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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 516 del 08/03/2011


BAIO (Misto-ApI). Signora Presidente, Grazia Deledda, nel romanzo «La chiesa della solitudine», scriveva: «Possibile che non si possa vivere senza far male agli innocenti?». Vorrei pormi, e porvi, questa domanda, e vorrei che oggi fossimo in grado anche di darvi una risposta approvando questo disegno di legge e consentendo che diventi legge. Infatti, anche nel più totale relativismo dei valori etici, quale quello in cui oggi viviamo, vi è sempre un'idea che scuote le coscienze di tutti, che suscita indignazione e rabbia: la condanna di un innocente alla carcerazione. Se poi questo innocente è solo un bambino, che è nato o cresce in carcere, allora l'indignazione cede il passo al richiamo alla responsabilità, ed è questo che oggi è a noi richiesto.

Ritengo quindi, onorevoli colleghi, che il disegno di legge oggi in discussione costituisca un atto di responsabilità per un Paese civile qual è, e vuole essere, l'Italia. Siamo infatti chiamati ad approvare un testo che introduce importanti modifiche al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario in materia di rapporto tra le madri detenute ed i figli minori, come ha ben ricordato la relatrice: non entro quindi nel merito specifico dei singoli articoli, ma voglio invece dare un quadro di insieme. Privare un bambino della figura materna costituisce una profonda violenza che contrasta con la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e anche con l'articolo 31 della Costituzione, ma allo stesso tempo non è tollerabile che un bambino viva i primissimi anni della sua infanzia in carcere con la madre, scontando così una pena di cui non ha colpa.

Questo testo è stato approvato alla Camera, lo voglio ricordare, quasi all'unanimità: 460 dei nostri colleghi della Camera su 465 (ad eccezione dei radicali, che si sono astenuti) hanno votato questo testo, segno di una profonda condivisione su un tema importante. Mi auguro che anche in questa sede si faccia lo stesso: innanzitutto che lo si possa approvare e che si faccia altrettanto.

Per comprendere al meglio il significato e l'impatto concreto delle modifiche oggi in discussione mi pare utile dare un beve sguardo alla situazione attuale. La legge italiana prevede la sospensione obbligatoria della pena per la donna incinta e per la madre di un bambino che non abbia raggiunto un anno di età. Vi è poi la possibilità di differire l'esecuzione della pena detentiva per la madre di prole di tre anni. Ad ogni modo, si tratta solo di una sospensione, al termine della quale la donna deve e dovrà necessariamente essere in carcere con o senza il figlio, perché deve scontare la sua pena. Fino ad oggi, però, madre e figlio hanno vissuto all'interno degli istituti di pena, in appositi spazi denominati asili nido, fino al compimento del terzo anno di età.

Non so quanti di voi (certamente molti), recandosi nelle carceri, hanno avuto la possibilità di conoscere a fondo le condizioni in cui vivono i bambini all'interno delle stesse. Io ho avuto la fortuna-sfortuna di vedere e per questo invito tutti a porre la massima attenzione sull'opportunità di approvare, in tempi celeri, il provvedimento oggi al nostro esame.

Far vivere un bambino in un istituto penitenziario è qualcosa che travalica qualsiasi ragionamento giuridico o posizione ideologica e rappresenta solo un'aberrazione da cancellare nel minor tempo possibile. Queste esistenze, infatti, saranno segnate per sempre. Per tutta la vita questi fanciulli dovranno fare i conti con un trauma profondo e inspiegabile poiché vivono sofferenze di cui non hanno colpa.

L'analisi della realtà delle carceri offre spunti di riflessione davvero inquietanti. Secondo un rapporto predisposto da un consulente e pediatra del carcere di Como, nella maggior parte degli istituti di pena l'area nido comprende un'unica camerata (dove sono ospitate in una convivenza forzata più coppie mamma-bambino) e una cella adibita a stanza per il gioco.

Nell'area nido, dunque, restano le caratteristiche strutturali del carcere: il ridotto numero di finestre dà luogo ad ambienti poco areati, scarsamente illuminati e umidi. Il rumore è continuo per il frequente suono dei campanelli, a cui segue (e questo vale la pena di ascoltarlo) l'apertura e la chiusura delle porte blindate: un rumore orrendo per gli adulti, si immagini per un bambino.

L'universo di questi bambini è fatto di celle, di finestre con sbarre, di lunghi corridoi con tante porte chiuse, di pareti grigie, di campanelli di allarme che suonano all'improvviso, di continuo vocio di sconosciuti.

