tra loro causando danni economici per i produttori di uova. È noto, peraltro, che il becco dei pulcini contiene terminazioni nervose, e la procedura di taglio può causare dolore sia acuto al momento, che cronico, per tutta la vita della gallina adulta;
in seguito, le galline, recluse in gabbie piccolissime, vengono sfruttate al massimo per due anni per la produzione di uova, e poi macellate. Purtroppo risulterebbe che anche gran parte delle galline allevate a terra provengano da simili stabilimenti;
in riferimento a quanto accade in ambito europeo, secondo i dati diffusi dalla LAV (Lega anti vivisezione), esistono circa 400 milioni di galline ovaiole in Europa, delle quali oltre 50 milioni solo in Italia. Il 90 per cento delle galline ovaiole vive in gabbie di batteria. L'allevamento in batteria è un sistema intensivo dove milioni di galline sopravvivono recluse ciascuna in uno spazio più piccolo di un foglio di carta formato A4. Le galline ovaiole sono allevate per deporre uova: ognuna può deporre circa 300 uova all'anno e, generalmente, una gallina viene tenuta un anno;
i maschi di gallina ovaiola sono considerati "inutili", inoltre la razza non è adatta a far sì che diventino polli "da carne": così ogni anno in Italia 30 milioni di pulcini maschi vengono eliminati;
i metodi di allevamento in batteria prevedono ventilazione e luce forzata per aumentare la produzione: una tortura per gli animali, privati dei loro bisogni elementari e vittime di danni psicologici che li fanno letteralmente impazzire;
considerato che:
oltre alle gabbie da "batteria", esistono metodi diversi per l'allevamento delle galline ovaiole: quelle allevate all'aperto sono libere di uscire, e nei loro ricoveri hanno a disposizione trespoli, nidi e lettiera. Altre galline vengono allevate nelle cosiddette "gabbie arricchite", dove vi è spazio sufficiente per muoversi un poco, e attrezzature come il nido, la sabbia per grattarsi e i trespoli;
la direttiva europea n. 74 del 1999 sulla protezione delle galline ovaiole negli allevamenti (direttiva 1999/74/CE) ha bandito le gabbie da batteria convenzionali a partire dal 1° gennaio 2012: tuttavia, a quanto risulta all'interrogante, detta scadenza rischia di essere rinviata;
le norme dettate dall'Unione europea per migliorare il benessere delle galline ovaiole prevedono, ad esempio, che siano allevate assicurando un certo numero di ore di luce e di oscurità giornaliere in modo da ricreare l'alternanza del giorno e della notte. Inoltre, gli animali devono avere l'opportunità di muoversi ed il mangime deve fornire la giusta dose di minerali affinché le galline continuino a deporre uova e a godere di buona salute;
in Italia ancora milioni di galline sono allevate chiuse in gabbie strette, sottoposte ad una luce artificiale costante, come vere e proprie macchine da uova: i danni per la loro salute sono gravi e vengono curati con farmaci che influenzano le caratteristiche delle uova, sì da determinare gravi danni anche per i consumatori; di contro vi sono studi che confermano come le uova derivanti da sistemi di allevamento all'aperto abbiano valori nutrizionali molto superiori a quelle provenienti da allevamenti in gabbia di batteria;
rilevato altresì che:
una buona parte dell'industria alimentare europea non solo ha iniziato ad adeguarsi alla normativa che scatterà dal 2012, ma già non utilizza o commercializza uova da allevamento in gabbia o ha assunto l'impegno a non farlo;
in Italia questo settore della zootecnia, dove sono presenti grandi produttori, non sembra pronto per gli adeguamenti conseguenti all'obbligo imposto dalla direttiva europea citata e stenta ad attrezzarsi;
da un sondaggio si apprende che il 62 per cento dei consumatori europei sarebbe disposto a cambiare il proprio modo d'acquisto per poter comprare prodotti alimentari maggiormente rispettosi degli animali,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo, per quanto di propria competenza, non intenda provvedere ad assicurare l'immediata applicazione della direttiva europea n. 74 del 1999 sulla protezione delle galline ovaiole negli allevamenti, mettendo al bando le gabbie entro il 2012, ed accelerando quanto più possibile l'adeguamento degli allevamenti del nostro Paese alle direttive europee;
se non si intenda intervenire per far sì che, anche attraverso l'etichettatura delle uova, i consumatori siano resi consapevoli dell'esistenza di metodi di allevamento delle galline ovaiole quali l'allevamento all'aperto e nelle cosiddette "gabbie arricchite".
(4-04701)
DE LUCA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della salute - Premesso che:
a partire dal 12 dicembre 2010 è stata autorizzata la commercializzazione del medicinale denominato "Lodotra" (principio attivo prednisone cortisonico; titolare dell'autorizzazione all'immissione in commercio la Mundipharma Pharmaceutical Srl) indicato nel trattamento dell'artrite reumatoide attiva di grado moderato o grave negli adulti, in particolare se accompagnata da rigidità mattutina;
il costo del medicinale (venduto in confezione da 30 compresse di 1, 2 e 5 milligrammi) è fissato in 27,84 euro;
considerato che:
il prodotto è stato respinto dalla Food and drug administration americana in quanto ritenuto non innovativo e non sufficientemente documentato, anche sulla base della mancanza di lavori e riscontri internazionali di rilievo;
prodotti a base di cortisone a lento rilascio (Bentelan, Urbason, Dutimelan) sono clamorosamente falliti e ritirati dal commercio per assenza di un vero razionale e rischio di maggiori effetti collaterali (Urbason compresse rilascio prolungato 4 e 8 milligrammi ritirato dal commercio nel 2005; Dutimelan confetti 8 e 15 milligrammi - associazione retard a base di prednisone e cortisone acetato - ritirato dal commercio nel 1999; Bentelan control compresse 2 milligrammi ritirato dal commercio nel 1991);
si calcola che complessivamente i pazienti con artrite reumatoide siano in Italia 300-400.000 e pertanto quelli con rigidità articolare al mattino sono molti meno;
in Germania il suddetto medicinale è stato registrato con il prezzo di 16 euro;
i prodotti a base di cortisone già in commercio hanno prezzi molto contenuti (Urbason 4 milligrammi 10 compresse: 1,91 euro; Deltacortene 5 milligrammi 10 compresse: 1,80 euro) e, quindi, il costo del Lodotra appare decisamente spropositato;
tale stato di fatto determina molta incredulità e una certa agitazione tra i medici specialistici e i medici di medicina generale;
complessivamente, ogni anni la spesa sanitaria incide sulle casse dello Stato per circa 50 milioni di euro,
si chiede di conoscere quale sia la ragione di tale inverosimile sperequazione nel prezzo di medicinali simili e destinati allo stesso tipo di trattamento e quali iniziative il Governo intenda intraprendere per porre fine al protrarsi di tale situazione.
(4-04702)
POLI BORTONE - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
un'alluvione di pesanti proporzioni ha colpito nei giorni scorsi la Puglia e la confinante Basilicata;
i maggiori danni si sono registrati a Taranto e a Foggia. A Ginosa Marina le forti piogge hanno rotto gli argini del fiume Bradano costringendo le famiglie a rifugiarsi sui tetti;
si sono registrati numerosi allagamenti anche in alcuni campeggi nelle zone di Vieste e Peschici e nei terreni in agro di Zapponeta, nel foggiano, ed è stata interrotta la linea ferroviaria locale tra Puglia e Basilicata;
da tale alluvione sono derivati danni ingentissimi alle abitazioni, alle infrastrutture, agli esercizi produttivi e commerciali ed alle attività ricettive;
a Taranto, in contrada Marinella, Pantano e Tufarella, tra Ginosa e Bernalda (Matera), molti ettari di campi ad ortaggi e vigneti da tavola sono stati completamente distrutti ed alcuni fabbricati, sia capannoni che abitazioni, danneggiati;
anche a Castellaneta, contrada Gaudella e Palagianello, nella cosiddetta Lama, centinaia di ettari di terreno sono stati allagati con distruzione di tutti i seminativi. Campi ad ortaggi e vigneti allagati anche nelle restanti aree della provincia;
gli imprenditori agricoli di Ginosa, Laterza, Castellaneta e Palagianello hanno denunciato strade dissestate o addirittura chiuse, canali di scolo della bonifica in crisi di deflusso ed i terreni circostanti allagati con conseguente rischio di fenomeni di marcescenza delle radici;
gli abitanti delle zone colpite svolgono preminentemente attività di natura agricola e le conseguenze delle piogge di questi giorni destano non poche preoccupazioni,
si chiede di sapere se il Presidente del Consiglio dei ministri ed il Ministro in indirizzo, per far fronte allo stato di emergenza, non ritengano di dover adottare le stesse misure prese a favore della Liguria, del Veneto, della Campania e di alcuni Comuni della provincia di Messina colpiti dall'alluvione del 2 ottobre 2009, inserite nel decreto Milleproroghe (decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011).
