Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

72a SEDUTA

MARTEDI 4 LUGLIO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

PRESIDENTE
REMONDINO
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato 1 - 2
FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2
MANCA (Forza Italia), senatore 1 - 2
TARADASH (Misto-P.Segni-RLD), deputato
VENTUCCI (Forza Italia), senatore

 

La seduta ha inizio alle ore 20,15.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito il senatore Manca, segretario f.f., a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

MANCA, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 7 giugno 2000.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE.

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l’ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell’inchiesta.

Rendo noto che il dottor Gabriele Chelazzi ha provveduto a restituire, debitamente sottoscritto ai sensi dell'articolo 18 del regolamento interno, il resoconto della sua audizione svoltasi il 7 giugno 2000, dopo avervi apportato correzioni di carattere meramente formale.

Informo che a firma del senatore Alfredo Mantica e dell'onorevole Vincenzo Fragalà sono stati presentati elaborati su "Il parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la 'Controinchiesta' BR su piazza Fontana", "Aspetti mai chiariti nella dinamica della strage di Piazza della Loggia. Brescia, 28 maggio 1974" e una relazione concernente: "Il contesto delle stragi. Una cronologia 1968-'75". Informo inoltre che i senatori Mantica e Manca e i deputati Taradash e Fragalà hanno depositato una "Proposta di discussione finale del documento sulle vicende connesse alla sciagura aerea del 27 giugno 1980 c.d. strage di Ustica".

Comunico altresì che, a firma dei senatori Raffaele Bertoni, Graziano Cioni, Alessandro Pardini, Angelo Staniscia e degli onorevoli Antonio Attili, Valter Bielli, Michele Cappella e Piero Ruzzante, è stata presentata una relazione del Gruppo dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo su "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974".

Sugli esiti della discussione che avrà ad oggetto questi documenti terremo domani un Ufficio di Presidenza. Non vedo il collega Athos De Luca; oggi mi è pervenuta una lettera in cui, anche da parte sua, mi si preannuncia il deposito di un documento. Il collega Cò, anch'egli non presente, mi ha chiesto anche lui un lieve slittamento dell'inizio della discussione su questi documenti o comunque, in subordine, di poter presentare durante il corso della discussione un documento del Gruppo di rifondazione comunista.

Rendo noto che, facendo seguito ad una richiesta a suo tempo avanzata alla Presidenza del Consiglio, una delegazione della Commissione, composta dal Presidente, dal Vicepresidente Vincenzo Ruggero Manca, dall'onorevole Valter Bielli e dai senatori Athos De Luca e Alfredo Mantica, si è incontrata, in data 23 giugno u.s., con il Presidente del Consiglio, onorevole Giuliano Amato. Oggetto del colloquio è stata l'opportunità di attivare i canali diplomatici adeguati al fine di ottenere dalla Francia, dagli Stati Uniti e dalla Libia ogni ulteriore utile informazione concernente le circostanze e gli episodi connessi al disastro aereo di Ustica. Il Presidente del Consiglio ha fornito alla delegazione della Commissione assicurazioni al riguardo, portando anche a conoscenza lettere che, richiamando altre lettere inviate dal precedente presidente del Consiglio, onorevole Massimo D'Alema, sono state inviate al Presidente degli Stati Uniti, al Presidente della Francia ed al Capo dello Stato libico e contenenti la richiesta di un contributo di conoscenze ancora necessario per chiarire i punti oscuri della vicenda.

 

INCHIESTA SU FENOMENI DI EVERSIONE E TERRORISMO: AUDIZIONE DEL DOTTOR ENNIO REMONDINO.

Viene introdotto il dottor Ennio Remondino.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Ennio Remondino, noto giornalista. Ho già brevemente informato il dottor Remondino delle ragioni per cui la Commissione lo ascolta. La prima ragione riguarda un'inchiesta giornalistica trasmessa dal TG1 il 28 e il 30 giugno e il 1° e il 2 luglio 1990 che, in quattro puntate, cercava di ricostruire i retroscena dell'omicidio del primo ministro svedese, Olof Palme. Nel corso di quelle trasmissioni il dottor Remondino intervistò due testimoni che si qualificarono come agenti della CIA i quali, tra le altre cose, sostennero che dagli USA giungevano finanziamenti alla P2 per sostenere le attività eversive. Quei reportage provocarono aspre polemiche e addirittura l'intervento dell'allora capo dello Stato, e attuale senatore, Francesco Cossiga.

Successivamente, come i colleghi ricorderanno, la Commissione ha acquisito il cosiddetto archivio dell'attuale generale, allora colonnello, Cogliandro. Egli era un ufficiale del SISMI che, nel lasciare il Servizio, da un lato portò con sé una parte di documentazione del Servizio stesso, dall'altro - su incarico informale dell'allora direttore del SISMI ammiraglio Martini - continuò anche negli anni successivi a svolgere attività di informazione. Da quella documentazione, che voi ricorderete, risultava che alcuni informatori retribuiti del SISMI tentarono di spiegare i presunti retroscena delle dichiarazioni che erano state raccolte dal dottor Remondino in quell'inchiesta come l'esito di un contrasto interno agli apparati americani.

Prima di entrare nel merito della vicenda, vorrei che il dottor Remondino anzitutto ci dicesse se il modo sommario con cui ho raccontato la vicenda è preciso e, poi, se ci sono stati retroscena e input nell'inchiesta. Come ottenne questo contatto con i due testimoni che si qualificarono come agenti della CIA? Anche riflettendo oggi, a tanti anni di distanza, su tutta questa vicenda lei ebbe l'impressione che ci fosse un qualche interesse politico perché la vicenda stessa venisse fuori? Fu sollecitata?

REMONDINO. Proverò, Presidente. Lei ha formulato delle domande molto difficili. Anzitutto, sono trascorsi dieci anni dal fatto e nel frattempo mi sono occupato di tutt'altra materia. Dovrò fare uno sforzo di memoria. Cercherò di essere molto attento a dire ciò che ricordo con esattezza e, se ci sono delle parti che non ricordo, lo preciserò. L'altro rischio è poi quello di sommare gli elementi di conoscenza della fase successiva, cioè quel che sapevo io dieci anni fa al momento dell'inchiesta rischia di mischiarsi con elementi che sono poi invece diventati noti successivamente.

PRESIDENTE. Proprio questo è interessante per noi, cioè una riflessione ex post, nella prospettiva di oggi, su quel che emerse allora.

REMONDINO. L'inchiesta giornalistica nacque da una notizia dell'agenzia ANSA che fu ripresa da diversi quotidiani. Era ancora abbastanza "calda" la vicenda P2. La notizia più o meno diceva che Gelli sapeva con alcuni giorni di anticipo dell'omicidio del premier svedese Olof Palme. Non si parlava di coinvolgimento ma conoscenza anticipata perché, veniva denunciato, Gelli mandò un telegramma dal Sud America al suo amico Philip Guarino (che sicuramente ricorderete come esponente del Partito repubblicano americano, un personaggio comunque già noto in Italia, uno di coloro che firmarono un affidavit per Sindona). Quel telegramma diceva: "l'albero svedese sarà abbattuto". L'agenzia ANSA aveva battuto questa notizia, che fu ripresa da "la Repubblica" e mi sembra fu oggetto di due articoli di "Epoca" o qualche altro settimanale. Nella sostanza, la fonte della notizia era la stampa svedese e un misterioso agente della CIA, chiamato agente "Y", che rivelò a Barbara Honeger, ex adviser dell'amministrazione Reagan e Bush (una collaboratrice per i problemi sociali, che poi ruppe con l'amministrazione), delle trame di un corpo separato o comunque una parte deviata della CIA che operava con finalità destabilizzatrici a livello internazionale. L'episodio (noto negli USA come il caso "October surprise", lo scontro fra democratici e repubblicani che portò alla mancata rielezione del presidente Carter ed al successo di Reagan e Bush), ebbe molta eco negli USA, mentre in Italia arrivò soprattutto quella parte che riguardava ovviamente le questioni italiane, "piduistiche" per intenderci.

Fui incaricato dal direttore del TG1 di occuparmene e impiegai più di un mese per cercare di arrivare all'agente "Y", perché sulla base degli elementi allora noti non c'era "nulla di televisivo" da trasmettere, qualcosa in più che già non fosse stato utilizzato da "Epoca". Parlando con il giornalista svedese che aveva condotto la prima inchiesta (personaggio di grosso rilievo per la stampa svedese), riuscii ad individuare dove più o meno poteva operare questo agente "Y": Francoforte, collaboratore di una rivista di cultura ebraica. Il personaggio si faceva chiamare Razin. Quindi avevamo già un passaggio in più, perché non era soltanto l’agente "Y", ma qualcosa di più concreto. Riuscii a contattare telefonicamente il personaggio, il quale di primo acchito non accettò di incontrarmi, affermando che non si interessava di cose italiane, che non ne aveva alcuna conoscenza; conosceva Francesco Pazienza, ma non credeva di avere argomenti che potessero riguardare un giornalista italiano. Registrai la telefonata, andai a La Spezia e la feci ascoltare a Francesco Pazienza. Ricordo di avere intervistato, in quella fase preliminare, anche Stefano Delle Chiaie, perché veniva coinvolto dal settimanale "Epoca" in misteriosi traffici con l’Iran. Lui smentì e ne presi atto. Cercai Pazienza e quest’ultimo, dalla voce, riconobbe un personaggio, tale Oswald Le Winter, ex generale di brigata dell’esercito americano, che aveva condiviso con lui la cella al Metropolitan Correctional Center di New York. Ero finalmente in possesso di un’identificazione, di qualcosa di più concreto, cioè di un nome vero: non più l’agente "Y", non più Razin, ma Le Winter. Questo personaggio era stato incarcerato negli Stati Uniti con l’accusa di aver trafficato in sostanze per la lavorazione degli stupefacenti. Quindi questa informazione andava a collegarsi con la notizia di partenza. Evidentemente, egli trattò in proprio qualche partita di acidi. Sinceramente, adesso non ricordo a memoria, ma erano gli elementi di trattazione per trasformare il papavero in qualcos’altro.

Riuscii a ricontattare questo Le Winter (a questo punto lo chiamiamo con il suo nome e cognome), che accondiscese finalmente ad un’intervista. Fu allora che partì oggettivamente l’inchiesta. Il TG1 in quel caso aveva qualcosa in più rispetto alla stampa americana. Era stato scritto un libro negli Stati Uniti, "October surprise", ma si basava su un uomo misterioso che parlava al telefono. Invece io avevo uno che mi parlava di persona. Questo Le Winter fece un quadro abbastanza drammatico; parlò di rapporti massonici, di una nuova loggia…

PRESIDENTE. La P7.

REMONDINO. Sì. Tra i tanti nomi che aveva assunto la struttura sovranazionale, c’era anche quello di P7. Descrisse inoltre la P2, nei suoi vertici, come elemento di coordinamento e transito per finanziamenti ad operazioni occulte della CIA, finanziamenti illegali per tenere quelle operazioni fuori dal controllo del Congresso. Infatti, pare che il controllo del Congresso venga esercitato principalmente attraverso un meccanismo contabile sulla ripartizione dei fondi. Insomma, fece affermazioni piuttosto clamorose, dal mio punto di vista. Da quel momento l’inchiesta si è sviluppata per cercare di trovare riscontri alla credibilità del personaggio Le Winter. Sapevo che era un ex generale, che aveva lavorato per le strutture USA di intelligence per la CIA; sapevo inoltre che era stato incarcerato negli Stati Uniti per traffico di sostanze collegate alla lavorazione degli stupefacenti. Egli affermava che esisteva questa struttura che operava in Europa e mi sembra che usò una frase di questo tipo (bisognerebbe andare a controllare sui documenti): "destabilizzare per stabilizzare". Questo era il disegno. Da lì in poi partì la ricerca che coinvolse almeno quindici testimoni, per cercare di avere riscontro ad affermazioni così gravi. Non bastava, per un telegiornale del servizio pubblico, "sparare" in onda un personaggio che raccontava queste cose senza un riscontro.

