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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 516 del 08/03/2011


Ripresa della discussione dei disegni di legge
nn.
2568, 1129e 1137 (ore 18,40)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bugnano. Ne ha facoltà.

BUGNANO (IdV). Signora Presidente, oggi è una giornata importante, perché arriva in Aula un provvedimento che dimostra attenzione ad un tema che credo sia importantissimo, cioè il diritto al mantenimento del legame con i propri genitori da parte dei minori. Questo diritto è riconosciuto e garantito dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, e riguarda moltissimi casi. Penso, innanzitutto, ai casi di genitori separati.

In questa materia il legislatore è intervenuto qualche anno fa - lo ricordo molto rapidamente - con la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, intervenendo sulla normativa del codice civile riguardante la separazione fra i coniugi, aveva affermato un principio molto importante: un figlio di genitori separati deve, a meno che non vi siano particolari motivazioni che lo sconsiglino, rimanere affidato in modo condiviso ai genitori. Con questo testo normativo il legislatore aveva voluto semplicemente sottolineare l'importanza del mantenimento di un rapporto affettivo fra un figlio ed entrambi i genitori. Ovviamente tale problema si verifica anche quando i genitori, madre o padre, siano detenuti.

In questo settore non sono avvenuti cambiamenti significativi. Ricordo che gli ultimi provvedimenti risalgono ormai a qualche anno fa; poi si è dimenticato l'argomento ed il legislatore è stato un po' disattento su questo tema. Eppure i figli di donne detenute meritano tutta la nostra attenzione. (Brusìo).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di fare silenzio, specie in prossimità dell'oratrice.

BUGNANO (IdV). La ringrazio, signora Presidente.

I dati dimostrano che un figlio allontanato da una madre o da un genitore detenuto può avere potenzialmente problemi tali da rendere più difficile la sua crescita psicologica ed il suo rapporto con la società. E questo è un tema che credo non riguardi solo le istituzioni penitenziarie, ma anche la responsabilità degli enti locali, per ciò che riguarda ad esempio la politica dei servizi sociali destinati ai minori. La detenzione di un genitore o di entrambi i genitori, come tutti possiamo comprendere, interviene sicuramente come un fatto traumatico nella vita familiare, e in particolare in quella dei figli, che diventano in questo modo l'anello debole di una catena che li priva della risorsa affettiva più importante. Per questo, pur senza voler stigmatizzare la condizione dei figli di genitori detenuti, è chiaro che questa rappresenta un rischio, come ho già detto, per la loro crescita e per il loro sviluppo. Molti studi hanno evidenziato, infatti, come un figlio allontanato da una madre perché in stato di detenzione sia potenzialmente più esposto poi anche ad avere problemi con la giustizia. Credo quindi che la normativa che tra oggi e domani ci accingiamo ad approvare qui in Senato abbia una valenza storica e sociale importante.

Il Gruppo dell'Italia dei Valori ritiene che l'impianto della normativa sia corretto, ma che si possano ancora apportare alcune modifiche a questo testo legislativo, ed in questa direzione vanno l'ordine del giorno e gli emendamenti che ha presentato. Mi riferisco, in particolare, all'articolo 1, in materia di custodia cautelare, e all'articolo 3, in materia di detenzione domiciliare. In questi articoli sono contenuti dei principi molto importanti, che però rischiano di rimanere delle enunciazioni di principio, qualora si decidesse, nel testo definitivo, di rimandare troppo in là l'applicazione di questa normativa. Infatti, per com'è il testo ad oggi, l'istituzione delle case famiglia e degli istituti di custodia attenuata è lasciata a provvedimenti successivi che verranno adottati, e soprattutto l'attuazione di questi strumenti si ricollega alla realizzazione del piano carceri. Ricordiamo che questo faraonico piano carceri di cui ci parla il ministro Alfano dal 2008, e che ogni anno, nella sua relazione, egli ci dice stare realizzando, non lo vediamo mai concretamente realizzato o ultimato: quindi, la nostra forte preoccupazione è che collegare l'introduzione di queste misure e di questi strumenti alla realizzazione del piano carceri sia un po' come enunciare oggi un principio per lasciarlo a futura memoria.

