Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

58a SEDUTA

MERCOLEDI' 24 NOVEMBRE 1999

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

PRESIDENTE
IMPOSIMATO
BIELLI (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), deputato 1 - 2
DE LUCA Athos (Verdi-l'Ulivo), senatore 1 - 2 - 3
FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2 - 3 - 4
MANCA (Forza Italia), senatore
MANTICA (AN), senatore 1 - 2 - 3 - 4 - 5
MAROTTA (Forza Italia), deputato
MIGNONE (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), senatore
PARDINI (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), senatore
STANISCIA (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), senatore
VENTUCCI (Forza Italia), senatore

 

La seduta ha inizio alle ore 20,15.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito il senatore Pardini a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

PARDINI, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta dell'11 novembre 1999.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato. E' approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE.

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l’ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell’inchiesta.

Ricordo che nella seduta dello scorso 10 novembre, nella quale si è svolta l’audizione del giudice Priore, la Commissione ha deciso di non accogliere la richiesta di passare in seduta segreta avanzata dall’audito. Pertanto, rendo noto che anche il dibattito che ha preceduto tale decisione resta interamente pubblico.

MANTICA. Signor Presidente, mi risulta, nel senso che ne ho ricevuto copia, che il colennello De Lorenzo le ha inviato, quale Presidente della Commissione, una lettera in merito alla documentazione presentata dal Vice Presidente del Consiglio, onorevole Mattarella, in questa Commissione. Non so se lei ha intenzione di rispondere ai quesiti che il colonnello De Lorenzo pone. In ogni caso, in sede di Ufficio di presidenza o di Commissione, vorrei essere informato, quale membro della Commissione, della risposta che intende dare al colonnello De Lorenzo.

PRESIDENTE. Senatore Mantica, il colonnello De Lorenzo mi ha scritto una prima lettera in cui mi chiedeva copia dei documenti che ci aveva trasmesso il vice presidente Mattarella e che io gli ho inviato. Mi ha poi richiesto copia della lettera che aveva originato la trasmissione degli atti da parte del Governo ed io ho deciso di inviargliela. Mi ha infine posto una serie di quesiti in ordine ai quali, proprio questa sera, ho predisposto delle risposte. Domani, in sede di Ufficio di presidenza, darò lettura del testo della lettera che ho predisposto, la quale sarà quindi inviata solo dopo che ne avremo parlato insieme.

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DEL SENATORE FERDINANDO IMPOSIMATO.

(Viene introdotto il senatore Ferdinando Imposimato).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, per l'indagine sugli sviluppi del caso Moro, l'audizione dell'onorevole Ferdinando Imposimato, che è qui con noi e che ringrazio. Proseguiamo nella logica adottata nelle due sedute dedicate all'audizione del giudice Priore: come l'altra volta, mi limiterò soltanto a fare alcune domande all'onorevole Imposimato e lascerò quindi ampio spazio a ciascuno di voi secondo l'ordine di richiesta, con l'intesa che la domanda e la risposta, orientativamente, non dovranno superare dieci minuti, con la possibilità però, per chi ha formulato le domande di poter intervenire successivamente in coda all'audizione. Le domande che le farò, onorevole Imposimato, nascono tutte da sue dichiarazioni apparse sulla stampa o pubblicate da agenzie giornalistiche.

In data 9 luglio, a seguito di alcune dichiarazioni dell'onorevole Mattarella, il quale sottolineava l'opportunità che si continuasse ad indagare sulla vicenda Moro perché non tutta la verità poteva ritenersi conosciuta, lei ha affermato che il vero snodo cruciale della vicenda Moro è il comunicato del lago della Duchessa, perché "fu il meccanismo attraverso il quale qualcuno dei poteri occulti volle contribuire a far uccidere Moro". Lei ha poi aggiunto:"quando parlo di potere occulto mi riferisco a coloro che, in seguito alle rivelazioni fatte da Moro, come ad esempio quelle su Gladio, avevano interesse a farlo fuori".

Successivamente, fu reso noto un mio documento istruttorio sulla vicenda Moro e lei, in una dichiarazione all'ANSA del primo agosto 1999, avrebbe dichiarato: "la relazione di Pellegrino non la conosco direttamente, per quello che ho potuto leggere dai giornali però, posso dire che ha ragione, soprattutto su un punto: il comunicato sul lago della Duchessa è un momento cruciale; è da lì che si capisce che Aldo Moro sarà ucciso". Poi aggiunge: "è stata un scelta fatta da un uomo della banda della Magliana che aveva rapporti, come del resto tutti sanno, con i poteri forti". Il giorno successivo, il 2 agosto, in una intervista pubblicata su "Il Tempo" lei sostiene che: "Il comunicato sul lago della Duchessa è un momento cruciale, è da lì che si capisce che Aldo Moro sarà ucciso". Sempre nella stessa intervista lei sostiene che: "Si è voluto uccidere lo statista democristiano perché si aveva paura di quello che aveva potuto dire alle BR".

Effettivamente in quel mio documento istruttorio mi è sembrato di poter avanzare un'ipotesi meno netta di quella che formula lei. Nel senso che io ritengo estremamente probabile che da un certo momento in poi, intorno al 10 aprile, la vicenda Moro è soprattutto la vicenda delle carte Moro, cioè di ciò che egli aveva potuto dire rispondendo all'interrogatorio brigatista. Ritengo probabile che su ciò si sia accesa una vicenda sotterranea, un tentativo probabilmente venuto da opposti fronti; cioè da intelligence orientali interessate a carpire i segreti che Moro raccontava alle Brigate rosse, di intelligence nostre o occidentali preoccupate di poter continuare a coprire il segreto che Moro aveva confessato alle Brigate rosse. Come questo si intrecci con l'esito tragico dell'intera vicenda, francamente non saprei dirlo.

Quindi, vorrei che lei parlasse innanzi tutto di queste sue intuizioni. Cioè, premesso che gli originali delle carte Moro non sono mai stati rintracciati e che già il generale Dalla Chiesa, sentito dalla Commissione Moro si chiedeva chi aveva recepito tutto ciò, perchè lei ritiene che effettivamente questo sia stato un aspetto importante della vicenda e, secondo lei, quali sono le ipotesi più probabili che noi oggi possiamo avanzare sui ricettori di queste carte? Vorremmo poi sapere a che cosa fa riferimento quando parla di poteri occulti in contatto con la banda della Magliana, che avrebbero, da un lato, ottenuto la garanzia che quei documenti non sarebbero stati diffusi, dall'altro, avrebbero in qualche modo influito sulla decisione delle Brigate rosse di chiudere tragicamente la partita con l'uccisione dell'ostaggio.

IMPOSIMATO. Innanzi tutto voglio ringraziare il Presidente della Commissione per avermi dato l'onore e la possibilità di offrire alcune mie riflessioni su una vicenda della quale mi sono interessato ventidue anni fa come giudice istruttore insieme a Rosario Priore, a Francesco Amato e a Claudio D'Angelo. Lo dico non per ritualità: ho molto seguito e apprezzato il lavoro della Commissione proprio perché ritengo che la vicenda Moro presenti dei punti oscuri che non sono stati del tutto chiariti e che noi non abbiamo avuto la possibilità di chiarire per una serie di ragioni, alcune delle quali esporrò in questo momento. Prima di dare risposta alla domanda specifica che riguarda la vicenda del lago della Duchessa e dei poteri occulti che sarebbero intervenuti in essa, vorrei dire che io mi sono occupato del Moro-uno, insieme a Cudillo e a Priore, e del Moro-bis, che ha presentato alcuni aspetti secondo me abbastanza interessanti perché in quella sentenza, che reca solo la mia firma, prospettai i collegamenti internazionali del terrorismo, in particolare i collegamenti delle Brigate rosse, non solo con altre organizzazioni terroristiche operanti in Europa, ma anche con il KGB e con i servizi segreti israeliani. In quella sentenza per la prima volta si parla della possibilità di interferenze da parte dei Paesi dell'Est nella vicenda Moro. In quell'occasione mi limitai a indicare - se questo può essere d'interesse della Commissione prima di entrare in altre questioni - tutta una serie di dati obiettivi che facevano apparire come probabile la presenza di agenti dei servizi segreti stranieri dell'Est, prima di parlare dei collegamenti con i servizi segreti israeliani. Mi sorprese molto il fatto di rilevare che in alcuni verbali si dava notizia di nove pistole automatiche, provenienti dalla Cecoslovacchia, di cui alcune erano state sottoposte a prova nel banco di prova di Praga nel 1970, altre nel 1971 ed altre ancora nel 1979. Alcune di queste pistole furono trovate nella base di viale Giulio Cesare, in possesso di Morucci e Faranda. Oltre a questo aspetto, trovai molto interessante il rilievo riguardo alla presenza di ordigni esplosivi di fabbricazione cecoslovacca che recavano una sigla particolare: "BZ". Poi si verificò l’episodio di Maurizio Folini che aveva effettuato dei viaggi nell’estate del 1978 per rifornirsi di armi e munizioni in Medio Oriente, passando attraverso la Iugoslavia e la Bulgaria e qualificandosi come agente del KGB; questo è quanto mi fu raccontato dalla sua compagna di viaggio, Rosanna Mangiameli. Folini portò in Italia ingenti quantitativi di armi che furono distribuite tra Brigate rosse e Prima Linea. In seguito, ci sono state diverse altre dichiarazioni che pure hanno riguardato il KGB, mi riferisco a quelle rilasciate da Roberto Sandalo, da Marco Donat Cattin, da Fabrizio Giai e da altri esponenti della lotta armata appartenenti ai vari gruppi operanti nel nostro paese.

Queste prime riflessioni che voglio qui ricordare e che ho fissato nella mia ordinanza – sentenza del 1982, a mio avviso acquistano un rilievo notevole nel momento in cui nel dossier Mitrokhin si parla della interferenza e dei collegamenti con i sevizi segreti cecoslovacchi, aspetto di cui noi non sapevamo assolutamente niente, come credo abbia già avuto modo di dire il dottor Rosario Priore. Questa scoperta recente ha messo in evidenza anche un altro particolare che riguarda il ruolo che ha avuto Luigi Scricciolo e a cui si fa cenno anche nel dossier Mitrokhin. Infatti, anche per quanto riguarda Luigi Scricciolo furono effettuati una serie di interrogatori -che peraltro non sono riuscito ad acquisire nei verbali che mi sono stati consegnati dalla Commissione – nel corso dei quali Scricciolo mi confessò di aver avuto contatti con una rete di spie dell’est europeo. Dopo una serie di interrogatori negativi e di dinieghi di responsabilità, Luigi Scricciolo decise di collaborare e parlò dei rapporti con l’agente segreto bulgaro Ivan Donticev, ma anche di quelli – se non ricordo male - con agenti polacchi e cecoslovacchi e con altri agenti segreti. Fece quindi una descrizione molto interessante dei suoi contatti con esponenti di Solidarnosc che facevano il doppio gioco; mi parlò inoltre di quanto le Brigate rosse stavano facendo in quel periodo ed altresì di quello che agli agenti dei servizi segreti interessava sapere per quanto riguarda il "sequestro Dozier".

Tutti questi apetti mi hanno indotto a pormi una domanda e cioè se tutti questi fatti fossero successivi al sequestro Moro oppure fossero risalenti nel tempo. Al riguardo inizialmente ho avuto dei dubbi, tuttavia, a partire dalla lettura del dossier Mitrokhin e dalla scoperta del covo di viale Giulio Cesare, mi sono reso conto che evidentemente questa interferenza dei servizi segreti dell’est in tale vicenda è probabile si sia verificata anche prima e durante il sequestro Moro. Credo che una lettura complessiva e attuale di questi aspetti non sia inutile, tanto più che in un’altra sentenza – ordinanza che porta la mia firma inerente una parte della vicenda "Metropoli" che coinvolge Piperno, Pace ed altri 3 imputati, ho parlato di un documento (il numero 142) di cui sicuramente la Commissione è a conoscenza, in cui si fa riferimento ai collegamenti delle Brigate rosse con stati stranieri e con esponenti politici di gruppi rivoluzionari che operavano nel Medio Oriente e nei paesi dell’America Latina ed in genere in quei paesi in cui era in atto la lotta armata. Anche in tale documento parlo dei rapporti delle Brigate rosse – sia pure di passaggio – con i servizi segreti bulgari. Questa è una parte degli aspetti che recentemente ho riletto assieme ad altre questioni che riguardano invece il ruolo che hanno avuto la mafia ed i servizi segreti – a mio avviso in maniera negativa – nella vicenda Moro.

Procedendo per flash, passo ora a parlare di alcune delle vicende di cui mi sono occupato. Se la Commissione lo consente vorrei fare riferimento alla scoperta della prigione di via Montalcini che ho avuto la possibilità e la fortuna di realizzare nel 1980 attraverso le indagini riguardanti la casa acquistata da Anna Laura Braghetti; dico questo - sperando di non ricordare male alcuni particolari - per poi arrivare per gradi alla vicenda Dalla Chiesa; anche in questo caso, infatti, si sono verificati una serie di episodi a cui desidero fare riferimento.

Il generale Dalla Chiesa segnalò che Peci, avendo deciso di collaborare era in grado di fornire qualche notizia sulla prigione di Moro. Si era nel 1980, e bisogna sempre tener presente che noi abbiamo iniziato a occuparci del caso Moro alcuni giorni dopo l’assassinio dello statista. Interrogammo Peci, il quale ci riferì che la prigione era nel luogo dove si trovava Anna Laura Braghetti. Procedetti quindi alle indagini e scoprii che la Braghetti aveva acquistato l’appartamento di via Montalcini con delle modalità particolari. Infatti tale appartamento era stato acquistato nel giugno del 1977 e venduto senza alcuna registrazione nel settembre del 1978. Dal momento che ero convinto che quella fosse la prigione di Moro - in quell’appartamento erano state apposte delle grate di ferro ed esso era compartimentato al massimo, nel senso che né Morucci, né la Faranda né tutti gli altri brigatisti che avevano deciso di collaborare ne erano a conoscenza - esaminai tutti gli inquilini di via Montalcini n. 8. Con enorme sopresa venni a conoscenza del fatto che costoro erano già stati sentiti da funzionari del Ministero dell’interno di cui non ci venne indicata l’identità. La cosa oltre ad essere sorprendente, fu anche abbastanza seccante perché non erano mai pervenuti i verbali di questa operazione da inserire agli atti del processo. Questi soggetti dichiararono di essere stati sentiti nel 1978, però in un epoca non precisata. Telefonai quindi al Ministero dell’interno e parlai ad un funzionario dell’Ucigos pregandolo di farmi pervenire i verbali di questi interrogatori effettuati nel 1978. Tali verbali non mi vennero inviati; pertanto scrissi una lettera, il 1° luglio del 1980, in cui richiesi questi verbali. Finalmente con nota del 30 luglio 1980 mi venne inviata una relazione senza firma del luglio - agosto 1978 in cui si dichiarava che erano stati fatti accertamenti su via Montalcini, ma che avevano avuto esito negativo. I motivi della mia preoccupazione e della mia perplessità nascevano da due considerazioni: la prima è che in questa relazione, a proposito della auto Renault rossa, colui che aveva stilato tale documento dichiarava di non sapere nulla e che non era stata segnalata alcuna presenza in proposito. La seconda è che si parlava di Altobelli e di Braghetti e si diceva che si trattava di due persone che non avevano dato motivo a rilievi, e fin qui si potrebbe parlare della solita negligenza, imprudenza, impreparazione, come si suol dire. La cosa abbastanza grave, che noi cercammo di sapere in tutti i modi, era come e quando la polizia era arrivata a via Montalcini n. 8; ma questo per molti anni non fu possibile saperlo. Poi ho letto sugli atti, dieci anni dopo, che ci sarebbe stata una signora Piazza che avrebbe segnalato la presenza della Renault rossa. La cosa mi ha provocato qualche perplessità perché in seguito abbiamo saputo che anche il generale Dalla Chiesa aveva scritto un rapporto in cui parlava in termini negativi di questa base, dove non ci sarebbe stato niente, mentre è certo che c’era la prigione di Aldo Moro. La mia prima perplessità nasce da questi avvenimenti perché nel Ministero dell’interno, come loro sapranno, uno degli elementi di punta era quel Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati, esponente della P2 (questo può essere anche un caso), il quale controllava un po’ tutti gli affari che riguardavano il terrorismo, anche se si occupava principalmente di terrorismo nero.

PRESIDENTE. Abbiamo un’interessante lettera di Federico Umberto D’Amato in cui spiega al Ministro dell’interno come mai lui facesse tutte queste cose benché fosse stato mandato a dirigere la polizia di frontiera. E’ una lettera che è un piccolo spaccato di storia italiana.

IMPOSIMATO. Questa è una delle cose che mi lasciò perplesso. Altra cosa che mi impressionò fu la scoperta di questo comitato di crisi di cui facevano parte – e qui arriviamo anche al lago della Duchessa – i capi dei servizi segreti, cioè Santovito e Grassini, poi il generale Giudice, Lo Prete, Silvestri, Lettieri, insomma, il 90 per cento erano iscritti alla P2. Fin qui potrebbe anche non essere significativa questa cosa; a parte il fatto che ho letto la storia della Massoneria, ed è interessante leggerla perché c’è un punto in cui Aldo Mola riconosce in maniera esplicita il ruolo della Massoneria, della P2, in questa vicenda, dicendo che c’è stato un intervento che in qualche modo ha condizionato la vicenda Moro. Inviterei, se possibile, a leggere questa parte della storia della Massoneria che, secondo me, offre uno spunto interessante. Però, ritornando ai componenti del comitato di crisi, ne facevano parte, tra gli altri, Santovito e Grassini. Ora, Santovito è secondo me un personaggio centrale che lega il comitato di crisi, e quindi la gestione del sequestro Moro, alla banda della Magliana. Durante le indagini che io ho fatto sulla banda della Magliana ho scoperto che Santovito aveva strettissimi legami con Flavio Carboni, aveva frequentato addirittura un appartamento che era gestito da Flavio Carboni alla Camilluccia e aveva continui rapporti, attraverso Francesco Pazienza, con gli elementi della banda della Magliana, perché Francesco Pazienza era quasi organicamente legato a questo gruppo di esponenti della banda della Magliana, che erano Balducci, Pippo Calò, lo stesso Pazienza, oltre ad alcuni mafiosi. Infatti, la banda della Magliana era un satellite di Cosa nostra a Roma.