In Svezia ascoltai gli investigatori del caso Palme, anche se ormai tale questione era marginale. Cioè, il fatto che Gelli sapesse o meno in anticipo che Olof Palme sarebbe stato ucciso diventava marginale rispetto alle nuove rivelazioni. Poi mi spostai negli Stati Uniti e ascoltai tra gli altri Gary Sick, l’adviser per la sicurezza del presidente Carter, il quale mi diede conferma che c’era stata una serie di situazioni sospette. Inoltre, ascoltai Philip Guarino a Washington e parlai con il portavoce dell’FBI e con Barbara Onegher, che era stata la prima a tirare fuori questa vicenda. In quella fase della mia ricerca negli Stati Uniti fu diffusa la notizia che un tale Richard Brenneke era stato assolto dal tribunale di Portland. Richard Brenneke si qualificava ex agente della CIA e a sua volta, ma in maniera separata, aveva denunciato come la CIA avesse utilizzato il traffico di sostanze stupefacenti per finanziare operazioni di destabilizzazione, o comunque operazioni occulte, coperte in diverse zone del mondo. Brenneke fu denunciato dal Governo degli Stati Uniti e portato sotto processo a Portland. Il tribunale di Portland lo assolse con formula piena: essendoci il voto unanime della giuria, si trattava di una sentenza inappellabile. Mi ritrovai perciò un testimone con la garanzia di veridicità emessa da un tribunale statunitense. Pertanto, a completamento di quella fase dell’inchiesta, mi recai a Portland e convinsi Brenneke ad un incontro. In quel frangente scoprii che Brenneke non era l’ultimo tassello delle testimonianze, ma colui che sapeva di più. Infatti affermò di conoscere Gelli, di averlo incontrato abitualmente in Italia e di avere operato per anni in Italia. Alla fine del percorso, mi ritrovai con rivelazioni che superavano quelle di partenza. Questa è la storia di come sono avvenuti i contatti. Quello di Brenneke, ad esempio, è avvenuto in maniera del tutto casuale. Se non ci fosse stata la sentenza…

PRESIDENTE. Diciamo quindi che il senso della sua risposta alla mia domanda (anche se ha già risposto ad altre domande che avrei voluto porle successivamente) è che in realtà non ci furono input o spinte. In realtà, l’inchiesta si sviluppò con la logica tipica delle indagini: una cosa rimanda ad un’altra e quella successiva appare più grande di quella da cui si sono prese le mosse.

REMONDINO. Così è stato. Se ad esempio non fossi riuscito a scoprire chi era Le Winter e non avessi avuto questo passaggio…

PRESIDENTE. Quindi lei ha individuato Le Winter, che poi l’ha portata alla questione di maggior sostanza, cioè le dichiarazioni di Brenneke. Effettivamente, da indagini recenti italiane risulterebbe confermato che costui fosse un appartenente alla CIA. Sono trascorsi dieci anni, quindi penso che su tutti questi aspetti possiamo compiere una riflessione a mente più serena. Già nella scorsa legislatura – parlo a titolo personale, non impegno la Commissione – provai a scrivere e a dire che, a mio avviso, la P2 non era comprensibile in un ambito esclusivamente nazionale. Forse, se fosse stata affrontata, studiata o inquadrata in una cornice internazionale, non avremmo avuto né la demonizzazione assoluta che c’era nella iniziale relazione Anselmi, né poi la logica pienamente perdonista che ha caratterizzato alla fine l’assoluzione giudiziaria, perché alla fine hanno assolto tutti.

FRAGALA’. Quindi assolutoria, non perdonista!

PRESIDENTE. Allora diciamo che quella demonizzazione mi sembra eccessiva e l’assoluzione anche. Approfondimenti successivi (richiamo soprattutto un’audizione, che abbiamo effettuato, del professor Silvestri) mi hanno convinto che, quando diciamo che dietro c’erano la CIA e gli Stati Uniti, finiamo per cadere in generalizzazioni. Dietro Gelli non c’era il Governo americano (anche se probabilmente Gelli in Italia sosteneva il contrario, però questo fa parte di una logica italiana), ma ci potevano essere spezzoni di apparati americani, del mondo politico americano, in particolare i circoli repubblicani radicali. Però la domanda di fondo era questa. Riflettendoci oggi, negli anni Ottanta-Novanta in Italia c’è stato un periodo di grande stabilità politica: i Governi duravano poco, ma le forze politiche di Governo erano sempre le stesse. Che interesse potevano avere settori di apparati o circoli radicali americani a destabilizzare un Paese che era già stabile e che, tutto sommato, era alleato ed aveva un ruolo centrale nella complessa strategia della NATO? Riflettendo, oggi, sulla vicenda le sembra reale il pericolo che in Italia ci potesse essere un cambiamento del quadro politico, un risultato elettorale che portasse il PCI al Governo e la DC all’opposizione? In realtà, probabilmente, dietro a tutto questo, c’erano interessi di tipo affaristico inconfessabili o logiche geopolitiche più sottili, più interne al quadro occidentale: per esempio, lanciare segnali al nostro Paese nel momento in cui avesse manifestato un’eccessiva autonomia nella politica nel Mediterraneo nei confronti degli approvvigionamenti energetici. Riflettendo su tali questioni, a mente più fredda e serena, vorrei sapere qual è la sua opinione.

TARADASH. Mi sembra una domanda complessa, di fronte alla quale il dottor Remondino può trovarsi in difficoltà, perché comporta una spiegazione dei rapporti internazionali e così via. Sarebbe interessante interrogarsi su altro.

PRESIDENTE. Può anche rispondere che non ha idee, che non vi ha più riflettuto. Mi meraviglio della sua interruzione perché mi era sembrato di capire che questo fosse il suo punto di vista.

REMONDINO. Mi attengo alla conoscenza personale che ho dei fatti. Forse non mi sono spiegato molto bene per quanto riguarda il problema dei finanziamenti che transitavano attraverso la P2. Nello specifico, Brenneke mi parlò di interventi verso il Sud America, il Nicaragua e così via, e parlò dei problemi europei affrontati non soltanto con l’obiettivo puntato sull’Italia ma con il nostro Paese come base di transito rispetto ad operazioni fuori bilancio che consentissero alla CIA, via Europa, via Italia, di operare anche in altre aree, ad esempio nel Mediterraneo. Questo coincide credo con quanto ipotizzato dal presidente Pellegrino, così come coincide anche il fatto che, proprio attraverso alcune società commerciali, ci fossero circuitazioni di fondi (probabilmente alla base c’è lo scandalo di Oliver Nor, che divenne pubblico dopo il 1990, la storia dei finanziamenti Iran-Contras) e ricordo che Brenneke faceva riferimento specifico a questo tipo di iniziative che, in una visione totalmente americana e strategica, erano molto più significative del ristretto punto di vista di cui io ero portatore, con una mia capacità di lettura dei fatti principalmente italiana. Sulle operazioni condotte dalla CIA in Italia, Brenneke è sempre stato molto reticente a fornire indicazioni precise; quando arrivammo a parlare di armi, di esplosivi che lui andava a comprare in Cecoslovacchia, non sono mai riuscito ad avere un’indicazione più precisa che andasse oltre alla ammissione di un finanziamento generico ad organizzazioni terroristiche. A domande insistenti poste nei cinque o sei incontri che ho avuto con lui ha risposto sempre: sia destra, sia sinistra. Ovviamente era di precipuo interesse giornalistico italiano sapere chi avesse finanziato ad esempio Moretti e così via, ho provato a sollecitarlo su questo terreno ma non ho ottenuto risposte.

PRESIDENTE. La ringrazio della risposta che fornisce un quadro più credibile rispetto al fatto che ci potessero essere nel Mediterraneo momenti di contrasto tra interessi geopolitici delle attività italiane e quelli riferibili ad affari o interessi geopolitici dell’amministrazione americana, in un giro di cooperazione con interessi inglesi e tedeschi. In particolare, cosa le riferì sul rapporto con la Cecoslovacchia? Dal punto di vista della Commissione, sarebbe intrigante conoscerlo in quanto, ogni tanto, negli atti affiora questo dubbio, manifestato anche in maniera autorevole da magistrati e da un agente importante dei Servizi italiani, quale il generale Delfino, sulla possibilità che potesse esserci un accordo bipartizan fra spezzoni dei Servizi occidentali e orientali, dove ciò che si voleva stabilizzare, anche attraverso operazioni di destabilizzazione, era in realtà l’equilibrio di Yalta. Vorrei sapere se su tale questione le riferì qualcosa o rimase sempre nel generico.

REMONDINO. Qualcosa in più mi disse. Debbo fare una ulteriore precisazione. Vi ho raccontato come sono arrivato a Brenneke, da lì nasce la successione dei quattro reportage a cui ha fatto riferimento il Presidente. Successivamente ripartii per gli Stati Uniti per riprendere il filone, che non era ancora completato. In quella fase si scatenò in Italia la grande polemica sull’inchiesta del TG1, la reazione del presidente della Repubblica Cossiga e così via. Io ero tornato da Brenneke per leggere la documentazione giudiziaria che aveva presentato a Portland. Vi furono una serie di incidenti per cui scomparvero le nostre attrezzature per filmare (negli Stati Uniti – è utile ricordare – la nostra inchiesta ebbe una risonanza quasi maggiore di quella che ebbe in Italia, almeno finché non reagì il presidente Cossiga), quindi passai una settimana nell’abitazione di Brenneke soltanto a fotocopiare carte. Egli aveva ritirato dal tribunale di Portland un primo scatolone di documenti che aveva depositato agli atti per tutelarsi nel processo che lo vide assolto. Ma di quelle scatole di documenti ce ne erano altre sei o sette negli archivi del tribunale. Passai una settimana ad esaminare quelle prime carte e, dalla lettura necessariamente affrettata delle stesse, uscirono altri filoni d’inchiesta: quello della "Omnipol" ad esempio, la società statale cecoslovacca di import-export che produce e commercializza materiale bellico (dall’esplosivo Semtex ad altro, non sono un esperto). Ricordo c’era la documentazione dei viaggi di Brenneke in Cecoslovacchia, le carte di imbarco, le ricevute d’albergo, la lettera di invito del Presidente della "Omnipol". Soltanto in quella fase ebbi occasione di chiedergli a cosa servisse alla CIA quell’armamento di modello sovietico, e Brenneke tornò a ripetere che era materiale che serviva a "destabilizzare per stabilizzare". Era un meccanismo sempre dello stesso tipo: sia destra sia sinistra, sia rossi sia neri. La risposta di Brenneke è sempre stata la stessa di cui ho detto prima, cioè intromissione su ambedue i fronti, senza fornire riferimenti specifici al Paese, al luogo.

PRESIDENTE. Questo sarebbe avvenuto anche con la collaborazione della Cecoslovacchia?

REMONDINO. Egli andava alla Omnipol, in Cecoslovacchia, c’erano documenti che lo comprovavano - furono presentati al tribunale di Portland - per acquisire materiale bellico. Credo che uno dei passaggi a favorire questo, un americano che entra ed esce dalla Cortina di ferro, possa essere stato uno dei compiti della P2.

PRESIDENTE. L’archivio Brenneke è acquisibile? Sarebbe un po’ come l’archivio Cogliandro, carte su cui mettere le mani con grandissima attenzione, non scambiando tutto ciò che si legge per verità, come noi non abbiamo fatto con quell’archivio, altrimenti avremmo potuto scrivere quattro o cinque relazioni, trascrivendo il tutto e giungendo su diversi episodi a soluzioni completamente diverse. Ad esempio, per Ustica, l’archivio Cogliandro contiene almeno tre o quattro spiegazioni della battaglia che sarebbe avvenuta quella sera sul basso Tirreno.

REMONDINO. Venni poi escluso dall’inchiesta, al TG1 ci fu un cambio di direttore, infatti sono finito a lavorare all’estero. Sapevo che c’erano altre cinque o sei scatole depositate al tribunale di Portland, ma non potevo permettermi un viaggio in quella città per fare un’inchiesta personale. Penso possa essere interessante contattare Brenneke perché, è vero che è materiale personale, ma è stato già vagliato da un tribunale statunitense.