(4-04703)
DELLA SETA, FERRANTE - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:
il 31 dicembre 2009 è terminato, su tutto il territorio della provincia di Campobasso, lo stato di emergenza dichiarato, ai sensi dell'art. 5, comma 1, della legge n. 225 del 24 febbraio 1992, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 31 ottobre 2002 ("Dichiarazione dello stato di emergenza in ordine ai gravi eventi sismici verificatisi il giorno 31 ottobre 2002 nel territorio della provincia di Campobasso");
la successiva ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3839 del 12 gennaio 2010, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 14 del 19 gennaio 2010, nel regolamentare il percorso di transizione dalla gestione straordinaria a quella ordinaria, ha introdotto una serie di disposizioni che consentono al Commissario delegato alla ricostruzione di completare gli interventi necessari per consentire il definitivo ritorno alla normalità, prevedendo, tra l'altro, l'autorizzazione in capo al Commissario e ai Sindaci, negli ambiti di rispettiva competenza, a continuare ad erogare i contributi di cui all'art. 2, comma 1, ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3253 del 2002 in favore delle famiglie che alla data di cessazione dello stato d'emergenza continuano a sostenere oneri per l'autonoma sistemazione;
la citata ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3253 del 2002 autorizzava il Commissario delegato e i Sindaci ad assicurare l'assistenza alle popolazioni colpite dal terremoto provvedendo ad assegnare ai nuclei familiari, la cui abitazione principale, abituale e continuativa, fosse stata distrutta in tutto o in parte ovvero sgomberata in esecuzione di provvedimenti delle competenti autorità, un contributo per l'autonoma sistemazione fino a 400 euro mensili, o laddove questa non fosse stata possibile a reperire una sistemazione abitativa alternativa;
le disposizioni di cui all'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3253, inizialmente applicabili ai Comuni della provincia di Campobasso rientranti nella cosiddetta "area del cratere sismico" composta da 14 comuni (Castellino del Biferno, Colletorto, Larino, San Giuliano di Puglia, Santa Croce di Magliano, Bonefro, Ripabottoni, Montelongo, Casacalenda, Montorio nei Frentani, Morrone del Sannio, Rotello, Ururi, Provvidenti), individuati indirettamente con i decreti del Ministro dell'economia e delle finanze del 14 e 15 novembre 2002 e del 9 gennaio 2003 (sospensione tributi e contributi), sono state successivamente estese con decreti del Commissario delegato (n. 5, n. 7 e n. 21 del 2003) a 83 Comuni della provincia di Campobasso;
è importante evidenziare che per la ricostruzione/riparazione degli immobili privati rientranti nella classe "A" (escluso il comune di San Giuliano di Puglia), cioè le abitazioni principali e/o immobili sedi di attività produttive gravati da ordinanza di sgombero totale, sono stati presentati 1.266 progetti per la ricostruzione di 5.078 unità immobiliari, con una previsione totale di finanziamento superiore a 500 milioni di euro;
purtroppo ad oggi risulta finanziato solo il 33 per cento di tali progetti, per un importo complessivo di circa 170 milioni di euro, mentre i nuclei familiari ancora inseriti in moduli abitativi o in autonoma sistemazione nei 14 comuni del cratere sono complessivamente 693, di cui 227 in moduli abitativi e 466 in autonoma sistemazione. A questi si sommano 191 nuclei familiari nelle medesime condizioni in comuni fuori dal cratere, di cui 19 in moduli abitativi e 172 in autonoma sistemazione. Il totale è di 884 nuclei familiari;
si sottolinea che alla somma prevista per la ricostruzione/riparazione degli immobili di classe "A" vanno aggiunti 12 milioni di euro del finanziamento relativo a 122 immobili sedi di attività produttive/agricole con ordinanza di sgombero totale (classe "A Bis") e 1,6 miliardi per le altre classi di priorità ("B", "C", "D" e "E"), ancora non stanziati;
complessivamente, dunque, per procedere alla riparazione/ricostruzione di tutti gli immobili di proprietà privata rientranti nelle diverse classi di priorità sono necessari ancora circa 2 miliardi di euro;
si evidenzia, ancora, che i progetti preliminari di stima degli interventi di riparazione e ricostruzione di opere pubbliche indicati dai Comuni (escluse le scuole e gli edifici di culto, nonché le opere pubbliche ricadenti a San Giuliano di Puglia) prevedono un finanziamento complessivo di un miliardo di euro, di cui ad oggi finanziati solo 63 milioni euro;
con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3417 del 2005 l'ingegnere Claudio Rinaldi veniva nominato "Soggetto Attuatore" per "la realizzazione di tutti gli interventi ed opere, anche infrastrutturali, di ricostruzione inerenti al territorio della provincia di Campobasso colpito dagli eventi sismici del 2002". Con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3880 del 2010, lo stesso Rinaldi è stato sostituito dal provveditore interregionale per la Campania e il Molise;
tra le opere pubbliche finanziate con fondi del terremoto rientra quella relativa alla messa in sicurezza e ammodernamento della strada statale 87 Sannitica, che in questi giorni è all'attenzione dell'opinione pubblica per licenziamenti effettuati dalla ditta Falcione, assegnataria di 42 milioni di euro di lavori, in favore di nuova forza lavoro proveniente da fuori regione;
gli eventi sismici del 2002 hanno determinato gravi danneggiamenti anche agli edifici di culto, per il cui ripristino è stato adottato un Piano generale di intervento che prevede, come stima per il finanziamento dei progetti preliminari di intervento, un importo complessivo di 115 milioni di euro di cui 32,28 ad oggi già finanziati;
il sisma del 2002 ha aggravato la situazione già fortemente precaria, in termini di stabilità e sicurezza, degli edifici scolastici, determinando un'ingente richiesta di finanziamenti per progetti di riparazione o ricostruzione di scuole pubbliche e private ad uso dell'infanzia, primarie e secondarie di primo grado, per un importo complessivo di 155 milioni di euro. Di questa somma ad oggi risultano finanziati progetti per un importo di 60 milioni di euro;
a seguito degli eventi sismici del 2002, con la citata ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri è stata disposta l'evacuazione dell'intero comune di San Giuliano di Puglia, per il quale è stato successivamente predisposto dallo stesso Sindaco, di concerto con il Dipartimento della protezione civile, un piano di ricostruzione specifico così come stabilito dall'art. 4, comma 1, dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3279 del 2003. Tale Piano è stato successivamente reso esecutivo con decreto commissariale n. 111 del 23 dicembre 2004;
con il decreto del Commissario delegato n. 120 del 28 luglio 2009 sono stati rimodulati il Programma generale delle opere infrastrutturali e l'articolazione degli interventi di ricostruzione nel comune di San Giuliano di Puglia, individuando nell'importo di 240 milioni di euro (di cui 153,7 milioni per le opere infrastrutturali e 86,2 milioni per gli interventi di ricostruzione privata) gli impegni finanziari necessari per finanziare la ricostruzione;
dalla lettura della relazione trasmessa dal soggetto attuatore per la realizzazione degli interventi e delle opere di ricostruzione, anche infrastrutturali, relative a San Giuliano di Puglia, si evince la seguente ripartizione delle somme spese: 23,4 milioni di euro per progetti e interventi sul dissesto idrogeologico comunale, 2,5 milioni di euro per il funzionamento degli uffici del soggetto attuatore, 994.000 euro di consulenze tecniche, 29,4 milioni per interventi di viabilità e servizi a rete nel comune, 3,394 milioni per abbattimento e raccolta delle macerie, 3,3 milioni per completamento di attività complementari, 1,45 milioni per il monitoraggio del territorio comunale, 4,395 milioni per opere accessorie, viabilità e completamento del villaggio provvisorio, 6 milioni di euro per impianto fotovoltaico, 400.000 euro per la frana sul corso del paese, 350.000 euro per gli arredi del Comune, 198.000 euro per lo studio del verde, 3,3 milioni per una struttura di rimessa per mezzi comunali, 831.000 euro per il depuratore, 2,2 milioni per il palazzetto dello sport, 542.000 euro per il campo sportivo, 2,6 milioni per l'arredo urbano, 1,126 milioni per la residenza degli anziani, 18 milioni di euro per interventi di viabilità e di recupero nel centro storico, 1,7 milioni per una strada comunale, 8,166 milioni per il consolidamento e la riqualificazione del palazzo marchesale, 735.000 euro per la chiesa di S. Elena, 3,799 milioni per la chiesa madre, 25,4 milioni di euro per la nuova scuola e 4,5 milioni per il parco della memoria;
nel marzo 2003, a seguito dell'alluvione nel basso Molise, il Presidente della Regione è stato nominato Commissario straordinario anche per l'alluvione. Nell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri di nomina, n. 3268 del 12 marzo 2003, all'art. 15 è stabilito che al fine di favorire la ripresa produttiva nelle zone colpite dal terremoto e dall'alluvione, la Regione può predisporre un "programma pluriennale di interventi per la ripresa produttiva nel territorio della regione Molise" (l'intera regione: 136 comuni) per una somma complessiva pari a 453 milioni di euro tra somme stanziate specificamente per sopperire agli eventi calamitosi e fondi ordinari spettanti al Molise per la programmazione inseriti comunque nel regime emergenziale e nella gestione commissariale;
per quanto risulta agli interroganti, tale ingente somma di denaro è stata, di fatto, utilizzata prevalentemente per finanziare progetti presentati da Comuni, enti pubblici ed aziende di territori non danneggiati dal terremoto e dall'alluvione, sulla base di scelte che sembrano spesso estranee a un'effettiva considerazione delle priorità delle zone colpite dall'alluvione e dal terremoto;
è importante evidenziare che il Governo, con il decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, ad avviso degli interroganti ha deciso di "scaricare", come denunciato pubblicamente non solo dagli interroganti ma anche dal consigliere regionale del Molise Michele Petraroia, sulle comunità colpite da eventi calamitosi un aggravio fiscale così da provvedere in parte alla ricostruzione. Con ciò è stato compiuto un grave atto di ingiustizia nei confronti delle popolazioni italiane colpite da terremoti, alluvioni o altre calamità naturali, perché l'aumento delle addizionali, dei tributi e della accise sulla benzina penalizzerà ulteriormente comunità già provate dai disastri naturali;
tenuto conto che in 8 anni sono stati spesi complessivamente 850 milioni di euro, mentre la ricostruzione nei comuni del cratere, salvo San Giuliano di Puglia, è ancora ferma al 30 per cento del totale, e nei comuni esterni al cratere essa non è mai iniziata,
si chiede di conoscere:
quali iniziative si intendono assumere, in raccordo con la Regione Molise, per assicurare il completamento della ricostruzione per la classe "A" in modo tale che tutte le 5.078 unità immobiliari interessate dall'ordinanza di sgombero totale possano essere restituite alla loro funzionalità;
quali interventi si intendano assumere prioritariamente per rispondere alle necessità delle 884 famiglie collocate in autonoma sistemazione o nei moduli abitativi provvisori che stanno progressivamente deteriorandosi;
se e come si intendano reperire le risorse necessarie per mettere in sicurezza le scuole e gli edifici pubblici, nonché per ripristinare i fabbricati e le attività produttive delle classi "B", "C", "D" e "E";
se non si intenda riconsiderare la scelta di far gravare sulle comunità colpite da eventi calamitosi un onere fiscale supplementare per il finanziamento degli interventi di ricostruzione.