Ora, la presenza di questo generale che in seguito avrebbe fatto quell’altra operazione di depistaggio nel 1981, facendo trovare sul treno esplosivo al plastico e un mitra Mab che provenivano dal deposito della banda della Magliana, e il collegamento di Chicchiarelli con Abbruciati, che era della banda della Magliana, e quindi in via indiretta con Giuseppe Santovito, mi hanno fatto capire cose che all’epoca io non potevo assolutamente comprendere e che riguardavano i collegamenti tra la banda della Magliana e il capo dei servizi segreti militari, che era Giuseppe Santovito, il quale era uno di quelli che avevano voce in capitolo nel comitato di crisi del Ministero dell’Interno. Certo, qui si tratta di ragionamenti svolti in base a criteri di probabilità, perché una cosa è la prova matematica che si può pretendere per quanto riguarda il processo penale e altra cosa è la possibilità di utilizzare anche elementi di deduzione logica per quanto riguarda la ricostruzione storica di queste vicende. Però è certo che il collegamento tra Chicchiarelli e Abbruciati, tra Abbruciati, Balducci e il generale Santovito, credo sia abbastanza pacifico e scontato; come pure la presenza accanto al generale Santovito di un personaggio come Francesco Pazienza, che credo abbia ammesso di essere addirittura il vice, il braccio destro di Santovito; le cose dette da Steve Pieczenick (che doveva venire qui in Commissione, ho letto, e non è venuto) che aveva addirittura affermato che non era stato fatto quello che doveva essere fatto per salvare Moro; la considerazione che la banda della Magliana non aveva alcun interesse a far fuori Moro perché non aveva certamente un interesse specifico se non quello di adeguarsi all’ordine che era stato dato alla mafia di far fuori Moro; le dichiarazioni rese da un collaboratore della giustizia, pur con tutte le riserve e le prudenze e i dubbi che le dichiarazioni dei pentiti devono suscitare, che mi pare che si chiamasse Mancini, al quale Abbruciati confidò di un viaggio fatto a Milano in cui diceva: "abbiamo fatto tutto bene e presto per l’affare Moro"; lo stesso ruolo del generale Dalla Chiesa circa la disponibilità dei verbali che certamente furono in qualche modo mostrati a Pecorelli, furono anche utilizzati, di cui egli parlò con la moglie …

PRESIDENTE. Verbali di interrogatorio di Moro?

IMPOSIMATO. Verbali di interrogatorio di Moro, di cui egli parlò con più persone. Mi pare che vi sia stata anche una conferma da parte di uno dei suoi collaboratori, un Sottosegretario di cui in questo momento mi sfugge il nome. Mettendo insieme tutti questi fatti ed altri tasselli, credo che la banda della Magliana abbia agito per spingere le Brigate rosse a liquidare Moro: non ci poteva essere altra ragione che questa. Tra l’altro, questo fu poi il messaggio che le Brigate rosse ricevettero ed è sorprendente, secondo me, che durante il sequestro Moro non è stato fatto assolutamente nulla per cercare veramente Aldo Moro. Ora, in quel periodo, Presidente, io ho avuto la fortuna di liberare tre ostaggi. Questi tre ostaggi erano tenuti dalla mafia, non certo da gente di poco conto. Uno era Angelo Apolloni, un’altra era Michela Marconi e subito dopo venne liberata Giovanna Amati. Anzitutto, mi sorprese il fatto che, mentre per i sequestri comuni la formalizzazione del processo avveniva contestualmente alla cattura dell’ostaggio, per il caso Moro, invece, questa prassi sempre invalsa alla procura della Repubblica non venne seguita. Si seguì quindi la prassi di formalizzare dopo. Il sequestro Moro è stato formalizzato otto - dieci giorni dopo l'assassinio. Nessuno dice che noi avremmo fatto qualche cosa, ma certamente in quattro - cinque anni di esperienza avevamo acquisito una certa tecnica anche nel condurre le false trattative, per prendere tempo, per cercare di indurre i sequestratori a commettere degli errori. In questo caso, di errori ne sono stati commessi parecchi. Tutto questo ci ha amareggiato e ci ha anche impedito di far valere la nostra modestissima esperienza che poteva servire, in qualche modo, a sfruttare le occasioni che si sono verificate durante il sequestro di Aldo Moro.

Il nostro intervento successivo è incentrato sulla mancanza di notizie su cose che abbiamo saputo a distanza di tempo. Ad esempio, la storia gravissima dello studente russo che aveva parlato con Moro e Tritto; il professor Tritto ne aveva poi parlato con il sottosegretario Lettieri, ma Lettieri queste cose non ce le ha dette, non ne sapevamo nulla. Sommando vari elementi di questo genere, si poteva arrivare a qualche conclusione diversa da quella a cui si è giunti. Ad esempio, considero allarmante la vicenda di Cutolo. Cutolo aveva parlato con Selis, il quale faceva parte della banda della Magliana, che era venuto a conoscenza della prigione che era situata al centro del quartiere della Magliana (e noi sappiamo che la mafia conosce perfettamente il territorio e che la banda della Magliana è un'organizzazione mafiosa), anche questa storia, unita alle altre …

PRESIDENTE. A quale prigione si riferisce?

IMPOSIMATO. A quella in via Montalcini, via che si trova al centro del quartiere della Magliana, dove aveva la sede generale la banda della Magliana. Questi fatti – ma ce ne sono anche altri – non possono essere considerati solo negligenze. Non voglio arrivare alla conclusione del complotto, ma che si tratti solo di negligenze … Per quanto concerne la questione di via Gradoli del 18 marzo si può parlare di sprovvedutezza da parte del brigadiere Merola; per quanto riguarda la vicenda del 2 aprile si può parlare di negligenza o di impreparazione (ma su tale questione vorrei poi fare una brevissima riflessione relativa alla seduta spiritica). Ma in questo caso abbiamo avuto una iniziativa molto allarmante della banda della Magliana, con il comunicato numero 7 che venne dichiarato come vero. Purtroppo, lo devo dire con franchezza, mi sorprese che anche Cossiga confermò il comunicato come vero nella forma …

PRESIDENTE. Nei primi tre giorni.

IMPOSIMATO. Lo confermarono come vero nella forma ma falso nel contenuto, comunque proveniente dalla Brigate rosse. Tutto ciò ci ha molto disorientato perché noi, senza voler andare avanti a colpi di sospetti e di dubbi, abbiamo il dovere di dire che tutti questi fatti, messi insieme, hanno assunto con l’andare del tempo una dimensione veramente allarmante e impongono di capire bene che cosa è accaduto al lago della Duchessa, tanto più che Chicchiarelli, uno dei protagonisti di questa storia, è stato assassinato. Così anche è morto Danilo Abbruciati, un altro che poteva dirci qualcosa; anche Giuseppe Santovito è morto e neanche lui può dire nulla. Su questa vicenda, non si sa con precisione chi furono i mandanti di Chicchiarelli, premesso che ritengo che Chicchiarelli non aveva alcun interesse a fare questo comunicato, tanto più che non solo aveva fatto il comunicato del lago della Duchessa ma anche il falso comunicato che riguardava la rivendicazione dell’omicidio di Pecorelli, nonché il falso comunicato della Brinks Securmark. Tutto questo sempre nel tentativo di attribuire alle Brigate rosse cose alle quali esse erano estranee. E’ evidente che c’è stato uno stratagemma per sviare le indagini. Non c’è più la possibilità di parlare di negligenza, di imprudenza, di imperizia, di leggerezza o di impreparazione. Qui c’è stata un’azione positiva.

PRESIDENTE. Il falso comunicato è un’azione attiva.

IMPOSIMATO. E’ un’azione attiva per determinare l’evento che ha portato poi alla liquidazione di Moro. Lo stesso Freato ha dichiarato che già il 18 aprile erano pronti i manifesti che dovevano annunciare la fine di Moro. Non vedo altra ragione al comunicato falso del lago della Duchessa se non quella di spingere le Brigate rosse. Quale altra ragione poteva esserci? La Corte d’assise ha ritenuto che non c’era alcuna possibilità di fatto cospiratorio o di spingere le Brigate rosse a liquidare Moro, mentre quest’ultima, a mio avviso, era una possibilità reale, anche perché escludo che le Brigate rosse possano aver deciso fin dall’inizio la sorte di Moro. Non è vero affatto, stando a tutto quello che ho potuto accertare in questi anni, che le Brigate rosse avevano deciso di eliminare Moro. Il 6 maggio le Brigate rosse hanno rinviato di 3 giorni l’esecuzione di Moro. Inizialmente, Moro doveva essere ucciso il 16 – 17 aprile, se non ricordo male, ma dal 6 maggio al 9 maggio c’è stato un rinvio perché si attendeva una risposta da parte della Democrazia Cristiana. Purtroppo, nel momento in cui Fanfani stava per avere un incontro nel tentativo di sbloccare la situazione, Moro è stato fatto fuori.

Il mistero del lago della Duchessa resta integro e rimane un fatto inquietante molto grave che ci induce a chiederci chi abbia materialmente spinto Chicchiarelli. Secondo me, non può non esserci stato anche un ruolo di Santovito in questa vicenda perché il legame tra Santovito e gli esponenti della banda della Magliana era troppo stretto. Santovito, addirittura, si era fatto raccomandare da Flavio Carboni attraverso il settimanale "L’Espresso", perché era stato attaccato dopo che era stato scoperto che era iscritto alla P2. Era nelle mani degli uomini della banda della Magliana. Questi fatti si uniscono ad un mio dubbio: come mai Dalla Chiesa ha fatto con ritardo questo rapporto? Infatti, il rapporto sulla prigione di via Montalcini non ci è stato consegnato durante le indagini. Solo dopo io ho sentito parlare della consegna di un rapporto da parte del generale Dalla Chiesa sulla base di via Montalcini. Quando, insieme a Rosario Priore, mi accingevo a chiedere al generale Dalla Chiesa come e da chi avesse saputo dell’esistenza della base di via Montalcini, il generale è stato ucciso e non si è potuto sapere più niente.

Di questa vicenda non mi sono più occupato. Infatti, dopo l’assassinio di mio fratello sono stato costretto a lasciare la magistratura; nel 1984 ho cominciato ad operare presso l’IMO, dove sono rimasto per alcuni mesi prima di diventare consulente delle Nazioni Unite. Pertanto, una parte di questi documenti, di queste indagini ed acquisizioni mi è completamente sfuggita e ho cercato di documentarmi leggendo in parte gli atti della Commissione Moro e in parte quelli della Commissione stragi. Ritengo che questi episodi - come, del resto, ha già rilevato la stessa Commissione stragi – meritino la dovuta attenzione. Ripeto, però, che se è vero che bisogna evitare di formulare sospetti nei confronti di qualcuno, è anche vero che esiste il dovere di accertare la verità, cosa che la Commissione sta facendo egregiamente.

PRESIDENTE. Nella sua esposizione lei ha bruciato alcune domande che volevo porle, anche se non ha ancora parlato della seduta spiritica. A un certo punto, però, lei ha pronunciato le parole: " tutto sommato". Vorrei chiederle se si tratta di una somma algebrica o di una somma aritmetica. Lei ha parlato del KGB, dei rapporti con i servizi segreti cecoslovacchi, di una serie di rapporti fra le BR e anche di Prima Linea - lei ha ricordato Sandalo, Donat Cattin e il mondo di intelligence orientale e mediorientale; ha parlato poi anche del Mossad, della P2, della banda della Magliana. Si tratta di elementi che si muovono insieme oppure intorno alla vicenda di Moro si apre una partita con più attori nella quale ognuno gioca una propria partita per i suoi interessi e, probabilmente, in ultimo, tutte queste azioni e controazioni finiscono per bilanciarsi in maniera tale che la vicenda, quasi nessuno lo volesse, finisce con quel tragico epilogo? Oppure ancora esiste una regia che unisce tutti gli attori, la banda della Magliana, Carboni, Santovito, il KGB, il Mossad, i servizi segreti cecoslovacchi e le BR, che poi finiscono per essere burattini mossi dal burattinaio? Io do più credito alla prima chiave di lettura rispetto alla seconda. Infatti, mi sembra difficile tenere insieme elementi così diversi. Che rapporti può avere la banda della Magliana con il KGB? Eppure la banda della Magliana redige il falso comunicato del lago della Duchessa. Anch’io ritengo che quella rappresenti sicuramente un’operazione attiva e una probabile chiave di lettura è che si volesse fare precipitare la vicenda verso il tragico epilogo. La versione di Vitalone è diversa. Egli disse che a lui venne l’idea che a quel punto si poteva creare una forma di sbandamento nelle BR, se fossero riusciti ad emettere un comunicato che formalmente sembrava provenire dalle Brigate rosse; da quel momento in poi sarebbe finita la certezza delle Brigate rosse di parlare autenticamente attraverso la testina rotante. Si tratta di un complotto che assomma attori così diversi e così eterogenei, che è così difficile che potessero avere un fine comune e, a un certo punto, un’oggettiva concordanza di interessi che poi finisce per animare tutti gli attori, oppure ognuno si muove per proprio conto? Lei ha nominato Santovito e Federico Umberto D’Amato, ma sicuramente non andavano d’accordo.

IMPOSIMATO. Ma entrambi facevano parte della P2.

PRESIDENTE. Dalla lettura della lettera di D’Amato si può constatare che non aveva grandi apprezzamenti per il servizio segreto militare e soprattutto per quello dell’epoca di Santovito. Lei ha giustamente affermato di voler rivisitare il lavoro di allora sulla base delle conoscenze di oggi e la sua esposizione è stata drammatica ed interessante ma cosa prevale, in conclusione? L’idea della regia unica di elementi che stavano tutti insieme o quella delle forze contrapposte ognuna delle quali gioca una propria partita e, alla fine, Moro muore perché tutto questo determina una situazione di stallo che poi precipita?

IMPOSIMATO. Mi permetto di ritenere che ci sia stato un interesse convergente ma non rientrante in un'unica strategia, in un'unica direzione strategica, in un unico "grande vecchio" che ha guidato tutta questa manovra. Sono sempre stato molto convinto del fatto che il progetto politico di Moro contrastava nettamente sia con gli interessi dell’Occidente sia con quelli dell’Oriente. Sono sempre stato del parere che le Brigate rosse erano rosse, nel senso che questa operazione nasce proprio come operazione delle Brigate rosse. Tra l’altro, recentemente, lo stesso Gallinari ha voluto parlare con me prima che si verificassero alcuni gravi episodi, come l’omicidio di D’Antona, e ha voluto dichiarare il proprio apprezzamento per il fatto che io ritenessi che le Brigate rosse non fossero contaminate. Infatti, per la verità ho dei dubbi su quanto sostiene Franceschini a proposito della figura di Moretti, ma posso anche sbagliarmi. Ad ogni modo, ritengo che le Brigate rosse fossero rosse.

PRESIDENTE. Lo penso anch’io, ma questo non convince i brigatisti rossi a parlare alla Commissione.

IMPOSIMATO. Il progetto di Moro urtava sicuramente con gli interessi dell’Est e con quelli dell’Ovest. Si sa che Moro era una persona legata ai palestinesi; si sa che in qualche modo aveva toccato anche gli interessi di Israele perché tutte le sue azioni andavano contro gli interessi di quello Stato, come la liberazione degli ostaggi. Credo che la ricostruzione da me esposta sia perfettamente coerente con ciò che si è verificato. Dopo la cattura di Moro le forze contrarie al compromesso storico e che volevano contrastare questa politica – tra cui c’era sicuramente Gelli – a mio avviso avevano interesse ad eliminare Moro.

PRESIDENTE. Lei ritiene che gli interessi convergenti che si attivano in maniera separata l’uno dall’altro concorrono poi tutti a determinare il tragico epilogo della vicenda?

IMPOSIMATO. C’era una anticipazione della strategia di Moro rispetto al superamento dei blocchi contrapposti che, secondo me, è stata ripresa anche nell’ambito dell’attentato al Papa. Ricordo, infatti, che anche il Papa voleva superare questa situazione.

PRESIDENTE. Potremmo quindi sostenere che i fautori dell’equilibrio di Yalta, da una parte e dall’altra, si attivano per impedire la salvezza di Moro.

IMPOSIMATO. Di questo sono convinto. A distanza di anni ho letto un libro di Aldo Mola, peraltro molto documentato, sulla storia della massoneria in cui si parla della vicenda Moro e si rivendica il merito di avere contrastato con tutti i mezzi l’accordo con i russi. Io credo che questo sia un passo importante da tenere presente nella ricostruzione della vicenda perché Aldo Mola parla dall’interno dell’organizzazione massonica. Si parla poi anche della vicenda Kennedy in ordine alla quale si sostiene che anche in quel caso la massoneria aveva avuto un importante ruolo; si fa infatti riferimento a Warren, a Gerardo Forte, a Allan Dalles che erano tutti massoni. Quindi, si rivendica il merito di aver combattuto il comunismo dopo che se ne è dimostrata l’aberrazione. Mentre prima non avevano interesse a fare emergere questa situazione, in seguito hanno rivendicato il merito di essere stati i primi a combattere il progetto di penetrazione del comunismo nel mondo occidentale.

PRESIDENTE. Quindi, rivendicano anche il merito di avere combattuto forme di distensione e di superamento della logica di Yalta e della contrapposizione dei blocchi.

IMPOSIMATO. Certamente. Per quanto riguarda la seduta spiritica, io ricordo di aver letto una dichiarazione – non so se dico cose già note – dell’onorevole Anselmi che mi ha lasciato molto perplesso, perché ella dice di aver saputo da Umberto Cavina, che era il segretario di Benigno Zaccagnini, non solo il nome di Gradoli ma anche l’indicazione della Cassia e il numero che corrispondeva al civico dell’appartamento dello stabile di Via Gradoli dove era la base di Moretti. Tutto questo è in contrasto con quanto dichiarato da Cossiga, il quale non fa riferimento alla vicenda dell’indicazione del numero civico di Via Gradoli e della Via Cassia, per cui il mancato intervento in Via Gradoli il 2 aprile mi lascia molto perplesso, anche perché non credo affatto si sia trattato di una seduta spiritica ma di una informazione venuta dall’Autonomia di Bologna, oppure da altri. Bisognerebbe sapere chi, nell’ambito di questa seduta spiritica, può aver fatto questa rivelazione. Tale rivelazione però era più completa di quella che io potessi immaginare perché c'erano anche questi due dati. Ricordo perfettamente quel verbale. Ritengo poi l’onorevole Anselmi persona della cui attendibilità non sia possibile dubitare.

PRESIDENTE. L’onorevole Anselmi avrebbe dato una versione più ampia?

IMPOSIMATO. L’onorevole Anselmi ha scritto una lettera, che io ho letto, nella quale afferma che il dottor Cavina le ha parlato di questa seduta spiritica riferendole che non solo si era saputo il nome Gradoli, ma anche un numero corrispondente al civico di Via Gradoli e l’indicazione "Cassia". Si tratta di tre elementi che difficilmente potevano portare solamente al paese Gradoli. E’ quanto volevo mettere in evidenza.