PRESIDENTE. La magistratura italiana si è mai occupata di questa vicenda?

REMONDINO. Non credo che abbia visionato tutte quelle carte. Quando rientrai in Italia dopo il clamore suscitato dalle proteste dell’allora presidente della Repubblica Cossiga, fui ascoltato dalla magistratura, che emise anche un ordine di sequestro della documentazione in mio possesso. Io fotocopiai quasi tutte le carte di Brenneke contenute nella prima scatola, comprese le bollette telefoniche perché c’erano le telefonate in Italia che egli sostiene facesse a Gelli, che da latitante – secondo Brenneke – viaggiava tranquillamente da un albergo ad un altro per varie città d’Italia. Questa documentazione mi è stata sequestrata ed è stata affidata ai ROS, all’allora capitano Cataldi. Successivamente venni ascoltato anche dalla DIGOS; ma il filone di indagine della magistratura sulla P2 allora si stava già chiudendo e storicamente gli interessi di indagine non coincidevano con quanto di nuovo stava emergendo. In seguito, signor Presidente, non so dirle cosa sia accaduto, so che la documentazione mi fu sequestrata per cui non è più integralmente in mio possesso, ma sicuramente è rinvenibile presso i ROS. Sicuramente è molto interessante la trascrizione della sentenza del tribunale statunitense, in possesso della dottoressa Cesqui, nella quale erano esposte tutte le motivazioni della sentenza assolutoria per Brenneke e si faceva riferimento alla documentazione da lui esibita come prova. Ebbi soltanto il tempo di sfogliare la sentenza sull’aereo, perché all’arrivo fui immediatamente bloccato.

PRESIDENTE. Dottor Remondino, Brenneke le parlò mai di rapporti con il capitano Carrett o nella documentazione vi era questo nominativo?

REMONDINO. Questo nominativo non mi ricorda nulla; la documentazione riportante i nomi era soprattutto riferita ai trasferimenti bancari. Ricordo che, ad esempio, una delle società indicate come tramite dei trasferimenti di fondi, con l’ausilio della P2, era una certa società Amitalia, costituita in Liechtenstein, vi erano anche dei depliant diffusi in Italia in merito e nel suo gruppo dirigente erano compresi personaggi che soltanto successivamente si sono rivelati uomini legati ai Servizi statunitensi. Brenneke, indicando qualcuno di quei nomi, mi diceva: "lui è uno dei nostri". Preciso che Brenneke si dichiarava "contract", agente della CIA a contratto e ritengo sia importante precisarlo.

PRESIDENTE. Un free lance!

REMONDINO. Esatto. Anche se comunque aveva preso il brevetto di pilota presentando la documentazione di volo della Air America, che è notoriamente una compagnia di proprietà dei servizi segreti come lo è, ad esempio, in Italia la Cai.

PRESIDENTE. Vi era traccia di un certo capitano Richards, le parlò di lui Brenneke?

REMONDINO. No.

PRESIDENTE. Le faccio questi nomi perché sono emersi adesso in ambito giudiziario in esito a testimonianze in cui viene attribuito a questi nominativi un rapporto con Brenneke.

REMONDINO. L’unico nome che ricordo da quella documentazione e che ho sentito successivamente attraverso i giornali (considerato che non seguo più questo filone di lavoro) è quello di D’Onofrio, il cui nome è mi pare sia Ramon, che era amministratore o consigliere di amministrazione di Amitalia insieme a Ivan Matteo Lombardo e ad altri personaggi abbastanza noti in quella fase storica.

PRESIDENTE. Ivan Matteo Lombardo è noto anche agli atti della Commissione.

REMONDINO. Il nome di D’Onofrio credo sia emerso in una inchiesta giudiziaria a Napoli come agente della CIA, ma su questo non sono sicuro perché è frutto solo della lettura dei giornali, quando mai questi arrivano a Belgrado.

PRESIDENTE. Ho finito le mie domande, la ringrazio perché rispondendo alla seconda delle mie diciassette domande ha anticipato il contenuto delle altre quindici. Lascio pertanto la parola ai colleghi che desiderano intervenire.

MANCA. Dottor Remondino, lei ha dichiarato che Brenneke le ha parlato spesso di una struttura per destabilizzare – stabilizzare in generale. Mi è sembrato di capire, dunque, che si è riferito a tutto il globo, e non ha mai specificato una zona geografica o uno Stato, limitandosi ad indicare gli scopi generici di questa organizzazione. Conferma quanto ho capito?

REMONDINO. Senatore Manca, il riferimento era chiaramente all’area specifica, ma non mi ha mai fornito dati più precisi.

MANCA. Qual è l’area specifica? Il Mediterraneo? Significa tutto e niente.

REMONDINO. Sì, il Mediterraneo; il riferimento era anche italiano, ma si è sempre rifiutato di fornire risposte precise rispetto a chi e cosa destabilizzare e a cosa fare. Lo confermo: non vi fu mai un’indicazione idonea ad andare oltre con l’inchiesta, altrimenti lo avrei fatto.

PRESIDENTE. Al contrario erano precise le indicazioni sullo snodo finanziario costituito dalla P2.

REMONDINO. Sì: P2, Amitalia ed altre società finanziarie connesse.

MANCA. Nell’ambito della P2, Brenneke le ha fatto il nome di specifici personaggi, come Gelli o altri, o ha parlato solo di un’organizzazione P2 che a sua volta – se ho capito bene – era inserita nella P7?

REMONDINO. Brenneke ha affermato di avere avuto rapporti personali con Gelli e non ha fatto riferimento ad altri personaggi della P2, almeno per quanto ricordi. La questione della P7 nasce da un’affermazione di Le Winter, che ha parlato di una struttura di collegamento massonica a livello internazionale. Allora in Italia si vociferava molto della loggia Montecarlo e lui definiva questa ipotetica "superloggia" a livello internazionale come P7.

MANCA. Dottor Remondino, in merito al ruolo della Cecoslovacchia, Brenneke non le ha mai parlato, oltre che di traffico di armamenti, di addestramento di terroristi o di ospitalità offerta a personaggi del mondo eversivo?

REMONDINO. No, ero interessato ed ho cercato di saperlo, ma non mi ha mai dato riferimenti specifici che potessero aiutarmi.

MANCA. Nella sua conversazione Brenneke a proposito di organizzazioni segrete che soprassedevano – a seconda dei punti di vista – la stabilità o l’instabilità, le ha mai parlato della struttura Stay behind, ossia di Gladio?

REMONDINO. No, ho riflettuto a lungo a proposito perché la forte reazione avvenuta in Italia fu legata alla vicenda relativa a Stay behind. Non l’avevo appresa, non la conoscevo e non ho capito se e in quale maniera eventualmente i due interlocutori (in particolare Razin-Le Winter) mi avessero fornito qualche indicazione che io non ho saputo leggere. Per memoria collettiva desidero ricordare che sul caso TG1-CIA-P2 (come veniva chiamato allora) si tenne nei giorni 1 e 2 agosto del 1990 una seduta parlamentare ed in quella sede il presidente del Consiglio Andreotti svelò l’esistenza di Gladio. Ho la personale convinzione che qualcuno abbia ritenuto che le due vicende fossero connesse. Sinceramente non sapevo cosa era Gladio o Stay behind e nel malloppo delle indicazioni e delle carte raccolte nel corso della mia inchiesta non individuai quell’elemento. Può darsi che qualcun altro l’abbia colto, io no, ma si tratta di valutazioni personali e quindi mi fermo.

PRESIDENTE. La sua ipotesi potrebbe indicare un’altra motivazione, oltre a quella nota, per la rivelazione del presidente Andreotti, ossia che l’abbia fatta non solo perché pressato dalle indagini del giudice Casson, ma anche perché preoccupato della possibilità che le fosse stata detta qualche cosa che lei non aveva percepito pienamente.

REMONDINO. Signor Presidente, successivamente ho incontrato alcuni dei protagonisti di queste vicende, Le Winter in particolare, che è stato anche al centro di qualche filone di indagine seguito dalla magistratura italiana. Egli dichiarava di essere stato parte di Stay behind e di aver ricoperto addirittura un ruolo di vicariato nell’ambito del coordinamento – ammesso che vi fosse - in Germania. Da lui ebbi la lista dei gladiatori di Francia, Belgio e Norvegia, paesi del blocco europeo; notizie che non ho mai diffuso innanzi tutto perché non mi occupavo più di questo tema e in secondo luogo perché, dato che la parte italiana era già stata approfondita, non rappresentava per me un tema giornalistico di sviluppo. Tali notizie coincisero con rivelazioni successive. Lui era sicuramente di Stay behind, ma allora non lo sapevo.

MANCA Mi scusi, "lui" era Le Winter?

REMONDINO. Sì.

MANCA. Ed affermava di far parte di Stay behind in Germania?

REMONDINO. Egli faceva parte di una struttura di coordinamento. Sinceramente non ho avuto modo di approfondire la materia che conosco come lettore dal 1990 in poi. Quello che so è che egli si trovava in una struttura di coordinamento dei meccanismi di Stay behind. Ma non lo appresi allora, non nel corso dell’inchiesta giornalistica, quindi scrissi i miei reportage senza sapere nulla di Stay behind. Certo mi fu detto che esistevano delle strutture parallele che tutelavano gli interessi occidentali, l’asse atlantico. Queste erano le affermazioni di Razin allora, nell’intervista. Io non fui in grado di leggerci il nome di Stay behind.

MANCA. Un’ultima precisazione. Vuole spiegarci meglio che fine hanno fatto i documenti che aveva con sé e che aveva ottenuto fotocopiando il materiale di Brenneke? Vorrei sapere se furono tutti requisiti e portati alla magistratura. Questo per spiegare il ruolo della magistratura di fronte a questa novità processuale o comunque di indizi per successive indagini.

REMONDINO. Quando rientrai in Italia dal secondo viaggio (perché ho intrapreso tre viaggi), quando esplose il caso mi fu sequestrato tutto il materiale. Rendendomi conto che il materiale avrebbe potuto essere molto delicato, ebbi l’accortezza, di fotocopiare una buona parte di esso e di fare una spedizione postale dagli Stati Uniti. Quindi, dopo qualche giorno dal sequestro ordinato dalla magistratura italiana, sono rientrato in possesso di una parte del materiale; solo di quello che ritenni opportuno spedire a me stesso, perché l’insieme delle carte era molto voluminoso. Preciso che non fotocopiai tutto il contenuto di quella cassa e l’esame purtroppo fu effettuato anche in maniera abbastanza affrettata e superficiale. In realtà non sapevo cosa cercare, questo è il problema. L’impressione che ho sempre avuto è che vi fosse nascosta una pepita d’oro, altrimenti non si spiegano le reazioni spropositate che ha suscitato la vicenda, ma io quella pepita non l’ho mai trovata. Questo è l’aspetto anche buffo della storia.

MANCA. Quindi la magistratura è venuta in possesso solo del materiale che lei aveva con sé. Ma lei ha comunicato alla magistratura che era in possesso di altro materiale oppure questa notizia l’ha tenuta per sé? Da quello che ho capito, infatti, una parte se l’è portata con sé, l’altra, ben più consistente…

REMONDINO. …era depositata ancora presso la cancelleria del tribunale federale di Portland.

MANCA. Ma poi l’ha spedita in Italia?

REMONDINO. No, quella non era in mio possesso. Esaminai una parte del materiale, il resto si trovava ancora presso il tribunale.

MANCA. E tutta la parte esaminata che ha fotocopiato l’ha portata con sé in Italia?

REMONDINO. Sì.

MANCA. Ed è stata tutta requisita?

REMONDINO. Sì.

MANCA. Avevo capito male.

REMONDINO. Forse non mi sono spiegato bene.

PRESIDENTE. Forse è stata acquisita anche dalla Commissione perché, se non sbaglio, Gualtieri acquisì una parte di questa documentazione.