(4-04704)
BELISARIO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle infrastrutture e dei trasporti e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:
martedì 1° marzo 2011 un violento nubifragio ha colpito la provincia di Matera con conseguenze devastanti su tutta la regione lucana; l'alluvione potrebbe avere effetti ancora più devastanti di quanto è già drammaticamente visibile;
si sono registrate le esondazioni dei fiumi Ofanto, Basento, Bradano, Agri, Sinni, Cavone e dei torrenti Bilioso e Vella, già verificatesi tra il 18 ed il 20 febbraio scorsi. Nella notte tra lunedì 28 febbraio e martedì 1° marzo, 19 nuclei familiari sono stati salvati dai vigili del fuoco a Serramarina di Bernalda. Nella zona di Metaponto è dovuto intervenire l'esercito con un elicottero per trarre in salvo tre persone imprigionate nella loro casa sommersa dall'acqua. A Scanzano il Comune ha disposto lo sgombero di nove famiglie a causa dei danni procurati da pioggia e fango alle abitazioni. Gli smottamenti e gli allagamenti, con numerose strade interrotte, hanno lasciato in panne molti automobilisti e bloccato le linee telefoniche in diverse aree del medio Basento. Sono state allestite tendopoli in diversi centri abitati; il 2 marzo sono giunti anche i militari del Genio. Il dato economicamente più devastante è che centinaia di ettari di pregiate colture sono sommerse dall'acqua;
gli effetti del nubifragio sulla situazione dei collegamenti stradali e ferroviari sono stati disastrosi, bloccando l'intera percorribilità della regione. La strada statale 407 Basentana è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa del cedimento del pilone di un ponte nei pressi di Calciano. È stata chiusa parte della strada statale 598 Fondovalle dell'Agri. A causa di una frana, è stata chiusa al traffico la statale 92 dell'Appennino meridionale nel Comune di Laurenzana (Potenza) al chilometro 33,600. È stata chiusa la strada provinciale 176, nel tratto Pisticci-Craco Peschiera. Nella notte tra lunedì e martedì, a Metaponto di Bernalda, nelle frazioni di Serramarina, Spineto, San Marco e Pantano, si sono verificate interruzioni con chiusura al traffico della statale 106 Jonica; stesso destino, a Policoro, per la complanare alla foce del Sinni. La Grassano-Matera è diventata impercorribile ed è rimasta chiusa al transito per diverse ore. La circolazione ferroviaria è stata sospesa tra Salandra e Ferrandina, lungo la tratta Metaponto-Potenza, a causa delle ampie porzioni di tratta invase dalle acque del Basento e del Bradano. Trenitalia ha attivato un servizio con autobus sostitutivi tra Potenza, Metaponto e Taranto, ma i disagi per i viaggiatori sono consistenti a causa dell'allungamento dei tempi di percorrenza. Da Potenza a Taranto, tra la Basentana interrotta e la strada 106 Jonica allagata, il percorso può durare fino a sei ore;
le continue ondate di pioggia che si sono susseguite hanno ulteriormente complicato le operazioni di soccorso;
l'analisi dell'Imaa Cnr, che in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria e fisica dell'Università di Basilicata sta supportando la Regione e la Protezione civile nella gestione dell'emergenza, fornendo mappe satellitari per le zone alluvionate, rivela che molti terreni risultano saturi d'acqua e che, se dovesse piovere ancora, il suolo non avrebbe più capacità di assorbimento, contribuendo a creare scenari ancora più disastrosi di quelli attuali. Nel dettaglio, i dati raccolti dal Cnr stanno fornendo informazioni sull'estensione delle aree inondate, sul trasporto a mare dei sedimenti in seguito alle esondazioni e sulle condizioni di umidità del suolo;
sono in corso sopralluoghi per la ricognizione dei danni. Per l'agricoltura la situazione è disastrosa, con le campagne prevalentemente allagate in tutto il Metapontino. Sotto il profilo sanitario, non ci sono problemi per le persone ma c'è un rischio veterinario perché nel territorio di Bernalda ci sono centinaia di capi bovini annegati, e altre decine di ovini e caprini che hanno subito la stessa sorte. I problemi da affrontare sono la messa in sicurezza degli animali ancora vivi e lo smaltimento delle carcasse delle bestie morte;
in seduta straordinaria a Matera la Giunta regionale della Basilicata ha approvato la declaratoria dell'evento calamitoso per le piogge del 1° marzo 2011 da inoltrare al Ministero delle politiche agricole e forestali in modo da ottenere la dichiarazione dello stato di calamità e le relative provvidenze. Con una seconda delibera ha anche stanziato 100.000 euro per far fronte alle spese di gestione dell'emergenza. Le situazioni più critiche riguardano dunque i trasporti, per l'interruzione di diverse strade, e l'agricoltura, messa in ginocchio dalle alluvioni;
proprio sul fronte dei trasporti, la chiusura della Basentana, l'unica arteria che collega la regione alla rete viaria nazionale, ripropone in tutta evidenza il tema del rafforzamento del sistema viario della regione lucana. Non pare più procrastinabile il miglioramento dei collegamenti e la realizzazione di adeguate alternative in caso di emergenza. A riguardo, la Potenza-Matera e la Potenza-Bari sarebbero risultate, in tale situazione, due arterie strategiche ed avrebbero alleggerito i disagi ed evitato l'isolamento del territorio, gravato da un deficit infrastrutturale che incide in termini fortemente negativi sulle potenzialità di sviluppo dell'intera regione;
il viadotto a 18 campate della Basentana è stato costruito negli anni '70 dalla Cassa per il Mezzogiorno e l'Anas sostiene che sotto la sua gestione e manutenzione, fino ad oggi, non abbia mai mostrato segni di cedimento o altri problemi alla struttura. Non si può tralasciare, però, che la strada è stata più volte teatro di numerosi incidenti, anche mortali, e che più volte è stata segnalata alla stessa Anas la necessità di intervenire sullo stato delle barriere spartitraffico e dei guard rail, datati e non più adeguati ad assorbire l'urto dei nuovi mezzi, decisamente più pesanti rispetto al passato, nonché sulla scarsità delle aree di servizio;
considerato che:
da circa un mese è stato emanato il decreto con il quale si dichiarava lo stato di calamità per la provincia di Matera, a seguito delle piogge alluvionali, verificatesi tra la fine del mese di ottobre e gli inizi di novembre 2010, che causarono danni alle strutture aziendali ed alle infrastrutture;
ancora una volta, dunque, si ripete la prassi di intervenire solo successivamente al verificarsi di gravi fatti calamitosi, allo scopo di tamponare le conseguenze della fragilità territoriale una volta che esse si sono prodotte;
il 12 novembre 2009, il Governo ha svolto un'informativa urgente presso l'Aula della Camera sulle politiche relative all'assetto idrogeologico del Paese, anche con riferimento alla realizzazione di interventi infrastrutturali: in tale circostanza, l'allora Sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare Menia ha rilevato come la situazione di criticità idrogeologica del Paese imponesse di agire rapidamente per garantire ai cittadini adeguate condizioni di sicurezza. Secondo quanto riferito dal Sottosegretario, la spesa sostenuta dallo Stato per l'attività di emergenza è stata mediamente tra i 2 e i 3,5 miliardi di euro all'anno. Nella stessa sede il Sottosegretario sottolineava come fosse necessario investire molto di più in prevenzione piuttosto che intervenire a posteriori. La situazione della Basilicata dimostra che il Governo non riesce a far seguire alle dichiarazioni azioni concrete,
si chiede di sapere:
quale orientamento si intenda assumere in ordine alla dichiarazione dello stato di calamità naturale per il nubifragio che ha colpito la regione e quali interventi il Governo intenda adottare per l'immediato al fine di affrontare l'emergenza venutasi a creare;
se non si intenda assumere iniziative volte a stanziare con la massima urgenza le risorse necessarie a coprire le esigenze di tutti i territori duramente colpiti dalle eccezionali avversità atmosferiche verificatesi in questi giorni, che riguardano la Basilicata, ma anche le Marche, la Calabria e la Sicilia;
se non si ritenga necessario concedere indennizzi alle attività produttive danneggiate dagli eventi calamitosi per la riparazione e la ricostruzione di beni mobili distrutti o danneggiati, per il ripristino delle scorte andate distrutte e degli animali deceduti, per il ristoro di danni derivanti dalla perdita di beni mobili strumentali all'esercizio delle attività;
se e quali iniziative intenda adottare il Governo nei confronti dell'Anas, affinché effettui un monitoraggio costante ed una manutenzione effettiva di tutte le infrastrutture dalla stessa società gestite, al fine di evitare che eventi quali quello relativo alla Basentana non si ripetano in futuro;
se non si intenda predisporre un programma di prevenzione ambientale di medio-lungo termine per rendere il sistema idrogeologico nazionale idoneo a fronteggiare in futuro situazioni di maltempo anche di forte entità;
se non si ritenga prioritario attuare a livello nazionale un programma per la sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico, superando l'attuale frammentazione di competenze, fonti normative, fonti di finanziamento e di livelli di responsabilità, mediante l'individuazione di risorse pluriennali certe e costanti e l'effettuazione di puntuali verifiche sulla realizzazione di tale programma, alla luce dell'indubbio risparmio che la prevenzione consentirebbe di conseguire rispetto alle politiche emergenziali ex post sino ad ora seguite, come indicato nella mozione 1-00335 presentata nel novembre 2010 dal Gruppo Italia dei Valori del Senato.