PRESIDENTE. I protagonisti della seduta spiritica – almeno quelli che per adesso sono venuti in Commissione – ci hanno raccontato una storia diversa: ci hanno detto invece che il piattino "scrisse" Gradoli, Bolsena e non so che altro.

IMPOSIMATO. Ricordo di aver letto questa lettera dell'onorevole Anselmi inviata alla Commissione Moro. Forse lei ha avuto modo di leggerla, Presidente, comunque si tratta di una delle cose che mi lascia perplesso, se si considera che anche la signora Eleonora Moro avrebbe chiesto notizie in merito.

PRESIDENTE. Cossiga questo lo nega. Per lui questo fa parte della "mascalzonata politica".

IMPOSIMATO. Se l’onorevole Anselmi, che certamente non può essere sospettata di voler intorbidare le acque afferma questo, credo che tali fatti siano reali.

VENTUCCI. Ringrazio i colleghi che mi hanno consentito di parlare per primo e ringrazio anche il magistrato, onorevole Imposimato, per quello che ci ha detto, ma vorrei fare una considerazione. L’altra volta già ebbi modo di dire che più di qualcuno si è impossessato dell’evento, cioè del rapimento Moro. Che poi sia seguita l’uccisione; che poi i Servizi segreti parlano con la malavita; che poi qualcun altro cerca di intrufolarsi; che Moro infastidiva l’accordo di Yalta, perché cercava di eliminare la cristallizzazione che tale accordo aveva determinato in Italia creando un regime, di fatto, perché quando in democrazia non c’è l’alternativa c’è un regime che poi degrada e tutti quanti sappiamo quello che è successo. Però, rimanendo ai fatti dell’evento e non al romanzo successivo (a quel romanzo che, ovviamente, ha scatenato gli appetiti di interessi differenti che lei ha pienamente messo in evidenza), in altra occasione ho detto al Presidente della Commissione, e quindi al dottor Priore, che esiste un elenco stilato dall’Ufficio D del SISMI che è agli atti di una inchiesta su Gladio rossa archiviata nel 1994 e questo elenco non è stato mai trasmesso alla Commissione Stragi. Allora le chiedo se questo elenco è lo stesso di cui si parla nel rapporto del Cesis datato 31.03.83 allegato alla relazione di minoranza della Commissione parlamentare sulla strage di Via Fani del senatore Franco Franchi, in cui si dice che "nel 1978 fu completato un elenco di italiani che avrebbero frequentato corsi di addestramento politico e di terrorismo in URSS, Cecoslovacchia, Cuba e Albania". Poi, "i brigatisti rossi Pelli e Franceschini soggiornarono in Cecoslovacchia", ma questo sembra sia avvenuto negli anni 1973 e 1974 e ciò pare accertato.

Allora le rivolgo questa domanda precisa in relazione all’evento, perché credo sia importante: le distorsioni, gli sciacalli che per interessi diversi poi hanno sfruttato l’evento credo che interessino un po’ meno la politica nazionale perché, come afferma anche il senatore Pellegrino che è stato uno dei primi a dirlo, in quel periodo si è combattuta la terza guerra mondiale. Lei quindi può immaginare quale potesse essere l’attività dei Servizi segreti, perché la terza guerra mondiale non è stata combattuta con le pistole o i fucili bensì con i Servizi segreti. Sappiamo che questi ultimi non sono le "Figlie di Maria" o la "Confraternita di San Vincenzo": se Santovito parla con un mascalzone fa il suo mestiere perché, nella sua vita, ha scelto di fare il capo dei Servizi segreti, cioè di una organizzazione che nella legalità non ci sta o non sa nemmeno che accidenti sia. Se lei può darci un aiuto, vorremmo sapere qualcosa su quelle attività che venivano svolte all’estero e che ovviamente dovevano preparare l’evento.

PRESIDENTE. Se ho ben capito tende a conoscere che probabilità ci sono che tra gli attentatori di Via Fani ci fossero persone particolarmente addestrate all’estero.

VENTUCCI. Il punto è proprio questo.

IMPOSIMATO. Non è stata mia intenzione attaccare i Servizi segreti. La ringrazio per aver fatto questa domanda perché io, in genere, mi limito a parlare di fatti, senza fare di tutt’erba un fascio, perché come nella magistratura ci potrebbe essere qualcuno… così anche nei Servizi segreti. E’ un dato di fatto che Santovito venne arrestato - e poi il processo si estinse per morte del reo - per il fatto che aveva messo del tritolo... Però voglio rispondere alla domanda che lei ha posto sulla possibile partecipazione al sequestro Moro di brigatisti o di personaggi che si sono addestrati all’estero. Io non lo escluderei, tanto è vero che faccio riferimento alla sentenza-ordinanza che ho scritto nel 1982, dove vi è un elenco dettagliato di tutti i collegamenti obiettivi che portavano all’Est dell’Europa. Ho letto il libro di uno storico americano che fa riferimento al fatto che io parlo dei Russi, che si sono molto arrabbiati perché parlavo del KGB come di una organizzazione segreta che certamente aveva avuto collegamenti con una serie di terroristi non solo delle Brigate rosse ma soprattutto di Prima Linea, tra cui questo Folini (però le armi le davano anche alle Brigate rosse). Quindi la presenza di tutti questi Skorpion che io ho indicato nella prima sentenza per me non era un fatto casuale: erano armi che erano state prese in Cecoslovacchia, però nessuno ci ha mai detto nulla di questi collegamenti, né sapevamo che, per esempio, l’onorevole Amendola aveva addirittura parlato con l’ambasciatore cecoslovacco o con quello sovietico per dire di non continuare ad avere rapporti con le Brigate rosse. Io, per la verità, ho parlato comunque con l’onorevole Berlinguer che – devo dire – con molta onestà è stato molto utile per quanto riguarda la collaborazione nella lotta alle Brigate rosse perché erano apparsi diversi volantini in cui si parlava di "iene berlingueriane"; quindi certamente Berlinguer all’interno del partito era combattuto dalla parte stalinista del partito stesso. Però, oggi rileggendo il dossier Mitrokhin, rileggendo la mia sentenza con l’elenco delle armi provenienti dalla Cecoslovacchia, rileggendo le dichiarazioni di quei terroristi quasi sconosciuti come Sandalo, come Giai e come altri che hanno parlato dei rapporti con i gruppi armati del 1978 (e qualcuno parla anche del 1977), sono quasi certo che c’è stata una connessione non solo con i gruppi armati terroristici dell’Est Europeo, ma anche con i servizi segreti stranieri, tant’è vero che la stessa RAF si sapeva perfettamente che era un’organizzazione che nella Germania orientale aveva rapporti con i servizi segreti di quel paese. Credo che ormai questa sia una cosa abbastanza certa.

Per quanto concerne la Gladio rossa, ovviamente di queste cose ho letto sui giornali, ma è chiaro che Moro ha parlato anche della Gladio, questo lo sappiamo tutti, e quindi quello che stava dicendo Moro è molto importante. Qui si parla della Gladio rossa e certamente la Gladio rossa c’è stata. So che sono state fatte delle indagini, non so a che livello, però qui non è importante. Quello che è sicuro è che i servizi segreti dell’Est sono stati implicati in questa storia. Mi permetto di richiamare ancora una volta l’attenzione di questa onorevole Commissione sui verbali delle dichiarazioni rese da Luigi Scricciolo in cui si parla di una rete di spie dei servizi segreti dell’Est. Egli è andato ad incontrare alcuni di questi personaggi pure a Sofia, a Vienna. Credo che questi fatti possano servire a dimostrare che c’era un’azione molto massiccia dei servizi segreti dell’Est a Roma e in tutta Italia dai primi anni ’70. Non è una grande scoperta, però vedere che questi avevano rapporti con un sindacalista della UIL, che era responsabile dei rapporti internazionali, il quale aveva avuto anche l’incarico di preparare l’attentato a Walesa, nel senso di dare delle informazioni sui suoi spostamenti, e però nello stesso tempo doveva far conoscere alle Brigate rosse – e questo può essere un punto interessante – le notizie che forniva Dozier dalla prigionia, allora sono indotto a ritenere che anche per Moro può essere successa la stessa cosa.. Infatti se noi retrodatiamo di qualche tempo questi avvenimenti, ci rendiamo conto che i servizi segreti dell’Est erano interessati a conoscere le cose che venivano dette dai prigionieri sequestrati dalle Brigate rosse. Io l’ho detto: si tratta di un passaggio molto importante. I verbali delle deposizioni di Luigi Scricciolo – e sono diverse pagine di verbali – dicono di questi collegamenti, si indicano anche delle persone che avevano incontrato Scricciolo sia a Roma che a Vienna durante l’attività di spionaggio da lui svolta. Tuttavvia egli faceva anche il doppio gioco perché egli andava all’ambasciata Americana e si incontrava con diplomatici americani per mettersi d’accordo per portare vettovaglie e alimenti in Polonia a Solidarnosc, perché lui era molto amico di Lech Walesa, di Bogdan Liss, di esponenti della resistenza Polacca.

VENTUCCI. Dottor Imposimato, io sono credente e come diceva Sant’Agostino c’è quel minimo di razionalità che gestisce i rapporti intersoggettivi. Allora, le ripeto ancora la domanda che le ha rivolto il senatore Pellegrino. Si tratta della storia, secondo me risibile e assurda, della seduta spiritica che mi auguro sia semplicemente un camuffamento di una notizia che, non sapendo come darla, fece nascere l’idea appunto della seduta spiritica. Non sarebbe opportuno sentire tutti i personaggi che parteciparono a tale seduta spiritica e sapere da chi hanno avuto l’informazione esatta? Le ripeto, questo mi interessa meno perché quello che mi interessa di più – e non vorrei che questa Commissione fosse, non dico deviata, per carità di Dio, ma che l’oggetto fosse spostato in avanti – è la domanda sugli elenchi e lei mi conferma che le mancano degli elenchi. Mi fa piacere che lei abbia detto che gli elenchi non ce l’ha, ma il rapporto del 1978 parla di elenchi e la chiusura dell’inchiesta fatta da Ionta, se non vado errato, parla di elenchi che alla Commissione non sono arrivati. Allora quello che è importante è mettere un punto fermo, e mi pare che lei questa sera abbia dato degli elementi importanti per mettere il punto fermo iniziale dell’evento, ma è importante che la Commissione acquisisca intanto questi elementi per dire "questo è un punto fermo, il rapimento Moro è stato fatto in questi modi e da questi soggetti". Questa è, secondo me, la cosa importante. Se andiamo avanti, poi, è chiaro ed evidente che dell’evento ci si impadronisce tutti.

IMPOSIMATO. Di questi elenchi non ho mai avuto conoscenza, se non attraverso i giornali. Ma non è solo di questi elenchi che non ho avuto conoscenza. Vedo che molte cose ci sono state taciute, forse per distrazione o per omissione. E’ un fatto che comunque noi non eravamo mai stati informati di elenchi che riguardano la Gladio rossa, né dei rapporti tra i brigatisti e i Cecoslovacchi.

PRESIDENTE. Questo richiama uno dei problemi che io ho posto durante l’audizione di Priore. Nel momento in cui noi dovessimo accertare che tutto questo era noto, resta il problema del perché viene coperto. E allora, un’altra volta, quelle che sembravano le componenti di schieramenti opposti che si muovono uno separatamente dall’altro finirebbero per essere in qualche modo collegate per lo meno da un patto omertoso per cui tutti sapevano degli altri e nessuno parlava, né tantomeno ne venivano informati i giudici.

VENTUCCI. Pare che lo sapesse pure Moro, Presidente, se lei ricorda.

MANCA. Signor Presidente, volevo fare una domanda all'onorevole Imposimato sul periodo degli anni '90, ma forse egli in quegli anni aveva già abbandonato completamente la sua attività.

PRESIDENTE. Era in Senato con noi.

MANCA. Peccato, perché volevo una conferma su alcune questioni in merito alle quali ho posto delle domande al giudice Priore alle quali egli non ha saputo rispondere. Ritornando a quanto risultato dall'attività di questa Commissione, lei avrà letto dai giornali dell'appunto Improta. Il 5 dicembre del 1990 Umberto Improta, allora questore di Roma, in una nota che era destinata al capo della Polizia, credo fosse Parisi, citava due appunti del Sismi, datati rispettivamente 8 e 11 giugno 1979 - la scoperta del covo di Viale Giulio Cesare è del 29 maggio - dedicati alla figura di Giorgio Conforto, il padre di Giuliana Conforto, il quale era, sembra ormai accertato, fiduciario a Roma del KGB e che era ritenuto agente di influenza nel settore politico. Quegli appunti erano messi in relazione all'attività di collegamento della figlia Giuliana con elementi di Potere operaio. Lei come spiega che quelle informazioni, di importanza cruciale ai fini delle indagini, non siano state mai trasformate in un rapporto e quindi trasmesse per competenza, come peraltro prescrive il codice di procedura penale, all'autorità giudiziaria? Vorrei poi sapere quale giudizio lei dà sulle ipotesi formulate da Improta per quanto attiene le ragioni in ordine alle quali il memoriale di Moro sarebbe stato trattenuto per poi essere presentato in un'epoca in cui poteva servire ad una certa parte politica.

PRESIDENTE. L'ipotesi di Improta è che i Servizi orientali sarebbero gli originari destinatari della documentazione Moro, e che poi tale documentazione sia stata messa in giro nel 1990 a fini di intossicazione della situazione politica italiana.

MANCA. Onorevole Imposimato, lei ha dimostrato di sapere quanto il giudice Priore ci ha detto a proposito dello studente russo. Vorrei un suo giudizio su quella vicenda. Per essere più specifico, lei ritiene che questo studente sia la prova di un concorso del KGB addirittura nel rapimento Moro oppure che egli svolgesse soltanto un'attività informativa generale che non aveva nulla a che fare con il rapimento?

IMPOSIMATO. Per quanto riguarda questo rapporto del dottor Improta, ovviamente, noi non ne siamo mai stati informati; io ne ho conosciuto soltanto alcune sintesi dai giornali. Ovviamente è molto grave il fatto che noi non siamo stati informati dei precedenti di Giorgio Conforto. Tra l'altro, io avevo il pallino di cercare di capire se c'era stata una partecipazione di servizi segreti stranieri e su questi avevo già concentrato, questo risulta dalla sentenza del 1982, la mia attenzione, perché ero certo che c'era stata una partecipazione di questi Servizi. Considero gravissimo che non ci siano stati dati elementi che mettessero in evidenza la figura di Giorgio Conforto, il quale appare come un vecchio di 79-80 anni che era andato a prendere i nipotini e che era capitato lì per caso, non come uno che abitava nella casa di Giuliana Conforto. Tra l'altro, di questa vicenda, per la verità, non perché voglia sottrarmi a delle risposte, si è occupato Francesco Amato; non so se lo ha interrogato lui oppure se ha interrogato Giuliana Conforto, comunque certamente dopo che furono arrestati Morucci e Faranda. Lei mi chiede se è possibile che il memoriale Moro sia stato acquisito dai servizi segreti orientali. Ritengo che sia possibile, non vorrei lanciarmi in ipotesi che poi non sarei in grado di provare. I servizi segreti orientali erano ormai massicciamente presenti - ormai è dimostrato - in questa vicenda. La vicenda dello studente Sergey Sokolov è grave per diversi aspetti. Innanzi tutto perché conferma, se questo è lo stesso Sokolov, come io credo, del dossier Mitrokhin, un interesse attivo dei servizi segreti russi alla partecipazione al sequestro. Noi non siamo stati informati di questo episodio, né da Tritto, né dal sottosegretario Lettieri; non siamo stati nemmeno informati, che io ricordi, dell'esistenza di questo comitato di crisi di cui faceva parte il sottosegretario Lettieri. Un fatto è sapere queste cose mentre è in corso il sequestro, un'altra è saperle a distanza di qualche anno, quando ormai sono scomparsi i protagonisti di questa storia. Quindi, questa vicenda Sokolov è molto grave, anche perché è un dato sicuro. Qui non stiamo parlando di un'ipotesi; sappiamo di questo studente russo, il cui nome e cognome coincide con quello di un agente del KGB che compare nel dossier Mitrokhin; quindi, questa vicenda merita un approfondimento straordinario. Tanto più che di essa sarebbe stato informato anche un agente dei servizi segreti, del SISMI. Non voglio enfatizzare ogni indizio ma, anche in questo caso, come mai non è stato fatto un rapporto inviato, sia pure con esito negativo, all'autorità giudiziaria, per consentirci perlomeno di fare delle rogatorie internazionali. Non avremmo avuto alcuna risposta, ma perlomeno le autorità straniere ed anche la pubblica opinione sarebbero state informate di ciò che stava accadendo alle nostre indagini, che trovavano ostacoli sul loro cammino a causa delle immunità e dei privilegi diplomatici. Quando abbiamo saputo della presenza di questo Ivan Dontchev, che era un agente bulgaro che si occupava delle Brigate rosse, e dell'attentato a Walesa, ci siamo dovuti fermare. Lui stava preparando un attentato a Walesa. Praticamente aveva questo doppio contatto: uno con i brigatisti rossi attraverso Luigi Scricciolo, un altro con quelli che avevano interesse a far fuori Walesa prima che venisse compiuto l'attentato al Papa. Infatti, Walesa è venuto in Italia nel gennaio del 1981 per far visita al Papa. Questo episodio mi incuriosisce molto e vorrei cercare di conoscerlo con tutte le mie forze ed in tutti i suoi dettagli per sapere chi era questo agente del SISMI, che è stato informato e che non ha informato la Polizia in modo da darci delle possibilità di investigazione. Questo è un fatto che considero veramente molto grave, anche perchè cononosco il professor Tritto, che peraltro non me ne aveva mai parlato, così come non ne aveva parlato a Priore.

MANCA. In verità lui ha detto tutto a Lettieri.

