in un lancio dell'agenzia di stampa Ansa delle ore 11,37 in data 3 marzo 2011, veniva fornita la notizia di un articolo che sarebbe stato pubblicato il giorno dopo sul settimanale "L'Espresso", che l'ex capo di Unicredit Alessandro Profumo, cacciato dalla banca nei mesi scorsi con una liquidazione di ben 40 milioni di euro, era indagato a Bari per i derivati altamente rischiosi appioppati ad alcuni imprenditori portati al fallimento;
in particolare si legge: «L'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, è indagato a Bari assieme ad altri 27 dirigenti della banca nell'inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati. È quanto anticipa il settimanale l'Espresso. (...) Nell'inchiesta, affidata da circa due anni al pm Isabella Ginefra, vengono ipotizzati i reati di associazione per delinquere, estorsione, truffa e appropriazione indebita. La lista degli indagati baresi ricostruisce - secondo l'anticipazione dell'Espresso - la catena di comando di Unicredit: gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi). Tra gli indagati compaiono Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati da Bankitalia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale"»;
in una successiva agenzia, alle ore 11,43, si legge inoltre che: «L'indagine è stata avviata dopo la denuncia del titolare di Divania, Francesco Saverio Parisi, che finora è riuscito a evitare il fallimento, e ha accertato che le potenziali vittime degli accordi firmati con l'istituto di credito sono anche altri due imprenditori, tra cui il barese Roco Ziino, contitolare della società "Tre Z Plast". Parisi nella sua denuncia afferma che a seguito di operazioni sui derivati è stato costretto a chiudere e a licenziare i 430 dipendenti. Unicredit - secondo Parisi - non lo avrebbe informato correttamente dei rischi connessi agli strumenti di finanza complessa che stava acquistando. La banca ha sempre respinto ogni accusa rilevando anche che non è "sostenibile che i risultati dell'attività in derivati abbiano influenzato l'attività industriale o i risultati economici" di Divania. La società, che produceva mobili imbottiti, ha da tempo avviato un processo civile e ha chiesto a Unicredit la restituzione di 219 milioni di euro per pagamenti fatti alla banca affinché investisse le somme in strumenti finanziari derivati in valuta, e per ottenere il pagamento di 61 milioni di euro a titolo di interessi sui pagamenti. Stessa cosa ha fatto Ziino dopo il crac della sua società, leader nel settore edilizio e termoidraulico, e passata nel giro di due anni da un fatturato di sei milioni di euro al fallimento. Ziino ha raccontato il suo calvario in un libro dal titolo "Bang Bank, conti bancari in giallo"»;
l'articolo ben informato di Paolo Biondani pubblicato su "l'Espresso" del 4 marzo 2011, ma anticipato il giorno prima, definisce Alessandro Profumo la "buccia di divania": «Il primo maxi-processo alla super sbornia dei derivati all'italiana rischia di essere innescato dalla denuncia di un imprenditore del Sud contro un gigante bancario del Nord. Saverio Parisi, il titolare di Divania, un'industria di Bari che fino al 2003 dava lavoro a 430 operai. Sostiene da sempre che la sua fabbrica di divani è stata strangolata dai derivati: contratti finanziari ad alto rischio, con cui le banche facevano scommettere i clienti sull'andamento delle valute o dei tassi. Tre anni fa, quando l'imprenditore pugliese fece causa civile a Unicredit chiedendo rimborsi per 280 milioni, i vertici dell'istituto reagirono con una contro-citazione: sarebbe stato lui a impoverire la banca. Quindi Parisi ha denunciato Unicredit alla Procura. A Bari un solo pm, Isabella Ginefra, e una piccola squadra di finanzieri hanno indagato per due anni in silenzio. Mentre esplodeva la crisi, spiegata dagli esperti proprio con l'abuso di derivati su scala mondiale, hanno perquisito le sedi centrali del gruppo a Milano e Verona.Ora l'inchiesta è vicina alla chiusura. La lista degli indagati (aggiornata a due settimane fa) comprende 28 dirigenti di Unicredit, tra cui primeggia l'ex amministratore delegato Alessandro Profumo. Molti sono già stati interrogati in via riservata ed è possibile che le difese convincano la Procura ad archiviare qualche posizione. Gli altri rischiano un processo per estorsione, truffa e appropriazione indebita, in un quadro di associazione per delinquere. Questo significa che, oltre a Divania, tra le parti offese potrebbero trovare posto altre imprese pugliesi. Il reato associativo scatta quando si