FRAGALA’. Dottor Remondino, innanzitutto la ringrazio per la sua disponibilità. Vorrei sottoporle alcune considerazioni per vedere se quella pepita d’oro di cui lei parla può essere comunque ritrovata.

Non so se lei ha mai saputo di essere stato oggetto di un’attenzione investigativa da parte della questura di Roma, in particolare del questore Improta, che il 5 dicembre 1990 consegnò un voluminoso appunto al Capo della polizia dell’epoca; appunto che venne stilato subito dopo il ritrovamento dietro il famoso pannello di via Monte Nevoso delle carte, dei denari e delle armi delle Brigate rosse che erano sfuggite alla prima perquisizione ordinata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ebbene, in questo appunto il questore Improta sostiene che vi erano in quell’epoca una serie di circostanze che facevano pervenire a certe conclusioni. La prima è che le Brigate rosse che avevano sequestrato Moro erano venute in possesso di informazioni che avrebbero potuto sicuramente enfatizzare in quel momento il progetto politico che sottendeva il sequestro. Ma quelle informazioni stranamente non furono utilizzate dalle Brigate rosse, cosa che, invece, avrebbe dovuto avvenire in maniera fisiologica perché il sequestro avrebbe dovuto avere un significato politico da trasmettere alle masse. Secondo Improta il fatto che quelle informazioni da Moro vennero alle Brigate rosse, sia verbalmente sia con documenti, che attraverso emissari furono ritirate addirittura presso gli uffici di Via Savoia, è riconducibile ad una scelta strategica precisa di Mario Moretti che fu allora prevalente rispetto alle scelte contingenti che accompagnarono il sequestro. Ebbene, secondo Improta, nel 1990 vi erano già una serie di elementi - anche se non provati - che dimostravano una connessione precisa tra le Brigate rosse e i Servizi dei paesi dell’Est, specialmente i Servizi cecoslovacchi e il KGB. Sempre secondo Improta, la scelta superiore che convinse Moretti a non utilizzare le informazioni che Moro aveva passato alle Brigate rosse era dettata da questi Servizi che all’epoca non volevano che queste notizie fossero utilizzate politicamente dalle Brigate rosse perché dovevano essere usate invece per motivi informativi dai servizi segreti dell’Est.

PRESIDENTE. E’ la tesi del doppio ostaggio.

FRAGALA’. Questa tesi peraltro la ritroviamo in una famosa intervista che Renzo Rossellini, il direttore di Radio Città Futura, diede nell’ottobre del 1978 al quotidiano parigino "Le Matin" dove spiegò che le Brigate rosse in effetti non avevano utilizzato politicamente il contenuto degli interrogatori di Moro perché la loro fu un’operazione informativa al Servizio del KGB e dei Servizi cecoslovacchi e che quindi non ebbero l’ordine di utilizzare queste informazioni. Ad avviso di Improta – vengo ora al suo protagonismo che vedo che le era sconosciuto – nel 1990, caduto il muro di Berlino e trovandosi il Partito comunista italiano in grandissime difficoltà sia ideologiche che politiche, una serie di personaggi, anche a livello di Servizi dell’Est, decisero di utilizzare delle informazioni che conservavano fin dal 1978 per una delegittimazione dell’establishment italiano in quell’epoca, in pratica del gruppo dirigente soprattutto della Democrazia cristiana e soprattutto dell’allora presidente della Repubblica Cossiga. Improta quindi sostiene che, muovendo dalle profonde mutazioni socio politiche dell’Est e dall’apertura di certi archivi, passando alla complessa crisi esistenziale del Partito Comunista, arriviamo alla costruzione dell’aggressione al gruppo dirigente democristiano che porterà poi al tentativo di impeachment ai danni dell’allora presidente Francesco Cossiga. In questo appunto, che è il portato di un’investigazione complessa, innanzitutto si parla di quei famosi falsi di "la Repubblica", supplementi a "Frigidaire", che furono messi in opera dal giornalista verde Vincenzo Sparagna e poi dal gruppo di Oreste Scalzone ed Enzo Pugliese, redattore del bollettino "Punto Critico" e che cominciarono nel 1990 con quel famoso editoriale "Potere e Fantasia" che fu il primo attacco contro il presidente Cossiga, chiamato in quell’articolo "il maculato Cossiga". Ebbene, lei sta al secondo punto e viene considerato come una buca delle lettere dell’operazione di destabilizzazione. Dice Improta: "tra la fine di giugno e la seconda decade dell’agosto 1990, si sviluppa sulla base di dichiarazioni rese al giornalista Ennio Remondino dagli ex agenti CIA Richard Brenneke e Ibrahim Razin la nota bagarre sui contatti tra CIA e P2 che trova i suoi punti culminanti:

nell’articolo di "La Repubblica" dell’8 agosto 1990, nel quale si ipotizza che il presidente Cossiga, Ministro dell’interno all’epoca del sequestro Moro conoscesse la qualità di "piduista" del professor Francesco Ferracuti, membro del noto comitato di crisi;

nell’articolo di "Avvenimenti" del 15 agosto 1990, intitolato "Il dottore, il piduista è il futuro Presidente", nel quale si segnala l’esistenza, agli atti della Commissione P2, di una serie di documenti che proverebbero rapporti tra Francesco Cossiga e Licio Gelli;

nell’articolo de "L’Europeo" del 18 agosto 1990, intitolato "Cossiga in purgatorio" nel quale, in un chiaro tentativo di delegittimazione, si rinnovano aspre critiche al Presidente della Repubblica". Inoltre, la nota investigativa continua dimostrando come tra il materiale che le Brigate rosse tennero segreto ed usarono per motivi informativi il contatto con i servizi segreti dell’Est; infine sul ritrovamento in via Monte Nevoso si costruì questa operazione, di cui lei viene indicato come inconsapevole o consapevole strumento.

Poiché siamo in questa sede per capire, anche se col senno di poi che, per noi, è il fatto che, per esempio, a ottobre dell’anno scorso, grazie a questa Commissione, è stato divulgato il dossier Mitrokhin e si è saputo di finanziamenti a "L’Espresso" fin dal 1963 si è venuti a conoscenza di personaggi della stampa, dell’informazione, dell’industria, dell’intellighenzia e della politica, foraggiati dal KGB per motivi di intelligence e di attività destabilizzanti all’interno dell’Italia e poi, attraverso le carte cecoslovacche, le cosiddette "carte Havel", abbiamo saputo dei rapporti tra Brigate rosse e servizi segreti cecoslovacchi che fecero talmente preoccupare il Partito comunista italiano tanto che Berlinguer in persona mandò un suo emissario per ben due volte nel 1974 e nel 1975 in Cecoslovacchia per dire ai cecoslovacchi di smettere di appoggiare le Brigate rosse perché se si fosse venuto a sapere in Italia sarebbero stati tutti rovinati. Alla luce di questi elementi, inimmaginabili naturalmente qualche anno fa e che probabilmente non saranno gli ultimi perché questi archivi segreti dell’Est si aprono giorno dopo giorno, le chiedo se ha mai avuto l’impressione di essere stato usato e se adesso, con il senno del poi, quello che le sembrò un caso, una fortuna o una casualità, potesse, invece, essere una situazione indotta per usare lei nel piano di delegittimazione di questo gruppo dirigente.

REMONDINO. Premesso che mi ha fatto piacere conoscere una novità, considerato che ignoravo l’esistenza di un rapporto dell’allora questore di Roma su di me, penso di poter ricostruire come Improta abbia raccolto gli elementi per ipotizzare questa struttura di benevolo o malevolo depistaggio. Fui ascoltato dai carabinieri. I titolari dell’investigazione, decisa dai magistrati, erano i carabinieri dei ROS. Singolarmente venni poi contattato due giorni dopo dalla DIGOS che comunque non risultava essere portatrice di alcuna inchiesta giudiziaria formale. Passai una intera nottata in questura con Mario Fasano, che conoscevo da tempo. A questo punto debbo dare valutazioni personali: credo che in quella fase vi fosse una grande preoccupazione ed, in particolare, che Fasano e la questura fossero interessati a capire se la mia inchiesta era parte del meccanismo, non tanto di destabilizzazione complessiva, quanto di una partita indirizzata contro l’allora Presidente della Repubblica. Credo di ricordare che allora fu interpretato non tanto come uno schema complessivo internazionale quanto come una lotta di potere all’interno dell’accordo Caf, Andreotti, Craxi e Forlani per la definizione dei ruoli. Sussisteva il problema di una casella (la Presidenza della Repubblica) che forse doveva essere resa libera. Credo che fu il presidente Cossiga in quel caso ad essere depistato nel senso che, per quanto ho conoscenza dei fatti, reputo totalmente improbabile che quel tipo di inchiesta giornalistica, per come l’ho vissuta io, per la successione e la ricerca capillare - l’ho fatta breve nel racconto iniziale, onorevole, ma le assicuro che ho contattato almeno venti persone ed ho fatto il giro del mondo in diciassette giorni – è soltanto un inanellarsi di casualità; vedi la possibilità di identificare Le Winter che ha motivato grosse inchieste giornalistiche negli Stati Uniti come agente "Y", assolutamente anonimo, che io identifico soltanto grazie al fatto che ho registrato, per mia malizia, quella telefonata e perché mi si fa cenno a Pazienza che conosco avendolo già incontrato in altre circostanze giornalistiche; vado a trovarlo ed accetta di incontrarmi; sente la cassetta ed individua la voce. Vi sono situazioni di totale improbabilità nella gestione della manipolazione; è tutta una catena di situazioni, di successi e di insuccessi anche se sinceramente mi sono anche chiesto se vi potesse essere stato un burattinaio.

L’altro elemento che mi porta ad escludere comunque tale ipotesi è il TG1 di allora; e in particolare il direttore Nuccio Fava, ipotetico mandante di una caccia alle streghe all’interno dello schieramento occidentale; eravamo al TG1 democristiano "D.O.C"; sinceramente mi riesce difficile immaginare tutto ciò. È un’inchiesta nata veramente dalla casualità. Io ero l’impiccione, colui che intervistava tutti i capi delle BR, Gelli; ero un buon giornalista investigativo. Nella casualità delle cose esce questa agenzia ANSA che parla di Gelli e di Olof Palme. L’inchiesta giornalistica che mi fu affidata rimane ferma per due mesi. Se non avessimo trovato l’elemento in più non mi sarei messo ad inseguire, attraverso il più grande telegiornale, una cosa già digerita dai quotidiani. Per queste ragioni, al di là del fatto che personalmente non mi presterei consapevolmente ad una operazione di questo tipo, non riesco ad immaginare la RAI ed il TG1 di allora come eventuali strumenti, a meno che non siano stati presi tutti in giro.

PRESIDENTE. Secondo Improta, Brenneke e Le Winter sarebbero stati agenti cecoslovacchi; altrimenti, senatore Fragalà, perché questi due avrebbero dovuto usarlo come cassetta delle lettere? Per conto forse dei cecoslovacchi che tenevano le carte Moro?

FRAGALA'. L’intossicazione attraverso la stampa ed i giornali era stata costruita in parte all’estero, a Parigi, attraverso quelle false copie di "La Repubblica" dal gruppo Scalzone; dall’altra i servizi segreti dell’Est, che non avevano usato le notizie apprese da Moro e che naturalmente avevano passato al gruppo dirigente comunista italiano, diedero ordine in quel momento, per evitare che la crisi del PCI nel 1990 fosse devastante non soltanto dal punto di vista ideologico ma anche politico, di preparare il terreno di una aggressione al Gruppo dirigente rappresentato da Cossiga .

PRESIDENTE. Quale ruolo avrebbero avuto Le Winter e Brenneke?

FRAGALA’. Furono evidentemente indirizzati per raccontare queste cose come Andreotti fu indirizzato a rivelare la vicenda Gladio per mettere in crisi Cossiga. Lei parla di Nuccio Fava ma non credo che ci sia qualcuno più democristiano di Andreotti, il quale ha confessato di aver fatto questa operazione.