(4-04705)
BELISARIO, DE TONI, CARLINO - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
come sostenuto già nel 2009 da Federmobilità, l'associazione di assessorati ai trasporti di regioni, province e comuni, in occasione della prima edizione della manifestazione MercinTreno, il rilancio e l'incentivazione del trasporto ferroviario delle merci costituisce uno dei presupposti per dare maggiore competitività al sistema economico nazionale;
il 18 dicembre 2009 la Commissione europea ha presentato la seconda relazione sul monitoraggio dello sviluppo del mercato ferroviario (COM(2009)676), dalla quale emerge in particolare che gli investimenti destinati alla costruzione di infrastrutture stradali restano di gran lunga superiori a quelli nelle ferrovie. Secondo dati del 2006 forniti dalla Community of european railways and infrastructure companies, l'investimento medio al chilometro per la manutenzione delle linee ferroviarie è stato di cinque volte superiore nell'UE a 15 Paesi a quello della UE a 12. Peraltro, nonostante un contesto molto favorevole caratterizzato da un aumento del 69 per cento dei fondi stanziati dalla politica regionale a favore dei trasporti, si osserva una stagnazione degli investimenti ferroviari cofinanziati a titolo della politica di coesione rispetto al periodo 2000-2006. Nella UE a 12 le quote più alte delle ferrovie, nel totale degli investimenti nazionali nel settore dei trasporti, sono state quelle della Slovenia, della Lituania, della Repubblica Ceca e della Slovacchia, mentre la quota della Polonia è stata la più bassa. Ad ogni modo gli effetti della crisi sono più evidenti nel settore del trasporto merci ferroviario che in quello del trasporto passeggeri. Peraltro la crisi influisce più sul segmento del materiale rotabile che su quello dell'infrastruttura, che dovrebbe beneficiare maggiormente delle misure economiche di rilancio previste dagli Stati membri;
secondo quanto riferito dal Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, in sede di audizione presso la IX Commissione permanente (Trasporti) della Camera dei deputati, nel settore merci in Italia il volume trasportato (in tonnellate al chilometro) è aumentato del 10,8 per cento tra il 2000 e il 2007. In Germania, esso è aumentato del 38,6 per cento, nel Regno Unito del 45,7 per cento e in Svezia del 19,4 per cento; il peso della modalità "ferrovia" sul totale dei trasporti terrestri di merci è cresciuto, nello stesso periodo 2000-2007, in Italia dal 10,5 all'11,1 per cento, mentre in Germania è passato dal 18,6 al 21,3 per cento, nel Regno Unito dal 9,3 al 12,7 per cento e in Svezia è rimasto invariato al 36 per cento;
l'attuale sistema di agevolazioni fiscali in Italia presenta un evidente squilibrio a favore del trasporto merci su gomma, a discapito di quello su rotaia, e a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei;
il Presidente di Fercargo - l'aggregazione di tutte le imprese che non fanno riferimento al mondo FS, ma operano nell'ambito del trasporto ferroviario in Italia - in sede di audizione presso la Commissione trasporti della Camera dei deputati, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul settore del trasporto ferroviario di passeggeri e merci, ha sostenuto che l'Italia "è un Paese storicamente indietro rispetto ad altri Paesi europei in termini di trasporto merci ferroviario. Questo ritardo è dovuto a mille ragioni: la conformazione del territorio, un'infrastruttura da sempre carente rispetto agli altri Paesi, un approccio storicamente molto più orientato al trasporto su gomma piuttosto che al trasporto ferroviario o ad altre modalità. Negli ultimi tre o quattro anni, purtroppo, il decremento deciso - dovuto a vari fattori - che si è verificato in termini di sviluppo del traffico ferroviario ha peggiorato la situazione, per cui oggi si stima che la quota modale del trasporto ferroviario sia a ridosso del 6 per cento, una cifra veramente bassa e fortemente preoccupante", mentre la media europea è pari a circa il 12 per cento;
secondo Fercargo i fattori fondamentali che si pongono all'origine di questo triennio critico sono sostanzialmente tre, tutti ampiamente condivisibili. Il primo è ovviamente legato alla crisi degli ultimi due anni: il 2008 e il 2009 hanno certamente rappresentato un periodo negativo, ma il trasporto ferroviario ha subìto decrementi superiori rispetto a quelli registrati dalle altre modalità di trasporto. Il secondo fattore è la compressione del processo di liberalizzazione in corso, attuato attraverso decisioni messe in atto quotidianamente dal gestore dell'infrastruttura. Il terzo è legato alle scelte di Trenitalia Cargo che, nell'autonomia delle proprie decisioni, ha deciso di ridurre il perimetro dei servizi offerti e, quindi, di contrarre notevolmente l'offerta nei confronti del mercato, rischiando di lasciare intere aree del Paese sprovviste di collegamenti per il trasporto ferroviario delle merci;
la strategia di Trenitalia Cargo pare essere dunque quella di abbandonare il settore merci, da anni in perdita, per concentrare tutte le risorse, economiche, strumentali ed umane, verso il segmento dell'alta velocità; scelta a giudizio degli interroganti profondamente sbagliata che contrasta con gli interessi del Paese, soprattutto se si considera che Trenitalia riceve contributi pubblici per poter offrire servizi in questo settore e che tutti i lavoratori del comparto si sono adoperati senza riserve, in questi anni, per affrontare la crisi economica e l'apertura del mercato, arrivando a sottoscrivere accordi - come quello del 17 dicembre 2010 - contenenti riduzione del personale, pur di pareggiare il bilancio della società;
sull'anomala gestione delle Ferrovie dello Stato gli interroganti hanno presentato, oltre a numerosi atti di sindacato ispettivo, rimasti per lo più senza esito, un documento per l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di trasporto ferroviario nazionale (doc. XXII, n. 18);
considerato che:
in tale contesto si inserisce altresì la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 7 luglio 2009, che prevede la riduzione da 240 a 71 del numero di scali merci utilizzabili anche dai privati. Il resto dei terminal, che fanno tutti capo a Rete ferroviaria italiana (Rfi), saranno ceduti ad altre società del gruppo Fs, compresa Trenitalia. Si assiste così ad un passaggio tutto interno alle società del gruppo Fs, che ha operato, con un atto ad opinione degli interroganti fortemente lesivo della libera concorrenza e contrario ai criteri ispiratori della legge sulla liberalizzazione ferroviaria, a danno dei competitor di Trenitalia. Inoltre, limitando gli accessi agli scali merci si finisce per avvantaggiare indirettamente il trasporto su strada, con il risultato di spingere sempre più tir su strade e autostrade italiane, dato, quest'ultimo, confermato anche da un recentissimo studio del Certet Bocconi, dal titolo "Scenari e prospettive del sistema ferroviario italiano nel contesto della liberalizzazione europea";
approfondimenti sulle misure previste dalla direttiva e sulla compatibilità delle medesime con il quadro giuridico europeo (direttive 2001/12/CE e 2001/14/CE) sono stati richiesti dalla Commissione europea, che, in data 27 gennaio 2010, ha inviato apposita comunicazione al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. L'annullamento e/o la riforma della direttiva in questione, dei relativi atti connessi, consequenziali e presupposti, nonché di tutti gli atti applicativi della direttiva medesima, sono stati richiesti, invece, con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica del 16 novembre 2009, proposto contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, Ministero dell'economia e delle finanze, Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, FS, Rfi e Trenitalia, da 13 imprese ferroviarie operanti nel settore merci e dall'associazione Fercargo;
già nel 2007, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva avviato un'istruttoria, per verificare se FS e Rfi avessero posto in essere una strategia volta ad aumentare i costi di accesso al mercato della fornitura di servizi di trazione ferroviaria per il trasporto di merci ai danni delle imprese ferroviarie concorrenti di Trenitalia (controllata da FS). Rfi, infatti, dal 2004, non aveva più riconosciuto lo sconto (denominato "K2") sul canone per l'utilizzo dell'infrastruttura ferroviaria. Questo sconto era diretto a compensare i maggiori costi per le imprese ferroviarie dovuti all'arretratezza tecnologica della rete e alle insufficienze regolamentari, che non consentono l'utilizzo di un unico macchinista. Rfi aveva invece chiesto il pagamento del canone pieno, minacciando la risoluzione dei contratti;
non trascurabile in questo quadro è senza dubbio la questione della non corretta trasposizione della direttiva 91/440/CEE, relativa allo sviluppo delle ferrovie comunitarie, e della direttiva 2001/14/CE, relativa alla ripartizione della capacità di infrastruttura ferroviaria, all'imposizione dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura ferroviaria e alla certificazione di sicurezza. Attraverso tale inadempienza si continua a violare il principio dell'indipendenza delle funzioni essenziali fissato dalle direttive citate e inteso a garantire un accesso equo e non discriminatorio alle infrastrutture ferroviarie a tutte le imprese ed a promuovere un mercato europeo dei trasporti ferroviari competitivo,
si chiede di sapere:
se non si intenda procedere con l'adozione di misure adeguate per il riequilibrio modale del trasporto merci, a vantaggio del trasporto ferroviario;
se non si ritenga opportuna la revisione della disciplina di recepimento delle direttive comunitarie in materia ferroviaria, superando l'attuale quadro normativo, al fine di fornire garanzie sufficienti di indipendenza di Rfi rispetto al gruppo Ferrovie dello Stato;
quali iniziative di competenza si intenda assumere affinché Trenitalia delinei la sua strategia aziendale in coerenza con gli obblighi sottoscritti, con l'interesse nazionale e nel rispetto dei principi comunitari di liberalizzazione e concorrenza.
(4-04706)
DI NARDO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso che:
l'abuso di posizioni dominanti ed i conflitti di interesse, che determinano le condizioni per piegare ogni norma di legge o di regolamento, sono ormai riscontrabili in ogni settore della vita sociale ed economica;
desta ora grande preoccupazione il fenomeno collegato a un vero e proprio traffico di incarichi, che consentirebbe ad alcune società, anche di primaria grandezza nel panorama europeo, di imporre incarichi professionali e compensi a giovani legali, che sarebbero costretti a prestare la propria opera professionale per corrispettivi molto inferiori alle previsioni tariffarie;
ne consegue che la disponibilità a prestare la propria opera professionale per corrispettivi pari ad un quarto di quanto sarebbe spettante ha un'incidenza sulla scelta dei legali, che saranno poi gli esecutori materiali di determinate pratiche, molto maggiore rispetto a capacità e competenze;
da quanto risulta all'interrogante, ancor più grave è il fatto che il risparmio sopra descritto, fra la tariffa dovuta e quanto effettivamente corrisposto, non si trasformerebbe in un utile, anche se ingiusto, per le società interessate, ma sarebbe surrettiziamente diviso fra gli amministratori delegati senza scrupoli, che gestiscono gli incarichi, e i faccendieri che avvicinano giovani professionisti ed impongono le condizioni capestro;
si sarebbe dunque creata una sorta di "caporalato legale", che permetterebbe una distribuzione di incarichi tale da consentire a chi gestisce questo traffico di incassare sotto banco almeno il 70 per cento del corrispettivo che verrà liquidato, a discapito dei legali incaricati, che devono accontentarsi del 25/30 per cento del corrispettivo, il tutto in nero o attraverso false fatturazioni,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano al corrente del fenomeno descritto in premessa;
se, d'intesa con la Guardia di finanza, gli ordini professionali o il Consiglio nazionale forense, investendo eventualmente della problematica anche l'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato, non sia opportuno disporre un'indagine conoscitiva approfondita su simili traffici di incarichi, che riguarderebbero direttamente anche gruppi bancari di primaria importanza;
quali urgenti misure, all'esito degli accertamenti che si vogliano disporre, si intendano eventualmente adottare per sconfiggere quella che sembra essere una nuova forma di caporalato.
(4-04707)
FASANO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso che:
sabato 5 marzo 2011, lo stadio Massajoli di Eboli (Salerno) è stato teatro di un pomeriggio "di ordinaria follia";
nell'intervallo tra il primo ed il secondo tempo della partita tra la Eboli Mare e la squadra ospite Valentino Mazzola si è scatenata una violenta rissa nei pressi dell'ingresso allo spogliatoio;
considerato che:
i calciatori della squadra ospite sono stati oggetto di pesanti minacce ed il portiere titolare, Davide Petrelli, ha alla fine preferito non ritornare in campo;
il tecnico ospite, Mariano Turco, è stato colpito con un calcio sopra lo sterno ed un pugno riportando problemi ad una costola;
tenuto conto che:
da più parti, fin dalla vigilia, era stato paventato l'alto rischio di scontri fra le due tifoserie anche a causa dei fatti verificatisi nel corso della partita di andata;
il medesimo stadio era stato teatro, appena due settimane prima, di un'analoga rissa nel corso della sfida con la Valdianese,
l'interrogante chiede di sapere se il Presidente del Consiglio dei ministri ed il Ministro in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, siano informati dei gravi fenomeni di violenza che puntualmente accompagnano gli incontri sportivi di calcio, tra l'altro non professionistico, allo stadio Massajoli di Eboli e, in caso affermativo, se e quali provvedimenti intendano porre in essere affinché tali episodi di vera e propria criminalità cessino.