ipotizza non una singola deviazione, ma una struttura organizzata a sistema. Un'accusa-choc che finisce per coincidere con i risultati delle ispezioni di Bankitalia e Consob, che multarono i vertici di Unicredit dopo aver analizzato i rapporti con 12.700 piccole e medie imprese tra il 2003 e il 2006: "Nonostante la dichiarata politica di vendita dei derivati solo per finalità di copertura dei rischi della clientela, in concreto (la banca) ha costruito operazioni geneticamente prive della finalizzazione affermata", scrivevano le autorità nelle motivazioni (inedite). Contratti-trappola, insomma, nati per "avvantaggiare la banca e svantaggiare la clientela". Risultato provvisorio ("mark to market") al maggio 2005: quasi tutte le imprese in perdita, per ben 1 miliardo e 970 milioni di euro. Il caso Divania è il più grave in Italia tra le aziende private. Altre procure indagano su derivati venduti a enti pubblici, perlopiù da banche estere: qui il processo pilota è stato aperto dal pm Alfredo Robledo a Milano. A Bari la lista degli indagati ricostruisce la catena di comando di Unicredit: gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi). Tra gli indagati compaiono Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati da Bankitalia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale". Nessuna accusa invece per Pietro Modiano, che nel 2004 fu l'unico a lanciare l'allarme sulle "continue rinegoziazioni con gli stessi clienti". Quando "L'Espresso" pubblicò il primo articolo su Divania, Profumo difese con forza tutta la gerarchia: "Falsità. Non siamo la banca dei derivati". Parisi intanto continua ad aspettare giustizia. "La perizia del tribunale civile mi ha dato ragione, come la consulenza tecnica della Procura. La banca ha dovuto ammettere che i contratti all'origine di tutti i derivati erano manipolati! Se il tribunale li riconoscerà nulli, Unicredit dovrà restituirmi non solo 15 milioni di perdite nette, ma altri 221 di pagamenti indebiti, con anni di interessi. I periti hanno scoperto una realtà capovolta perfino nei contratti a termine: ero io, il cliente, ad assicurare la banca con opzioni senza premi e rischi illimitati. Quanti altri imprenditori italiani sono stati costretti a firmare derivati rovinosi pur di avere prestiti in tempi di crisi? Spero che il ministero dell'Economia e la Banca d'Italia si decidano a fare pulizia. Non mi accontento di un po' di soldi: io voglio riaprire la fabbrica"»;
considerato che:
alle ore 18,51 del 3 marzo 2011, l'agenzia giornalistica Agi diffondeva il seguente dispaccio proveniente dalla Procura della Repubblica di Bari: «In merito alle notizie su un'inchiesta riguardante i rapporti finanziari (sottoscrizione di titoli di credito derivati) tra un'azienda produttrice di divani e l'istituto bancario Unicredit, la Procura di Bari precisa con una nota che è in corso agli indagati la notifica di "avviso di conclusione indagini preliminari". "Fra i reati contestati non vi è l'associazione per delinquere e fra gli indagati non risulta l'ex amministratore delegato dell'Unicredit, Alessandro Profumo". La notizia sarebbe l'anticipazione di un articolo che sarà pubblicato sul settimanale L'Espresso. La Procura barese non è a conoscenza del suo contenuto e per questo si astiene oggi da qualsiasi precisazione in merito»;
in data 4 marzo 2009, alle ore 14,14, in un dispaccio dal titolo: "Derivati: L'Espresso, su archiviazione Profumo deciderà il gip", l'agenzia Ansa informava che: «Sull'eventuale archiviazione per l'ex ad di Unicredit, in relazione all'indagine di Bari sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, sarà il gip a decidere: lo precisa l'Espresso, che nel numero in edicola (in un articolo anticipato ieri) parla di Profumo indagato, dopo che ieri la procura di Bari aveva precisato che l'ex ad non era fra gli indagati. "Al solo scopo di evitare erronee interpretazione del comunicato emesso ieri dall'ufficio del procuratore di Bari, - si legge in una nota - L'Espresso conferma che l'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, è stato effettivamente indagato dalla procura di Bari nell'inchiesta sui derivati della società Divania. L'Espresso prende atto che la procura di Bari, nella giornata di ieri, e quindi dopo la pubblicazione dell'articolo, ha deciso di notificare l'avviso di conclusione delle indagini, per i reati di estorsione, truffa aggravata e appropriazione indebita, solo agli altri dirigenti indagati di Unicredit. Questo porta a ritenere che la procura chiederà