REMONDINO. E’ un’affermazione che non posso contestare. Tuttavia io sostengo la tesi della casualità per spiegare la quale dovrei entrare in maggiori dettagli. Una successione di passaggi e l’acquisizione di certi elementi porterebbero a ritenere o che esista veramente il "grande fratello" o che i fatti siano da affidare alla perseveranza, alla fortuna e anche all’insuccesso, giacché alla fine c’è stato un insuccesso. C’era la sentenza di una Corte federale americana con timbro a stelle e strisce che affermava che Brenneke era un agente della CIA e nonostante ciò la questione in Italia venne smontata e il risultato dell’inchiesta è che soltanto oggi qualcuno se ne occupa, perché Digilio afferma che era davvero della CIA. E questo quando dieci anni fa l’aveva già detto un Tribunale federale americano. Quindi, la lettura di quest’inchiesta all’epoca fu molto parziale giacché prevalse il seguente aspetto: capire di che partita si trattava all’interno del meccanismo di potere italiano. Brenneke era un agente della CIA. Le Winter era un agente della CIA, carcerato con il suo grado di generale di brigata delle forze armate statunitensi di stanza in Germania. Egli ha condiviso la cella con Badalamenti, Pazienza e personaggi estremamente interessanti sotto il profilo storico. L’operazione di discraising ho l’impressione che sia avvenuta successivamente. Ho avuto occasione di leggere i rapporti del colonnello Cogliandro – che tra l’altro mi attribuisce un padre sbagliato facendomi passare per il figlio del generale Aldo Remondino (purtroppo non è un dato reale e me ne dispiaccio perché sicuramente ne avrei tratto alcuni vantaggi) – il quale, da un lato, mi considera strumento di un gruppo deviato della CIA, dall’altro, in un successivo rapporto, mi descrive come l’inconsapevole esecutore di un’operazione del KGB.

PRESIDENTE. In quell’archivio c’è tutto e il contrario di tutto. Del resto raccoglieva informazioni.

REMONDINO. Sul piano concreto, da come si è sviluppata l’inchiesta e nella massima buona fede, insisto sul fatto che, a mio avviso, non c’era mente che potesse gestire i risultati per il modo in cui si sono sviluppati.

FRAGALA’. Dottor Remondino, credo poco alla casualità perché chi vuole raggiungere un certo obiettivo sa a chi rivolgersi. Quando nel gennaio 1995 ricevetti in forma anonima le intercettazioni telefoniche tra Di Maggio e i suoi sodali di San Giuseppe Iato - fatto per il quale Caselli e Lo Forte saltarono in aria e mi accusarono di favorire la mafia -, chi me le mandò (certamente un magistrato o un carabiniere) sapeva che le avrei divulgate rivelando l’esistenza del pentito con la pistola che ammazzava la gente per la strada. All’epoca era il pentito fondamentale delle accuse contro Andreotti. Quelle carte mi furono inviate non casualmente, ma perché sapevano che sarebbero state immediatamente usate in modo pubblico e non trasversale.

La seconda domanda che desidero rivolgerle è la seguente: si è mai occupato in un’inchiesta giornalistica della strage di Bologna, delle sue connessioni con il disastro di Ustica e della famosa pista del terrorismo libico?

REMONDINO. Ho avuto occasione di ottenere rivelazioni sul caso Ustica ma non ho mai scritto qualcosa di specifico sull’argomento.

FRAGALA’. Ci può dire quali furono queste rivelazioni e può rivelarci le fonti?

REMONDINO. Erano rivelazioni che non ritenni attendibili e sufficienti. In ogni caso non rientravano nell’ambito dei miei incarichi. Dovrei anche cercare di collocare la vicenda temporalmente. Un’improbabile spia mercenaria, un millantatore, che aveva connessioni con l’intelligence straniera, poi finito in galera in Italia a più riprese, mi venne a raccontare di una battaglia nei cieli, di MIG libici, di Gheddafi che scappava da Tripoli su un aereo. Scenari che ho visto riecheggiare successivamente e che all’epoca erano certamente rivoluzionari. Tuttavia il personaggio non mi dava alcun affidamento. Tentai di approfondire la questione recandomi a Malta, dove cercai di mettere le mani sui tracciati radar. Mi recai anche in Libia dove fui ospitato e per dieci giorni aspettai una risposta che non venne. Trascorsi i dieci giorni scappai. Credo che fosse poco prima dell’inchiesta CIA-P2.

FRAGALA’. La sua fonte era un colonnello libico che poi Gheddafi fece fuori?

REMONDINO. No, quella l’avrei considerata una fonte estremamente qualificata.

MANCA. E’ possibile conoscere il nome della fonte?

REMONDINO. Non ritengo che sia importante.

FRAGALA’. Sulle connessioni tra il caso Ustica e la strage di Bologna ha condotto qualche inchiesta?

REMONDINO. No. Il problema è richiamare alla mia memoria contatti successivi. Qualcuno ha ipotizzato con me che Ustica fu il primo segnale, non capito o quanto meno negato pubblicamente, dopodiché ci fu la strage.

PRESIDENTE. In questa Commissione per ben due volte il capo della polizia Parisi ha fatto questo collegamento.

REMONDINO. Come ho già detto, non ebbi la possibilità di approfondire la questione. Non potevo considerare valida quella fonte, e visto quanto era accaduto con il caso CIA-P2 dove era stato addirittura negato quanto sostenuto da un tribunale americano, figuriamoci se davo ascolto ad un tizio che mi dipingeva lo scenario di una battaglia aerea tra MIG e caccia occidentali.

BIELLI. Nella sua vicenda ci sono alcune cose interessanti, ma altre strane. Lei svolge quest’inchiesta che a distanza di dieci anni si rivela non solo seria ma piena di riscontri oggettivi. Dieci anni fa per quest’inchiesta lei venne considerato un uomo non utile alla RAI né altrove. C’eravamo un po’ dimenticati di lei, poi lo abbiamo rivisto per questioni abbastanza gravi come la vicenda dell’ex Jugoslavia. In quei dieci anni è stata posta in essere nei suoi confronti una campagna di aggressione che ha bloccato quel tipo d’inchiesta.

Oggi le cose che lei disse all’epoca, non solo hanno trovato un riscontro ma rivelano anche un dato interessante: vengono chiamati in causa i personaggi che avevano cercato di bloccarla e che nei processi per stragi di quel periodo qualcuno aveva sostenuto che non fossero agenti CIA. C’è un personaggio come Digilio che ricorda Brenneke, e lo ricorda al punto da collegarlo in qualche modo a fatti gravissimi accaduti nel nostro Paese. Lei, proprio per l’inchiesta che ha svolto e alla luce di quanto sta avvenendo fuori oggi, che giudizio dà della presenza di questi agenti CIA nel nostro Paese? Lei, inoltre, è uno dei pochi che in maniera documentata ci viene a dire che all’epoca esisteva un rapporto tra i Servizi americani e quelli dell’Est; del resto la vicenda della Cecoslovacchia non è di poco conto, con un’aggravante. Si dice che si va all'Est per acquistare l'esplosivo che poi serve per gli attentati. Da una parte abbiamo i Servizi americani e le bombe che servono per la strategia della tensione nel nostro paese…

PRESIDENTE. Arcai è il primo che formula questa ipotesi.

BIELLI. …dall'altra parte abbiamo una situazione per cui tra alcuni Servizi non c'è soltanto un "lasciar fare" ma qualcosa di più. Come colloca in questo quadro il ruolo degli agenti americani e il rapporto con le potenze straniere, in questo caso dell'Est, che a parole si dovevano combattere? Nella pratica sembrano invece far parte degli elementi di una strategia che diventa comune. Come giudica questi elementi? Rispetto alla vicenda dei paesi dell'Est e dell'esplosivo che si sarebbe in qualche modo recuperato in quei paesi, lei pensa che anche rispetto a vicende successive ci potrebbe essere stata una specie di non belligeranza tra i vari Servizi di questi due paesi?

REMONDINO. Sinceramente quest'ultima parte mi è sfuggita.

BIELLI. Sto pensando al caso Moro.

PRESIDENTE. Per aiutare la risposta, esplicito il riferimento di prima. Questo problema di un possibile collegamento al vertice fra le opposte intelligence pur non avendo supporti oggettivi è ritornato più volte negli atti della Commissione. Ce ne ha parlato Arcai, il giudice che più a lungo ha indagato sulla strage di Brescia, su Fumagalli ed altri. Singolarmente ne parla in un libro di memorie un uomo degli apparati che è separato da Arcai da una inimicizia decennale, il generale Delfino, al quale una volta dissi che lui e i dottor Arcai sembravano i duellanti descritti da Conrad in un suo romanzo. Nel suo libro di memorie pieno di oscuri riferimenti il generale Delfino rilancia quest'ipotesi di un collegamento addirittura tra KGB, CIA e Mossad alle spalle del sequestro Moro. Ce ne ha parlato in qualche modo Franceschini facendo riferimento all'Hyperion, cioè una tecno-struttura dove in realtà le intelligence di opposti schieramenti finivano in qualche modo per confluire. Sia pure in maniera più sfumata; ne ha parlato alla Commissione, quando siamo andati a Johannesburg, anche Maletti commentando un suo rapporto del 1976 sulle Brigate rosse.

Quindi non è un'ipotesi che possiamo dire di avere provato, però è una chiave di lettura di vicende gravi non solo nazionali ma anche internazionali che in qualche modo ritorna negli atti della Commissione.Ecco perché trovo che la domanda di Bielli sia l'interfaccia della mia iniziale e meriti da parte sua una riflessione, se non una risposta.

REMONDINO. Nella prima fase ho cercato di attenermi ai fatti anche per "sciogliermi" un attimo dalla tensione. Credo che la P2 sia uno snodo che potrebbe aiutarci molto a capire quest'eventuale interfaccia.

PRESIDENTE. Anche la stessa personalità e il vissuto di Gelli.

REMONDINO. Tanto per iniziare, penso di poter affermare che Gelli fosse, nella fase precedente, uomo "organicamente" della CIA e, nella fase italiana, forse di altri tipi di strutture di intelligence. Penso di poterlo affermare perché feci una richiesta sulla base del Freedom of Information Act agli archivi della CIA per chiedere notizie di Gelli. Mi fu risposto che non potevano darle; feci appello, che è l'anticipo di una causa (in quella fase di solito "mollano" qualcosa in più nella procedura) e mi dissero che non potevano rispondermi motivando il diniego sulla base di alcuni paragrafi di una legge, che mi allegarono puntualmente dal punto di vista burocratico. Quei paragrafi recitavano che non potevano essere fornite informazioni che riguardavano gli informatori del Servizio. Nella sostanza, non mi diedero informazioni su Gelli, tuttavia indirettamente ammettevano che era una fonte o un agente che andava tutelato. Da quel punto di vista, fu già una risposta.

PRESIDENTE. Una regola quasi uguale l'abbiamo anche in Italia. E' uno dei pochi settori dove resiste il segreto di Stato.

REMONDINO. Però credo che a noi comunque manchi un Freedom of Information Act. Se Gelli può essere uno snodo e la P2 l'involucro organizzativo attraverso il quale operare, mi viene in mente che Gelli ha sempre storicamente avuto intensi rapporti con l'Est. Poteva essere davvero quella la sede di snodo per i rapporti tra i due settori. Sugli atti della P2 ricordo di rapporti tra Gelli e la Romania, se non sbaglio. Vorrei aggiungere un altro aspetto che forse ci è sfuggito: Gelli e la massoneria jugoslava e i rapporti recenti tra Gelli e la Jugoslavia. Credo risulti ormai accertato e confermato che, come rivelai, Gelli all'inizio della sua più recente latitanza trovò rifugio in Jugoslavia. Ci sono dei dati direi ormai quasi provati; ho anche una fotocopia di una fotografia, di cui purtroppo non ho acquisito l'originale che mostrava Gelli con un amico nel cortile dell’ospedale militare di Belgrado. Comunque, sulla base di accertamenti svolti dalla nostra ambasciata a Belgrado, questo sembra confermato. Ovviamente c'è sempre un margine di dubbio.