PRESIDENTE. Su questo le volevo fare una domanda. Lei si è interessato della prima indagine di Moro. Il corredo di informazioni di cui erano in possesso le BR nel preparare l'agguato a Via Fani era spesso: loro sapevano come era organizzata la scorta di Moro, avevano la quasi certezza che quel giorno la scorta sarebbe passata per via Fani, tanto è vero che tagliarono le gomme al furgone del fioraio. Ma a suo avviso che informazioni poteva aggiungere lo studente che aveva avvicinato Moro in facoltà? Questa è la domanda che mi pongo. Le Brigate rosse, infatti, per preparare il sequestro di Moro avevano condotto una inchiesta: ce ne ha parlato anche Morucci, il quale ci ha riferito che avevano due piani alternativi e che avrebbero potuto rapire Moro nella chiesa oppure effettuando una sparatoria in via Fani. In tal senso l’attività di questo studente che andava all’Università e girava intorno a Moro chiedendo delle informazioni, a suo avviso che cosa poteva aggiungere a quello che le Brigate rosse già sapevano? Ovviamente va tenuto presente che è grave che Tritto non ne abbia parlato, come del resto lo è anche il fatto che non si sia saputo che lui aveva questo sospetto ed altresì che non si sappia ancora chi sia l’ufficiale del Sismi che avrebbe minimizzato tutta la questione. Bisogna inoltre considerare che da quanto si evince dal dossier Mitrokhin questo giovanotto diventò agente del KGB nel 1981, mentre tutti questi fatti avvengono nel 1978. Si potrebbe ipotizzare che fosse uno studente che aspirando a diventare agente del KGB si andava procurando informazioni e che man mano inviava rapportini per far vedere che era bravo e che si informava

MANTICA. Questo è un comportamento molto italiano!.

PRESIDENTE. Fra gli slavi, i russi sono quelli che più ci somigliano!

IMPOSIMATO. Da quello che ricordo le Brigate rosse effettuarono diverse inchieste su Moro per individuare il luogo più adatto a compiere l’attentato ed il sequestro. Quindi le Brigate rosse con la brigata universitaria agirono all’interno dell’Università, poi condussero una indagine su via Savoia e sul percorso effettuato da Moro; credo pertanto che la presenza di questo studente potesse essere utile per escludere la possibilità di fare una operazione nell’università; tanto più che Moro pare che avesse detto allo studente che dal momento che non erano riusciti a rintracciarlo si erano dovuti rivolgere alla polizia. Innanzitutto bisogna tenere presente che non sappiamo chi fossero tutti gli altri soggetti con cui questo studente ebbe rapporti anche perché essendo stato a Roma per qualche tempo immagino che avrà avuto contatti con altre persone! Credo comunque che condurre una indagine su questo punto a distanza di 22 anni diventi difficilissimo. Al riguardo, personalmente ritengo che questo studente all’epoca fosse già un agente del KGB.

MANCA. Dottor Imposimato lei è orientato a credere …

IMPOSIMATO …a credere che costui ha avuto un possibile ruolo di partecipazione.

MANCA. Come interpreta quella ipotesi che è stata avanzata da un diplomatico italiano che conosceva bene la lingua russa....................

IMPOSIMATO. Si tratta di Rota.

MANCA. Costui sostiene che i primi 2 comunicati delle Brigate rosse fossero stati scritti originariamente in russo e poi tradotti in italiano in quanto la forma del periodo a suo avviso non era quella italiana, ma tipica della lingua russa. Qual è la sua opinione in proposito?

IMPOSIMATO. In proposito ho qualche perplessità. La tesi di Rota era molto suggestiva, costui faceva delle considerazioni, delle analisi …

MANCA. Lo conosceva?.

IMPOSIMATO. No, ho letto le sue dichiarazioni nei verbali anche perché ero incuriosito dalla questione dello studente. Nel verbale c’è anche il riferimento a questa vicenda, tuttavia non mi sembra che si trattasse di dati obiettivi. Rota probabilmente ha fatto una deduzione logica; era un diplomatico che ha fatto l’esperto semantico. Può darsi che quanto ebbe a sostenere fosse vero, tuttavia era difficile attribuire una rilevanza a questi fatti, secondo me c’erano altri elementi che portavano al KGB e ai servizi segreti dell’est. Mi riferisco alle dichiarazioni di molti terroristi che io stesso ho ascoltato e tra i quali c’era anche Rosanna Mangiameli, la quale ha riferito del viaggio effettuato in estremo Oriente da Maurizio Folini, detto "Armando" …

PRESIDENTE. Detto anche "Corto Maltese".

IMPOSIMATO …che si recò a Damasco dove si incontrò non con terroristi ma con diplomatici ed esponenti di paesi stranieri. In questo caso la questione diventa allarmante perché siamo nell’estate 1978 e questi rapporti erano già iniziati da prima.

PRESIDENTE. Di queste cose noi avevamo notizia. Personalmente mi è capitato di leggere alcuni documenti intorno alla vicenda di "Corto Maltese", ecco perché non ho mai dubitato e non ho trovato sorprendenti né le carte cecoslovacche, né quelle del dossier Mitrokhin. Infatti, non ho mai creduto all’idea che le Brigate rosse fossero il cubo di acciaio impermeabile di cui parlava Gallinari; penso comunque che le Brigate rosse siano state un fenomeno italiano; che fossero rosse ed anche che i comunicati se li scrivessero da soli perché non avevano bisogno che venissero scritti in russo per poi farseli tradurre in italiano. Tuttavia, sono convinto che almeno alcuni degli uomini delle Brigate rosse avessero una serie di rapporti …

IMPOSIMATO. … Andavano in Cecoslovacchia, vi è quella famosa chiave su cui è scritto "Praga".

PRESIDENTE. Su questo personalmente, ripeto, non ho dubbi e ogni nuovo dato di cui veniamo a conoscenza mi sembra confermi ipotesi di questo genere.

STANISCIA. Vorrei intervenire sull’ordine dei lavori. La mia non intende essere una provocazione, tuttavia da questo incontro si deduce che praticamente questi sovietici ci facevano ballare, facevano tutto loro ed erano così bravi. Se è opportuno vorrei presentare al riguardo un ordine del giorno per fare un elogio …

PRESIDENTE. Non si tratta quindi di un intervento sull’ordine dei lavori!

FRAGALA’. Senatore Imposimato, innanzitutto la ringrazio per la sua disponibilità. Desidero porle subito due problemi che riguardano la sua attività di giudice istruttore. Lei prima ha dichiarato che la procura di Roma effettuò una istruttoria sommaria a cura del dottor Infelisi fino all’uccisione dell’ostaggio e che dal 9 maggio 1978 l’istruttoria venne formalizzata e passò nelle vostre mani. Quello che mi domando è se sia vero che non si sia saputo nulla o al contrario che si fosse al corrente di ogni cosa rispetto alla questione della eterodirezione da parte del KGB e dei servizi segreti dei paesi del Patto di Varsavia delle Brigate rosse durante il sequestro Moro. A mio avviso, invece, per quanto riguarda le indagini vi è stata una sorta di blocco in questa direzione. Dico questo perché nel 1978, con il cadavere di Moro ancora caldo …

PRESIDENTE. Erano passati 5 mesi dalla sua morte.

FRAGALA’. Mi riferisco al fatto che ce ne occupiamo dopo 20 anni e che l’ottobre del 1978 era veramente un momento cruciale per le indagini perché si trattava dei primi mesi successivi all’omicidio. Renzo Rossellini, che era uno dei capi dell’estremismo di sinistra e direttore "Radio Città Futura" - colui che aveva anticipato 45 minuti prima con l’annuncio alla radio la notizia che di lì a poco sarebbe stato colpito lo Stato al cuore con il sequestro Moro – rilasciò una intervista al quotidiano francese "Le Matin" che fu pubblicata da "Lotta continua" e anche dal "Secolo d’Italia". In tale intervista Renzo Rossellini dichiarò che in Italia esisteva un vero e autentico partito sovietico che stava cercando di destabilizzare il paese e altresì che il terrorismo all’interno di quella strategia diventava un fenomeno più militare che politico; inoltre spiegò quello su cui tutti avevano fatto finta di lambiccarsi il cervello e cioè perché le Brigate rosse dopo aver ucciso la scorta e Moro non avessero utilizzato il materiale dell’interrogatorio. Dice Renzo Rossellini nell’ottobre del 1978: "Ebbene, prendiamo un esempio. Perché non è apparso nulla sulla stampa delle clamorose rivelazioni che le BR ci annunciavano in seguito al processo Moro? Ebbene, è spiegabile. Probabilmente è imputabile al fatto che il loro scopo non consisteva nel renderle pubbliche poiché le Brigate rosse in quel momento giocavano soprattutto un ruolo di informazione in senso classico. Questa è, del resto, la ragione per cui Moro è stato immediatamente e inevitabilmente condannato a morte". Cioè, Rossellini, dall’interno della galassia dell’estrema Sinistra dice che era chiaro che questo sequestro era un sequestro per motivo di spionaggio classico (prendere Moro, farlo parlare e passare le informazioni al KGB); quindi l’ostaggio non poteva essere liberato, doveva essere inevitabilmente ucciso alla fine del processo. E poi spiega che tutto è cominciato durante l’ultima guerra, una frazione dell’Armata Rossa si impadronì della Resistenza, all’interno del Partito comunista tenne, attraverso la vigilanza, questo tipo di apparato militare, eccetera. La prima domanda è questa: ma insomma, di fronte ad una intervista così clamorosa dell’ottobre del 1978, non fatta da un fesso qualunque, ma da un esponente di primo piano (che tra l’altro dice nell’intervista: noi queste cose le abbiamo dette ogni giorno dal sequestro Moro in poi alla radio, quindi le sentivano tutti), voi che svolgevate l’istruttoria formale, Rossellini lo avete interrogato su queste cose?

IMPOSIMATO. Rossellini è stato più volte interrogato, è stata anche arrestata la moglie, la convivente, Personé Chantal, che ospitava un brigatista rosso di nome Zanetti. Ma questo è un episodio che fa il pari con l’altro episodio, che per me è ancora più grave, cioè di un Moro che si rivolge al capo della polizia, gli dice: guarda, io sto subendo dei pedinamenti, mi stanno minacciando, eccetera; il capo della polizia, lo ha dichiarato a verbale a noi, ha detto: il 15 marzo sono andato da Moro per dirgli che era tranquillo. Lui è venuto tranquillamente a dirci una cosa di una gravità inaudita, cioè che aveva rassicurato – di questo bisogna dare atto al dottor Parlato Moro sull’inesistenza di complotti nei suoi confronti. Rossellini ci viene a dire che lui queste cose le aveva intuite, le aveva dedotte, le aveva sentite, le aveva captate nell’area dell’autonomia perché, come ha detto Priore, si viene a sapere che questa cosa era quasi di dominio pubblico, cosa che però lascia ancora più il dubbio che forse si poteva fare qualche cosa prima per salvare Moro, prima del 16 marzo. Cioè, i segnali che erano stati colti da Moro, da Leonardi e da tutta la famiglia erano così gravi e così ripetuti (Di Bella, eccetera) che potevano indurre qualcuno, che aveva il dovere di farlo, a proteggere Moro. Però questo non poteva indurci ad arrestare Rossellini, perché non c’era un elemento …

FRAGALA’. No, ma a fare le indagini su quelle cose gravissime che lui rivelava sì.

IMPOSIMATO. Le indagini le abbiamo disposte, anzi abbiamo ripetutamente chiesto la sua collaborazione. Tra l’altro lui per molto tempo si è reso "uccel di bosco", perché se ne andava in Francia; quindi noi continuamente abbiamo tentato di chiamarlo, di richiamarlo, di sapere, eccetera. Lui, ovviamente, per moltissimo tempo si è reso irreperibile praticamente; però poi alla fine è venuto a fare queste dichiarazioni quando ormai io ero già andato via …

PRESIDENTE. Che sia uno dei capi della galassia di Sinistra mi sembra piuttosto improbabile, perché è una persona che è sempre andata e venuta dagli Stati Uniti. Si sa che gli Stati Uniti erano attentissimi nel concedere i visti di ingresso …

FRAGALA’. Se la seconda moglie di Rossellini teneva a casa un brigatista rosso latitante, è chiaro che era un esponente della galassia di Sinistra!

PRESIDENTE. Facciamolo dire a Imposimato: voi lo ritenevate un capo della galassia di Sinistra?

IMPOSIMATO. No, non era assolutamente un capo, come poi le indagini hanno dimostrato, perché tutti quelli che hanno collaborato per fare i nomi di tutti i partecipanti all’organizzazione delle Brigate rosse, o di Prima Linea, eccetera, non hanno mai fatto il nome di Rossellini. Rossellini era uno che aveva molto il gusto dello spettacolo, che aveva molti collegamenti, che peraltro viveva separato dalla moglie Personé Chantal quando questa venne arrestata insieme al brigatista rosso, e aveva collegamenti con quelli dell’autonomia. Sarebbe interessante sapere come mai questa notizia data 45 minuti prima non abbia indotto chi aveva il dovere di intervenire a fare qualche cosa per impedire il sequestro Moro. Comunque, le indagini in genere le fanno quelli della polizia, i giudici istruttori le delegano …

FRAGALA’. Secondo problema sulle indagini. Nel 1979, come lei ha detto, viene scoperto il covo di viale Giulio Cesare n. 47. Ebbene, a prescindere da Morucci e Faranda, e a prescindere dal nonno Conforto, che mi sembra un nonno ottuagenario assolutamente innocuo, c’era però un fatto che nei confronti dell’autorità giudiziaria aveva una esposizione criminale enorme. Cioè la proprietaria dell’appartamento, Giuliana Conforto, che insegnava assieme a Piperno all’università di Cosenza, teneva nella propria casa non soltanto i due latitanti assassini di Moro, ma teneva anche sul letto delle bambine la famosa mitraglietta Skorpion cecoslovacca che aveva ucciso Moro e poi una casa piena di armi e di documenti delle Brigate rosse. Com’è che costei dopo poco tempo viene assolta e liberata?

IMPOSIMATO. Di questo fatto non mi sono occupato io, se ne è occupato Francesco Amato. Io devo dire che secondo me lei era consapevole dell’identità, anche se lei ha sempre negato, come risulta dagli atti, di Morucci e Faranda. Quindi, lei è stata arrestata – poi noi abbiamo continuato le indagini su tutti i reperti che abbiamo trovato – ma io credo che nessuno potesse immaginare, se non c’era qualcuno che dalla polizia riferiva queste cose, che questo Giorgio Conforto …

PRESIDENTE. Qui ritorna il problema. Il problema è che dalle carte che si trovano sembra che il Ministero dell’interno lo sapesse, o perlomeno che avesse elementi per saperlo.

IMPOSIMATO. E’ una cosa che bisognerebbe chiedere al Ministero dell’interno. Perché non ci hanno informato?

FRAGALA’. Nel 1979 con le leggi di emergenza e dopo l’uccisione di Moro bastava avere a casa una pistola ad acqua per finire a Rebibbia chissà per quanti mesi. Che la proprietaria di un appartamento, che era pieno di armi, in cui erano due latitanti di questo livello poi venga assolta, il Ministero dell’interno non c’entra niente. Questo è un atto di insipienza giudiziaria. Come si fa a non ritenere possibile che una persona di questo genere sia consapevole e concorrente in una serie di reati con i suoi ospiti, ma soprattutto con la propria casa imbottita di armi. Insomma, solo Totuccio Contorno, per interventi che noi sappiamo, è stato assolto a Termini Imerese per una vicenda di questo genere; però lì è un problema di pentitismo e di protezione da parte del Ministero dell’interno, ma in quel caso io non credo che ci potesse essere una protezione del Ministero dell’interno ed un condizionamento della magistratura giudicante per assolvere questa tizia che era stata trovata con le mani nel sacco di reati gravissimi. Lei come spiega una cosa di questo genere, che è incredibile?

IMPOSIMATO. Tot capita, tot sententia. Io onestamente non sono in grado di dire le ragioni che hanno indotto Francesco Amato a fare una sentenza di proscioglimento. Quindi è difficile dirlo se non si hanno tutte le carte, e le indagini erano divise fra i vari appartenenti al pool. Ma io, ripeto, ho fatto indagini soprattutto sui reperti. Ho fatto un elenco specifico dei reperti, cercando di conoscere la provenienza degli Sterling, degli Skorpion, degli AK 47 Kalashnikov. Abbiamo seguito tutti i percorsi delle armi e le notizie che sono in possesso … Adesso ho saputo che la Conforto aveva collegamenti con qualcuno che abitava in via Gradoli, ma quando lo abbiamo saputo? Personalmente l’ho saputo 10 giorni fa. Non si può fare attività divinatoria e immaginare. Credo che non tutte le cose che erano a conoscenza del Ministero dell’interno ci siano state riferite.

MIGNONE. Desidero chiederle un chiarimento in merito ad un’affermazione che lei ha fatto stasera. Lei ha detto che Gallinari, prima dell’assassinio di D’Antona, le ha chiesto di parlarle. Come mai lei ha collegato il nome di Gallinari a quello di D’Antona? Il colloquio c’è stato? Se c’è stato, Gallinari le ha rivelato qualcosa di nuovo sul caso Moro o le ha anticipato qualche elemento sul caso D’Antona?

IMPOSIMATO. Se mi avesse riferito qualcosa del genere, sarebbe stato mio dovere informare la magistratura e la polizia. Gallinari mi ha dato l’impressione di essere completamente al di fuori della lotta armata. Lui riteneva che non fosse più possibile una ripresa della lotta armata e quindi delle Brigate rosse. Per quanto riguarda le rivelazioni sul caso Moro, Gallinari è sempre stato chiuso su tutto quello che riguardava la vicenda Moro. Ha sempre voluto rivendicare l’integrità rivoluzionaria, la compattezza delle Brigate rosse, la non permeabilità delle Brigate rosse rispetto alle altre formazioni o ai Servizi segreti. Gli dissi che non era detto che ciascun brigatista rosso sapesse tutto quello che accadeva nell’organizzazione; che egli non poteva garantire su quello che era successo dopo il 16 marzo, perché era impossibile sapere tutto quello che si era mosso dopo quella data per determinare l’evento.

PRESIDENTE. Se ho ben capito la dinamica di tutta la vicenda, Gallinari non esce mai da via Montalcini, rimane sempre dentro con Moro.

IMPOSIMATO. Infatti, lui è rimasto sempre là; certamente sapeva molte cose perché stava in quel luogo.

PRESIDENTE. Rischiava di passare come l’esecutore materiale della sentenza di morte mentre dopo abbiamo scoperto che era stato Moretti.

IMPOSIMATO. A proposito della presenza di Gallinari in quel luogo, quando le persone che stavano in via Montalcini avevano detto che si voleva fare una irruzione in quella base, anche in questo caso era probabile che Moro fosse già stato ucciso, ma i brigatisti erano ancora nell’appartamento. Pertanto, un’irruzione nella prigione avrebbe consentito di trovare Gallinari e gli altri, nonché documenti che sarebbero stati utili. Lo dico perché quando ho sentito i coniugi Manfredi, essi hanno dichiarato che i funzionari gli avevano detto che sarebbe stata fatta un’irruzione e che non dovevano parlare. Poi, di questa irruzione non si è più saputo nulla. Gallinari su questo non ha fatto rivelazioni, mi pare che l’unica sia stata Laura Braghetti. A Gallinari interessava l’integrità.

PRESIDENTE. Quando sarebbe dovuta avvenire questa irruzione?