(4-04708)
FASANO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che l'interrogante ha presentato lo scorso 17 febbraio 2011 l'atto di sindacato ispettivo 4-04593 con il quale denunciava la grave crisi occupazione nell'area del salernitano a causa del fallimento del gruppo ex Despar e paventava una sorta di "passività" in ordine alla tutela dei lavoratori posta in essere dalla curatela fallimentare;
considerato che l'8 marzo 2011 i quotidiani locali riportano la notizia secondo la quale la predetta curatela avrebbe preteso la restituzione dei punti vendita ex Despar ma nulla avrebbe fatto per attivare le procedure di cassa integrazione per i lavoratori,
l'interrogante chiede di sapere dal Presidente del Consiglio dei ministri e dai Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, se siano informati riguardo la situazione di stallo nella quale permane la vertenza ex Despar e, in particolare, se risulti che la citata curatela fallimentare, che si è impegnata a gestire l'attuale fase transitoria del fallimento e ad addivenire ad una nuova procedura d'asta, abbia attivato gli ammortizzatori sociali idonei a tutelare i lavoratori.
(4-04709)
FASANO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che nel primo pomeriggio di sabato 5 marzo 2011, a Vettica, nei pressi del cimitero periferico di Amalfi, a causa del maltempo, un terrapieno si è letteralmente sbriciolato, colando a valle e squarciando per un fronte di venti metri il fianco della montagna;
considerato che:
la colata di fango, partita da un'altezza di oltre 20 metri dal livello stradale, ha finito per invadere il nastro d'asfalto della strada provinciale che collega Amalfi con le frazioni ed i comuni di Agerola, Furore e Conca dei Marini;
la zona è praticamente interdetta al traffico veicolare e pedonale a causa del rischio di ulteriori cedimenti dei terrazzamenti che si affacciano sul vallone di Santa Croce attraversato dalla rotabile che conduce a Conca dei Marini, Furore e Agerola e che collega Amalfi anche con le frazioni di Vettica, Tovere, Lone e Pogerola;
tenuto conto che solo per fortuna e/o per miracolo, l'ennesimo smottamento non ha causato vittime;
l'interrogante chiede di sapere se il Presidente del Consiglio dei ministri ed il Ministro in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, siano informati dell'ennesimo gravissimo fenomeno di dissesto idrogeologico che sta logorando le infrastrutture e il patrimonio dell'intero territorio di Salerno e, in caso affermativo, se e quali provvedimenti intendano porre in essere, di concerto con tutti gli enti interessati, al fine di porre in sicurezza sia le persone che il patrimonio naturale della provincia salernitana.
(4-04710)
INCOSTANTE, DELLA MONICA, CASSON - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
la procura di Torre Annunziata è protagonista di numerose inchieste di primaria importanza non solo per quanto riguarda il territorio di riferimento, ma anche per gli echi che suscitano nel panorama nazionale e internazionale, come quella riguardante i recenti crolli negli scavi di Pompei;
nonostante l'innegabile necessità di rafforzare il ruolo della magistratura agli occhi dei cittadini, a maggior ragione in occasione di importanti e recenti inchieste come quelle richiamate, l'organico della procura si trova in una situazione di grave sofferenza;
a fronte di tredici sostituti procuratori previsti a regime, attualmente ne sono impiegati solo nove, di cui uno a termine e un'altro in aspettativa per gravi problemi di salute;
tale situazione si riverbera gravemente sulla concreta attività della procura, poiché l'attività istruttoria non viene svolta solo nella sede di Torre Annunziata, ma anche nelle quattro sedi distaccate di Torre del Greco, Castellammare di Stabila, Gragnano e Sorrento;
considerato inoltre che:
il blocco del cosiddetto turnover previsto anche per il personale amministrativo impiegato presso gli uffici di giustizia penalizza fortemente la procura di Torre Annunziata, poiché anche la fase di gestione ordinaria delle istruttorie, nonché tutto il delicato momento dell'archiviazione e conservazione subiscono dei ritardi considerevoli, in ragione della cronica carenza di organico;
tale doppia insufficienza di personale - sul versante dei sostituti procuratori e su quello del personale amministrativo - crea degli effetti ancor più devastanti, fino al rischio di un vero e proprio blocco, se si fa riferimento anche la mancanza di fondi per le spese ordinarie, considerando che per tutto l'anno la dotazione messa a disposizione ammonta a soli 12.000 euro,
si chiede di sapere se il Governo sia al corrente della grave situazione di carenza di organico che caratterizza la procura di Torre Annunziata e se e come intenda farvi fronte per non vanificare gli sforzi già posti o impedire alla giustizia di perseguire reati in tempi certi e con strumenti efficaci, a maggior ragione considerando la complessità del territorio e le indagini importanti su cui è impegnata.
(4-04711)
PEDICA - Ai Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
in data 6 marzo 2011 il quotidiano "la Repubblica", in un articolo intitolato "Assunzioni con sponsor, bufera su Gemma", riporta la vicenda per cui le società controllate dal Comune di Roma, Risorse per Roma e Roma Entrate, avrebbero assunto tra giugno 2009 e febbraio 2010 circa 700 ex dipendenti della società Gemma;
la società Gemma, che nel 1999 aveva ottenuto dal Campidoglio la gestione delle pratiche del condono edilizio e dell'accertamento dei tributi locali, è stata partecipata al 20 per cento dal Comune fino alla fine del 2009, poi, anche a seguito di indagini aperte a carico dei dirigenti della stessa, Renzo Rubeo, Roberto Liguori e Giancarlo Matta, nonché a carico degli assessori Marco Corsini e Roberto Morassut, il Campidoglio ha dismesso quel 20 per cento del capitale rendendo Gemma privata, fino al fallimento del giugno 2010;
in previsione del fallimento, un accordo tra Comune e sindacati, siglato nell'autunno del 2009, stabiliva che, nel caso in cui Gemma avesse chiuso i battenti, sarebbe stato il Campidoglio ad assorbire i lavoratori;
secondo quanto riportato dal quotidiano suddetto tale assorbimento si sarebbe così verificato in Risorse per Roma e Roma Entrate, interessando ben 700 lavoratori, tutti assunti tramite la modalità di selezione "a chiamata diretta", ovvero senza alcun tipo di procedura concorsuale;
con tale meccanismo di selezione, riporta il quotidiano, sarebbero in procinto di essere assunti ulteriori 105 lavoratori, muniti anch'essi di una sorta di "sponsorizzazione" da parte di esponenti politici;
ciò risulterebbe, infatti, da una lista recante 105 nomi e cognomi di lavoratori già assunti tra giugno 2009 e febbraio 2010, con contratti triennali, da Gemma e rimasti a casa dopo il fallimento dell'azienda. Secondo il quotidiano la lista riporterebbe, accanto al nome, "la data del colloquio (gestito dalla società di consulenza Deas), una lettera per indicarne il profilo, il punteggio, la tipologia contrattuale e, soprattutto, lo "sponsor": per circa la metà c'è un generico "Comune di Roma". Nel resto dei casi ci sono politici, per lo più di centrodestra, segnalati per cognome: c'è un Cavallari (Enrico, assessore comunale?), un Malcotti (Luca, assessore regionale?), un Alemanno, un Lollobrigida (Francesco, assessore regionale?) ma anche possibili esponenti del centrosinistra (...)";
questi 105 lavoratori interinali, «somministrati» dalla G-Group, che si affiancherebbero ai 700 già assorbiti, sarebbero tutti di prossima assunzione, grazie alla veicolazione di una agenzia di lavoro interinale che dovrebbe fornire al Comune di Roma il personale per lo smaltimento delle pratiche di condono edilizio;
anche il quotidiano il "Corriere della Sera", in un articolo del 6 marzo 2011 dal titolo "Ex Gemma, 105 assunti con sponsor", riporta come, dei 105, "un gruppetto di 7-8 persone farebbe riferimento a Luca Malcotti (ora assessore regionale ai Lavori pubblici) e al segretario di Ugl Costruzioni Egidio Sangue, il sindacato dal quale proviene Renata Polverini e che fu in prima fila nella campagna elettorale per le comunali del 2008 vinta da Alemanno. Un'altra decina di nominativi farebbero riferimento allo staff dell'assessore all'Urbanistica Marco Corsini, uno all'assessore al Personale Enrico Cavallari, un altro a quello regionale ai Trasporti Francesco Lollobrigida, uno al consigliere comunale Pdl Pasquale De Luca. Ma ci sono anche quelli indicati come «sponsorizzati» dal centrosinistra: viene citato (...) anche Mario Mei, oggi consigliere regionale dell'Api",
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quanto sopra descritto;
se, nell'ambito delle proprie competenze, non ritengano che l'affidamento in house, senza gara, a Risorse per Roma e a Roma Entrate, dei servizi tecnici propedeutici alla gestione delle pratiche di condono edilizio e dell'accertamento dei contributi locali, nonché l'assunzione diretta dei dipendenti di Gemma SpA nelle due società controllate dal Comune di Roma senza alcuna procedura di pubblicità o di selezione concorsuale, non configurino una violazione dei principi di trasparenza e pubblicità previsti dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, di attuazione della legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni;
se non si ritenga che il sopra descritto meccanismo, di assorbimento di dipendenti di società parzialmente controllate da un ente locale nell'organico nella pubblica amministrazione, se valutato legittimo e coerente, costituisca un precedente che dia titolo a tutti quei lavoratori che hanno prestato servizi per enti locali e pubbliche amministrazioni poi licenziati, ad ottenere un trattamento non dissimile dai 700 ex dipendenti Gemma che sono stati assunti dall'ente locale, e quali misure ritengano di adottare i Ministri in indirizzo al fine di garantire equità e parità di trattamento;
se non si ritenga che il meccanismo della "sponsorizzazione" politica rappresenti un comportamento, oltre che penalmente rilevante, anche politicamente riprovevole, suscettibile di creare, infatti, discriminazioni fra i cittadini e di infrangere il principio del buon andamento e dell'imparzialità dell'amministrazione, e quali provvedimenti si intendano assumere per sanzionare la vicenda nonché per prevenire, nel futuro, una lottizzazione non meritocratica delle assunzioni nella pubblica amministrazione.