PRESIDENTE. Gelli aveva grossi affari a Belgrado.

REMONDINO. Esatto. E' un luogo di riferimento per amicizie consolidate che Gelli impostò a Cattaro nel corso della seconda guerra mondiale. C'è anche la leggenda sul tesoro jugoslavo; credo che questa sia una banalità, ma sicuramente lì godeva di appoggi e riferimenti. Ad una domanda così complessa posso dare solo una risposta "a naso". Ragionando sulla figura di Gelli e su cosa può essere stata la P2, forse una sorta di camera di compensazione, tra interessi strategici apparentemente opposti. Se andiamo a scavare all'interno delle contraddizioni (vedi Ustascia) emerse nel conflitto, i problemi etnici, gli interessi contraddittori anche in seno all'Occidente su certe aree dell'Europa vicina, qualcosa si potrebbe spiegare. Però siamo su un fronte di analisi sul quale non oserei neanche fare un "pezzo" al telegiornale, peggio ancora rispondere in questa sede.

VENTUCCI. Lei a maggio del 1990 è incaricato di compiere quest'inchiesta. Come ha ricordato prima il collega Fragalà, nel 1989 cade il muro di Berlino, nel 1991 cade definitivamente il comunismo, quindi era abbastanza ovvia un'ansia professionale da parte di Nuccio Fava, da parte sua e di chiunque facesse il suo mestiere, di andare a vedere, di andare a pescare qualcosa per un reportage. Credo che lei – dice di essere stato fortunato – sia riuscito a trovare qualcosa. La mia esperienza professionale mi porta a dire che bisogna assolutamente scindere l’aspetto politico da quello mercantile. Coloro che hanno utilizzato i servizi segreti spesso hanno optato più per la parte mercantile che non per la parte politica. Credo che lei si sia imbattuto in quello che abbiamo visto già espresso in alcuni memorabili film, come quello di Alberto Sordi, "Finchè c’è guerra c’è speranza", o come quello con Walter Matthau, che ingaggia una lotta violenta con la CIA.

Il processo Brenneke, considerando la mentalità americana, la dice lunga su quella che può essere stata l’attività di Brenneke, che non mi stupisce. In Italia noi abbiamo l’Otomelara, l’Elettronica S.p.A., la Litton, tutte società che producevano allora strumenti bellici. Il dual use è un’invenzione prettamente americana, compreso il cocom, per alimentare ovviamente la parte mercantile. Allora, visto che in quest’ultima fase lei si è sciolto un po’ di più, le domando se lei vedeva Gelli a capo della P2 da un punto di vista politico o da un punto di vista meramente mercantile. Inoltre, vorrei sapere, a proposito di quei documenti che lei si è autospedito (e quindi ce li ha senza dubbio a casa), se ne ha fatto uso o intende farne uso. È qualcosa che può essere interessante, ci ha scritto un libro, ha intenzione di pubblicizzarlo? Oppure teme ancora delle rappresaglie, visto che sono trascorsi appena dieci anni, non è ancora chiarito tutto e abbiamo in mano notizie estremamente fragili da un punto di vista sostanziale? Abbiamo ben capito, dalle inchieste sull’affare Moro, che probabilmente a premere il grilletto sul corpo di Moro con la Skorpion sono state due dita di due soggetti, uno a Est e uno a Occidente.

REMONDINO. Mi sto sciogliendo, ma anche le domande si stanno sciogliendo, stanno diventando poderose. Mi trascinate su un terreno su cui dubito di essere all’altezza. Mi cimenterò. Sulla questione dell’aspetto politico e mercantile, devo dire che è un dubbio che riguarda un po’ tutte le strutture che coprono questo campo.

PRESIDENTE. A questo proposito vorrei fare un’osservazione. Il senatore Ventucci ha ragione quando dice che ci sono questi due elementi, però nella geopolitica si intrecciano. Nella geopolitica molto spesso gli interessi economici diventano interessi politici e quindi i Servizi si muovono in funzione di affari ma per proteggere determinati interessi economici.

VENTUCCI. Presidente, siamo un paese di 57 milioni di abitanti. Direi che sarebbe opportuno mettere in ogni Aula, compresa questa, una mappa del mondo, in cui l’Italia è agganciata all’Europa, per far capire come è difficile, in un paese come il nostro e con una cultura come la nostra, che venga un imbecille qualsiasi (che si chiami Gelli o in altro modo) per fare qualcosa che politicamente abbia una rilevanza. Lo sappiamo tutti, la capacità di reazione del popolo italiano – e non ce lo dobbiamo dimenticare - è tale che a volte fa sorridere…

Capisco l’impaccio di Remondino, che ha una sua cognizione, una capacità di appartenere non dico ad una sua ideologia, perché sembra un’offesa, ma a suoi convincimenti. Però, dottor Remondino, questa sera lei ci ha detto di aver visto casualmente (voglio accettare il suo "casualmente") solo una parte di un certo servizio segreto. Poteva essere quello belga, quello francese, tedesco o russo, ma lei si è imbattuto in una parte. Ecco, vorrei che fosse chiaro questo, cioè che si è trattato di una parte, perché altrimenti da certe dichiarazioni poi si crea un tutto e si dà una certa informativa ai nostri ragazzi (poi decideranno loro, perché questa Commissione stragi va avanti da 15 anni). Sulla questione di Ustica, per motivi che mi interessano personalmente, più di chiunque altro sia transitato in questa Commissione, ho visto addirittura alcuni Presidenti passare da una convinzione ad un’altra, senza un fondamento sostanziale.

PRESIDENTE. So che non ce l’ha con l’attuale Presidente, quindi non mi sento chiamato in causa.

VENTUCCI. Lei sa a chi mi riferisco!

REMONDINO. Senatore Ventucci, non so se riesco a darle una risposta. Sono d’accordo con lei su un aspetto: non ho mai immaginato di essere un lettore onnicomprensivo del sistema di intelligence mondiale. Ho impattato su quel fronte, credo di aver lavorato con puntigliosità a trovare riscontri e offro alla conoscenza della Commissione le dichiarazioni e gli elementi di riscontro. La collocazione storica e geopolitica non mi appartiene. Posso, invitato da lei, azzardare qualche mia opinione personale. Per la verità, non ho mai avuto discriminazioni a compiere indagini anche rispetto ad altre strutture di intelligence. In quegli anni lavorai molto anche sulla vendita di materiali nucleari o fissili da parte dei Servizi dell’Est nel postcomunismo, nella disgregazione dell’Unione sovietica. Ho sempre cercato laddove ci fosse stato spunto di notizia; non avrei avuto discriminazioni di tipo politico-ideologico.

Per quanto riguarda la questione dell’aspetto mercantile e politico, mi rifaccio alla considerazione del Presidente, che condivido. Secondo me questi aspetti si intrecciano soprattutto in quel settore e anche rispetto ai problemi strategici. Torno ad un argomento su cui sono più preparato, che per me è di attualità: parlando di Jugoslavia, disgregazione e intervento dell’Occidente che ha favorito questa tendenza centrifuga, se si vuole decidere quanto c’è di idealità politica e quanto c’è di interesse mercantile sull’area del marco, probabilmente dobbiamo intrecciare insieme questi aspetti per avere una risposta più completa.

Per quanto riguarda l’esperienza dei nostri uomini, sicuramente Razin era un agent formale della CIA; è stato beccato con le mani nel sacco e quindi l’aspetto mercantile gestito scorrettamente l’ha portato pure in galera, anche se lì tentarono di usarlo come rat, come spia per controllare Badalamenti. Non possiamo pensare che Brenneke sia soprattutto un mercenario. L’accusa del Governo degli Stati Uniti non è stata in quel settore. Dove hanno potuto farlo con Razin, l’hanno fatto. Lì l’hanno trascinato sulla denuncia di millantato credito, dicendo che non era agente, perché quello che affermava era appunto la denuncia degli sporchi affari che la CIA, un settore dell’intelligence americano…

VENTUCCI. Ma non ritiene normale questa attività, parlando dei servizi segreti? Non possiamo pensare che i servizi segreti siano una SpA. Come si fa ad immaginare che il servizio segreto americano possa non aver trascinato Brenneke per calunnia, cercando di togliersi questo soggetto…

REMONDINO. Certo che l’hanno fatto, legittimamente. Questo non mi scandalizza assolutamente.

VENTUCCI. Però poi lei assolve Brenneke, dicendo che non fa parte dell’aspetto mercantile del problema. Su questo non riesco a capire.

REMONDINO. Quanto meno non è emerso. A questo punto debbo affidarmi a ciò che il tribunale del paese coinvolto ha sentenziato. Per carità, Brenneke nel pedigree, nella sua storia ha anche viaggi in aereo con l’Air America portando avanti e indietro "robetta" con il Sudamerica. Quindi di per sé non è nato pulito. Ma mi sembra che il grande gioco, la partita di cui stiamo discutendo è quella dei fondi neri, delle operazioni occulte fuori dal bilancio e dal controllo degli Stati Uniti. Credo che sia un problema che hanno le strutture di intelligence in tutto il mondo. In questo caso stiamo parlando di quelle americane e dei danni che possono aver creato.

VENTUCCI. Ogni anno affrontiamo questo tema in occasione dell’approvazione della finanziaria.

REMONDINO. Finché non decido di candidarmi, non entro in tali questioni! Vorrei poi soffermarmi sulla domanda del senatore Ventucci che parlava di rappresaglie, mi chiedeva perché non ho scritto un libro e così via. La risposta è che non ho capito ancora oggi cosa ho avuto fra le mani, torno a ripeterlo. La reazione in Italia e negli Stati Uniti è stata assolutamente spropositata rispetto a ciò che ho raccontato in televisione. Sulla mia inchiesta ho visto operazioni di depistaggio, di travisazione, è facile farlo su un pezzo televisivo, perché magari non è stato visto con attenzione, perché non puoi andarlo a rileggere e spesso di quel pezzo televisivo si discute sulla base di quanto qualcheduno ne ha scritto, non sui suoi contenuti originali ed autentici. Non avendo capito le ragioni profonde, vere di quelle reazioni clamorose alla mia inchiesta, e avendo tuttora il sospetto che, per mia ignoranza, tra gli elementi che mi sono stati forniti c’era qualche pepita d’oro, che io non ho ancora scoperto, sulla base della mia esperienza di inviato di guerra, ho deciso di non maneggiare un oggetto ignoto che non so bene cosa sia, per evitare che mi salti nuovamente in mano, questo è l’aspetto personale.

PRESIDENTE. Mi interessa la sua risposta alla domanda sul caso Moro circa il sospetto che per uccidere Moro siano state premuti due grilletti, uno occidentale e uno orientale. Lei ha intervistato alcuni brigatisti...

REMONDINO. Ho intervistato Moretti, Curcio, Balzerani ed ho continuato a frequentarli e a contattarli anche successivamente per cercare di capire. Personalmente, ho delle opinioni in controtendenza. Penso che l’operazione condotta dalle Brigate rosse sia stata ricostruita nei dettagli per quanto riguarda l’organizzazione terroristica, se analizziamo come è stata gestita da parte dello Stato forse appare qualche equivoco. So che hanno sparato in due e conosco anche i nomi: Moretti e Maccari, questi sono i due grilletti, non so se est-ovest…

PRESIDENTE. A noi Maccari ha detto una cosa diversa, cioè che ha passato la pistola a Moretti dopo che la prima arma si era inceppata.

REMONDINO. Se fossi un militante di quell’organizzazione considererei che c’è già un colpevole riconosciuto; avendo la possibilità di pagare un prezzo ridotto in termini penali avallerei quella versione. La domanda del senatore Ventucci è diversa: non ho percezione di una manovra esterna.

VENTUCCI. Ho già precisato al Presidente che l’operazione Moro passa per tre fasi: rapimento, uccisione e affare Moro, sono tre fasi completamente distinte. Le Brigate rosse entrano soltanto nel sequestro Moro, poi qualcuno decide di ucciderlo.