IMPOSIMATO. Nell’estate del 1978, prima della vendita dell’appartamento.

PRESIDENTE. Con il permesso del collega Mignone, vorrei rivolgere una domanda al senatore Imposimato. Lei ritiene che sia possibile che l’irruzione non sia stata fatta, che in via Montalcini non si sia entrati, che la Braghetti e gli altri non siano stati presi, perché ciò che in quel momento interessava era recuperare le carte? Si stava quindi seguendo un’altra pista, che parte da Firenze e porta a via Monte Nevoso, che consente il recupero delle carte. A Fragalà vorrei dire che se fosse vera l’ipotesi di Rossellini, non si capirebbe perché le Brigate rosse conservino le fotocopie, per chi le dattiloscrivano. Se il compito era solo informativo, la distruzione di una copia dell’informazione sarebbe rientrata in quella logica. Penso che la vicenda sia più complessa.

IMPOSIMATO. Mi sono limitato ad indicare un fatto, che a verbale i coniugi Manfredi hanno detto …

PRESIDENTE. E’ certo che dall’estate 1978, il primo colpo forte che si realizza contro le Brigate rosse è il blitz in via Monte Nevoso a Milano. Viene decapitato mezzo vertice delle Brigate rosse ma soprattutto vengono trovate delle carte.

IMPOSIMATO. Non tutte le carte. Sono state trovate soltanto quelle parti del memoriale che erano depurate, mancavano circa 60 lettere di Moro ed anche parti importanti del memoriale di Moro.

PRESIDENTE. Vi furono trasmesse le carte trovate nel 1978 in via Monte Nevoso?

IMPOSIMATO. Le carte del 1978 no, perché furono trasmesse a Milano che procedette per conto proprio. A distanza di tempo ci siamo fatti dare l’elenco delle cose sequestrate nella base di via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. Per un problema di competenza territoriale, non vi siete posti domande sul modo in cui Dalla Chiesa arriva in via Monte Nevoso?

IMPOSIMATO. Abbiamo cercato di capire. Ci dissero che da tempo stavano pedinando Azzolini e Nadia Mantovani ma non sappiamo molto su come fossero riusciti ad agganciare Azzolini e su come fossero riusciti ad arrivare a via Monte Nevoso; di questo si è occupato, se non ricordo male, Ferdinando Pomarici.

PRESIDENTE. Desidero fornire un’informazione alla Commissione. Da un accertamento di poche ore fa, risulta in maniera impressionante come la trasmissione di alcuni documenti che erano dentro il borsello avviene da Firenze a Milano il 31 agosto: il primo settembre i carabinieri già mostrano in giro la fotografia di Azzolini e hanno già indicazioni precise su alcuni numeri civici di via Monte Nevoso. Stranamente, sono tutti numeri sulla sinistra della strada, in quanto sono tutti dispari. Ogni volta che facciamo un piccolo passo avanti nella vicenda, mi confermo nella certezza che la storia sul come si è arrivati a via Monte Nevoso sia abbastanza inventata, equivale alla seduta spiritica. E’ un modo artefatto per coprire la fonte che dà la notizia e l’informazione. Mi pongo una domanda. Dopo che a Merano Dalla Chiesa non aveva avuto pieni poteri da parte di Rognoni e Andreotti, da quel momento egli segue una pista tendente soprattutto a ritrovare le carte, più che a riprendere i rapitori e i carcerieri di Moro. In quel momento, ciò che interessava ai fini della sicurezza era sapere che cosa aveva detto Moro alle Brigate rosse. Era questa l’ipotesi di lavoro che ho ritenuto di offrire alla riflessione della Commissione.

IMPOSIMATO. Mi pare che questa ipotesi sia stata prospettata nell’ultima relazione e la credo possibile, perché Moro aveva sicuramente fatto dichiarazioni molto importanti che erano state sottovalutate dalle Brigate rosse. Il generale Dalla Chiesa ne era ben consapevole, aveva probabilmente la disponibilità di una parte delle dichiarazioni che poi sono state ritrovate nel 1990. E’ logico che mancando gli originali, poteva pensare che queste dichiarazioni erano ancora piene di notizie che potevano aiutare a capire altri misteri d’Italia. Tra l’altro, se ne parla già in quelli del 1978 e del 1990. Le carte di Moro – e condivido l’ipotesi della Commissione – potrebbero essere anche finite in qualche paese dell’est dell’Europa, proprio perché ricordo l’interesse degli agenti segreti dell’est ad avere dichiarazioni e informazioni su quello che era successo 2 o 3 anni dopo.

PRESIDENTE. In ordine a questo punto se non è vera lipotesi del senatore è sorprendente che questi documenti non siano ancora emersi.

MANTICA. Senatore Imposimato, le pongo una classica domanda che si rivolge a venti anni di distanza dall’avvenimento e faccio riferimento ad alcuni atti relativi all’attività da lei svolta in quel periodo. Il 9 febbraio 1984 lei completò la seconda istruttoria sul caso Metropoli (la prima era stata condotta da Francesco Amato). In quella inchiesta, che poggiava sulle testimonianze di alcuni pentiti, siete riusciti a dimostrare i rapporti sostanziali intercorrenti tra Potere operaio, Autonomia operaia organizzata e Brigate rosse. Nella seconda istruttoria, invece, lei cercò di capire se questa struttura aveva possibilità di intervento nel caso Moro. Nell’ambito di quella indagine interrogò Saverio Tutino, capo dei servizi della Repubblica, Enrico Deaglio, direttore di Lotta continua, Livio Zanetti, direttore dell’Espresso, Guido Quaranta dell’Espresso, Paolo Mieli, capo servizio cultura dell’Espresso - faccio riferimento alla loro qualifica di quel tempo -, Mario Scialoja dell’Espresso, Valentino Parlato del Manifesto e Stefano Lepri, ex Ansa–Giorno, e quindi dell’Espresso, tutti personaggi inseriti in quella che lei definisce una zona grigia, molto attiva durante il sequestro Moro, alla quale facevano capo anche gli ex leader di Potere operaio, Piperno, Pace e Scalzone. Questi tre personaggi gravitavano nell’ambito della lobby - non so più come chiamarla - di Giuliana Conforto. All’interno di questo ambiente - perché non dirlo? - vennero attivati dal Partito socialista - che, peraltro, dal dossier Mitrokhin risulta molto inquinato da presenze del KGB - quei canali riservati che serviranno per arrivare alla colonna romana delle Brigate rosse. Patrizio Peci, da lei interrogato il 3 giugno 1980, ha affermato che esiste un collegamento tra Morucci e Faranda e gli autori degli articoli apparsi, ad esempio, sull’Espresso. Con il senno di poi, se questi collegamenti sono veri - tenendo anche conto di alcune informazioni presenti nel dossier Mitrokhin - lei ritiene che l’istruttoria e che le indagini possano avere subìto o patito intralci, deviazioni o condizionamenti da questa struttura, da questa zona grigia che certamente ha operato e ha influito sull’opinione pubblica? Le porto un ulteriore esempio. Tra il 26 marzo e il 23 aprile 1978, cioè durante il sequestro Moro, Mario Scialoja scrisse una serie di articoli in cui per la prima volta si ipotizzava una spaccatura in seno alle Brigate rosse. Peci ha dichiarato che questo tipo di informazione non poteva essere desunta dai comunicati delle Brigate rosse e che, quindi, evidentemente le informazioni di cui Scialoja, o questo giornalista, disponeva erano maggiormente riconducibili a informazioni provenienti da elementi interni dell’organizzazione. La dichiarazione di Peci ribadirebbe il fatto che tra questa zona grigia, Giuliana Conforto legata ai suoi esponenti, Potere operaio, Autonomia operaia e Morucci e Faranda esisteva una serie di collegamenti, anche durante il sequestro Moro. A suo avviso, alla luce delle informazioni di cui oggi disponiamo, tali collegamenti sono maggiormente confermabili? Questa zona grigia ha inciso nel creare i presupposti e ha potuto deviare le indagini e l’istruttoria?.

IMPOSIMATO. La domanda è molto interessante. Noi, ovviamente, ci siamo posti il problema di queste notizie e delle precise informazioni che venivano utilizzate da Scialoja, tanto più che Scialoja fu arrestato da Sica per il reato di favoreggiamento anche se poi il processo fu condotto in sede di istruttoria sommaria. Ritengo che in quel caso ci sia stata un’azione di controinformazione perché per le Brigate rosse – del resto abbiamo potuto constatarlo anche con il dossier Mitrokhin – la questione della propaganda dell’informazione e della controinformazione era vitale, innanzitutto per ottenere consenso e poi per sviare. Ad esempio, le Brigate rosse hanno utilizzato la tecnica di lasciare tracce sui pantaloni di Moro per fare credere – come poi è successo – che l’ostaggio fosse stato condotto sul litorale laziale, ad Anzio o ad Ostia. Ritengo che sia stata operata un’azione di informazione e di controinformazione da parte di esponenti delle Brigate rosse ma anche da parte di esponenti contigui a questa formazione.

MANTICA. Stiamo parlando di zona grigia.

IMPOSIMATO. Mi riferisco, infatti, agli esponenti di Metropoli in ordine ai quali ho ritenuto che ci fosse stata una partecipazione al sequestro Moro. Infatti, io ho richiesto un rinvio a giudizio per determinati soggetti - anche se la Corte non ha ritenuto che ci fossero prove - utilizzando tutti i collegamenti che gli esponenti di Metropoli avevano con le Brigate rosse. A distanza di anni poi abbiamo scoperto che un personaggio inserito nella struttura di Metropoli con un ruolo determinante, Alvaro Lojacono, rappresentava un elemento di collegamento tra le Brigate rosse e il gruppo di Metropoli. Dobbiamo considerare che dell’intera vicenda relativa a Metropoli siamo venuti a conoscenza con un anno e mezzo di ritardo, dopo la pubblicazione del giornale in cui veniva ricostruita la storia delle trattative per il sequestro Moro. Pertanto, è stata condotta anche una gravissima operazione di inquinamento dell’informazione attraverso l’utilizzo di personaggi legati a Morucci e a Faranda; del resto, credo che Scialoja avesse con loro un rapporto diretto e probabilmente era collegato anche a Lojacono e a Lanfranco Pace, un brigatista rosso uscito e poi forse rientrato. Inoltre, la moglie di Lanfranco Pace, Stefania Rossini, è diventata anche una collaboratrice dell’Espresso. Ricordo di averla arrestata, interrogata e in qualche modo sottoposta a indagini molto severe; quindi, a distanza di qualche tempo, ho scoperto che era diventata collaboratrice di questo giornale.

MANTICA. Lei non sostiene, come Mitrokhin, che l’Espresso sia stato finanziato dal KGB?

IMPOSIMATO. Questo forse sarebbe da approfondire ma io mi limito a riferire alcuni episodi. Esisteva una zona grigia che poi è diventata sempre meno grigia rispetto all’inizio proprio perché alcuni personaggi hanno assunto un ruolo molto importante. Infatti, abbiamo scoperto la presenza di Maccari che certamente non apparteneva alle Brigate rosse ma a quella fascia grigia, a quel movimento di cui facevano parte Morucci, Faranda e Lojacono, i quali avevano collegamenti con quelli di Metropoli. Tutta questa parte delle indagini è stata scoperta solo a distanza di anni, quando cioè è difficile individuare gli esatti contorni delle vicende. Mi rendo conto che la domanda posta dal senatore Mantica ha una ragion d’essere ma credo che, purtroppo, alcuni giornali e alcuni giornalisti abbiano svolto volontariamente o involontariamente un’opera di spallegiamento, di fiancheggiamento e di disinformazione.Ha sicuramente ragione Peci nel sostenere che le notizie relative al contrasto interno alle Brigate rosse tra l’ala militarista e quella che faceva capo a Morucci e Faranda non potevano essere desunte in alcun modo dai comunicati emessi durante questo periodo, proprio perché si trattava di notizie troppo precise.

MANTICA. Senatore Imposimato, si ricorda in quale istruttoria sono finiti gli atti relativi agli accertamenti da lei svolti insieme al collega Priore nel ghetto ebraico di Roma sulla scorta delle dichiarazioni di Elfino Mortati? Glielo chiedo perché vorrei ricevere un aiuto da lei, dal momento che non sono riuscito a trovarli. Sono stati inseriti in qualche processo Moro o, se si ricorda, sono stati stralciati e mandati in archivio?

IMPOSIMATO. So che questi verbali sono stati fatti. Il problema dei verbali che ogni tanto si perdono è serio: ripeto che non sono riuscito ad avere le dichiarazioni fatte ripetutamente da Luigi Scricciolo.

PRESIDENTE. I funzionari mi hanno fatto vedere che noi abbiamo una serie di verbali.

IMPOSIMATO. Non sono riuscito a trovare quelli che riguardano le confessioni di Luigi Scricciolo, che io ho chiesto ripetutamente. Questi verbali li sto cercando da tempo. Si tratta di verbali che dovrebbero essere pubblici, non più coperti da segreto. Non so quale sia stata la destinazione finale degli atti di cui lei parla perché poi tutti i processi dopo il Moro bis sono stati seguiti da Rosario Priore, da Claudio D’Angelo e da Francesco Amato. Ho chiesto anche a Rosario Priore dove potessero essere finiti; credo che purtroppo alcuni di questi processi sono stati archiviati, per cui bisogna andare a pescare tra i processi archiviati, così come bisogna – secondo me – cercare di recuperare i verbali di Luigi Scricciolo. Non sono dunque in grado di rispondere.

FRAGALA’. Come mai la nostra Commissione non ne è in possesso?

PRESIDENTE. Perché noi abbiamo quelli ereditati dalla Commissione Moro. Mi dicevano i funzionari che bisogna guardare meglio fra tutti gli atti della Commissione Moro.

FRAGALA’. Si parla della Bulgaria?

IMPOSIMATO. Sì, ma soprattutto si parla di questa rete di spie che operava a Roma, non solo dei bulgari ma anche di agenti segreti di altri paesi dell’Est.

PRESIDENTE. Ma lei ha chiesto a Scialoja quale fosse la fonte di informazione sulle possibili carte di Moro che mancavano? Egli infatti subito dopo il ritrovamento delle carte in Via Montenevoso pubblica due articoli in cui dice che le carte non sono state date per intero alla magistratura. Dice delle cose molto precise: per esempio che manca il verbale in cui Moro parla degli accordi segreti NATO, in virtù dei quali il Mossad in Italia aveva potuto uccidere diverse persone, fra cui un certo Wael Zfaiter, rappresentante di Al Fatah in Italia, descrivendo gli accordi in base ai quali i Servizi segreti dei paesi NATO e quelli israeliani possono agire sul nostro territorio nazionale. Dice una cosa di questa precisione. La domanda su quale fosse la sua fonte informativa gliel’avete rivolta?

IMPOSIMATO. La domanda è stata posta soprattutto da chi lo ha arrestato, dal pubblico ministero. Sicuramente il dottor Sica gli ha chiesto la fonte informativa e proprio per questo lo ha arrestato, proprio perché si è rifiutato di rivelare la fonte di queste notizie così precise che egli aveva riportato. Questo però è stato un processo istruito in sommaria, cioè dovrebbero esserci le dichiarazioni rese da Scialoja su questo punto, molto lunghe, dopo l’arresto.

PRESIDENTE. Facciamo invece l’ipotesi che questa domanda specifica non gli fosse stata posta: che impressione ne avrebbe?

IMPOSIMATO. Credo sia quasi impossibile, perché la domanda era doverosa su dove avesse preso delle notizie così precise.

PRESIDENTE. Per adesso mi accontento di questa sua risposta. Ho curiosità di sapere se questa domanda gli è stata rivolta.

MANTICA. Possiamo audire Scialoja.

PRESIDENTE. E’ già nell’elenco dei nomi che vi ho proposto di audire.

IMPOSIMATO. Forse bisognerebbe prendere i verbali delle dichiarazioni rese al dottor Sica.

PRESIDENTE. Dovremmo sentire anche Sica.

DE LUCA Athos. La ringrazio a nome della Commissione perché lei per due volte ha rivolto degli apprezzamenti per il lavoro svolto dalla Commissione. Siccome spesso abbiamo ricevuto molte critiche ci fa piacere che qualcuno apprezzi il nostro lavoro. Credo che questa audizione sia importante, così come le cose che ella ha detto, perché ha avuto un’importante esperienza di magistrato che ha operato nei momenti caldi della vicenda. Quindi ha delle testimonianze vive e quella lucidità che viene da chi ha il contatto diretto con personaggi e situazioni per cui vive il clima diretto di quel periodo. Però ha avuto anche l’opportunità di esaminare successivamente, da un punto di vista più distaccato, quella vicenda. Pertanto do molta affidabilità e attendibilità alle cose che lei ci dice.

IMPOSIMATO. La ringrazio.

DE LUCA Athos. Fatta questa premessa le rivolgo alcune domande. In pratica, anche dallo scenario che lei dipinge, che in realtà sia all’Est che all’Ovest, da molte parti, il personaggio Moro era diventato scomodo e quindi vi era la volontà di spingere perché si arrivasse a quell’epilogo. Ma allora le brigate rosse hanno operato sotto pressione, facendo degli accordi, dei patti con qualcuno o hanno operato invece secondo un loro disegno autonomo per cui l’esito è stato una decisione loro, interna, oppure vi è stata un’influenza, vi è stato il condizionamento di altri? Noi abbiamo audito alcuni ex brigatisti che godono dei benefici di legge nella loro situazione attuale. Ho la convinzione che non ci abbiano detto tutta la verità, tutto quello che sanno. Vorrei sentire la sua opinione; è mia convinzione personale che non dicano tutto quello che sanno. In tutto questo suo discorso c’è un soggetto che non è stato evocato e io vorrei farlo: il potere politico (i Presidenti del Consiglio e i Ministri dell’interno dell’epoca) era inconsapevole, ignaro di tutto questo, oppure era consapevole e in qualche modo silente, nel senso che accettava supinamente le logiche che stavano portando a quell’esito e non è intervenuto perché quell’esito era funzionale ad un disegno generale e quindi ha accettato questa cruda realtà senza intervenire?