(4-04712)
D'ALIA - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:
l'Associazione giovanile musicale (A.Gi.Mus.) opera da oltre un sessantennio a favore della crescita culturale, morale e musicale dell'Italia e degli italiani. Fondata all'inizio del 1949 dalla Farnesina, il suo statuto fu approvato dal Ministro della pubblica istruzione, Gonella, che rivolgendosi a tutti i Capi d'istituto con apposita circolare del 12 aprile del 1949, fra l'altro, affermava: "Per il raggiungimento delle alte finalità che tale associazione si prefigge, conto sulla fattiva opera delle SS. LL. e confido che essa sarà piena ed entusiastica";
da allora l'Associazione, sviluppatasi in tutta Italia fino a contare oltre cento sezioni, ha svolto il suo compito istituzionale con una ininterrotta azione di promozione della cultura musicale anche e soprattutto in quei centri dove, per vari motivi, anche la Pubblica Istruzione era in difficoltà se non del tutto assente;
c'è ancora qualcuno che ricorda con grande piacere che negli anni cinquanta e sessanta tutti gli studenti erano tesserati A.Gi.Mus. e partecipavano ai concerti che si tenevano dal Foro italico al Conservatorio di Santa Cecilia così come in tutti i teatri e le strutture più importanti di Roma e di tutte le maggiori città italiane;
molti grandi nomi del concertismo italiano si sono esibiti per l'A.Gi.Mus. all'inizio della loro carriera: Severino Gazzelloni, Uto Ughi, Salvatore Accardo, Cecilia Gasdia, Katia Ricciarelli, Michele Campanella, eccetera;
una grandissima azione di promozione e di pubblicizzazione della nostra cultura è stata fatta nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle materne con l'educazione all'ascolto del suono, alle medie con lezioni concerto finalizzate alla conoscenza della musica in generale e, della classica in particolare, fino ad arrivare alle università ove si sono proposti concerti di vario tipo sia con giovani universitari in qualità di musicisti, sia con talenti già conclamati che hanno dimostrato quanto si può fare ed ottenere in questo settore;
particolarmente interessante il rapporto con l'Università per stranieri di Perugia che permette, anno per anno, a giovani universitari provenienti da tutto il mondo di esibirsi e a giovani musicisti di viaggiare in tutto il mondo;
insomma, l'A.Gi.Mus., insieme a poche altre associazioni, ha fatto negli ultimi 60 anni la storia della cultura musicale in Italia, ed è, a pieno titolo, patrimonio dell'Italia e degli italiani;
i soci e gli aderenti dell'anno 2010 sono stati, in tutta Italia, 19.836, ed hanno assistito agli spettacoli dell'A.Gi.Mus. oltre 200.000 persone;
a fronte dei 160.000 euro che, nell'anno 2010, il Ministero per i beni e le attività culturali eroga tramite il Fondo unico dello spettacolo (FUS) all'associazione, essa ha prodotto lavoro, nell'anno in questione, per circa 4.000 persone fra musicisti, addetti ai services, responsabili di palco, responsabili per la sicurezza, pubblicisti, tipografi eccetera. Ha pagato per IRPEF, IRAP, ENPALS, INPS eccetera 169.000 euro; ha un bilancio complessivo (il bilancio dell'A.Gi.Mus. si compone della somma dei bilanci delle 22 attuali sezioni presenti su tutto il territorio italiano) di circa 1.500.000 euro. Ha generato, per conseguenza, IVA per 300.000 euro, con un guadagno netto per lo Stato, almeno, di uguale importo,
si chiede di sapere in quale modo il Ministro in indirizzo intenda salvaguardare enti ed associazioni assolutamente virtuose come l'A.Gi.Mus., a fronte dei pesanti tagli inferti al settore nell'ottica di una razionalizzazione del comparto che, se pur condivisibile, non deve penalizzare realtà che rappresentano, come quella sopra descritta, un valore aggiunto per la nostra cultura e una risorsa economica e non un "peso", ma deve essere quindi basata su criteri oggettivi che tengano conto della storia, dell'attività e del bilancio degli enti e delle associazioni in questione, ovvero su parametri che dovrebbero mettere al riparo dall'estinzione associazioni come l'A.Gi.Mus. che, al contrario, rischiano di scomparire.
(4-04713)
FERRANTE, DELLA SETA, AGOSTINI, CASSON, DELLA MONICA, FIORONI, GIARETTA, INCOSTANTE, MARINO Mauro Maria, PASSONI, PEGORER, PERTOLDI, PINOTTI, TOMASELLI, CARLONI, SANGALLI - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:
il Governo il 3 marzo 2011 ha approvato in via definitiva lo schema di decreto legislativo in attuazione della direttiva 2009/28/CE del Parlamento europeo e del Consiglio europeo sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili;
tale decreto avrebbe dovuto riformare gli incentivi in modo da rendere raggiungibili gli obiettivi europei che per il nostro Paese prevedono il raggiungimento del 17 per cento di fonti rinnovabili sul consumo energetico finale al 2020 e che sono stati recepiti dal Piano di Azione Nazionale che il nostro Governo ha inviato a Bruxelles;
tale obiettivo va ovviamente perseguito garantendo procedure certe e trasparenti per contrastare speculazioni e illegalità puntando ad una progressiva riduzione degli incentivi fino al raggiungimento della grid parity;
nella versione approvata non vengono tenute in considerazione numerosissime condizioni poste nei parere resi all'unanimità dalle Commissioni competenti della Camera dei deputati e del Senato;
in particolare il Governo non ha ritenuto di aderire alla richiesta di elevare la soglia di potenza (prevista a 5 MW) oltre alla quale si prevede l'introduzione di un sistema di aste al ribasso considerato da quasi tutti gli operatori del settore farraginoso, poco comprensibile e che non è stato adottato con successo in nessun Paese, causando in concreto l'interruzione di ogni possibile programmazione da parte degli operatori su impianti eolici in particolare;
al fine di impedire l'utilizzo improprio di territorio agricolo a fini energetici si è voluto porre mano agli incentivi previsti per il fotovoltaico in aree agricole; ma nella modifica approvata non si sono adeguatamente fatti salvi gli investimenti già in essere e le percentuali di occupazione del terreno previste risultano poco chiare e renderebbero in pratica impossibile la realizzazione di impianti anche in quelle aree agricole marginali e non più utilizzate e per le quali non sarebbe necessaria alcuna tutela particolare oltre a quelle già previste dalle ordinarie procedure di VIA;
l'anticipazione al 31 maggio 2011 della scadenza, inizialmente prevista al 31 dicembre 2013, del secondo conto energia sul fotovoltaico, rimandando a un decreto del Ministero dello sviluppo economico da emanarsi di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare entro il 30 aprile, getta nella totale incertezza un intero settore e ha già bloccato tutti gli investimenti in essere;
in generale l'approvazione del decreto ha suscitato un diffuso ed elevatissimo allarme in tutte le associazioni di imprenditori del settore delle rinnovabili (tra cui Anev, Aper, Anie-Gifi, Assosolare, Assoenergie Future) e nella stragrande maggioranza delle imprese, tanto che nelle ore immediatamente precedenti l'approvazione del decreto, il Governo ha ricevuto oltre 14.000 e-mail di protesta;
il settore delle rinnovabili in questo periodo di crisi economica è stato tra i pochi che, in controtendenza, ha aumentato l'occupazione;
secondo le stime di Asso Energie Future sono circa 120.000 coloro che direttamente o indirettamente sono occupati nel settore del fotovoltaico;
Gifi-Anie, associata a Confindustria, ha denunciato che sono a rischio 40 miliardi di euro di investimenti programmati nei prossimi mesi nel fotovoltaico e che per almeno 10.000 persone si dovrà far ricorso immediato alla cassa integrazione;
anche i nuovi investimenti nell'eolico sono attualmente a rischio a causa dell'incertezza dovuta al non chiaro funzionamento dei nuovi meccanismi basati sulle aste al ribasso;
il sistema bancario ha già annunciato la sospensione dei finanziamenti previsti e che entro il 16 marzo si svolgerà una riunione di Abi sull'argomento;
negli ultimi giorni sono stati diffusi dati sugli oneri in bolletta dovuti agli incentivi alle rinnovabili imprecisi e confusi;
dal 1992 ad oggi, grazie anche al CIP6, sono stati destinati tra i 40 e i 50 miliardi di euro, prelevati dalle bollette degli italiani, alle fonti fossili e alla chiusura del ciclo del vecchio nucleare;
a fronte di tale "regalo" ingiustificato, la cifra effettivamente sostenuta nel 2010 per incentivare le rinnovabili è stata di 2,7 miliardi di euro quando nello stesso anno cittadini e imprese hanno dovuto sostenere oneri ulteriori e impropri in bolletta per oltre 3 miliardi di euro;
la Germania, vero caso di successo in Europa nel settore, produce già oltre 40 TWh di energia elettrica da eolico contro poco più di 6 TWh in Italia e prevede di arrivare a 100 TWh nel 2020 dalla stessa fonte, e in quel Paese sono stati già istallati oltre 16.000 MW di fotovoltaico e si prevede di arrivare a 52.000 MW nel 2020;
il sistema tedesco ha permesso uno sviluppo impetuoso delle imprese e a quel Paese di conquistare la leadership europea e mondiale nelle rinnovabili e per questo nessuno in Germania mette in discussione il sostegno in bolletta alle rinnovabili (9 miliardi di euro lo scorso anno),
si chiede di conoscere:
se i Ministri in indirizzo si siano resi conto della grave crisi procurata a centinaia di aziende tra le più innovative del nostro sistema economico;
se non ritengano che il decreto nella sua versione approvata di fatto renda molto difficile il perseguimento degli obiettivi europei in premessa richiamati;
se non ritengano di dovere immediatamente intervenire per correggere gli errori e le sottovalutazioni commessi in fase di approvazione del decreto, recuperando anche le indicazioni giunte dal Parlamento e dalla Conferenza delle Regioni;
se comunque non ritengano assolutamente necessario e indispensabile non lasciare nell'incertezza tutto il settore del fotovoltaico sino al 30 aprile e anticipare quindi l'emanazione del decreto ministeriale senza imporre tetti limitanti allo sviluppo del mercato riconoscendo un valore degli incentivi adeguato.