l'archiviazione per Profumo, possibilità che era peraltro già evidenziata dallo stesso articolo dell'Espresso. Va in ogni caso ricordato - sottolinea la nota del settimanale - che tale richiesta di archiviazione, quando verrà presentata, potrà essere accolta o respinta dal giudice delle indagini preliminari: in proposito l'imprenditore Saverio Parisi, titolare della società Divania, ha preannunciato che, nella sua qualità di parte offesa, presenterà formale opposizione e chiederà al giudice di procedere anche nei confronti del dottor Profumo, che tecnicamente risulta dunque tuttora indagato e conserverà tale posizione fino alla data della definitiva archiviazione decisa dal giudice. L'Espresso riconferma inoltre - conclude la nota - che tra i reati ipotizzati dalla procura di Bari figurava fino a pochi giorni fa, come risulta dalla documentazione in possesso dell'Espresso, anche l'associazione per delinquere (articolo 416 .p.), unica accusa che la Procura di Bari ha ora deciso di lasciar cadere, non inserendola nell'avviso di conclusione delle indagini emesso solo nella giornata di ieri"»;
considerato che all'avviso dell'interrogante:
le denunce di imprenditori coraggiosi, come il titolare di Divania, Francesco Saverio Parisi, e Rocco Ziino, ridotti sul lastrico dai signori banchieri, costretti il primo a licenziare 430 dipendenti, il secondo a dichiarare la bancarotta della sua società "Tre Zeta Plast", leader nel settore edilizio e termoidraulico, passata nel giro di due anni da un fatturato di 6 milioni di euro al fallimento, dovrebbero, trovare maggiore attenzione da parte delle autorità giudiziarie, che spesso impiegano tempi biblici per portare alla sbarra "bankster" spericolati, che si arricchiscono sulla pelle degli imprenditori esposti alla mercè delle banche;
la frettolosa nota emessa dalla Procura di Bari in merito all'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, che come confermato da "l'Espresso", è stato effettivamente indagato dalla stessa Procura di Bari nell'inchiesta sui derivati della società Divania, la cui posizione di indagato potrà essere eventualmente stralciata solo dal Giudice per le indagini preliminari, e non da un comunicato stampa, potrebbero aver risentito di pressioni e/o influenze esterne per sminuire la portata dell'inchiesta sui derivati avariati di Unicredit ed altre banche, alla sbarra in numerose Procure della Repubblica con processi a carico di banchieri che hanno costretto floride imprese a chiudere ed enti locali ad iscrivere perdite per miliardi di euro;
si chiede di sapere:
se l'ex amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, sia realmente indagato a Bari con altri 27 dirigenti della banca milanese con l'intera catena di comando di Unicredit, tra i quali gli "ingegneri finanziari" (Ubm) e i "venditori" (Ubi), assieme a Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati dalla Banca d'Italia nel doppio ruolo di "artefici dei derivati" e "superiori gerarchici di tutta la rete commerciale", nell'inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati, in merito all'inchiesta, affidata al pm Isabella Ginefra, nella quale vengono ipotizzati i reati di associazione per delinquere, estorsione, truffa e appropriazione indebita;
se risponda al vero che la perizia del Tribunale civile, così come la consulenza tecnica della Procura di Bari, abbia dato ragione all'imprenditore della Divania, con la stessa banca costretta ad ammettere che i contratti all'origine di tutti i derivati erano manipolati e con i periti che avrebbero scoperchiato una realtà capovolta perfino nei contratti a termine dov'era il cliente ad assicurare la banca con opzioni senza premi e rischi illimitati;
se i derivati altamente rischiosi di Unicredit, emessi con la finalità di finanziare stipendi e stock option dei banchieri, con sistemi di sofisticata ingegneria algoritmica, che portavano le banche a guadagni certi con calcoli probabilistici di matematica finanziaria vicini al 90 per cento, mentre ai contraenti restava la probabilità di copertura dei rischi che erano costretti ad assumere, pari ad una percentuale anche inferiore al 10 per cento, non abbiano danneggiato migliaia di piccole e medie imprese, contribuendo in tal modo alla grave recessione ed alla crisi addossata sulle famiglie;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che il potere economico delle banche e dei banchieri possa influenzare i processi arrecando così gravissimo danno all'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
(3-01961)