IMPOSIMATO. La ringrazio per queste domande che mi danno la possibilità di ricollegarmi ad una parte delle indagini che ho fatto nel corso del processo Metropoli, in cui mi sono occupato della vicenda dell’Hyperion e del nostro viaggio che abbiamo fatto in Francia. E’ una domanda molto importante sulla quale bisogna essere anche molto precisi. Lei chiede se le Brigate rosse possono aver subito l’influenza da parte di altre forze esterne all’organizzazione. A distanza di tempo io credo che non ci siano dubbi che questo si è verificato. Ripeto, è un ragionamento di ordine logico ma anche storico, perché le Brigate rosse avevano un collegamento strettissimo con la RAF (Rote Armee Fraktion), un’organizzazione che aveva un collegamento con la Germania Orientale molto stretto; questo ci è stato detto nel corso di alcune dichiarazioni che adesso non ricordo, ma comunque è sicuro che le Brigate rosse avessero questo stretto legame con la RAF, che a sua volta aveva un collegamento con gli agenti della STASI. Quindi questo è già un primo dato, ma soprattutto quello che mi lascia molto pensare a un’influenza…

PRESIDENTE. Conosco il suo pensiero, l’ha già espresso prima, però forse per il verbale sarebbe meglio precisare: quando lei dice le Brigate rosse pensa a tutte le Brigate rosse o solo ad alcuni degli uomini di vertice?

IMPOSIMATO. Penso ad alcuni degli uomini di vertice perché c’erano sicuramente alcuni referenti di gruppi terroristici stranieri che non dovevano comunicare agli altri le notizie su questi rapporti internazionali. Che io ricordi, tra quelli che avevano rapporti con l’Est c’erano Azzolini, Moretti, poi Senzani.

PRESIDENTE. Personaggi come Dura, come Micaletto, per quanti sforzi io faccia non riesco a pensare che potessero non essere convinti della purezza …

IMPOSIMATO. Infatti c’era una compartimentazione all’interno delle Brigate rosse rispetto a quelli che avevano rapporti con i gruppi stranieri e anche con elementi di servizi segreti stranieri. Qui vorrei introdurre il discorso dell’Hyperion. La vicenda dell’Hyperion è stata oggetto di indagine ma senza molta fortuna. Oggi, rileggendo la mia ordinanza sentenza sul caso Metropoli, ho potuto verificare che già allora c’era stato uno che aveva detto che gli esponenti dell’Hyperion che vivevano in Francia dal 1970 - Vanni Molinaris, Duccio Berio e Simeoni, che erano molto legati a Moretti - erano venuti in Italia durante il sequestro Moro ed erano in collegamento con le Brigate rosse.

PRESIDENTE. Salvoni in particolare. Quello che esce sulle fotografie della polizia, se non sbaglio, è Salvoni, il marito della nipote dell’Abbé Pierre.

IMPOSIMATO. Tutte le attività che riguardano questi signori che in Francia si preoccupavano di far avere le armi alle Brigate rosse, di contattare gli elementi dell’OLP che a loro volta contattavano i servizi segreti stranieri, che avevano rapporti con agenti segreti di vari paesi, che evidentemente hanno fatto avere ai servizi segreti francesi (credo che Rosario Priore lo abbia detto) la notizia che stavano per rapire un personaggio politico importante (e noi abbiamo letto questo appunto che non c’è stato consegnato perché non ce l’hanno voluto consegnare), questa serie di fatti che riguardano l’intensa attività svolta dal gruppo di Hyperion con azioni concrete che significavano contatti per far avere alle Brigate rosse e a tutti i gruppi armati quantità ingenti di armi che passavano il confine di Ventimiglia, ma anche armi che passavano dal Libano, queste attività sono avvenute sicuramente, secondo me, attraverso contatti con agenti segreti e con gruppi di terroristi che, a loro volta, avevano rapporti con esponenti di servizi segreti dei paesi dell’Est. Questo credo che ormai si possa dire. Anche qui, pensando a quello che c’è stato prima e a quello che c’è stato dopo, il fatto dei bulgari che si occupano nel 1980, quindi a distanza di due anni, in maniera così massiccia delle Brigate rosse e che le spingono ad intensificare la lotta armata, a mio parere non inizia nel 1980 ma sicuramente dal momento in cui i cecoslovacchi hanno cominciato a preparare, ad addestrare alcuni brigatisti rossi, quei brigatisti rossi che sono andati in Cecoslovacchia.

PRESIDENTE. Come valuta la possibilità che tutto questo condizionamento dall’esterno si intensifichi intorno al 1975, cioè quando Maletti lancia il noto allarme sul mutamento genetico che le BR avrebbero potuto avere?

IMPOSIMATO. Ho letto con molta attenzione la dichiarazione che ha reso Maletti alla Commissione stragi e mi ha molto impressionato quello che il generale ha detto circa il fatto che allora c’era stata una sorta di inerzia dolosa da parte del potere politico nella lotta alle Brigate rosse, perché purtroppo questa è la verità. Le Brigate rosse sono rimaste assolutamente …

PRESIDENTE. Così lei sta già rispondendo alla seconda domanda del senatore De Luca.

IMPOSIMATO. Infatti avrei fatto riferimento a quello che ha detto Maletti, con cui ho parlato anch’io perché francamente anch’io sono andato in Sud Africa e ho avuto la possibilità di parlare con Maletti; più o meno mi ha detto le stesse cose che ha detto alla Commissione, cioè che c’è stata un’inerzia dolosa sull’esistenza delle Brigate rosse e sulla possibilità di contrastarle. Peraltro, questo giudizio mi è stato ribadito in maniera molto convinta da Alfredo Bonavita, il quale mi ha detto: "Guardi, le Brigate rosse si potevano sconfiggere facilmente negli anni che vanno dal 1970 al 1974 perché eravamo un gruppo di cui tutti conoscevano il luogo in cui operavamo e che cosa volevamo fare". Queste cose dette da Bonavita, un uomo molto intelligente e un collaboratore molto leale, unite a quelle che ha detto Maletti, unite alle cose che sono accadute in Francia per dieci anni dal 1970 fino al 1979-’80, unite alle altre cose che noi abbiamo potuto sapere sui rapporti tra le Brigate rosse e la RAF e soprattutto unite alle cose che sappiamo sui viaggi in Cecoslovacchia, certamente fanno pensare che c’è stata un’influenza massiccia sull’azione armata delle Brigate rosse. Dire poi che abbiano anche indicato gli obiettivi da colpire, il bersaglio, credo che sia un po’ azzardato, tanto più che le Brigate rosse fino al 1978 non avevano un bersaglio sicuro ma una gamma di possibili obiettivi. Quindi credo che la lotta armata delle Brigate rosse sia stata spinta attraverso armi e contatti di alcuni brigatisti; al riguardo ringrazio il Presidente perché a noi fu detto che i rapporti con i gruppi e con agenti stranieri che dovevano fornire le armi dovevano essere mantenuti esclusivamente da una persona responsabile, una specie di ministro degli esteri delle Brigate rosse, che era prima Azzolini, poi Moretti e quindi Senzani.

PRESIDENTE. Azzolini non mi torna: egli fu arrestato prima di Moretti, perché venne preso a Via Monte Nevoso.

IMPOSIMATO. Azzolini sicuramente è stato uno dei referenti; poi è stato arrestato ed è subentrato Moretti. Quest’ultimo è stato arrestato nel 1981, mi pare. Prima c’era stato Azzolini; mi pare che la moglie fosse tedesca, legata con i tedeschi. Sicuramente Azzolini ha avuto questo rapporto. Comunque, credo che vi sia stata un’influenza sulle Brigate rosse. E poi, secondo me, c’è stata questa inerzia che ha portato ad una crescita impressionante delle Brigate rosse dal 1970 al 1978, per cui il sequestro Moro ha colto un po’ tutti….

DE LUCA Athos. Noi abbiamo qui avuto audizioni autorevoli, anche di ministri dell’epoca che ci hanno detto che in fondo lo Stato era sgangherato, non erano organizzati. O c’era invece un’inerzia dolosa, c’era un’omissione perché ciò rispondeva ad una strategia della tensione di allora? Era un disegno politico? O era il nostro Stato che funzionava in quel modo e quindi il potere politico non controllava? Cosa può dire del livello politico rispetto a questa situazione?

IMPOSIMATO. E’ difficile dirlo, però quello che posso dire per esperienza personale è che non condivido la storia dell’impreparazione delle forze di polizia perché nello stesso periodo in cui c’è stato il sequestro Moro la polizia ha dato prova di grande capacità operativa contro organizzazioni mafiose operanti a Roma e ha liberato diversi ostaggi che erano nelle mani della mafia, non nelle mani di organizzazioni criminali di secondo o di terzo livello. Io considero i mafiosi molto più agguerriti e addestrati rispetto alle Brigate rosse. Ricordo anche che mi fece i complimenti il ministro dell’interno Cossiga perché, di fronte alle sconfitte che lo Stato subiva durante i 55 giorni del sequestro Moro, nello stesso periodo si erano verificati questi avvenimenti che avevano ridato fiducia ai cittadini sulla capacità dello Stato di contrastare la criminalità. Quindi, questa storia della Polizia impreparata è possibile che sia in parte vera, anche se la Polizia era stata tenuta in uno stato di impreparazione in parte voluto; c'era stato lo scioglimento del gruppo di Dalla Chiesa e del gruppo di Santillo. Cioè, una serie di fatti che ci aveva molto preoccupato e che poteva fin dall'inizio darci un'idea della possibile azione offensiva delle Brigate rosse, che avevano già detto che avrebbero elevato il livello di attacco per colpire lo Stato al cuore. C'era stato già nel 1976 l'omicidio di Coco a Genova. Nel febbraio del 1978 c'era stato l'omicidio di Riccardo Palma; nessuno si è mai ricordato che era stato ucciso questo magistrato che era alla Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena. Quindi, i fatti che si sono verificati in questo periodo di 3-4 anni sono numerosi.

PARDINI. Desidero ringraziare il dottor Imposimato per quanto ci ha detto e soprattutto per queste ultime osservazioni, che riprendono quelle da lui fatte all'inizio, che anche a me fanno nascere forti sospetti.Per diverse ragioni, essendo componente della Commissione antimafia, io ho scritto una relazione sui sequestri di persona. Mi sono sempre domandato - e ho fatto questa domanda al figlio di Moro - perché, dato che in quegli anni avevamo purtroppo il triste primato dei sequestri di persona e, come lei ha molto ben ricordato, una grande capacità investigativa nei confronti degli stessi - negli anni '70 abbiamo avuto fino a 74 sequestri in un anno con anche oltre dieci sequestrati contemporaneamente nel territorio nazionale -, il caso Moro non è stato trattato come un sequestro di persona. E' stato trattato e girato in tutte le maniere dagli inquirenti, ma mai con le stesse modalità con cui venivano trattati i sequestri di persona. Come lei ha giustamente ricordato, le competenze c'erano; molti sequestrati si trovavano anche senza pagare il riscatto (alcuni venivano uccisi). Questa è una domanda che personalmente ancora mi pongo: perché allora non si attivarono quelle conoscenze sui meccanismi per cui un sequestrato viene detenuto e si chiede un riscatto? Questo è un dubbio che continuo ad avere. Vorrei poi sapere quale era il ruolo della famiglia durante il sequestro. C'è infatti un ruolo della famiglia; i sequestratori tradizionali agiscono molto, e lo facevano soprattutto allora, con rapporti diretti con la famiglia; di questi erano generalmente tenuti assolutamente all'oscuro gli inquirenti. Un ruolo della famiglia in questo senso non è a mio parere molto chiaro. Questa è una prima considerazione generale.

C'è poi una figura particolare alla quale lei ha fatto brevissimo cenno nell'introduzione, cioè Moretti, di cui abbiamo parlato poco. Lei ha detto di credere poco alla teoria di Franceschini o comunque al suo sospetto che Moretti fosse un infiltrato. Vorrei sapere qualcosa di più, ricordandole che Moretti in un'intervista nel 1984 su "l'Espresso" si lasciò scappare o comunque disse, rispondendo alla domanda circa le ragioni per le quali le Brigate rosse avevano affrontato i rischi del trasporto di Moro da via Montalcini a via Caetani, che questo trasporto avvenne perché era estremamente sicuro e perché il tragitto era brevissimo ed avveniva in pochi minuti. Questo ha forse tradito l'idea o comunque la notizia che Moro fosse detenuto vicino a via Caetani. Quindi, il ruolo più in generale di Moretti. Anche il recentissimo libro di Flamigni mette in evidenza molto bene le incongruenze non solo delle indagini ma dei comportamenti di Moretti e i sospetti sui suoi comportamenti, sull'utilizzo dell'appartamento di via Gradoli e sul fatto che di fronte abitava un investigatore dei servizi segreti originario dello stesso paese di Moretti. Questo e tanti altri aspetti della vicenda di Moretti generano in realtà forti sospetti sul ruolo rivestito da quest'ultimo all'interno dell'organizzazione delle Brigate rosse, senza ricordare il colloquio in carcere Franceschini-Curcio in cui questi si pongono il problema e senza ricordare che Franceschini rispose, alla nostra domanda relativa alle infiltrazioni e ai contatti con il Mossad, che lui poteva garantire per la fase storica iniziale giovanile delle Brigate rosse, non certo per la fase successiva, in particolare per gli ultimi anni e per la gestione del caso Moro.

Quindi, vorrei una sua riflessione sul ruolo generale di Moretti e sulla circostanza che da parte degli stessi brigatisti, come afferma Franceschini, non si esclude, fatto salvo il primo periodo delle Brigate rosse, che questa offerta di collaborazione dal Mossad alle Brigate rosse in cambio di null'altro che della loro azione di destabilizzazione, rifiutata all'inizio, possa essere stata accettata successivamente da personaggi come Moretti.Qual è poi il suo parere, e in particolare se lei è a conoscenza di qualche elemento in merito, circa lo spostamento del comitato esecutivo delle Brigate rosse a Firenze e quindi sul ruolo di eventuali personaggi che potevano proteggere le Brigate rosse. Infine, tutta la ricostruzione fatta prima dal collega Fragalà e la teoria dell'opposizione sulla gestione del sequestro Moro è convincente fino a un certo punto. Fragalà dice che le Brigate rosse erano fortemente condizionate dal KGB. Le Brigate rosse agivano per mandato del KGB, quindi in realtà in quel periodo i servizi segreti dell'Est condizionavano fortemente. Questa non mi sembra una grande novità. Dando per scontata tale situazione, che ripeto, non mi sembra una grande novità, quale era il ruolo dei nostri servizi segreti che proteggevano questa infiltrazione - talmente lampante che la poteva vedere anche un bambino - dei servizi segreti stranieri? Questo è il dato interessante, non tanto sapere che le Brigate rosse erano comuniste; mi sembra che scoprire questo nel 2000 non sia un fatto estremamente nuovo. Occorre invece capire perché delle Brigate rosse comuniste, infiltrate consapevolmente o meno dal KGB, strumento, consapevole o meno, dell'infiltrazione del KGB, venivano - e il caso Moro, lei ce lo ha insegnato molto bene, è paradigmatico da questo punto di vista -, se non coperte, tollerate e, per certi versi, facilitate nelle loro azioni dai nostri servizi segreti, quanto meno da quelli occidentali. Questa connessione, come ho creduto di capire dalla sua teoria, costituiva una sorta di reciproca tolleranza per mantenere gli equilibri di Yalta e quindi Moro, che li voleva rompere, divenne l'agnello sacrificale? O c'è una ragione di politica internazionale che giustifica questa evidente "collaborazione" e comunque questo reciproco utilizzo delle Brigate rosse da parte di servizi segreti dell'Est, ma anche occidentali e nostri in particolare?

IMPOSIMATO. Le notizie sono diverse. La prima è quella che riguarda il motivo per cui non sono state attivate tutte le iniziative necessarie a liberare Moro come invece era stato fatto rispetto a sequestri di persone comuni. Ripeto, credo che rispetto al sequestro di Moro c’erano due possibilità apparenti: la linea della fermezza e quella del cedimento al ricatto e in questo caso non c’era dubbio che non potesse essere accettato il ricatto. Però esisteva anche una terza via che era quella delle false trattative, così come del resto si procede in tutti i paesi del mondo.

PRESIDENTE. La domanda del collega Pardini era proprio questa, perché non furono seguite queste metodologie?

PARDINI. Il giudice Pomarici che dette il via alla linea dura per quanto riguarda i sequestri di persona anche successivamente …

IMPOSIMATO. Come dichiarato anche dalla Commissione c’è stata la linea dell’immobilismo che secondo me rappresentava una scelta deliberata. Infatti, non solo c’è stata la linea dell’immobilismo, ma si è verificato anche l’episodio del lago della Duchessa che invece a mio avviso significa che è stata condotta una azione positiva; inoltre, in base a quanto mi è stato riferito da diversi brigatisti, non era affatto vero che il destino di Moro fosse segnato sin dalla sua cattura. Questa, infatti, secondo me è una grossa balla perché le Brigate rosse avevano messo in conto di liberare Moro senza la necessità dello scambio, bastava il riconoscimento, già sarebbe stato molto. Soprattutto, al di là di quello che volessero attuare, le Brigate rosse, comunque, avevano messo in programma di effettuare un sequestro che sarebbe dovuto durare 6 mesi. Questo era l’obiettivo delle Brigate rosse per dare una prova di grande efficienza e per dimostrare ai militanti di essere capaci di ridicolizzare lo Stato. Quindi il progetto delle Brigate rosse era quello di un sequestro di lunga durata, qualunque fosse la persona che dovesse essere rapita. All’inizio infatti si è parlato anche del possibile rapimento di un industriale …

PRESIDENTE. Pirelli?

IMPOSIMATO. Sì, signor Presidente. Questa inerzia e questo immobilismo dell’intervento e dell’azione per quanto riguarda il lago della Duchessa a me fanno pensare a qualcosa di non attribuibile a semplice negligenza, ma ad una aspetto molto più serio e grave. Tanto più che Lanfranco Pace aveva ottenuto attraverso Morucci e Faranda una maggiore disponibilità di Moretti che si era assunto la responsabilità di differire l’esecuzione di Moro in attesa di qualche ulteriore notizia che potesse arrivare dall’esterno. Credo quindi che la questione dello Stato inefficiente non sia vera. Infatti, in quello stesso periodo lo Stato – che era sempre lo stesso – aveva dato prova di poter liberare ostaggi molto più ben tenuti di quanto non lo fosse Aldo Moro. Ricordo che durante il sequestro Moro una sequestrata di cui mi stavo occupando, Giovanna Amati, riuscì a passare un posto di blocco a bordo di una Fiat 500 che pure era stata fermata. Con questo intendo dire che da una parte c’è stata sicuramente inefficienza, però che dall’altra tale inefficienza è stata forse in parte voluta da quelli che avrebbero potuto già da tempo occuparsi di alcuni aspetti, considerato che i segnali erano stati numerosi e molto gravi ed andavano tutti nella stessa direzione, e cioè quella di una forza organizzata: le Brigate rosse.

Per quanto riguarda invece il ruolo della famiglia Moro debbo dire che i familiari a mio avviso fecero tutto il possibile per cercare di avere e di fornire delle notizie. Se poi avessero dei canali per cercare di comunicare con l’ostaggio, non so dirlo, non sono mai venuto a conoscenza di elementi che potessero confermare una ipotesi di questo genere che comunque potrebbe essere possibile.