Ecco perché gli emendamenti che abbiamo presentato rispetto alla decorrenza di questo provvedimento vanno proprio nella direzione di una accelerazione della sua entrata in vigore. Proprio perché crediamo fortemente alla bontà di questo testo legislativo, non vogliamo che rimanga una mera enunciazione, ma chiediamo che sia applicato il più celermente possibile.

Avremo modo più avanti, in sede di illustrazione di emendamenti, di addentrarci nei loro contenuti, ma tenevo, in sede di discussione generale, a sottolineare l'attenzione che il Gruppo dell'Italia dei Valori ha non solo per una rapida attuazione, ma anche per una concreta entrata in vigore ed applicazione della normativa. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Spadoni Urbani. Ne ha facoltà.

SPADONI URBANI (PdL). Signora Presidente, celebrare l'8 marzo pensando a poche detenute donne, condannate alla reclusione con i propri figli, mi sembra piuttosto singolare. Non entro nel merito delle celebrazioni perché il discorso è talmente vasto che in questo contesto potrebbe apparire addirittura surreale. Prendo atto che è volontà del Parlamento esprimersi proprio oggi in senso favorevole rispetto ad un atto che io giudico di mero buonismo, come si evince anche dal tono di chi è intervenuto, nei confronti di madri detenute che per la loro condotta ed il loro stato hanno condannato i figli ad essere con loro detenuti.

È vero che bisogna rispettare tutti, perché il rispetto è uno di quei valori che purtroppo si è perso, ma se si ha il diritto di essere rispettati anche in queste condizioni bisogna anche pretendere che noi donne si abbia il dovere di rispettare tutti, compresi i propri figli.

È un atto che, allo stato attuale, appare più un gesto simbolico che un incisivo strumento in grado di modificare la vita delle madri carcerate che, non va dimenticato, per essere recluse debbono aver commesso delitti di particolare gravità sociale. È una legge che, mi pare onesto dire, pur facendosi carico di alcune necessità di queste madri, va a salvaguardare soprattutto i diritti dei figli che, da innocenti, subiscono la sorte di un genitore che innocente non è.

Conosco le strutture carcerarie - rispondo alla collega che è intervenuta prima - ed alcune di esse, come a Capanne, presso Perugia, in cui è presente una sezione femminile, sono particolarmente attrezzate proprio perché i figli conviventi vivano questo stato, nel quale si trovano non per loro colpa ma per loro destino, nella maniera più dignitosa. Mi ricordo che l'unico segno dello stare in carcere in quella specie di nido erano le grate. Ora, insieme al direttore della struttura di Capanne, guarda caso una donna, si decise di apporre delle tendine perché i figli non crescessero con l'idea delle sbarre davanti ai loro occhi. Conosco anche il rumore dei cancelli, che mi dà un brivido e mi ricorda l'importanza del vivere secondo la legge. Mi riferisco a quel cancello metallico che rappresenta un bel monito per chi lo sente, proprio per pensare ai propri diritti e doveri, che chi sta dentro evidentemente non conosce o non applica.

Sono convinta, per questa mia diretta esperienza, che sia giusto trovare il modo per evitare che vi siano figli carcerati (per quanto, occorre ricordare che per ogni figlio carcerato ci possono essere figli di vittime di carcerati, siano essi donne o uomini). Attualmente, in queste situazioni, molto dipende dalla sensibilità delle direzioni carcerarie.

Con la presente legge si assegna a magistrati e direzioni delle carceri una discrezionalità che, a mio avviso, è eccessiva, e che, ovviamente, carica di improprie responsabilità tali soggetti. Questo congegno è uno dei benefici che potrebbe ostacolare l'approvazione dell'atto in discussione, insieme ad altre misure che appaiono un poco surreali. Sento la sensibilità di qualcuno che vuole proporre emendamenti, cosa che in Commissione - per lo meno quando ero presente io -sembrava non si potesse fare, e dunque me ne compiaccio.

