SANNA, CABRAS, SCANU - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
Tirrenia SpA, società per azioni interamente posseduta da FINTECNA SpA, è la compagnia di navigazione che ha storicamente gestito i collegamenti marittimi sovvenzionati tra la Sardegna e l'Italia. La società è attualmente in regime di amministrazione straordinaria, e lo stato in cui versa è divenuto causa di disservizi reali, quali i ritardi nelle prenotazioni ai passeggeri, o semplicemente temuti, come la minaccia di scioperi in periodi sensibili, come quelli prospettati alla fine di agosto 2010;
l'eliminazione di alcune rotte, i ritardi di apertura delle prenotazioni ed il timore di altri disservizi hanno evidentemente indotto gli utenti a rivolgersi unicamente ad altre compagnie, che probabilmente hanno potuto così operare una politica dei prezzi totalmente indifferente al calmiere pubblico;
infatti, le principali compagnie navali gestori dei trasporti marittimi con la Sardegna hanno apportato un aumento dei prezzi in una misura pari circa al 66 per cento, effettuando, per alcune tratte, rincari pari anche al 130 per cento;
tali rincari appaiono oltremodo afflittivi, poiché il mezzo navale costituisce l'unica possibilità per i residenti in Sardegna di spostarsi nel resto d'Italia con proprio mezzo al seguito e per i turisti di percorrerla senza ricorrere all'oneroso mercato del servizio di autonoleggio;
il rilevante aumento dei prezzi, non giustificato dall'incremento della quotazione del petrolio, che influenza il costo dei carburanti, rischia dunque di comportare una riduzione considerevole dei flussi di visitatori per l'imminente stagione turistica, con grave danno per l'economia della Sardegna. Gli operatori del settore ricettivo alberghiero denunciano che il caro-prezzi nel trasporto marittimo dei passeggeri è la causa di un rilevantissimo riorientamento della domanda a danno delle pur rinomate mete turistiche sarde;
l'aumento dei prezzi si appaleserebbe come illegittimo ove fosse causato da un orientamento concordato tra le compagnie operanti nei trasporti marittimi da e per la Sardegna, in quanto, oltre alla violazione della normativa dell'Unione Europea in materia di concorrenza, si riscontrerebbe una violazione dell'art. 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, recante "Norme per la materia di tutela della concorrenza e del mercato", che vieta espressamente intese restrittive della libertà di concorrenza;
in data 22 febbraio 2011, la Giunta provinciale di Cagliari ha deliberato l'avvio delle procedure di denuncia all'Autorità garante delle concorrenza e del mercato, nei confronti delle compagnie Grandi Navi Veloci, Moby Lines e Sardinia Ferries, oltre all'impegno a porre in essere le opportune azioni al fine di attivare l'intervento della Commissione europea, qualora questa ravvisi la violazione di norme in materia concorrenza, di cui al regolamento (CE) n. 1/2003 in data 1° marzo 2011, la Giunta regionale della Sardegna ha riunito in un tavolo tecnico gli assessori competenti e rappresentanti delle compagnie di navigazione Tirrenia, Moby, Grimaldi, Grandi navi veloci, Snav, Sardinia Ferries, Saremar, Delcomar ed Emermar. Non si ha notizia di alcuna determinazione assunta durante il citato incontro, né di alcuna presa di posizione ufficiale della Giunta regionale, il cui Assessore ai trasporti si era dimesso la settimana precedente per essere avvicendato il 28 febbraio 2011;
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo abbia disposto una verifica riguardante la reale situazione dei prezzi praticati dalle compagnie navali per quanto riguarda le rotte marittime da e per la Sardegna;
se la società Tirrenia SpA in amministrazione straordinaria continui a ricevere sovvenzioni pubbliche per la gestione dei trasporti marittimi su rotte onerose da e per la Sardegna, ed eventualmente a quanto ammontino e quanto incidano nell'abbattimento dei costi su ogni specifica rotta;
se il Ministro in indirizzo intenda verificare direttamente, ovvero segnalare alla Autorità per la concorrenza ed il mercato, l'opportunità di una puntuale verifica dell'astensione, da parte delle compagnie marittime, da comportamenti scorretti ai sensi dell'art. 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, in materia di tutela della concorrenza e del mercato, o in violazione della normativa dell'Unione europea in materia di concorrenza;
se il Governo intenda adottare misure di competenza volte ad ottenere effetti di riduzione dei prezzi del trasporto marittimo rivolto a ridurre gli svantaggi che derivano, a causa dell'insularità, all'economia sarda nel suo complesso.
