SPADONI URBANI (PdL). Signora Presidente, celebrare l'8 marzo pensando a poche detenute donne, condannate alla reclusione con i propri figli, mi sembra piuttosto singolare. Non entro nel merito delle celebrazioni perché il discorso è talmente vasto che in questo contesto potrebbe apparire addirittura surreale. Prendo atto che è volontà del Parlamento esprimersi proprio oggi in senso favorevole rispetto ad un atto che io giudico di mero buonismo, come si evince anche dal tono di chi è intervenuto, nei confronti di madri detenute che per la loro condotta ed il loro stato hanno condannato i figli ad essere con loro detenuti.
È vero che bisogna rispettare tutti, perché il rispetto è uno di quei valori che purtroppo si è perso, ma se si ha il diritto di essere rispettati anche in queste condizioni bisogna anche pretendere che noi donne si abbia il dovere di rispettare tutti, compresi i propri figli.
È un atto che, allo stato attuale, appare più un gesto simbolico che un incisivo strumento in grado di modificare la vita delle madri carcerate che, non va dimenticato, per essere recluse debbono aver commesso delitti di particolare gravità sociale. È una legge che, mi pare onesto dire, pur facendosi carico di alcune necessità di queste madri, va a salvaguardare soprattutto i diritti dei figli che, da innocenti, subiscono la sorte di un genitore che innocente non è.
Conosco le strutture carcerarie - rispondo alla collega che è intervenuta prima - ed alcune di esse, come a Capanne, presso Perugia, in cui è presente una sezione femminile, sono particolarmente attrezzate proprio perché i figli conviventi vivano questo stato, nel quale si trovano non per loro colpa ma per loro destino, nella maniera più dignitosa. Mi ricordo che l'unico segno dello stare in carcere in quella specie di nido erano le grate. Ora, insieme al direttore della struttura di Capanne, guarda caso una donna, si decise di apporre delle tendine perché i figli non crescessero con l'idea delle sbarre davanti ai loro occhi. Conosco anche il rumore dei cancelli, che mi dà un brivido e mi ricorda l'importanza del vivere secondo la legge. Mi riferisco a quel cancello metallico che rappresenta un bel monito per chi lo sente, proprio per pensare ai propri diritti e doveri, che chi sta dentro evidentemente non conosce o non applica.
Sono convinta, per questa mia diretta esperienza, che sia giusto trovare il modo per evitare che vi siano figli carcerati (per quanto, occorre ricordare che per ogni figlio carcerato ci possono essere figli di vittime di carcerati, siano essi donne o uomini). Attualmente, in queste situazioni, molto dipende dalla sensibilità delle direzioni carcerarie.
Con la presente legge si assegna a magistrati e direzioni delle carceri una discrezionalità che, a mio avviso, è eccessiva, e che, ovviamente, carica di improprie responsabilità tali soggetti. Questo congegno è uno dei benefici che potrebbe ostacolare l'approvazione dell'atto in discussione, insieme ad altre misure che appaiono un poco surreali. Sento la sensibilità di qualcuno che vuole proporre emendamenti, cosa che in Commissione - per lo meno quando ero presente io -sembrava non si potesse fare, e dunque me ne compiaccio.
Nel contesto del principio della funzione rieducativa della pena, trovo comunque utile dare un segno di attenzione a queste donne perché riflettano sulla situazione cui hanno costretto le proprie creature, ma soprattutto penso che si stia operando per i loro figli, in modo che possano sviluppare un futuro di progresso diverso da quello esemplificato dalle loro madri.
È solo in virtù dell'innocenza e per il futuro di queste creature incolpevoli che
trovo in me una disponibilità a votare questo atto, con vero spirito di servizio. (Applausi del senatore Ciarrapico).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carloni, la quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G105. Ne ha facoltà.