(4-04714)
LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della giustizia - Premesso che, per quanto risulta all'interrogante:
in data 16 febbraio 2011, il Direttore generale della Cassa di previdenza ed assistenza dei ragionieri e periti commerciali (CNPR), Alberto Piazza, in un avviso agli inquilini, ha comunicato che dal mese di aprile 2011, verranno effettuati dei sopralluoghi per il controllo dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria nelle unità immobiliari degli inquilini che ne hanno fatto richiesta. Sarà presente per l'associazione CNPR l'architetto Maurizio Mazzotta ed i tecnici della Reag Tekna Srl con appositi tesserini di riconoscimento;
con lettera del 27 dicembre 2010, la Cassa ha comunicato alla Previra l'aggiudicazione - tramite procedura negoziata - del servizio di property management e facility management del patrimonio immobiliare alla Reag Tekna Srl ed ha chiesto alla Previra, al fine di garantire continuità nella gestione dei servizi, l'utilizzo, da parte del personale della Reag Tekna, delle linee telefoniche e fax e dei locali, a titolo gratuito, di Roma, in via Nomentana 22-26, di proprietà della Previra immobiliare;
la Cassa ha indetto la gara per l'affidamento dell'appalto del servizio di property management e facility management del patrimonio immobiliare della Cassa stessa, successivamente aggiudicato alla Reag Tekna Srl, perché la società Groma Srl non aveva la ricevuta di pagamento del contributo cassa integrazione guadagni e la società Fondgest Srl non aveva inviato nessuna comunicazione come da verbale del 17 dicembre 2010; inoltre la Cassa si sarebbe rifiutata di consegnare la delibera del consiglio di amministrazione;
l'affidamento - tramite procedura negoziata - del servizio di property management e facility management alla Reag Tekna sarebbe intervenuto in evidente violazione di legge e, precisamente, delle procedure previste dal codice dei contratti pubblici (di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006), alla cui osservanza è tenuta la Cassa quale organismo di diritto pubblico (ai sensi dell'allegato III del codice). Il codice degli appalti pubblici disciplina la procedura negoziata agli artt. 56 (Procedura negoziata previa pubblicazione di un bando di gara) e 57 (Procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara) e, prevede, altresì, una disciplina specifica per i contratti sotto soglia (artt. 122 e 124). Allo stato non risulta che sia intervenuta la previa pubblicazione di un bando di gara per cui sembrerebbe che la Cassa abbia adottato la procedura di cui all'art. 57. È evidente come non sussistano i presupposti per l'adozione della procedura negoziata senza pubblicazione di bando, consentita unicamente in presenza dei presupposti richiamati al comma 2 del predetto art. 57 (oltre che nelle ipotesi residuali di cui ai commi successivi), ovvero: a) qualora, in esito all'esperimento di una procedura aperta o ristretta, non sia stata presentata nessuna offerta, o nessuna offerta appropriata o nessuna candidatura; b) qualora, per ragioni di natura tecnica o artistica ovvero attinenti alla tutela di diritti esclusivi, il contratto possa essere affidato unicamente ad un operatore economico determinato; c) nella misura strettamente necessaria, quando l'estrema urgenza, risultante da eventi imprevedibili per le stazioni appaltanti, non è compatibile con i termini imposti dalle procedure aperte, ristrette, o negoziate previa pubblicazione di un bando di gara. Le circostanze invocate a giustificazione della estrema urgenza non devono essere imputabili alle stazioni appaltanti;
è evidente, infatti, come non trovi applicazione nel caso di specie nessuna della ipotesi ivi previste. Non risulta, in primo luogo, che sia stata esperita una procedura aperta o ristretta (cui fa riferimento la lettera a), né sussiste alcuna delle ragioni richiamate alla lettera b) perché il contratto potesse essere affidato unicamente ad un operatore economico determinato. Per quanto attiene, infine, alla "estrema urgenza risultante da eventi imprevedibili per le stazioni appaltanti" cui si fa riferimento alla lettera c), è la stessa norma a precisare che le circostanze invocate a giustificazione dell'estrema urgenza non devono essere imputabili alle stazioni appaltanti;
è chiaro all'interrogante, come, nel caso di specie, la Cassa non possa addurre alcun evento imprevedibile ad essa non imputabile che possa giustificare l'adozione della procedura negoziata senza previa pubblicazione di bando di gara considerato che la Cassa era a conoscenza della necessità di procedere all'affidamento della gestione a far corso, quantomeno, dall'aprile 2010 e, cioè, dal momento in cui ha comunicato alla Previra la disdetta del contratto di gestione del patrimonio. Si rileva, infine, che, in ogni caso, nell'articolo 57 citato non sussistono ipotesi normativamente indicate che consentissero alla Cassa di indire ed aggiudicare l'appalto del servizio alla Reag Tekna secondo le forme e modalità seguite;
nell'ipotesi in cui, invece, la Cassa avesse inteso esperire la gara ai sensi dell'art. 56 del codice l'aggiudicazione sarebbe, comunque, illegittima considerato che non si è verificata nessuna delle ipotesi cui la norma fa riferimento, ovvero: a) quando, in esito all'esperimento di una procedura aperta o ristretta o di un dialogo competitivo, tutte le offerte presentate sono irregolari ovvero inammissibili, in ordine a quanto disposto dal codice in relazione ai requisiti degli offerenti e delle offerte. Nella procedura negoziata non possono essere modificate in modo sostanziale le condizioni iniziali del contratto. Le stazioni appaltanti possono omettere la pubblicazione del bando di gara se invitano alla procedura negoziata tutti i concorrenti in possesso dei requisiti di cui agli articoli da 34 a 45 che, nella procedura precedente, hanno presentato offerte rispondenti ai requisiti formali della procedura medesima. Le disposizioni di cui alla presente lettera si applicano ai lavori di importo inferiore ad un milione di euro; b) nel caso di appalti pubblici di lavori, per lavori realizzati unicamente a scopo di ricerca, sperimentazione o messa a punto, e non per assicurare una redditività o il recupero dei costi di ricerca e sviluppo;
sembra quindi evidente che nell'appalto di servizi in questione, la CNPR appaltante non ha mai indetto, a quanto risulta, alcuna procedura di gara anteriore a quella effettivamente svolta con la aggiudicazione alla Reag Tekna.Gli atti risultano, poi, chiaramente illegittimi per violazione dell'art. 124 del codice, considerato che l'indizione della gara e l'aggiudicazione alla Reag per un limitato periodo, dal gennaio 2011 all'aprile 2011, appare finalizzata ad evitare il superamento delle soglie comunitarie onde evitare l'adempimento degli obblighi di pubblicità e comunicazione in via sovra-nazionale (art. 28 del codice);
considerato che:
al riguardo è noto il costante insegnamento della giurisprudenza amministrativa per cui, anche quando un soggetto pubblico non è direttamente tenuto all'applicazione di una specifica disciplina per la scelta del contraente, il rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento comunitario nonché dei principi generali che governano la materia dei contratti pubblici, impone all'amministrazione procedente di operare con modalità che preservino la pubblicità degli affidamenti e la non discriminazione delle imprese;
la norma (di cui agli artt. 122 e 124 del codice) dispone che i bandi di gara relativi agli appalti di servizi sotto soglia debbano, comunque, essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, Serie speciale Contratti pubblici, sui siti informatici di cui all'art. 66, comma 7, con le modalità ivi previste, nonché nell'albo della stazione appaltante. Nell'ipotesi in cui l'appalto sia stato effettuato sotto soglia, va pertanto osservato come non risulti che le tre suddette forme obbligatorie e concorrenti di pubblicità siano state osservate dalla Cassa, fermo restando che anche la sola omissione di una delle suddette forme di pubblicità determina l'illegittimità del bando di gara e dell'intera procedura. Qualora, invece, la gara sia relativa ad un appalto di servizio sopra soglia, risulta allora violato l'art. 66 del codice sotto i molteplici e differenti profili previsti specificatamente nei commi da 1 a 10 della suddetta norma, non risultando che nessuna delle obbligatorie modalità di pubblicazione dell'avviso e/o bando di gara sia stato osservato dalla Cassa nella procedura in questione, dal che deriva l'illegittimità della intera gara per violazione delle suddette obbligatorie forme di pubblicità, dovendosi anche in questo caso precisare e censurare che anche la sola inosservanza di una delle suddette modalità di pubblicazione determina illegittimità della gara. In base alle disposizioni precisate la esecuzione in urgenza dell'aggiudicazione non è quindi consentita prima del decorso di 35 giorni dall'invio dell'ultima delle comunicazioni del provvedimento di aggiudicazione definitiva ai sensi dell'art. 79 per la sottoscrizione del contratto di appalto. Qualora la Cassa non abbia osservato il termine dilatorio di 35 giorni decorrenti dalla data dell'adozione del provvedimento di aggiudicazione a quella di sottoscrizione del contratto di appalto si sarebbe, allora, determinata l'illegittimità dell'intera procedura di gara, che sembra sia stata impugnata davanti ai giudici amministrativi;
in un articolo pubblicato il 7 maggio 1998 dal quotidiano "la Repubblica", in merito al crac del Banco ambrosiano dal titolo "Carcere solo per Mazzotta salvi Pazienza e Ortolani", a 16 anni dal crac del Banco ambrosiano, «sono due gli imputati condannati per i quali la Procura generale di Milano ha emesso l'ordine di carcerazione: Licio Gelli e Maurizio Mazzotta. Per quel fallimento da 1.500 miliardi, 13 giorni dopo che la corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna per 8 degli 11 imputati, a rischiare davvero il carcere erano rimasti soltanto in quattro: Licio Gelli, Umberto Ortolani (condannati a 12 anni), Maurizio Mazzotta (un architetto amico di Francesco Pazienza che deve scontare 8 anni) e Flavio Carboni, pure condannato a 8 anni, che ha visto però detratto dal suo conto con la giustizia il "pre-sofferto", il periodo cioè di carcerazione preventiva già subita per la vicenda e quindi è rimasto escluso dagli ordini di esecuzione pena. Per Ortolani, invece, a causa dell'avanzata età, è pendente presso il giudice di sorveglianza di Roma un'istanza di sospensione»;
in un articolo pubblicato dal "Corriere della Sera" in data 8 maggio 1998 dal titolo: "I ricercati del crac Ambrosiano, la storia infinita", Dino Martirano racconta che «Nel giugno 1982 Roberto Calvi viene trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra. La sua morte resta misteriosa: secondo alcuni pentiti venne assassinato da Cosa nostra. Due mesi dopo il Tribunale civile mette in liquidazione coatta il Banco Ambrosiano, il più importante istituto privato di credito dell'epoca. Il crac fu valutato in quasi mille miliardi, con un pesante coinvolgimento dello Ior, la banca del Vaticano. Calvi era iscritto alla P2 ed emerse subito un ruolo di Licio Gelli e della sua Loggia. Nello stesso anno Gelli venne arrestato a Ginevra su richiesta dei magistrati italiani: evase dal carcere di Champ Dollon e fu ricatturato dopo alcuni mesi. Nel 1988 la Svizzera ne ha concesso l'estradizione, limitatamente pero' alla vicenda dell'Ambrosiano. (...) Il 22 aprile la corte di Cassazione ha emesso le condanne definitive per il crac del vecchio Ambrosiano. Gelli è stato condannato a dodici anni: ne avrebbe dovuti scontare almeno otto. A Maurizio Mazzotta, portaborse di Francesco Pazienza, ne sono stati inflitti otto: anche lui avrebbe dovuto finire in cella. Per Umberto Ortolani la pena è di 12 anni, ma la sua età, 85 anni, e le sue condizioni di salute potrebbero fargli evitare il carcere. Invece Flavio Carboni, condannato a otto anni e sei mesi, è già agli arresti proprio per l'inchiesta romana sulla morte di Calvi»,
si chiede di sapere:
se il Governo sia al corrente delle procedure descritte, in merito alla gara per l'affidamento dell'appalto del servizio di property management e facility management del patrimonio immobiliare della Cassa CNPR;
se risultino altresì le ragioni che hanno indotto i dirigenti CNPR ad emanare a bandi di gara relativi agli appalti di servizi sotto soglia, i quali debbono essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, Serie speciale Contratti pubblici, sui siti informatici di cui all'art. 66, comma 7, con le modalità ivi previste, nonché nell'albo della stazione appaltante, e se nell'ipotesi di omessa inosservanza della prevista pubblicità, non si possa determinare l'illegittimità del bando di gara e dell'intera procedura;
se risultino altresì le ragioni per cui nell'appalto di servizi la Cassa CNPR non abbia mai indetto alcuna procedura di gara anteriore a quella effettivamente svolta con la aggiudicazione alla Srl Reag Tekna, e se gli atti non possano risultare viziati da una presunta illegittimità per violazione degli artt. 124 del decreto legislativo n. 163 del 2006;
se l'indizione della gara e l'aggiudicazione alla Reag per un limitato periodo, dal gennaio all'aprile 2011, non sia finalizzata ad eludere il superamento delle soglie comunitarie, per evitare l'adempimento degli obblighi di pubblicità e comunicazione in via sovranazionale;
se l'architetto Maurizio Mazzotta, indicato nella lettera del Direttore generale della CNPR Alberto Piazza, collaboratore diretto della Cassa, sia lo stesso architetto, portaborse di Francesco Pazienza, condannato ad otto anni dai giudici del Tribunale di Milano nell'ambito dell'inchiesta sul crac del Banco ambrosiano per i quali la Procura generale firmò l'ordine di carcerazione assieme al piduista Licio Gelli.