Nel contesto del principio della funzione rieducativa della pena, trovo comunque utile dare un segno di attenzione a queste donne perché riflettano sulla situazione cui hanno costretto le proprie creature, ma soprattutto penso che si stia operando per i loro figli, in modo che possano sviluppare un futuro di progresso diverso da quello esemplificato dalle loro madri.

È solo in virtù dell'innocenza e per il futuro di queste creature incolpevoli che

trovo in me una disponibilità a votare questo atto, con vero spirito di servizio. (Applausi del senatore Ciarrapico).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carloni, la quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G105. Ne ha facoltà.

CARLONI (PD). Signora Presidente, il disegno di legge in esame affronta un tema e un dramma che da molti anni è all'attenzione delle istituzioni e della pubblica opinione, cioè quello dei bambini che crescono fino ai tre anni dietro le sbarre del carcere: bambini detenuti, bambini costretti a condividere la pena del carcere con le proprie madri.

Prima di entrare nel merito delle disposizioni contenute nella proposta, ricordo un altro 8 marzo, quello del 2001, cioè dieci anni fa, quando, per iniziativa dell'allora Ministro per le pari opportunità Anna Finocchiaro, con la quale mi onoro di aver collaborato all'epoca - fu approvata la legge n. 40 recante misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori. La cosiddetta legge Finocchiaro indicò i presupposti fondamentali affinché le donne con figli minori di dieci anni (e conseguentemente i bambini al di sotto dei tre anni) potevano e avrebbero dovuto evitare la pena del carcere. In base a quella proposta, tutte le detenute, indipendentemente dal reato commesso, avrebbero potuto chiedere e ottenere gli arresti domiciliari se in possesso di alcuni requisiti, come, ad esempio, l'aver scontato almeno un terzo della pena, o 15 anni, nel caso di ergastolo.

La legge, che costituiva veramente un baluardo di civiltà, tuttavia è risultata largamente inapplicata: innanzitutto, perché la gran parte delle detenute madri risultavano incriminate per reati connessi all'uso di sostanze stupefacenti e prostituzione (che sono reati tipicamente ad alto tasso di recidività), mentre proprio la recidività del reato costituisce un elemento ostativo alla praticabilità delle misure alternative alla detenzione; inoltre, perché le stesse misure alternative alla detenzione si possono applicare solo nei confronti di chi già è condannato con sentenza definitiva e dunque non già in attesa di giudizio.

Considerata poi la prevalenza di madri straniere, che spesso non dispongono di un'abitazione propria dove scontare la pena domiciliare, con la legge n. 40 del 2001 quelle mamme non hanno veramente avuto altra scelta se non tenere i bambini in carcere, dunque presso di sé, fino al compimento dei tre anni. Bambini che dopo il carcere con la madre devono affrontare un trauma forte, quello della separazione, a tre anni, dalla propria madre - ancorché in carcere - e in molti casi per essere trasferiti come pacchi postali in altri istituti per minori, questa volta senza nemmeno il conforto di poter stare vicino alle madri.

Certamente a dieci anni da quella legge, credo non sia necessario spendere parole sull'aberrazione dei bambini dietro le sbarre, anche se l'intervento della collega Spadoni Urbani, da questo punto di vista, mi ha fatto un po' cambiare idea, nel senso che mi dimostra l'importanza di continuare, invece, a discuterne. E a chi non l'avesse ancora fatto, consiglio di visitare qualcuno dei 16 nidi attualmente funzionanti presso altrettante strutture penitenziarie. La presenza dei bambini nei luoghi di pena va veramente oltre qualunque posizione ideologica, partitica, politica, qualunque altro ragionamento di opportunità, senza per questo nulla voler togliere a tante positive iniziative sia delle amministrazioni penitenziarie (come quelle illustrate dalla collega Baio) sia delle organizzazioni di volontariato, particolarmente attive in questi campi soprattutto nelle grandi città (penso per esempio a Roma e a Rebibbia).