(2-00315)
LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico - Premesso che in un articolo pubblicato il 3 marzo 2011 sul "Corriere della sera", Sergio Rizzo descrive il business che ruota sulle fonti rinnovabili, i cui costi sono spalmati sulla fiscalità generale e sulle bollette elettriche: «Il conto alla rovescia è cominciato già da qualche settimana, quando è stato chiaro che da un giorno all'altro, improvvisamente, poteva finire la pacchia. Quel giorno si stava pericolosamente avvicinando. Tremavano in migliaia. Tremavano le imprese che avevano costruito autentiche fortune. Tremavano le 20 mila persone che ruotano intorno a quel business. Tremavano perfino le banche, che avevano trovato nei finanziamenti alle fonti rinnovabili una lucrosa alternativa al credito tradizionale, azzannato dalla crisi. È successo che lo scorso anno si è deciso di mettere un limite agli incentivi concessi per realizzare impianti fotovoltaici. Incentivi che, per dirla con l'Authority, sono fra i "più profittevoli al mondo". Un assaggio: mentre il costo medio dell'energia in Italia si aggira sui 60-70 euro al chilowattora, chi produce elettricità con il fotovoltaico intasca ancora oggi fino a 402 euro. Vi chiederete: chi paga? Ovviamente gli utenti. Gli incentivi finiscono per gravare sulla bolletta. E sono così grandi da aver generato una ubriacatura generale, di cui fa le spese l'intero sistema. Basti pensare che negli ultimi quattro anni sono state presentate domande di impianti alternativi per 130 mila Megawatt, a fronte di una potenza elettrica installata, nel corso dell'ultimo secolo, di 105 mila Megawatt. Una quantità assurda, che la nostra rete non potrebbe mai sopportare. Ma nel frattempo gli investitori prenotano le connessioni, anche se poi non produrranno un chilowattora. Tanto non costa nulla. Per scoraggiare i buontemponi l'Autorità per l'energia aveva decretato l'obbligo di fideiussioni bancarie che sarebbero state escusse nel caso di mancata realizzazione degli impianti. Ma il Tar ha sospeso tutto: e ti pareva? La corsa al pannello è stata così frenetica che quest'anno gli utenti dovranno pagare, fra maggiore costo della bolletta e quant'altro, una sovrattassa di 5,7 miliardi di euro per le energie alternative. Di cui soltanto 3 miliardi per il solo fotovoltaico. Nel solo 2009 se l'elettricità prodotta con fonti rinnovabili è salita del 13% e l'eolico è cresciuto del 35%, gli impianti solari hanno registrato un balzo clamoroso: +418%. Ecco perché nel 2010 si è stabilito un tetto. Una volta raggiunta la soglia di 8 mila Megawatt di potenza installata, stop. Gli incentivi sarebbero finiti. Il fatto è che per raggiungere quel limite ci sarebbe stato tempo fino al 2020, ma l'accelerazione che si è registrata negli ultimi tempi, legata anche al fatto che gli incentivi decrescono man mano che passa il tempo, ha fatto bruciare le tappe. E sarebbe stata solo questione di mesi. Secondo l'autorità per l'energia sarebbero stati già installati, al 31 dicembre 2010, 6.500 Megawatt. Ma stime di Alessandro Clerici, presidente del gruppo di studio del World Energy Council su "Risorse energetiche e tecnologiche" dicono che dovremmo essere già a 7.400 Megawatt. Per giunta avrebbe regnato l'incertezza più totale. Nei prossimi giorni dovrebbe essere pronto un nuovo decreto del governo per razionalizzare l'intera materia. E proprio lì c'è la soluzione al problema. Naturalmente al netto delle divergenze di opinioni che già si sono manifestate all'interno dell'esecutivo, perché un punto fermo sarebbe stato già acquisito: quel tetto di 8.000 megawatt non esiste più. Abbiamo scherzato. Per quel che ne sappiamo, inoltre, il provvedimento dovrebbe abolire il meccanismo dei certificati verdi, sistema con il quale sono incentivati anche gli impianti eolici. Di che cosa si tratta? Sono veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Mediamente valgono 80 euro a Megawattora, cui si aggiungono i soldi che il produttore incassa per l'energia messa in rete. Il decreto dovrebbe poi prevedere una barriera dimensionale degli impianti fotovoltaici (5 Megawatt), al di sopra della quale per accedere agli incentivi sarebbe necessaria una gara. Più o meno come in Francia. Piccolo particolare, sul livello dei futuri incentivi è buio totale. Quelli dovranno essere stabiliti con successivi decreti dai singoli ministeri: certo ne vedremo delle belle. Normale, per un Paese dove si passa facilmente da un estremo all'altro. E può davvero accadere di tutto. Il cosiddetto provvedimento Cip 6 del 1992, per esempio. Dopo la vittoria dei Sì al referendum antinucleare del 1987 venne stabilito di incentivare la produzione di energie rinnovabili. Ma al dunque una manina probabilmente indirizzata dai