(4-04715)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'interno, della difesa e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale - Premesso che:
a seguito della denuncia per stupro, a carico di tre carabinieri e un vigile indagati dalla procura della Repubblica di Roma, l'inchiesta dei magistrati dovrà accertare se nella caserma della Stazione Quadraro a Roma, comandata da oltre 12 anni dal maresciallo Dino Formato, sia avvenuto il gravissimo episodio di violenza sessuale consumato su una donna in stato di fermo provvisorio di polizia, quindi detenuta in una cella di sicurezza, da parte di tre carabinieri e un vigile urbano;
come si legge su un articolo pubblicato su "la Repubblica" in cronaca di Roma il 4 marzo 2011, «La vicenda risale alla settimana scorsa quando la 32enne si è presentata in stato confusionale al pronto soccorso del Casilino, raccontando ai medici che era stata violentata in una caserma da alcuni militari dopo che era stata arrestata. I sanitari le hanno consigliato di fare denuncia e l'indagine è così partita. I carabinieri coinvolti nella vicenda sono stati allontanati dai reparti territoriali di Roma e trasferiti in uffici non al contatto con il pubblico di Torino, Milano e Cagliari. Il vigile urbano coinvolto nella vicenda, quando è avvenuto l'episodio, non era in servizio e sarebbe ancora effettivo presso il gruppo di appartenenza della polizia municipale di Roma. Due delle quattro persone coinvolte nella denuncia avrebbero negato di aver avuto alcun rapporto sessuale con lei. Intanto l'Arma, parallelamente alla vicenda giudiziaria ha avviato accertamenti disciplinari al termine dei quali non è esclusa una sospensione dei carabinieri coinvolti. Sulla vicenda il comandante provinciale di Roma, colonnello Maurizio Detalmo Mezzavilla, ha voluto sottolineare che "i fatti denunciati sono gravissimi e perciò oggetto di indagini accurate e rigorose da parte della magistratura e dell'Arma"»;
S.D.T., la donna che ha denunciato di essere stata abusata, originaria di una provincia della Lombardia, era arrivata a Roma qualche giorno fa e, secondo una prima ricostruzione, era stata ospitata da un amico nella sua abitazione al Tuscolano. Il 23 febbraio la donna è stata bloccata da una pattuglia di carabinieri all'uscita di un supermercato della zona dove aveva rubato alcuni articoli sugli scaffali. Accusata di furto, la trentenne è finita dapprima negli uffici della stazione "Tuscolana" e poi trasferita in quelli del "Quadraro";
si legge inoltre: «Sono tutti indagati per violenza sessuale, pur con ruoli diversi, i tre carabinieri e il vigile urbano denunciati da una donna che li accusa di averne abusato nella stazione dell'Arma al Quadraro nella notte mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio dove era detenuta dopo un arresto in flagranza per furto. Massimo riserbo a piazzale Clodio dove si è tenuta una lunga riunione tra il procuratore aggiunto Maria Monteleone, il sostituto Eleonora Fini e il colonnello Lorenzo Sabatino del nucleo operativo del comando provinciale di Roma dei carabinieri. Tutti indagati i quattro, ma gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza sui singoli ruoli. Secondo la denuncia della donna però lo stupro sarebbe stato compiuto materialmente da un solo carabiniere. Ciò comunque non esclude eventuali condotte omissive da parte di chi non avrebbe impedito la violenza e di chi avrebbe posto la donna in una posizione di sottomissione psicologica. Tre degli indagati sono già stati sentiti dagli inquirenti, davanti ai quali si sono presentati spontaneamente dopo aver appreso della denuncia della donna. Anche il quarto, uno dei carabinieri, aveva fatto la stessa scelta, ma preso da una crisi di pianto e di stress, si è reso necessario rinviare l'atto istruttorio. Al vaglio degli inquirenti anche l'attendibilità della donna, che è già stata sentita dai pm nei giorni scorsi»;
la vicenda ha colpito l'opinione pubblica e gli abitanti del popoloso quartiere di Cinecittà che, sabato 5 marzo 2011, hanno inscenato una manifestazione di protesta nei pressi della caserma di via Cincinnato, provocando l'arresto di un manifestante che aveva lanciato una bomba carta. Si legge su un altro articolo pubblicato su "la Repubblica" il 5 marzo, che «Dopo un breve corteo nel X Municipio le manifestanti si sono fermate nei pressi della caserma gridando anche: ''Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa''. ''E' l'ennesimo episodio di violenza sessuale a Roma che rappresenta il fallimento delle politiche securitarie di Alemanno - ha spiegato Giovanna Cavallo del movimento Action - Siamo qui per chiedere le dimissioni del sindaco e la rimozione immediata dall'Arma dei carabinieri dei protagonisti dello stupro''. ''Non è la prima volta che si verificano fatti di violenza e non è la prima manifestazione con la quale i cittadini della zona chiedono la chiusura di questo presidio - ha spiegato Simona, della Casa delle Donne Lucha y Siesta di Cinecittà - Vogliamo che la caserma sia destinata a scopi sociali, di assistenza e welfare che sono le uniche tutele che abbiamo, perché da queste forze dell'ordine non ci sentiamo tutelati''»;
da un articolo del "Corriere della sera" del 6 marzo si apprende che: «Sabato al Quadraro, infatti, sono stati lanciati petardi, uova e altri oggetti contro gli uffici dei carabinieri. G.S., 31 anni, è stato arrestato dalla polizia per danneggiamento aggravato, confezionamento e porto di materiale esplosivo. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato tre bottiglie incendiarie e una tanica di benzina. Durante la manifestazione, organizzata da Action, un gruppo di donne ha poi scandito slogan contro l'Arma e il sindaco Gianni Alemanno, mostrando uno striscione con la scritta: "Carabinieri/ sicurezza, meglio insicure che violentate"»;
considerato che il Partito democratico di Roma ha chiesto al sindaco Alemanno la sospensione del vigile dal servizio. Si apprende infatti dalla lettura di un articolo di "la Repubblica" del 7 marzo che «come i vertici dell'Arma hanno sospeso i tre carabinieri coinvolti nello stupro, prima della sentenza, anche il vigile urbano indagato per la violenza nella caserma del Quadraro deve essere rimosso dal servizio. "Ci saremmo aspettati che un comportamento come quello tenuto dall'Arma - dice Massimiliano Valeriani, consigliere comunale del Pd - lo tenesse anche il comando dei vigili urbani. Invece il comandante Angelo Giuliani parla di "giustizialismo sommario" riguardo la richiesta di sospensione cautelativa avanzata dal Pd nei confronti del vigile implicato nella vicenda. Ma così il comandante Giuliani compie una gaffe memorabile nei confronti dell'Arma dei carabinieri che invece ha sospeso i militari". A lui si unisce il segretario del Pd capitolino, Marco Miccoli. "Per salvaguardare l'onore del corpo dei vigili urbani di Roma - ha detto - crediamo importante dare segnali pubblici su questa vicenda. Speriamo che il sindaco si renda conto di quanto questo ennesimo episodio di stupro possa avere delle ripercussioni sull'immagine delle istituzioni della capitale e in generale su tutta la città e che, quindi, agisca di conseguenza. Ci sorprende, per la verità, che ancora non l'abbia fatto". Il sindaco, dal canto suo, promette fermezza. E in serata dichiara. "Domani 7 marzo 2011 al termine di un accertamento affidato al capo di Gabinetto, Sergio Basile, e allo stesso comandante Giuliani, sarà adottato il massimo livello di provvedimenti precauzionali consentiti dalle norme sulla Polizia Municipale in casi come quelli in esame". Sulla polemica interviene il sindacato della municipale Sulpm. "Purtroppo il vigile urbano per quell'episodio non può essere tanto facilmente sospeso se non è la magistratura a disporlo - spiega Alessandro Marchetti, segretario nazionale aggiunto e segretario romano del Sulpm - infatti la differenza tra un vigile urbano e un carabiniere è che il vigile urbano fuori servizio perde ai sensi della legge 65/1986 e dell'art. 57 del codice penale ogni qualifica di polizia, i carabinieri invece sono sempre in servizio. In buona sostanza fuori servizio quello non è più un vigile urbano"»,
si chiede di sapere:
se risulti che il Governo non debba garantire il rispetto della dignità umana e dell'inviolabilità personale soprattutto all'interno delle caserme, specie quando vengono effettuati, come nel caso di specie, discutibili privazioni delle libertà per piccoli furtarelli in un supermercato;
se risulti che la caserma dei Carabinieri del Quadraro a Roma, comandata dal maresciallo Dino Formato, abbia avuto in passato episodi analoghi di violazione di legge;
se il Governo non ritenga che siano stati usati "due pesi e due misure", con l'arresto pur condivisibile di un manifestante che ha lanciato una bomba carta, mentre, al contrario, non c'è stata neppure la sospensione dal servizio per il vigile di Roma che avrebbe assistito, secondo le accuse, alla violenza e se non ritenga urgente la rimozione immediata del maresciallo Dino Formato, almeno per responsabilità oggettive, per il gravissimo episodio accaduto nella caserma dei Carabinieri del Quadraro.
(4-04716)
Interrogazioni, da svolgere in Commissione
A norma dell'articolo147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:
6ª Commissione permanente(Finanze e tesoro):
3-01961, 3-01962 e 3-01963, del senatore Lannutti, rispettivamente sull'inchiesta relativa al collocamento da parte di Unicredit di strumenti finanziari derivati, su un'operazione commerciale della Bnl, nonché sulle partecipazioni azionarie detenute dal gruppo Della Valle e possibili conflitti di interesse;
11ª Commissione permanente(Lavoro, previdenza sociale):
3-01959, della senatrice Pinotti e del senatore Roilo, su iniziative in favore dei lavoratori della Tirrenia.
Interrogazioni, ritiro
È stata ritirata l'interrogazione 4-04675, del senatore Giambrone.