Liberare i bambini dietro le sbarre e garantire loro il rapporto con la propria madre non soltanto è previsto da tutti i trattati internazionali sottoscritti anche dall'Italia, ma ce lo impone la nostra coscienza civile, prima di tutto ancora la natura umana di questi diritti che riguardano i minori e anche la relazione genitoriale, in primis quella tra madre e bambino o bambina in tenera età. Per tradurre in pratica il diritto di un bambino o di una bambina a stare vicino alla propria madre lontano dal carcere con l'intento di rendere effettivi i principi inapplicati della legge Finocchiaro, ho presentato in questa legislatura il disegno di legge n. 1137, che modifica la legge n. 40 del 2001 in alcuni aspetti, innanzitutto prevedendo l'istituzione di case famiglia al di fuori della struttura penitenziaria e di case famiglia protette, come extrema ratio, ad esempio nei casi di esigenza cautelare di eccezionale rilevanza da considerarsi come unica forma di restrizione applicabile quando sia coinvolto anche un minore.

Stiamo parlando peraltro di casi limite, ma, in generale, per quanto riguarda le madri detenute con figli minori, di numeri limitatissimi. Quindi, le detenute potrebbero usufruire di istituti che sono già esistenti, o che potrebbero essere realizzati con modestissimi oneri a carico dello Stato - oneri irrilevanti, invece, se confrontati con i costi effettivi della detenzione in carcere - nella prospettiva di eliminare gli ostacoli che attualmente impediscono la possibilità per queste madri di espiare la pena presso il proprio domicilio.

Avevo inoltre previsto di garantire al minore l'assistenza della madre di fronte all'esigenza di cure e di ospedalizzazione e, in considerazione della rilevantissima presenza di donne straniere, di intervenire fermamente sul testo unico in materia di immigrazione, ovvero sulla Bossi-Fini, che opera attraverso una sorta di automatismo del decreto di espulsione, sia che avvenga al termine dell'esecuzione della pena detentiva, sia che avvenga a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione, dal momento che non si tiene in alcun conto la circostanza di un eventuale positivo percorso di risocializzazione compiuto dalla donna detenuta. Ovviamente, si tratta di un automatismo che colpisce anche le madri con i loro bambini, bambini che sono nati in carcere o comunque che hanno vissuto in carcere la loro brevissima vita.

La valutazione del «superiore interesse del fanciullo» in questo caso è giusto - a mio avviso - che si traduca nell'opportunità di rimanere in Italia. Allo stesso modo, al fine di garantire l'unità familiare, che è un bene non soltanto riconosciuto dalla Costituzione italiana ma affermato anche nei trattati internazionali oltre che nella vasta giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ho voluto prevedere la possibilità non solo di revocare l'espulsione nei confronti di madre con figli minori di anni dieci (o del padre, se la madre è deceduta) ma anche di effettuare il ricongiungimento familiare, attraverso appositi permessi di soggiorno, alle madri straniere i cui i figli minori si trovino nei Paesi di origine.

Di questo disegno di legge, di cui sono la prima firmataria, così come di altri presentati, come quello che vede prima firmataria la senatrice Poretti, non è stato però possibile svolgere una discussione in modo approfondito qui in Senato. La Commissione giustizia e l'Aula, infatti, in pochi gironi sono state chiamate ad approvare un testo già licenziato dalla Camera che, pur se animato dallo spirito positivo di non avere mai più bambini in carcere, presenta però molte gravi ed evidenti criticità; criticità che sono state segnalate anche nel corso delle audizioni svolte in Commissione giustizia, come ha testé ricordato il vice presidente Casson.