PRESIDENTE. E’ un’idea che hanno molti, anche molti dei nostri consulenti, ma non abbiamo alcun elemento oggettivo per fondarla, non è mai emerso. Vorrei rivolgerle un’altra domanda su Moro: i brigatisti le hanno detto di aver distrutto carte, documenti, registrazioni? Cosa le hanno riferito della documentazione Moro?

REMONDINO. Nel lavoro investigativo che ho svolto prima di essere indirizzato ad altri incarichi ho imparato che certe domande non è opportuno porle: si debbono spingere le domande al massimo, ma alcune non si possono fare. Se si intervistano Badalamenti o Buscetta, per esempio, nel campo della mafia, certe domande un professionista non le rivolge. Sinceramente è un tipo di domanda che non ho mai posto né a Moretti, né alla Balzerani, né alla Braghetti. Credo che in possesso di alcuni di loro ci siano elementi di conoscenza forse maggiori di quelli che hanno fornito alla magistratura ordinaria o in sede di Commissione parlamentare. Sulla documentazione non lo so.

PRESIDENTE. Stiamo lavorando con il senatore Manca ad una proposta di relazione da consegnare alla Commissione e riflettevamo che sicuramente sul sequestro non dicono la verità. Faccio questo esempio: Maccari, a noi, Moretti, nel libro-intervista a Mosca e Rossanda, affermano che a Moro non fu dato l’annuncio dell’esecuzione, gli dissero soltanto che lo dovevano spostare, ma egli intuì che era il segnale dell’esecuzione e la accettò con rassegnazione. Proprio stamattina ho riletto due lettere di Moro: in una, indirizzata alla moglie, egli afferma che "giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione"; in un’altra, che è tra quelle non pubblicate perché contiene riferimenti personali, afferma che gli hanno promesso che "restituiranno il corpo ed alcuni ricordi". Quindi, i brigatisti affermano una cosa non vera perché Moro riceve l’annuncio dell’esecuzione e ha addirittura il tempo di scrivere alcune lettere in cui parla dell’annuncio ricevuto, addirittura con il particolare macabro della restituzione del cadavere. E’ un punto su cui non dicono la verità. Vorrei chiederle se ha mai letto l’ultimo brano del memoriale di Moro in cui egli sembra chiaramente affermare che non si trova più in via Montalcini. Il memoriale comincia con questa frase "nel lungo periodo in cui sono stato prigioniero delle Br", usa sintatticamente il passato prossimo e poi chiude con la certezza della liberazione, affermando all’incirca: "sarò liberato, devo questa grazia alla generosità delle Br, non ai politici quali Andreotti, Berlinguer, che non mi hanno voluto salvare, per cui confermo la mia decisione di uscire dal Gruppo della DC, strapperò la tessera, mi iscriverò al Gruppo misto e di tutto questo non parlerò più". E’ un ulteriore elemento, ho sempre sostenuto che dubitare di quello che ha scritto Moro era un espediente di controinformazione per sminare la capacità di destabilizzazione, ma è un documento su cui occorrerebbe riflettere. E’ vero che nelle ultime lettere parla del fatto che "il cauto ottimismo degli ultimi giorni è venuto meno e giunge inaspettato l’annuncio dell’esecuzione" ma ci sono certezze documentali secondo le quali i quattro carcerieri non hanno raccontato l’intera verità. Avanzo un’ipotesi che riporterò nella relazione scritta con il senatore Manca: si può pensare che tutta la scena che raccontano Maccari e Moretti del trasporto da via Montalcini sia vera (lo mettono nella cassa, lo portano in garage, la Braghetti sorveglia che nessuno entri), ma che il trasporto di Moro da via Montalcini sia avvenuto quando era ancora vivo, mentre l’esecuzione, nella Renault 4, è avvenuta in luogo diverso; vengono uniti due episodi e questo determina una serie di inverosimiglianze. Maccari, infatti, afferma di essersi mosso da via Montalcini per arrivare a via Caetani alle sei di mattina, la Braghetti alle nove, secondo l’autopsia Moro è morto tra le nove e le dieci, mentre dal racconto di Maccari la morte risalirebbe a tre ore prima. Sono d’accordo con lei sul fatto che le Br siano state un fatto nazionale, erano quelle che dicevano, un errore tragico della sinistra di questo Paese.

REMONDINO. La non presa d’atto di una certa realtà.

PRESIDENTE. Un errore che commetteva buona parte dell’intellettualità italiana di sinistra di quel periodo. Dalla lettura di "Metropoli" colpisce che persone dell’intelligenza di Piperno, Negri e così via non avessero minimamente capito dove stava andando il mondo, non abbiano avuto alcun presentimento che pochi anni dopo la rivoluzione informatica avrebbe smontato la stratificazione in classi della società, che quel mondo sarebbe finito e l’intero sistema comunista sarebbe crollato. Impressiona l’incapacità degli intellettuali di prevedere. Con tutto ciò sono convinto che nella parte finale della storia di Moro c’è qualcosa che non torna, anelli che non tengono, che probabilmente riguardano solo alcuni di loro.

VENTUCCI. Sul discorso del nazionalismo, sarebbe riduttivo, i servizi segreti hanno operato, non è possibile…

PRESIDENTE. Questo è quello che ci ha riferito Signorile. Nella relazione della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani, sui rapporti internazionali c’è un intero capitolo, cui possiamo aggiungere le carte cecoslovacche e l’archivio Mitrokhin.

MANCA. A proposito di quello che ha affermato il Presidente e cioè che Piperno ed altri non hanno capito che l’informatica avrebbe fatto cadere il mondo comunista, sottolineo che le ragioni sono ben altre, non è per l’informatica che è caduto il mondo comunista. Volevo capire meglio la figura di Le Winter. Lei ha detto che era un generale degli USA. Vorrei capire bene che ruolo aveva, se cioè era agente della CIA mentre era in servizio oppure lo è diventato dopo il congedo.

REMONDINO. Non so dare una risposta. Le Winter operò sicuramente in Vietnam nell’operazione Phoenix, come risulta da una serie di documenti e di pubblicazioni diffusi negli Stati Uniti. In questa fase sto riferendo notizie che non ho accertato direttamente, ma che sono state rese pubbliche negli Stati Uniti. Devo precisare le fonti altrimenti sarei disonesto.

MANCA. Brenneke aveva il brevetto di pilota civile?

REMONDINO. Sì, era abilitato a pilotare aerei civili; in origine era un informatico e successivamente parte delle sue ore di volo necessarie per il passaggio di brevetto venne comprovata da una dichiarazione (risulta dalla documentazione che raccolsi fra i documenti presentati in tribunale) dell’Air America, che - per intenderci - è corrispondente alla Cai per quanto riguarda il SISMI.

MANCA. Desidero ritornare sul problema dei documenti perché ho bisogno di un chiarimento in merito alla spiegazione che ci ha fornito: lei ha consegnato tutti i documenti a sua disposizione all’autorità giudiziaria?

REMONDINO. Sì, non possiedo documenti che non siano stati presentati e sono tutti a vostra disposizione.

MANCA. Ho capito. Poiché questa Commissione non si interessa solo della P2, della CIA o dei servizi segreti, desidero abbandonare il problema di Brenneke e Le Winter e soffermarmi con maggiore attenzione sulla la questione di Ustica. Con il permesso del Presidente le chiedo di chiarire meglio le sue indagini su tale argomento.

PRESIDENTE. Considerato che sono le 22, il permesso è accordato.

MANCA. Dottor Remondino, deve sapere che le nostre sedute terminano sempre all’una o alle due di notte e questa sera siamo particolarmente felici dell’anomalia. Le chiedo, dunque, di riferire tutto quello che sa su chi le ha parlato del caso di Ustica: chi è stato, come l’ha incontrato e cosa lei ha fatto di conseguenza. Non sono un suo storiografo e quindi ho scoperto solo nel corso dell’odierna audizione che lei ha avuto notizie sul caso.

PRESIDENTE. Senatore Manca, non ho insistito sul punto perché i giornalisti hanno diritto alla riservatezza sulle fonti, anche di fronte ai giudici. Se il dottor Remondino vuole rispondere, quindi, deve farlo per sua scelta.

REMONDINO. Senatore Manca, è importante innanzi tutto capire il contesto della vicenda e torno a precisare che nell’argomento sono incappato in maniera casuale. Ero l’inviato investigativo del TG1 e disponevo di una certa autonomia e di un minimo di prestigio personale, ma non seguivo l’inchiesta su Ustica, che era affidata ad un altro collega che adesso non lavora più per la RAI. Inoltre, allora lavoravo solo per il TG1, mentre adesso da Belgrado mi occupo della zona dei Balcani per tutta la RAI, rivesto dunque un ruolo diverso. Non si trattava, dunque, di un argomento affidato a me, ma chiaramente quando si agisce in ambito investigativo è possibile inciampare in alcune fonti e fu quello che mi capitò. Per carenza di riscontri non considerai, però, la fonte incontrata sufficientemente attendibile: non era una materia mia, non mi convinceva una serie di aspetti anche interni e pertanto abbandonai il filone anche perché nel lavoro investigativo è opportuno aver paura di una carenza d’informazioni. Posso aver indovinato o posso aver sbagliato, comunque abbandonai il filone anche perché per le conoscenze che si avevano allora – mi sto riferendo ai primi anni Novanta – una battaglia aerea, un tentativo di push a Tripoli, un MIG che scappa con direzione Varsavia, uno scontro aereo oppure un velivolo che si fa schermo dietro il DC9 erano ipotesi fantascientifiche: mi sembra di ricordare che nella discussione in corso allora si dibatteva ancora sulle alette di un missile da esercitazioni. Sarebbe opportuno storicizzare meglio la vicenda, perché non riesco a ricordare quale fosse lo stato del dibattito agli inizi degli anni Novanta.

PRESIDENTE. L’inchiesta languiva e la Commissione stragi aveva appena iniziato a lavorare.

MANCA. Più o meno la situazione attuale.

PRESIDENTE. Non mi sembra.

MANCA. Questo è il contesto, ma cosa le ha detto la sua fonte? Dove vi siete incontrati.

REMONDINO. Questa persona prese contatto con me (il che capita spesso a chi conduce un’inchiesta) ed accettai di incontrarlo. Era un italiano che affermava di essere esponente militare di una struttura con sede in Africa; millantava anche conoscenze e contatti e mi diede una descrizione del fatto ed alcune fotocopie di tracciati radar. Come ho detto, tentai qualche accertamento e mi sono recato in un primo momento a Malta, perché pensavo che potesse rappresentare un anello debole, utile per l’accertamento dei fatti: allora sembrava che tutti gli strumenti radar italiani si fossero rotti e pensai che forse a Malta avrei potuto trovare un tracciato. Successivamente mi recai in Libia, con totale insuccesso. Forse sarebbe stato opportuno insistere con la pista di Malta. Non ottenni nulla ed abbandonai l’inchiesta per seguire il caso CIA-P2; poi finì la mia carriera di giornalista investigativo.

MANCA. In sostanza una persona le fornisce alcune ricostruzioni e le consegna fotocopie di tracciati radar.

REMONDINO. L’ho incontrato e l’ho anche filmato.

MANCA. Dopo di che, in base a queste notizie, lei si è recato a Malta per verificare i tracciati radar. Cosa ha accertato?

REMONDINO. Rimasi a Malta poco meno di due giorni: la Libia mi concesse il visto e corsi subito perché non era certo facile ottenerlo; lì però non riuscì ad arrivare ad alcun contatto. Il giornalista che entra in Libia è un ospite, gli viene sequestrato il passaporto e gli si forniscono i buoni per le bevande e per i pasti perché non è possibile cambiare la valuta, dopo di che rimane in albergo in attesa. Dopo dieci giorni decisi di andarmene perché evidentemente non vi era intenzione di usarmi come ricettore d’informazioni, in sostanza come un postino, perché è chiaro che a fronte di determinati sistemi politici non si può pensare di fare altro.