petrolieri aggiunse due paroline "e assimilate" che stravolsero il principio, aprendo la porta dei ricchi incentivi perfino agli scarti inquinantissimi delle raffinerie. Risultato, soltanto dal 2001 al 2010 il Cip 6 è costato agli utenti 22,8 miliardi di euro, per almeno metà finiti a chi produceva con combustibili fossili. Si sperava che la pacchia finisse subito dopo che l'Unione Europea aveva fissato l'obiettivo secondo il quale entro il 2020 il 17% di tutti i consumi energetici dovrebbe essere soddisfatto con fonti rinnovabili. Ma c'erano i vecchi contratti in essere. E a questi si sono aggiunti i nuovi superincentivi necessari, si diceva, per centrare l'obiettivo continentale. Peccato che siano superiori in media anche dell'80% a quelli concessi dagli altri Paesi europei, come ha dimostrato sul Corriere Massimo Mucchetti. Come risultato, l'Italia si è riempita in pochi anni di impianti fotovoltaici. E non soltanto sui tetti delle case, dove c'è circa metà della potenza installata. I pannelli hanno invaso pure il territorio. Del 295 Megawatt operativi in Puglia, 239 sono prodotti da 497 impianti collocati su 358 ettari di terreni agricoli. Per non parlare delle pale eoliche, diventate l'ossessione degli ambientalisti. Grazie a un sistema assurdo di incentivazione hanno finito per metterle anche dove tira una leggera brezza. Con la scusa poi delle carenze nella trasmissione, è stato previsto una specie di indennizzo di "mancata produzione" dovuta alla impossibilità di immettere l'elettricità nella rete. Nel 2009 sono stati pagati ai produttori 12,5 milioni. La verità è che le reti sono frequentemente sature non solo per ragioni strutturali, ma anche a causa dell'offerta elevatissima. La dimostrazione sta nella somma enorme che il Gestore dei servizi energetici (la società pubblica a cui fa capo la Borsa elettrica) paga per acquistare i "certificati verdi" invenduti: 940 milioni nel 2010, forse 1,4 miliardi quest'anno. Va da sé che con tutti questi soldi in ballo l'affare delle energie alternative ha attirato speculatori, faccendieri, e truffatori. Romani ha raccontato in una lettera al Corriere che a dicembre in Puglia un impianto aveva comunicato l'entrata in funzione di 8 Megawatt, ma quando i tecnici del ministero sono andati a fare una verifica, non hanno trovato che pannelli per 40 Kilowatt: 200 volte meno della potenza dichiarata. Per non parlare dell'offensiva delle organizzazioni criminali, dalla Sardegna alla Sicilia alla Puglia, partita dall'eolico e ora approdata all'energia solare. Durante una trasmissione di Radio 24 il magistrato della Procura antimafia Maurizio De Lucia ha azzardato il paragone con il sacco di Palermo. Un caso? Nella sola provincia di Siracusa la Finanza ha sequestrato impianti fotovoltaici mai entrati in funzione e ammessi a incentivi per 10 milioni di euro»,
si chiede di sapere:
se risponda al vero che il sistema di incentivazione abbia favorito l'installazione di numerosissime strutture eoliche che hanno generato, per carenze nella trasmissione e l'impossibilità di immettere elettricità nella rete, un indennizzo per "mancata produzione" nel 2009 in favore dei produttori pari a 12,5 milioni di euro;
se sia vero che il gestore dei servizi energetici, società pubblica a cui fa capo la borsa elettrica, abbia pagato 940 milioni di euro per acquistare i "certificati verdi" invenduti e che dovrebbe pagare ben 1,4 miliardi di euro nel 2011;
se il Governo sia al corrente delle infiltrazioni malavitose in un settore che, negli ultimi quattro anni, ha visto presentare domande per 130.000 megawatt, a fronte di una potenza elettrica installata nell'ultimo mezzo secolo pari a 105.000 megawatt;
se risponda al vero che dal 2001 al 2010 il Cip 6 sia costato agli utenti ben 22,8 miliardi di euro, per almeno metà finiti a chi produceva con combustibili fossili;
se la media delle installazioni sia maggiore di circa l'80 per cento rispetto a quelli concessi dagli altri Paesi europei, con l'Italia riempita in pochi anni di impianti fotovoltaici, sia sui tetti delle case, dove c'è circa metà della potenza installata, che sul territorio, dato che su 295 megawatt operativi in Puglia, 239 sono prodotti da 497 impianti collocati su 358 ettari di terreni agricoli;
quali misure urgenti il Governo intende adottare per impedire che i consumatori siano chiamati a pagare pro quota, sulle loro bollette elettriche, circa 8 miliardi di euro (2,3 miliardi di euro l'anno di Cip 6, ben 3 miliardi per il solo fotovoltaico, 2,7 miliardi per le energie alternative) per finanziare gli impianti ed una corsa al pannello che non sembra produrre quei risultati sperati ed auspicati di un affrancamento dai combustibili fossili e dall'energia tradizionale.
(2-00316)