Innanzitutto il provvedimento in discussione, elevando l'età dei minori coinvolti da 3 a 6 anni, ottiene il paradossale effetto collaterale che saranno di più i bambini a cui non viene evitato con certezza il carcere come misura cautelare, per cui saranno di più i bambini detenuti. La detenzione domiciliare speciale continuerà ad essere un beneficio esclusivo di pochissime madri con figli - come ha già dimostrato la legge n. 40 del 2001 e come è la situazione attuale - mentre le mamme straniere, che sono la quasi totalità delle madri detenute, continueranno a rischiare l'espulsione immediata a fine pena, essendo state totalmente e completamente ignorate da questo disegno di legge in discussione.

Infine, la scarsa copertura finanziaria di questa legge non consentirà di sostenere o creare case famiglia né di individuare percorsi personalizzati di reinserimento, tutto ciò che servirebbe veramente per rendere credibile l'obiettivo che la legge dice di voler perseguire.

Per tutti questi motivi, e considerando che l'esiguità del numero dei minori interessati, che resta tale - come affermato dal senatore Casson - in tutte le serie statistiche storiche, permette di trovare una soluzione giusta, definitiva e certamente senza maggiori oneri rispetto a quelli della carcerazione, si consiglia di rinviare il testo in Commissione. Potremo certamente fare meglio - ne sono convinta - in Senato, e in questo modo onorare l'8 marzo delle madri in un'altra giornata meno simbolica ma più giusta e più rispettosa dei diritti dei bambini. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fleres, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche gli ordini del giorno G101 e G102. Ne ha facoltà.

FLERES (PdL). Signora Presidente, onorevoli senatori, signora Sottosegretario, credo che quello che stiamo affrontando sia un tema di straordinaria importanza, che non può essere in alcun modo liquidato né con superficialità né con la presunzione di conoscere un argomento così delicato ed un settore così articolato. Sicuramente non può essere affrontato sul piano delle scontro ideologico o culturale, perché di mezzo non ci sono affatto le detenute madri, ma i bambini figli delle detenute madri. Già questo dovrebbe modificare di molto l'atteggiamento che questo Senato e, in genere, le forze politiche dovrebbero tenere rispetto all'argomento in questione.

Diceva Fabrizio De André, in una delle sue più famose canzoni, «anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti». Io credo che nessun membro della società italiana e, più in generale, globale possa considerarsi assolto del tutto di fronte a un evento criminoso. C'è certamente una differenza fra il tema della responsabilità e quello della colpa, ma sicuramente non può esserci colpa alcuna a carico di un bambino appena nato o di un bambino di pochi anni.

Vi racconto adesso la storia di una donna che da un mese circa, nonostante sia incinta di sette mesi e nonostante abbia un bambino di poco più di due anni, è in carcere in una delle strutture carcerarie peggiori d'Italia, Catania Piazza Lanza. È un carcere sovraffollato, dove non ci sono asili, aree verdi e dove non ci sono strutture idonee a compiere la benché minima attività di recupero e di rieducazione per gli adulti, figuriamoci per i bambini. Immaginiamo cosa possa significare imparare a camminare in uno spazio limitato e circoscritto, con una luce ridotta e con possibilità di accesso all'esterno ben determinate e anch'esse limitate e circoscritte. «Anche se voi vi credete assolti siete» (e siamo) «lo stesso coinvolti».

Allora, onorevoli colleghi, credo che questa iniziativa legislativa non vada sprecata - qualche collega del Nord direbbe che piuttosto che niente è meglio piuttosto - e che vadano cercate tutte le possibili soluzioni per far in modo che attraverso questo strumento, che è quello che ci perviene dalla Camera, si possa creare una condizione migliore rispetto al tema che vogliamo risolvere. Credo che rispetto alla vita e alla condizione del bambino detenuto - questo dovrebbe essere il titolo della legge - non ci possano essere distinzioni culturali. Credo che sia necessario fare in modo che nulla vada perduto, che tutto possa essere recuperato sulla base della conoscenza dei fatti, dei luoghi e delle circostanze e delle condizioni in cui la detenzione avviene in questo momento.