La porta blindata del carcere è il simbolo più spesso disegnato e descritto dai bambini cresciuti in carcere (anche ciò è eloquente): una porta fredda e pesante, che si apre e si chiude solo quando altri lo decidono e che emette un particolare rumore metallico, a ricordare incessantemente che quello è un luogo dove la libertà è limitata.

Nella stanza dormitorio l'arredo essenziale ed anonimo è molto differente da quello proponibile per una cameretta di un bambino.

In carcere i bambini soffrono di disturbi legati al sovraffollamento, alla mancanza di spazio e sviluppano problemi di comunicazione e di relazione, oltre che inappetenza ed apatia.

La neuropsichiatria infantile ci insegna che i primi tre anni di vita - ricordiamo anche i nostri - costituiscono un momento di apprendimento delle nozioni vitali in cui i bambini imparano a camminare, a muovere le parti del corpo in modo armonico e coordinato, ad esprimere in parole i propri pensieri. Acquisiscono la percezione di sé e degli spazi e imparano a vivere nel mondo. Per questo gli specialisti del settore invitano le madri a condurre i figli in spazi aperti.

Il fenomeno dei minori cresciuti in carcere non ha ampie dimensioni statistiche, ma anche se sono padri noi dobbiamo occuparci di loro.

Per migliorare questo triste scenario diventa, dunque, fondamentale introdurre ipotesi alternative alla detenzione negli istituti di pena e migliorare le condizioni della detenzione nelle carceri. Altrettanto importante è estendere l'applicabilità degli arresti domiciliari.

Ebbene, le odierne modifiche legislative si dirigono proprio nelle direzioni che ho appena indicato, andando a integrare un processo di riforma che, come ha ricordato la relatrice, è stato avviato nel 2001. Non dobbiamo però illuderci che in questo modo riusciremo a risolvere definitivamente il problema. Stiamo compiendo un passo in avanti, ma il nostro cammino non deve fermarsi qui. L'attenzione di noi parlamentari deve essere sempre vigile sul tema!

Volgendo brevemente lo sguardo al merito delle disposizioni normative, valuto positivamente l'innalzamento da tre a sei anni dell'età del bambino al di sotto della quale non può essere disposta o mantenuta la custodia cautelare della madre in carcere. Qualora non sia possibile evitare la custodia cautelare, si introduce la possibilità di scontare questa misura non più in carcere, ma in un istituto a custodia attenuata per detenute madri (cosiddetto ICAM).

Ricordo benissimo questa esperienza perché fu avviata quando ero assessore alle politiche sociali della Provincia di Milano. Si tratta di una struttura costituita in via sperimentale nel 2006, in esecuzione di un progetto realizzato dalla Provincia di Milano in collaborazione con il Ministero della giustizia, il Ministero dell'istruzione, la Regione Lombardia e il Comune di Milano. L'ambiente di questo tipo di istituti è accogliente ed è simile a una casa vera e propria: lo scopo è evitare che i bambini soffrano l'esperienza della carcerazione forzata.

È una struttura che non ricorda in alcun modo il carcere, essendo simile ad un asilo nido in cui i bambini possono trascorrere serenamente il periodo di "carcerazione" insieme alle loro madri: vi sono camere confortevoli e luminose, ambienti personalizzati, infermeria, ludoteca, biblioteca e aula formativa, cucina attrezzata. È l'ambiente della loro famiglia.

PRESIDENTE. Senatrice Baio, la prego di concludere il suo intervento, essendo scaduto il tempo a sua disposizione.

BAIO (Misto-ApI). Concludo il mio breve e sintetico intervento con una frase di Gianni Rodari, che per tutti noi, ma sopratutto per i bambini, è stato un grandissimo maestro. La frase contiene più che altro un monito: «Sapete quanto pesano le lacrime di un bambino che soffre? Più del mondo intero!».

Ma noi oggi, con il provvedimento in esame (che speriamo di poter approvare e che finalmente trovi una copertura economica), possiamo ridurre questo enorme peso per i bambini e per le loro madri. Auguriamoci di poterlo fare tutti insieme!

Signora Presidente, chiedo di poter allegare al Resoconto della seduta la restante parte del mio intervento, nel quale sono riportate le altre considerazioni che volevo svolgere. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Milana e Gallone. Congratulazioni).

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.