Credo invece che sia importante parlare del ruolo di Moretti. Non credo che costui possa aver avuto un ruolo di infiltrato; va tenuto presente che Moretti ha compiuto omicidi a ripetizione, assassinii feroci in cui sono state uccise persone che non avevano alcun ruolo nell’ambito dello Stato imperialista delle multinazionali, mi riferisco ad esempio ad agenti di polizia che svolgevano un ruolo molto marginale. Ripeto era un infiltrato che ha compiuto parecchi omicidi.

PARDINI. Franceschini però qui ci ricordò …

IMPOSIMATO. Franceschini non ha detto neanche di essere stato in Cecoslovacchia, eppure vi è stato! Franceschini dice le cose a metà.

PARDINI. Mi riferivo ad un altro aspetto. Franceschini ha dichiarato che Moretti aveva compiuto delitti particolarmente efferati e ha sostenuto che quella fosse la tecnica degli infiltrati per accreditarsi. Gli infiltrati erano quelli – afferma Franceschini – che nelle riunioni proponevano le azioni più efferate, gli omicidi gratuiti.

IMPOSIMATO. E’ possibile, ma al riguardo ho i miei dubbi. Ritengo invece che la possibilità che vi sia stata una pressione da parte dei servizi segreti israeliani – da lei sottolineata, onorevole Pardini - sia plausibile. Infatti, tali servizi sono tra i primi nel mondo e hanno avuto la capacità di mettersi in contatto con le Brigate rosse fin dal 1970, quindi fin dal momento della loro nascita e hanno continuato ad avere rapporti offrendogli armi, munizioni e denaro indipendentemente da accordi. I servizi segreti israeliani non hanno mai rinunciato alla possibilità di inserirsi in tutte le azioni delle Brigate rosse, questo aspetto c’è stato riferito da diversi brigatisti, mi riferisco a Peci, a Bonavita, a Fenzi, a Libera e Savasta. Queste notizie, ripeto, sono venute da più parti. Credo quindi che si tratti di una ipotesi possibile perché i servizi segreti israeliani hanno anche delle grandi possibilità finanziarie e quindi possono procurare armi e munizioni. In ogni caso per quanto mi riguarda, sul piano delle risultanze processuali questi aspetti non sono stati riscontrati. Inoltre, debbo dire che fin dall’inizio eravamo a conoscenza dell’esistenza del comitato esecutivo che si riuniva a Firenze anche se non abbiamo mai saputo quale fosse il luogo di incontro. Questo rappresenta infatti uno dei veri misteri del caso Moro perché mentre è stata trovata la prigione di Moro ed anche il luogo in cui è stato organizzato il sequestro non sono stati mai individuati né il posto in cui si riuniva a Firenze il comitato esecutivo nei 55 giorni del sequestro, né l’appartamento del Ghetto alla ricerca del quale mi sono recato con il collega Priore proprio per cercare di risalire a questa casa che è stata occupata da Elfino Mortati durante alcuni giorni della sua latitanza.

PRESIDENTE. Voi sospettavate che quella potesse essere l’ultima prigione di Moro, il che darebbe la giustificazione alla frase di Moretti secondo cui il tragitto effettuato da Moro sarebbe stato breve?

IMPOSIMATO. Io ed il giudice Priore abbiamo sospettato ed eravamo quasi certi del fatto che questo appartamento rappresentasse la base di appoggio di Moro durante il tragitto da via Montalcini a via Caetani, un percorso questo che era lungo e non breve, lo abbiamo sperimentato.

PRESIDENTE. Le Brigate rosse effettuarono un lungo tragitto con Moro vivo ed un percorso breve con Moro già morto.

IMPOSIMATO. Esatto. Sta di fatto che noi non siamo stati in grado di trovare quell’appartamento. Onestamente debbo dire che Elfino Mortati ce l’ha messa tutta per farcelo individuare. Credo però che fosse molto difficile perché mi pare di ricordare che quando fu portato fuori dall’autofurgone gli sia stata coperta la testa per impedirgli di vedere dove si trovasse. Inoltre era notte quando lui è arrivato nell’edificio e quindi era difficile, o meglio quasi impossibile distinguere un appartamento dall’altro. La cosa singolare è che di tutti quelli che erano a conoscenza a Roma degli appartamenti delle Brigate rosse nessuno abbia saputo indicare quello che era stato occupato da Elfino Mortati. Abbiamo interrogato al riguardo Morucci e Faranda che erano i responsabili del settore logistico; Ave Maria Petricola ed altri collaboratori come Savasta e Libera. Si trattava inoltre di un appartamento sommamente compartimentato - cosa che si è verificata soltanto per l’appartamento di via Montalcini - presumo quindi che dovesse avere una rilevanza strategica fondamentale. Desidero rispondere all’ultima domanda riguardante i servizi segreti dell’epoca. Ripeto, al riguardo credo che sia necessario fare una distinzione tra quello che è successo nel 1978 e la situazione attuale. Il rapporto tra Santovito e la banda della Magliana non era quello tra un capo dei servizi che vuole le informazioni per contrastare delle azioni criminose, era tutto il contrario. Che un latitante come Balducci si serva dell’aereo dei servizi segreti per fare dei viaggi dall’Italia all’estero e poi tornare dall’estero in Italia, mi pare un po’ troppo rispetto ad un rapporto di collaborazione per cercare di aiutare i servizi a scoprire cose che poi non risulta siano state scoperte.

PRESIDENTE. Io non penso che il Mossad abbia organizzato il sequestro Moro: chi mi accusa di pensare questo non mi ha letto, forse non mi ha capito. Penso però che potesse essere uno dei servizi alleati che ha potuto dare una mano nel tentativo di ritrovare Moro e le carte di Moro. Una base brigatista nel ghetto non sarebbe stata più facilmente individuabile dal servizio israeliano, per come lavora il servizio israeliano?

IMPOSIMATO. Io penso che loro probabilmente avevano la possibilità di risalire anche alla base delle Brigate rosse nel ghetto, perché avevano delle informazioni molto precise. Io l’ho scritto, per la verità, nella mia sentenza del 1982, quando ho detto che era incredibile che i nostri servizi segreti stessero a guardare mentre i servizi segreti di altri paesi erano a conoscenza di cose che sicuramente erano riservatissime.

PRESIDENTE. Mi dispiace che non ci sia l’onorevole Taradash, che una volta attribuì a una mia perfida fantasia questo rilievo. Il problema è che se c’era il sospetto che ci fosse una base nel ghetto, secondo me non chiedere la collaborazione del Mossad sarebbe stato un fatto gravissimo, perché era evidentemente il servizio che meglio si poteva muovere in quell’ambiente. Come si fa a negare una cosa di questo genere?

IMPOSIMATO. Vorrei ricordare alla Commissione che la questione del Mossad addirittura venne anche svalutata dal capo del CESIS. Mi pare di ricordare che c’è una dichiarazione agli atti della Commissione Moro resa dal segretario generale del CESIS che dice che la storia del Mossad è tutta inventata da noi. E’ veramente incredibile: come si fa a dire che questa pista era inventata, mentre ormai è pacifico che c’è stato questo rapporto? Delle due l’una: o i servizi segreti non hanno capito una cosa che ormai era di dominio pubblico, oppure hanno fatto finta di non capire. Io ho letto questa dichiarazione sulla relazione finale della Commissione Moro, sulla questione dei rapporti fra Brigate rosse e Mossad.

BIELLI. Io ricordo l’audizione dell’ammiraglio Martini il quale, tra le tante cose, ce ne ha detta una, che ci ha fatto molto riflettere. I servizi segreti dell’Est, dell’Occidente, dell’Ovest, in qualche modo conoscevano molto e avevano rapporti anche tra di loro. Qui sembra che ci siano solamente i servizi segreti dell’Est; che io credo abbiano fatto la loro parte, ma son convinto che ci fosse qualcosa anche dei servizi segreti occidentali. Ad esempio, noi non ne parliamo mai, ma esiste il dossier Brenneke, di cui ha parlato tra l’altro la televisione italiana con quattro puntate condotte dal giornalista Ennio Remondino. Questo dossier ci dice una cosa emblematica, cioè che agenti della CIA avevano rapporti con i servizi segreti dell’Est; parrebbe che in qualche modo i rapporti fossero tanto forti da esserci uno scambio non solamente di informazioni, ma anche qualcosa di più. Parrebbe che in qualche modo esplosivo poi utilizzato per le stragi passasse dall’Est all’Ovest attraverso questi personaggi. Allora, se la cosa è così complessa, come io ritengo (i cosiddetti misteri d’Italia sono misteri perché sono cose complesse), e non esiste un’unica verità, bisogna avere la consapevolezza di inseguire tutte le piste. Però se qualcuno pensa che c’è solamente una pista tanto forte da aver condizionato tutto, noi non facciamo sicuramente un’operazione di verità, ma di propaganda. Io credo che bisognerebbe riflettere meglio sulle questioni che lei ha posto alla fine dell’intervento che ha fatto poco fa dei tanti servizi segreti che si sono mossi attorno all’affare Moro.

A questo punto passo alle domande senza ulteriori commenti. Facendo riferimento a questo ragionamento, c’è il problema degli infiltrati. Quando si pensa alle Brigate rosse, che sarebbero tutte eterodirette, non si tiene conto degli infiltrati dei nostri servizi segreti. Frate Mitra non era un infiltrato? Noi abbiamo avuto in quel periodo una situazione in cui ci sono stati fatti di un certo tipo. Quale è stato il ruolo degli infiltrati? Che cosa hanno fatto, come hanno agito, che risultati hanno dato? Ma parlare degli infiltrati, che forse è un capitolo che andrebbe scritto, significa proprio avere di fronte la complessità della questione, perché se non si pone questo problema io credo che non si capisca nulla. Ma parlando degli infiltrati io vado ancora oltre: poco fa abbiamo fatto una considerazione sul ghetto, sulla presenza o meno di questa base; ma abbiamo accertato che la base c’era. Come si può dire che non c’era la base? Noi abbiamo avuto questa informazione dai vigili urbani, non da altri corpi, ma dai vigili urbani che in qualche modo individuano una base nel ghetto che corrisponde in gran parte alle cose che dice Mortati. Sbagliano piano, però corrisponde il fatto che nel campanello ci fossero i due nomi, c’è il fatto della pianta all’esterno; in qualche modo allora qualche indicazione è stata data. Come è stata recepita? E da chi? Mortati a un certo punto smette di collaborare: ma per forza! Ma la foto che è stata fatta che cosa era se non il tentativo di dire: sappiamo tutto, se parli ne va della tua vita? Qui allora c’è da riflettere sul fatto che si stava indagando in una certa direzione e qualcuno ha fatto di tutto per non indagare.

Ultima questione. Il giorno dell’uccisione di Moro in via Fani lei sa che, ad esempio, perfino Pino Rauti dieci minuti dopo l’attentato telefona e dice che c’è stato l’attentato in via Fani, dice che c’era l’auto Fiat 132 targata Roma, dice anche il numero di targa. Che cosa ne sa lei di questo fatto, che è documentato? Non è come qualche informazione che ci è stata data qui secondo cui attraverso certe fonti si sarebbero trovate armi da qualche parte, e poi si è scoperto che le armi non c’erano ma c’erano solamente delle radio.

IMPOSIMATO. Sono domande molto interessanti e comincerò a rispondere dalla prima, che credo sia una domanda giusta, cioè se anche i servizi segreti dell’Occidente abbiano avuto un ruolo nella vicenda eversiva, in particolare nel sequestro Moro, ma in tutto l’affare delle Brigate rosse nel nostro paese. Ora, io vorrei ricordare qui che all’inizio della mia breve relazione ho parlato del comitato di crisi. Di questo comitato di crisi faceva parte il professor Franco Ferracuti, che era non soltanto un appartenente alla Loggia massonica P2 ma anche un agente della CIA. Ed era un uomo che nell’ambito del comitato di crisi aveva un ruolo importantissimo, e che è stato colui che ha elaborato il piano Victor, che doveva servire a neutralizzare Moro e a svalutare le dichiarazioni di Moro. Il piano prevedeva l’internamento di Moro in un ospedale psichiatrico; doveva essere isolato e sottoposto ad interrogatorio perché rivelasse le dichiarazioni che aveva fatto.

PRESIDENTE. Questa è la prova che la preoccupazione principale non era tanto quella di salvarlo ma di sapere quello che aveva raccontato alle Brigate rosse.

IMPOSIMATO. La quasi certezza che Moro stesse facendo dichiarazioni importanti è stata la ragione dell’operazione lago della Duchessa. Dal mio punto di vista, vedo l’operazione lago della Duchessa come una misura presa per bloccare le rivelazioni che Moro sicuramente stava facendo. Abbiamo letto le dichiarazioni di Moro contenute nel memoriale del 1978 e non abbiamo capito quasi niente; tuttavia, a distanza di tempo, abbiamo compreso molte cose che erano dette in maniera criptica da Moro. Vorrei ricordare la storia del piano Victor di cui all’epoca non abbiamo saputo niente; non abbiamo mai saputo dell’esistenza del comitato di crisi, né non abbiamo mai avuto i verbali di quel comitato.

PRESIDENTE. Adesso abbiamo ricevuto due verbali di un comitato di cui facevano parte Dalla Chiesa e Santillo, di cui loro non hanno mai saputo nulla.

IMPOSIMATO. Dalla Chiesa e Santillo non facevano parte di quel comitato di crisi che era ristretto e limitato a personaggi come Santovito e altri.

PRESIDENTE. Lei ha accennato al professor Ferracuti, ma non vi siete mai domandati che cosa ci faceva il dottor Cappelletti?

IMPOSIMATO. A distanza di anni, dopo che abbiamo saputo di Cappelletti, sì, ma noi non sapevamo della sua esistenza, avevamo chiesto i verbali del comitato di crisi, proprio per cercare di capire che cosa era avvenuto in quei 55 giorni. Abbiamo saputo del piano Paters, di cui hanno parlato i giornali.

PRESIDENTE. Non era una cosa seria.

IMPOSIMATO. Ma il piano Victor era una cosa seria.

PRESIDENTE. Ma presupponeva che Moro fosse stato salvato; entrava in funzione se Moro veniva liberato.

IMPOSIMATO. Desidero ricollegarmi alle domande che mi ha rivolto l’onorevole Bielli, che mi confermano nell’idea che ci fosse un interesse dei Servizi segreti occidentali, della CIA in particolare. La CIA controllava il professor Ferracuti, che io ho conosciuto a casa di un agente dell’FBI, che abitava a Roma e indagava sull’affare Sindona. Lui era orgoglioso di essere un agente della CIA, se ne vantava. I Servizi segreti dell’epoca erano in qualche modo CIA-dipendenti, era un fatto risaputo, perché prendevano ordini dalla CIA. I Servizi segreti stavano nel comitato di crisi. Se parliamo degli agenti del KGB, non vuol dire che escludiamo i Servizi segreti occidentali. Il progetto di Moro era contrastato da Kissinger e dalla diplomazia americana, tant’è vero che quando nel 1963 Moro ha varato il primo governo di centro-sinistra con i socialisti ed ha ricevuto anche Kennedy, ci fu una reazione dei circoli radicali della destra americana. Alcuni giorni dopo, si è verificato l’assassinio di Kennedy. E’ sicuro che le operazioni di Moro per l’allargamento del governo prima ai socialisti e poi ai comunisti hanno provocato reazioni nei circoli radicali americani. E’ risaputo l’episodio di Moro che si era sentito male, che era stato minacciato, che aveva subito intimidazioni, che era stato quasi indotto a ritirarsi dalla vita politica. L’una cosa non esclude l’altra, ma io ritengo che non ci sia stato alcun accordo fra i due. C’erano interessi convergenti perché la politica di Moro andava contro gli interessi dell’America da una parte e dell’est, perché si poteva riprodurre il modello del dialogo tra comunisti e democratici anche nei paesi dell’est.

BIELLI. Le ho rivolto una domanda sulla questione del ghetto.

IMPOSIMATO. Sulla questione del ghetto, ho tentato in ogni modo con Priore di utilizzare tutti gli elementi a disposizione. Può darsi che questa notizia …

PRESIDENTE. L’articolo di Paglia su "La Nazione" che influenza ha avuto nello sviluppo delle indagini? Interrompe la collaborazione di Mortati.

IMPOSIMATO. Mortati ha interrotto a un certo punto la sua collaborazione ma non perché si sia accorto che noi non volevamo cercare. Bielli fa l’ipotesi che Mortati diceva che si cercava qualcosa senza volerlo trovare. Non si riferiva a noi.

BIELLI. Ho detto che era un avvertimento per dire a Mortati di fermarsi e di non parlare.

PRESIDENTE. Su "La Nazione" esce un articolo in cui si dà notizia della collaborazione di Mortati. Questo ha influito negativamente?

IMPOSIMATO. Certo, ha influito negativamente: quella notizia non doveva assolutamente uscire. Questo ha indotto Mortati a bloccare la sua collaborazione; lo ha esposto a possibili rappresaglie da parte delle Brigate rosse e di altri. Quel covo era molto importante perché era sommamente compartimentato. Nessuno tra i responsabili del fronte logistico ne era a conoscenza.

PRESIDENTE. In questa logica che valutazione avete fatto quando Russomanno ha passato al giornalista Isman l’interrogatorio di Peci?

IMPOSIMATO. Abbiamo pensato che in quell’epoca i Servizi segreti erano interessati a depistare e a creare una situazione di confusione che doveva impedire l’accertamento della verità. Questa è stata una costante dei Servizi fino al 1979-80.

BIELLI. Circa il problema dell’appartamento indicato dai vigili urbani in via Sant’Elena numero 8, cosa ci può dire?

IMPOSIMATO. Non basta indicare l’appartamento se non c’è poi un collegamento personale, se cioè non c’è la conferma da parte di Mortati, se non c’è la presenza di qualche elemento che si collega alle Brigate rosse. Non si può sequestrare un appartamento.

PRESIDENTE. Lei e Priore siete stati fotografati durante le indagini.

IMPOSIMATO. Questo episodio mi ha sorpreso. Priore ha detto che glielo aveva mandato Spinella. Io non ho avuto niente, l’ha avuto lui che stava facendo le indagini insieme con me. Qualche volta abbiamo svolto indagini al di fuori di quelle fatte abitualmente con i carabinieri, che avevano arrestato Mortati. Le cose strane che sono avvenute in quel periodo non sono giustificabili in maniera superficiale; Rosario Priore le ha considerate come scherzi ma per me non è così. Su queste cose non si dovrebbe scherzare.

PRESIDENTE. Il messaggio può essere anche apparentemente scherzoso.