Non c'è dubbio, onorevoli colleghi, che pensare alla realizzazione di istituti a custodia attenuata e contemporaneamente rispettare l'articolo 42 dell'ordinamento penitenziario a proposito della territorialità della pena significherebbe per il nostro Paese affrontare spese assolutamente incompatibili con le condizioni. Si verrebbe, dunque, a determinare uno scontro fra il principio che vogliamo difendere (quello d'impedire che un bambino innocente stia in carcere) e quello di evitare sprechi. Allora, probabilmente è opportuno individuare delle soluzioni alternative che rendano territorialmente eseguibile la pena e che rendano economicamente compatibile la realizzazione di queste strutture, che magari utilizzino il più possibile realtà esistenti con le opportune modifiche e gli opportuni accorgimenti. Altrimenti potremmo correre il rischio di dover concentrare le detenute madri e i detenuti figli in pochi centri d'Italia sradicandoli dal loro territorio e, dunque, facendo venire meno il diritto dei bambini non solo di stare con la propria madre, ma di stare con il proprio nucleo familiare, di vedere i nonni, gli zii, i fratelli, il padre.

Colleghi, pur senza assumere un atteggiamento non rispettoso dello sforzo che è stato compiuto, e di cui bisogna prendere atto, forse è opportuno guardare dentro il problema e magari ascoltare chi vive dentro il problema: mi riferisco agli educatori, ai dirigenti degli istituti penitenziari, agli psicologi, ai garanti dei diritti dei detenuti, che da questo punto di vista svolgono un compito importante, alle associazioni che operano all'interno delle carceri. Non si tratta, cari colleghi, di voler premiare nessuno o di voler alimentare il mondo del crimine, ma di rispettare i diritti umani: nel caso specifico, i diritti umani di un bambino prima che della madre, e oltre la madre. Noi viviamo in una condizione in cui il sistema giudiziario produce un meccanismo del genere, e vale per il caso della detenuta di Catania come per altri casi.

Signora Presidente, colleghi, signora Sottosegretario, concludo il mio intervento illustrando brevemente due ordini del giorno, presentati al disegno di legge nella parte generale, di cui sono primo firmatario. L'ordine del giorno G101, che si connette perfettamente con l'argomento in questione, prevede (naturalmente, se il Governo lo riterrà opportuno) il ripristino della commissione che stava studiando l'introduzione di misure alternative alla detenzione per tutta una serie di reati. In passato, il Parlamento e il Governo avevano nominato delle commissioni che erano state presiedute dal dottor Nordio e da altri per l'individuazione di misura alternative in grado di coniugare il momento rieducativo con quello della pena. Anche nel caso delle detenute madri, un'operazione di questo genere, che vada a modificare l'attuale sistema delle pene, potrebbe favorirci e, soprattutto, potrebbe realmente favorire il superamento del problema del sovraffollamento nelle carceri. Il primo ordine del giorno riguarda pertanto l'opportunità di ripristinare la commissione di studio che già esisteva o, comunque, di prendere atto del lavoro che tale commissione svolse a suo tempo, di utilizzarlo e di farlo diventare una proposta operativa.

L'ordine del giorno G102 riguarda invece la valutazione dell'opportunità «di adottare iniziative volte a estendere la fattispecie della partecipazione al dibattimento a distanza anche nei confronti di persona che si trovi a qualsiasi titolo in stato di detenzione presso un istituto penitenziario» diverso da quello in cui deve essere resa la testimonianza. Ciò perché il fenomeno dei trasferimenti, delle cosiddette traduzioni dei detenuti è costoso ed organizzativamente complesso, e un sistema penitenziario come il nostro non può permettersi né sprechi né ulteriori complessità organizzative come quelle legate al trasferimento frequente di detenuti che devono testimoniare ai processi.

Onorevoli colleghi, onorevole Sottosegretario, conosco la sensibilità del Governo rispetto a tali temi: dunque, sono convinto che in qualche modo si troverà una soluzione per far sì che questo disegno di legge non sia soltanto un manifesto, ma rappresenti realmente un'opportunità per migliorare - lo ripeto - non le condizioni delle detenute, ma quelle dei bambini. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).