Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie
XVIII Legislatura
(dal 23 marzo 2018)
  • Pubblicazione di atti relativi ad interrogatori resi avanti i magistrati Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giovanni Falcone negli anni 1984 e 1988

    Uno dei delitti più inquietanti e misteriosi avvenuti in Sicilia si consumò il 20 agosto 1977, in località Ficuzza nel contado di Corleone, in danno del Colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, ucciso insieme al professor Filippo Costa.

    I documenti pubblicati da questa Commissione parlamentare d'inchiesta, accompagnati da alcune riflessioni del Presidente del Tribunale di Palermo, dott. Antonio Balsamo e del consulente della Commissione, dott. Nicola Biondo, ancora inediti concernono tre interrogatori svolti il primo, il 5 dicembre 1984 dai magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta a Roma, un secondo dal solo Paolo Borsellino a Palermo il 20 dicembre 1984, il terzo, infine, dal giudice Giovanni Falcone, sempre a Roma il 25 marzo 1988.

    Dunque, a più riprese, i magistrati siciliani interrogarono le persone che erano state, al tempo, considerate responsabili per il duplice delitto: Casimiro Russo e Rosario Mulé.

    Gli interrogatori, erano tesi a fare chiarezza sull'assassinio del colonnello Russo e del professor Costa, dato che i molti dubbi circa la colpevolezza dei presunti autori erano tutt'altro che sopiti.

    I Carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo avevano nell'immediatezza dei fatti indicato la causale dell'omicidio nell'attività investigativa che il valente ufficiale dell'Arma stava svolgendo in merito all'appalto relativo alla costruzione della Diga Garcia, assegnato alla Lodigiani S.p.a. sul quale si erano estesi gli interessi economici dei corleonesi.

    L'iniziale pista investigativa veniva abbandonata dopo le dichiarazioni di Casimiro Russo il quale, tratto in arresto per detenzione e porto abusivo di armi, confessava la propria responsabilità nel duplice omicidio, chiamando in correità Rosario Mulè e Salvatore Bonello.

    Instauratosi procedimento penale a carico di costoro, gli stessi venivano dichiarati colpevoli e condannati nel 1982 dalla Corte di assise di Palermo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo e del professor Filippo Costa, sentenza, poi confermata nei successivi gradi di giudizio.

    Dalla lettura degli atti messi a disposizione del pubblico al ricorrere del trentennale della strage di Via D'Amelio, si evince il contributo reso da Paolo Borsellino e da Giovanni Falcone, nel disvelare il processo di depistaggio, volto a occultare la responsabilità della mafia corleonese nel duplice omicidio avvenuto a Ficuzza.

    Nel dicembre del 1984 il giudice istruttore Paolo Borsellino si era recato presso il carcere di Roma Rebibbia dove aveva ricevuto la richiesta di aiuto di Rosario Mulè, in attesa del verdetto della Cassazione che avrebbe poi confermato nei suoi confronti la sentenza di condanna all'ergastolo per gli omicidi del Russo e del Costa. A tale interrogatorio ne erano seguiti altri che il giudice Borsellino, unitamente all'amico Giovanni Falcone, aveva condotto nella costante ricerca della verità, nonostante le plurime sentenze di condanna intervenute.

    Profondi conoscitori della realtà mafiosa siciliana e delle dinamiche che si agitavano al suo interno, i due magistrati nutrivano la convinzione che l'omicidio, eclatante manifestazione di forza del gruppo dei corleonesi, fosse una reazione fortemente voluta dal suo capo, Salvatore Riina, a fronte dell'attività investigativa dell'ufficiale dei Carabinieri acutamente rivolta verso gli interessi di cosa nostra nel settore economico-finanziario.

    L'attività condotta dal giudice Borsellino risponde ad una profonda esigenza di verità che ha caratterizzato l'intera sua esperienza giudiziaria e che ne ha ispirato l'azione, contraddistinta da una costante capacità critica e da libertà intellettuale, svincolata da qualsivoglia logica di pregiudizio o da pericolosi condizionamenti.

    La forza interiore ed il profondo rispetto della vita umana di cui il giudice, ma ancor prima l'uomo, si è reso testimone in ogni ambito della sua esistenza, lo hanno portato a non indietreggiare anche a fronte di una responsabilità giudizialmente accertata, restituendo libertà ai tre condannati e assicurando il conforto della verità ai familiari delle vittime.

    E' infatti sulla scorta di quegli interrogatori e delle dichiarazioni acquisite da numerosi collaboratori di giustizia che, quando Paolo Borsellino era stato già designato alla procura di Marsala, Giovanni Falcone riuscì a fare riaprire le indagini[1], consentendo il disvelamento dell'azione di depistaggio messa in opera per sviare le investigazioni e pervenendo alla revisione del processo[2] ed alla condanna dei veri responsabili.

    La Giustizia si è così compiuta dopo un lungo e faticoso percorso al cui esito, i suoi promotori, non hanno potuto assistere perché uccisi dai corleonesi lungo la strada che avevano continuato a percorrere nella ricerca della verità.

    Ancora una volta la mafia corleonese ha reagito con estrema violenza alla percezione di una grave insidia alla realizzazione dei suoi interessi. Il pericolo, questa volta, era rappresentato dall'attività del Giudice Borsellino che, nei 57 giorni intercorrenti tra la strage di Capaci e la sua morte, si era dedicato senza riserve ad una coraggiosa ricerca delle ragioni che avevano indotto "Cosa Nostra" a progettare e attuare l'eliminazione di Giovanni Falcone, proseguendo anche quel percorso d'indagine avviato dall'amico e insieme a questi, portato avanti con fermezza e convinzione, che aveva disvelato la presenza di importanti interessi mafiosi nella gestione degli appalti pubblici.

    E, ancora una volta, il percorso per l'affermazione della verità è stato lungo e faticoso ma, nonostante il tempo trascorso, non può dirsi ancora concluso. La ricerca è stata compromessa da un'articolata opera di depistaggio, iniziata ancor prima, forse, del drammatico evento di Via d'Amelio: falsi colpevoli, confessioni, ritrattazioni, sentenze di condanna, revisione, assoluzioni, nuove condanne.

    Restano, tuttavia, importanti segreti, non ancora svelati.

    Resta, però, anche la memoria di un uomo e la sua ricerca della verità, alimentata dai valori e dai sentimenti che ne hanno ispirato l'azione e guidato l'esistenza.

    Una ricerca della verità che non può essere abbandonata.



    [1] la richiesta di riapertura delle indagini sottoscritta da Giovanni Falcone in data 7 aprile 1988 è oggetto della presente pubblicazione

    [2] La sentenza emessa dalla Corte d'assise d'appello di Palermo in data 4 novembre 1998 nel processo di revisione è oggetto della presente pubblicazione.

    scritti dott. Balsamo e dott. Biondo

    verbali interrogatorio 1984

    verbale interrogatorio 1988

    revisione processo