PRESIDENTE. Il dottor Remondino ci aveva già fatto capire che non la considerava una pista seria, tanto è vero che non ha ottenuto niente, non capisco dunque la ragione di tutte queste domande.

BIELLI. Dottor Remondino, ha definito Gelli un agente CIA ed ha dichiarato di avere qualche riscontro documentale. Potrebbe fare avere alla Commissione un documento di questo genere?

REMONDINO. Credo di avere qualche documento fra gli incartamenti di cui dispongo, che ho mostrato ai consulenti della Commissione. Le confesso che in dieci anni, dopo due traslochi, questo materiale è finito nella mia cantina. Dovrei avere una lettera di richiesta e la risposta della CIA.

BIELLI. La ringrazio perché, a differenza del collega Ventucci, ritengo che il quadro che ci ha illustrato in relazione alla CIA ed alla P2, al di là delle diverse sfumature, sia molto vicino alla verità. In quest’ultimo periodo, ad esempio, ho avuto l’impressione che quando si parla di P2 scattino meccanismi che sembravano sopiti. E’ una sensazione personale, ma ne ho avuto riprova quando abbiamo presentato la nostra relazione sulle stragi in Italia dal 1969 al 1974: la reazione è stata spropositata rispetto alle affermazioni espresse e secondo me in ragione del fatto che era citata la P2. Tutti sanno, infatti, che le stragi erano di matrice fascista e che esisteva un problema degli apparati americani e italiani, il dato nuovo era solo il coinvolgimento della P2 e della massoneria deviata. Sono convinto, dunque, che quanto lei ha affermato sia rispondente alla verità. Concludo, con una considerazione sul rapporto tra i vari Servizi e su cosa ci può essere stato. Se ho capito bene, la Cecoslovacchia è uno snodo anche abbastanza delicato che ritroviamo, ad esempio, anche quando si è indagato su Ordine Nuovo; anche Ordine Nuovo andava in Cecoslovacchia che sembra sia diventata un porto di mare, la Svizzera delle armi. Lei ci ha detto dei contatti che ha avuto e il fatto che Brenneke le ha parlato della Cecoslovacchia; in qualche modo lei ha trovato delle strade e delle informazioni per entrare in contatto con un Servizio importante americano che ha agito in Europa, in Italia, ma le chiedo se rispetto alla rete americana in Europa o alla rete degli agenti stranieri in Italia lei possiede altre informazioni oltre a Brenneke. Non le ricorda nulla il capitano Carret?

REMONDINO. Carret no, D’Onofrio è un nome che ricordo a memoria, ma dovrei spuntare gli elenchi Amitalia.

BIELLI. Lei non ha mai prodotto una lista di agenti che in qualche modo ha conosciuto?

REMONDINO. No, non l’ho mai prodotta.

BIELLI. Ce l’ha in testa, ma non l’ha mai prodotta.

REMONDINO. Non mi è mai stato chiesto, peraltro.

BIELLI. Questa sera non può dirci niente?

REMONDINO. Sinceramente alcuni dubbi li ho sugli agenti. Ritornando alla questione dei nomi, esiste un documento che credo possa essere interessante per la Commissione dove (ad esempio nell’ambito della struttura Amitalia su cui Brenneke ricordo insisteva molto) c’era una serie di nomi che non ricordo a memoria. Ricordo quello di Ivan Matteo Lombardo perché mi sembra che fu segretario generale della NATO.

PRESIDENTE. Se ce lo potesse fare avere gliene sarei grato.

REMONDINO. C’è sicuramente negli atti della documentazione ed io ricordo benissimo che ad un certo punto a Brenneke chiesi "ma chi erano quelli della CIA?" "Erano tutti della CIA? Non può essere." Probabilmente c’erano degli amici occidentali, atlantici assieme a quelli della CIA. Gli chiesi quindi di sapere quali fossero quelli della CIA ed egli fece un puntino accanto ai nomi di quelli che, a suo avviso, erano o agent o contract o asset della CIA.

PRESIDENTE. Cosa significa asset?

REMONDINO. Vuol dire collaboratore gratuito. Ad esempio Sindona era un asset della CIA, secondo quanto affermato da Brenneke. Era una persona che prestava la propria attività in maniera gratuita. Ricordo che tra i nomi che furono indicati come contract o agent c’era quello di D’Onofrio. Successivamente tentati di arrivare a capo di alcuni nomi e si trattava anche di alcuni personaggi che allora ricoprivano un ruolo di rilievo nell’ambito del sistema bancario italiano. Devo confessare di aver lavorato finché ho potuto, ma a un certo punto mi sono trovato privato degli strumenti per proseguire gli accertamenti. Altri nomi di agenti non li conosco. Ho intervistato moltissimi personaggi strani, ma sinceramente quali possano essere stati questi agenti non ho idea. Ho conosciuto Martino Siciliano, Affatigato.

PRESIDENTE. Martino Siciliano che cos’era della CIA?

REMONDINO. Non lo so, signor Presidente.

PRESIDENTE. Non risulta da questo elenco?

REMONDINO. No per carità, non è in questo elenco. Rischiamo di fare confusione. Tornando alla seconda parte della domanda dell’onorevole Bielli, non so quanti ne ho incontrati. Su qualcuno ho avuto il sospetto che lo fosse, però è la classica domanda che non si può fare; è come chiedere a Badalamenti se esiste la mafia.

FRAGALA’. Lei si è occupato di un aspetto clamoroso del processo per la strage di Bologna che ha visto, dopo alterne assoluzioni e condanne, la condanna definitiva di Mambro e Fioravanti. Ora lei ricorda che nel 1989 l’avvocato Roberto Montorzi (avvocato di parte civile dei familiari delle vittime) fece una clamorosa uscita, sostenendo che si dissociava da quel tipo di conduzione del processo perché non condivideva il fatto che esso fosse inquinato politicamente e addirittura che magistrati impegnati nel processo si incontrassero con avvocati di parte civile e dirigenti del Partito Comunista nella federazione del PCI di Bologna per dare le direttive politiche del processo allora in corso. Lei ricorda altresì che il principale accusatore nei confronti di Fioravanti e Mambro fu un criminale comune, un certo Massimo Sparti, al quale dopo averli accusati fu diagnosticato improvvisamente un tumore maligno al colon. Sparti fu giudicato dai sanitari dell’ospedale penitenziario di Pisa un malato terminale e gli fu concessa dai magistrati di Bologna la libertà provvisoria. Lei sa bene che Massimo Sparti, che secondo quella diagnosi avrebbe dovuto morire dopo circa due mesi, è tuttora vivo e vegeto e non ha alcun problema. Dottor Remondino, lei nel 1995 intervistò il dirigente sanitario del centro clinico del carcere di Pisa, il dottor Ceraudo, il quale ricostruì davanti alle telecamere del Tg1 la storia della non malattia di Massimo Sparti. Il cancro in fase terminale alla testa del colon era stato soltanto la chiave di volta per far liberare Sparti dal carcere e Ceraudo le disse che non si spiegò mai il mistero della malattia.

Dottor Remondino, nella sua attività d’inchiesta, a seguito di quella intervista, lei tentò di rintracciare le cartelle cliniche di Massimo Sparti presso l’ospedale romano San Camillo perché ritenne che in esse vi fosse la spiegazione del trucco che all’ospedale penitenziario di Pisa avevano messo in atto, sostituendo le cartelle cliniche di Massimo Sparti con quelle di un ammalato terminale al fine di consentire, attraverso questa frode processuale, la libertà a Sparti quale corrispettivo delle sue false accuse nei confronti di Mambro e Fioravanti. Lei dunque cercò di spiegarsi la "miracolosa guarigione" di Sparti che senza essere andato a Lourdes guarì improvvisamente, e scoprì che pochi giorni prima della sua visita all’ospedale San Camillo di Roma vi fu un incendio nel quale vennero bruciate alcune cartelle cliniche, compresa naturalmente quella di Massimo Sparti. Nel 1996, in qualità di deputato, rivolsi un’interrogazione al Governo su questa vicenda e l’allora Ministro di giustizia mi rispose che effettivamente quella "miracolosa guarigione" non era tanto miracolosa e che probabilmente Sparti era stato liberato in base ad una diagnosi "erronea". Rispetto alla vicenda che naturalmente ha consentito, attraverso una frode processuale, di condannare due accusati di quella strage attraverso un processo di tipo politico, oltre a quello che abbiamo appreso attraverso l’intervista a Ceraudo ed al mancato ritrovamento delle cartelle cliniche di Massimo Sparti che furono incendiate due giorni prima che lei si recasse al San Camillo, vorrei sapere quali elementi ha raccolto.

REMONDINO. Noto che è informatissimo, avendo ricordato dei passaggi, del tutto esatti, che sfuggivano alla mia stessa memoria. Quella è l’esempio delle inchieste a tutto campo, senza preconcetti ideologici sui buoni e sui cattivi. Venni a conoscenza di alcune contraddizioni che riguardavano l’accusa del testimone Massimo Sparti nei confronti di Mambro e Fioravanti e iniziai a lavorarci. Ebbi difficoltà a ritrovare tracce di Sparti. Credo, infatti, che goda ancora di protezione e non so bene che cosa faccia attualmente. Credo sia anche collegato al giro della banda della Magliana. Quindi si tratta di criminalità organizzata con un certo potenziale di pericolosità.

FRAGALA’. È vero; è tuttora sotto protezione e non è consentito avvicinarlo.

REMONDINO. Posso confermarle solo quello che ha già detto lei; il direttore sanitario del carcere di Pisa nel periodo in cui avvenne il fatto: quando cioè venne dato per moribondo Sparti era stato allontanato dall’incarico; vi fu un rimescolamento all’interno del carcere; seguì uno scandalo di malversazione e lui rientrò. Ricordo anche che fece riferimento ad una diagnosi fatta con la Tac ad un ospedale cittadino che in quel periodo estivo era, se vogliamo trovare traccia ancora della P2, diretto da un personaggio legato ad uno dei settori di massoneria deviata. Per quanto riguarda la cartella clinica di Sparti, debbo, però, precisare che non feci richiesta ufficiale perché non ne avevo il titolo, oltre al fatto che vi è la tutela della privacy. Mobilitai contatti personali per vedere la cartella clinica, considerato che, sulla base di fonti riservate nell’ambiente medico-carcerario, circolava la voce secondo cui qualche malato potesse usufruire di diagnosi "aggiustate", per giustificare un intervento chirurgico miracoloso. Qualcuno mi dette la dritta di verificare al San Camillo dove, sulla base di una ipotesi non dimostrata di questa fonte, poteva esserci un complice che avrebbe operato Sparti, a dimostrazione se fosse stato necessario a futura memoria, dell’avvenuto miracolo. Purtroppo l’indagine si è fermata lì.

FRAGALA’. Al di là dell’intervista, Ceraudo le rivelò che era stato allontanato per consentire la frode processuale a favore di Sparti?

REMONDINO. Questo è uno degli elementi della sua denuncia; anche in questo caso da dimostrare. Certo è che fu allontanato e vi fu un rimescolamento dei quadri gerarchici nella casa circondariale di Pisa che credo culminarono con una inchiesta interna per malversazione ed alcuni personaggi finirono anche in carcere. Credo vi sia traccia di un giudizio; però, sono ricordi lontani.

FRAGALA’. Lei accertò che un incendio aveva fatto perdere la cartella clinica di Sparti?

REMONDINO. Ebbi questa informazione dalla fonte che mobilitai per cercare di venire in possesso di un documento riservato; questo fa parte del nostro mestiere giornalistico per cui ogni tanto si violano delle regole formali per arrivare a delle verità sostanziali. Mi fu risposto, però, che della documentazione clinica di quell’annata era andato bruciato tutto.

PRESIDENTE. Nell’auspicio che si sia constato che la nostra Commissione litiga aspramente sui giornali ma svolge i suoi lavori in un clima civile, quasi accademico, ringrazio il nostro ospite per il suo prezioso contributo e dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 22,30.

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