BIELLI. Ricorda qualcosa su Rauti?

IMPOSIMATO. Le confesso che l’apprendo oggi per la prima volta.

FRAGALA’. E’ stato pubblicato sul libro "La tela di ragno", scritto da Flamigni, che è il re dei dietrologi, dove si sostiene che il primo giornalista in Italia che seppe della strage di via Fani fu Gustavo Selva, allora al GR2. Secondo Flamigni, da prima lui sapeva che Moro sarebbe stato sequestrato.

BIELLI. Io dispongo di un brogliaccio dell’attività del centro operativo del 16 marzo 1978 in cui si dichiara che alle ore 9,15, sulla linea 2400, "l’onorevole Rauti comunica di avere udito in via Mario Fani alcune raffiche di mitra, di avere notato allontanarsi dal luogo l’auto FIAT 132 targata Roma P79560". Non è Flamigni a sostenere questo.

FRAGALA’. Se questo fosse fondato, l’onorevole Rauti sarebbe un testimone.

BIELLI. Perché non l’ha chiamato?

IMPOSIMATO. Io non ero a conoscenza di questi dati.

MAROTTA. Signor Presidente, io frequento poco le sedute di questa Commissione e la volta scorsa lei mi ha quasi rimproverato.

PRESIDENTE. Dovrei estendere in maniera molto più intensa questo mio rimprovero ad altri che non la frequentano affatto.

MAROTTA. Mi scuso se sono poco informato su questi avvenimenti. Ad ogni modo, avendo partecipato alle ultime sedute, ho potuto constatare che la confusione non è solo mia ma è generalizzata perché ci si basa su supposizioni, su imprecisioni e su poche certezze. La prova logica ha valore fino ad un certo punto; essa presuppone che la realtà si svolga logicamente ma questo è un assioma. Molte volte la realtà si svolge non logicamente; non esiste una equiparazione tra la ontologia e la logica.

PRESIDENTE. Spesso il reale è irrazionale.

MAROTTA. Molte volte noi prestiamo la nostra logica ad altri e questo non è assolutamente sostenibile, a prescindere poi dal fatto oggettivo che l’ontologia non corrisponda alla logica o la logica non corrisponda alla ontologia. Pertanto, la prova dell’esistenza di Dio da parte di sant’Anselmo non era una prova ma un paralogismo.

Il senatore Imposimato ha dichiarato che le Brigate rosse erano rosse. Ricordo, infatti, che in un primo momento si diceva che non lo fossero. Il problema, purtroppo, si può porre solo se si dubita di questo. Chi ha sequestrato l’onorevole Moro? Le Brigate rosse, che erano rosse. Le Brigate rosse volevano contrastare il famoso compromesso storico? Sì, lo ha dichiarato lei, senatore Imposimato.Alla domanda del collega De Luca in ordine ai condizionamenti delle Brigate rosse lei ha risposto affermativamente sostenendo che le Brigate rosse erano condizionate dai servizi dell’Est. Se tutto questo è vero, come si può dubitare che queste persone volessero poi uccidere Moro? Perché dovevano liberarlo? Questa azione era in linea con le loro idee: Moro doveva essere eliminato perché le Brigate rosse erano contrarie al compromesso storico. Oppure, si può pensare che le Brigate rosse avrebbero ucciso Moro nel caso in cui non fossero state accettate le loro richieste.

Il Presidente, giustamente, si è chiesto che cosa aveva a che fare questo ambiente, questa cultura, con la banda della Magliana. La domanda era pertinente. Lei, senatore Imposimato, ha parlato di stratagemma ma poi ha affermato che probabilmente c’è stata una convergenza di interessi quasi inconsapevole, non concordata. Rimane il fatto che sono state le Brigate rosse a sequestrare Moro. Non le sembra che si ecceda nella valutazione di episodi che si presentano marginali di fronte al fatto certo che siano state le Brigate rosse, rosse e non falsamente rosse, a sequestrare Moro, che a gestire tale sequestro siano state le Brigate rosse, che loro lo tenevano in ostaggio e lo hanno poi ucciso, senza l’influenza di alcuno? E’ stato fatto riferimento alla inefficienza della polizia. Probabilmente sarà accaduto anche questo ma non possiamo pensare che la polizia sia stata inefficiente proprio per far uccidere Moro. Sono state le Brigate rosse a tenere Moro in ostaggio per mesi. E’ stata prospettata anche la tesi in base alla quale le Brigate rosse hanno ucciso Moro per quello che aveva rivelato ma Moro aveva parlato già da tempo e le persone che si preoccupavano di questo non avevano nulla a che fare con le Brigate rosse. Pertanto l’eventuale documento, la rivelazione, le comunicazioni erano gestite dalle Brigate rosse. Si poteva volere la morte di Moro per quello che aveva detto? Si poteva temere ciò che aveva già rivelato al nemico, cioè alle Brigate rosse? Io non capisco questa logica. Di fronte a fatti certi non possiamo indugiare su considerazioni di questo tipo. O questa posizione si capovolge oppure perdiamo solo tempo.

Altrimenti, possiamo dire che le Brigate rosse non erano rosse, così come è stato sostenuto in un primo momento. Ricordo molto bene che tutti erano convinti del fatto che si trattava di compagni che sbagliavano. Dal 1970 al 1978 le Brigate rosse non sono state contrastate mentre si potevano facilmente liquidare. Perché questo? Si pensava forse che in un futuro avrebbero dovuto uccidere Moro oppure si pensava che si trattasse di compagni che sbagliavano, così come si sosteneva? Ad ogni modo, le Brigate rosse sono state sottovalutate. Si poteva mai pensare di preparare, di allevare le Brigate rosse perché poi avrebbero dovuto uccidere Moro? Oppure erano semplicemente sottovalutate, pensando che si trattasse di gente che parlava solamente senza operare? Si era convinti che le Brigate rosse potevano commettere solo delitti di pensiero, di opinione. Si è lamentata una nostra inerzia dal 1970 al 1978 nei confronti di questa organizzazione. Forse tale inerzia era dovuta alla previsione che le BR avrebbero dovuto uccidere Moro?

IMPOSIMATO. E’ un dato obiettivo.

MAROTTA. Nel contesto politico, però, le BR erano sottovalutate. Non so se lei ha un’altra spiegazione. Se le Brigate rosse erano veramente rosse, di fronte a questo fatto certo tutto ciò di cui stiamo parlando è marginale e non spiega nulla. Il senatore De Luca ha affermato che esisteva una certa compiacenza, anche da parte del Presidente del Consiglio, ma la domanda da lui posta in ordine ai condizionamenti avrebbe dovuto ricevere un’altra risposta mentre lei, senatore Imposimato, ha dichiarato che le Brigate rosse erano condizionate dalla RAF e dalla STASI. L’osservazione del Presidente su quali collegamenti potessero esistere tra Brigate rosse e banda della Magliana rimane insoluto. Che in questa situazione poi possano essersi inseriti degli sciacalli noi non lo sappiamo. La verità è che quando si verificano episodi di questo tipo tutti speculano e qualcuno poteva anche avere l’interesse a lasciar fare. Rimane però il fatto che a sequestrare Moro sono state le Brigate rosse, che erano rosse; loro hanno gestito il sequestro e poi hanno ucciso l’onorevole Moro. Certamente non avrebbero liberato l’ostaggio senza ottenere nulla; non c’è dubbio. Avrebbero potuto liberare Moro ma solo se avessero ottenuto qualche riconoscimento. Quindi, come si può dubitare? Non l’avevano all’inizio questa intenzione, ma essa era come il dolo eventuale, cioè "se non mi fate questo io lo liquido". Non so se ho reso bene l’idea. Pertanto, senatore Imposimato, anzi, vorrei dire collega visto che siamo magistrati, non le pare che si esageri nel trovare fatti sui quali non si può basare niente di fronte al fatto certo che a sequestrarlo sono state le Brigate rosse e di fronte al fatto altrettanto certo che le Brigate rosse avevano contatti con l’Est, come lei ha detto? A me sembra quindi che si esageri, si ecceda.

L’altra domanda riguarda l’inefficienza dello Stato: la polizia per dieci anni non ha contrastato validamente le Brigate rosse, mentre invece le avrebbe potute liquidare, è vero. Ma questo fatto si pensa che fosse preordinato al sequestro Moro o ad altri sequestri o attentati? Non credo, era il contesto politico che impediva di trattare le Brigate rosse perché erano dei compagni che sbagliavano. Per cui non c’è niente da fare, si deve capovolgere l’impostazione, e allora ha ragione Bielli quando insinua che le Brigate rosse non erano rosse.

PRESIDENTE. Non lo ha detto Bielli.

BIELLI. E’ l’orario che non ci fa capire più.

MAROTTA. Come non lo ha detto? Ha parlato anche dell’episodio di Rauti, cioè di un estremista di destra. La sua insinuazione era quella, Presidente, quando afferma che Rauti lo sapeva già nelle prime ore della mattina, prima ancora che lo sapesse la polizia. E’ così, per cui si deve dire che le Brigate rosse non erano rosse e allora giustamente Lettieri che non dice, il Ministero dell’interno che non dice, eccetera.

DE LUCA Athos. Invece erano veramente rosse.

MAROTTA. Ma se erano rosse questi fatti qui sono del tutto marginali, se mi è consentito e non tolgono né aggiungono nulla al contesto.

PRESIDENTE. Il senatore Imposimato risponderà alle sue domande, poi mi permetterò di dirle una cosa.

MAROTTA. Presidente, premetto che so poco. Voglio dire che alla prova logica non reggono, perché quella presuppone che la realtà si svolga logicamente. Ho sempre detto questo.

IMPOSIMATO. Credo che, la prima domanda, la più importante, sia quella se le Brigate rosse erano rosse oppure erano infiltrate, inquinate dai Servizi segreti, eccetera. Mi sembra di aver già detto che erano Brigate rosse, ma questo non esclude che altri abbiano potuto strumentalizzarle dopo il 16 marzo, di questo sono stato sempre certo e l’ho detto diverse volte. Nel momento in cui Moro era ostaggio delle Brigate rosse potevano, secondo me, intervenire forze che avevano interesse a farlo fuori. Questo era perfettamente compatibile con l’idea che le Brigate rosse fossero rosse. L’ho detto anche a Gallinari: secondo me sono intervenute altre forze e lo ritengo non sulla base – se lei mi consente – di fatti marginali, perché l’episodio del Lago della Duchessa è un fatto di straordinaria rilevanza. Ora, siccome le azioni non vengono fatte a caso ma hanno sempre una ragione precisa, questa operazione è stata compiuta con tale precisione e in coincidenza con il ritrovamento della base di Via Gradoli, cioè dieci minuti dopo, provocando disorientamento e facendo capire alle Brigate rosse che Moro ormai era stato abbandonato al punto tale che poi le Brigate rosse stesse hanno accelerato il processo della sua liquidazione. Questo fatto non lo ricavo soltanto dall’episodio del Lago della Duchessa, a cui attribuisco una rilevanza non di episodio marginale ma fondamentale nel chiarimento del mistero Moro, perché esiste il problema di capire la ragione di questa azione. Però capisco anche l’altra osservazione che lei ha fatto: se le Brigate rosse sono rosse, che cosa c’entra la banda della Magliana con esse? E’ una domanda che mi sono posto anch’io: le ho detto che risulta documentalmente che la banda della Magliana aveva uno strettissimo collegamento con Giuseppe Santovito che era il contatto diretto con il suo vice Francesco Pazienza.

MAROTTA. Santovito e Pazienza erano brigatisti?

IMPOSIMATO. Questo non c’entra niente.

PRESIDENTE. Onorevole Imposimato, il collega voleva chiedere che interesse avesse la banda della Magliana a fare un falso comunicato delle Brigate rosse. Diventa invece un fatto spiegabile perché c’era quel rapporto col Servizio segreto. Si tratta di un’operazione di cui dovremmo domandarci le ragioni.

IMPOSIMATO. Ripeto, il generale Santovito faceva parte del Comitato di crisi che gestiva il sequestro Moro e aveva contatti con esponenti della banda della Magliana. Io lo considero un fatto gravissimo perché dava gli aerei ai latitanti della banda. A questo punto se uno della banda della Magliana dice che sono intervenuti nell’affare Moro per fare presto e bene, io credo che sia un fatto da non sottovalutare. Non sono certo, ho detto che si tratta di un fatto che merita un approfondimento. Il responsabile di questa vicenda è stato fatto fuori e credo che i magistrati farebbero bene a cercare di sapere, soprattutto storicamente. La moglie di questo Chicchiarelli è stata ferita.

PRESIDENTE. L’omicidio fu violentissimo e fu ridotta in fin di vita anche la sua compagna.

IMPOSIMATO. Credo che questo sia un episodio chiave. Per quanto riguarda la questione se Moro fosse già stato condannato, si tratta di una questione antica che per me non offre margini a dubbi: Moro non era stato condannato. Quando le Brigate rosse sequestravano una persona non lo condannavano sempre, tanto è vero che tutti gli altri sequestrati sono stati liberati (D’Urso, Sossi).

MAROTTA. Perché poi l’avrebbero ammazzato?

IMPOSIMATO. L’hanno ammazzato perché c’è stata l’influenza di fattori esterni, di personaggi, di gruppi e di poteri che avevano interesse a far fuori Moro. Si tratta di una lettura sulla quale non credo possano esistere dubbi. Le Brigate rosse avevano interesse a mantenerlo in vita. Moro vivo sarebbe stato molto più destabilizzante.

PRESIDENTE. Una cosa è certa: litigano sul fatto di ucciderlo o non ucciderlo. Le Brigate rosse si spaccano sul problema se eseguire o non eseguire la condanna.

MAROTTA. Però alla fine lo ammazzano.

IMPOSIMATO. La prova logica esiste: non voglio adesso dedurre logicamente, ma ci sono dei fatti, si sono verificati degli episodi, durante il sequestro Moro, ai quali non si può non dare un significato; i fatti non sono casuali: non si tratta della scoperta casuale del covo di Via Gradoli, ma c’è stata un’operazione, quella del Lago della Duchessa, che è stata architettata; poi, la falsificazione del documento ed altri episodi di questo genere. Per quanto riguarda la questione della sottovalutazione dell’esistenza delle Brigate rosse è vero quello che lei dice a proposito del fatto che da parte della Sinistra ci si ostinava a dire che c’era soltanto un terrorismo di destra e che le Brigate rosse non esistevano, anche se molto spesso venivano chiamate "fascisti". Questo è stato un fatto che ha determinato anche l’impreparazione psicologica degli stessi magistrati, tant’è vero che quando, per la prima volta, abbiamo interrogato dei brigatisti rossi e Triaca ci parlò di Moretti, noi abbiamo pensato che stesse inventando qualcosa perché ne ignoravamo persino l’esistenza, data la nostra impreparazione rispetto al fenomeno delle Brigate rosse. Voglio dire, quindi, che sappiamo bene che molti esponenti dell’intellighentia di Sinistra avevano sempre sottovalutato questo fenomeno facendolo apparire come un fenomeno di compagni che sbagliano, eccetera. Tuttavia questo non significa che quello che ha detto Maletti circa la non attenzione dello Stato rispetto a questo fenomeno che stava crescendo sia stata grave. Che poi fosse finalizzata lo escluderei, mi sembra assurdo. Dico che loro avevano interesse a non colpire un fenomeno che era in crescita e che poteva servire pure a giustificare una legislazione dell’emergenza, una situazione di interventi non dico autoritari ma che potessero giustificare una certa politica. Ad ogni modo io non ho fatto illazioni, ho detto semplicemente che a mio avviso c’era stata un’inerzia dolosa da parte dello Stato rispetto al fenomeno delle Brigate rosse.

PRESIDENTE. Siccome sono stato chiamato in causa, vorrei rispondere. Nel mio documento di luglio ho scritto queste testuali parole, di cui, anche per il rapporto che intercorre tra noi colleghi, vorrei che lei mi desse atto: "Le Brigate rosse furono ciò che dicevano di essere. Rapirono Moro seguendo le proprie scelte ideologiche e le proprie dichiarate finalità. Lo processarono e lo condannarono secondo un loro codice e rientrò nella logica brigatista la stessa determinazione di eseguire la sentenza anche se assunta in esito ad un aspro scontro interno di cui sono note le dinamiche e i protagonisti". Però nello stesso tempo do atto di una cosa, cioè che la verità complessiva che è stata ricostruita in cinque o sei processi e nelle indagini parlamentari è una verità piena di aporie, di contraddizioni, di cose che non tornano. Il fratello di Moro, che è un magistrato come lei, ha scritto un bellissimo libro dove, partendo da via Fani e arrivando a via Caetani, dice quali e quante cose non tornano.

Ora, le do atto che in un certo numero probabilmente tutte queste cose che non tornano appartengono a quella irrazionalità che spesso è irreale, però questa è una vicenda in cui si accumulano in tale quantità queste cose che non tornano da porci il problema di capire se c’è una spiegazione. Malgrado l’interessantissima audizione del senatore Imposimato di oggi, resto del parere che noi non siamo ancora in grado di opporre un’altra verità alla verità che è stata ricostruita in sede giudiziaria, però ci troviamo costretti fra questo Scilla e questo Cariddi: da un lato l’insoddisfazione per la verità raggiunta, dall’altro il riconoscimento che non abbiamo acquisizioni tali che ci consentano di scrivere una storia diversa. Questo è il punto delicato in cui siamo.

MAROTTA. Esatto!

PRESIDENTE. Io, per esempio, se devo dire quello che penso, per quel poco che può valere, ritengo che molte volte alcuni effetti siano il risultato di una serie di cause che in realtà sono contrastanti tra loro. In altre parole, può darsi che l’immobilismo, per esempio, derivava dal fatto che il Presidente del Consiglio era convinto che alla fine sarebbe stato il Vaticano a condurre la trattativa e a liberare Moro; il Ministro degli esteri sperava invece che fossero i servizi alleati a trovare le carte e a liberarlo; i servizi orientali a loro volta cercavano di recuperare queste carte e, tutto sommato, erano abbastanza indifferenti alla sorte di Moro. Le carte Mitrokhin in realtà dimostrerebbero soltanto la preoccupazione del KGB sulla vicenda Moro e sul fatto che dalla vicenda Moro potessero emergere … Non c’è niente nelle carte di Mitrokhin che ci fa pensare che era stato ordinato alle Brigate rosse. Lo stesso problema del ruolo di Conforto, di Metropoli, eccetera, sono tutti legami che rimandano a quell’ala delle Brigate rosse che non voleva uccidere Moro e che si batteva per evitarne l’uccisione. Può darsi che da tutto l’insieme di queste azioni, le une con le altre che si annullavano, alla fine sia emersa la decisione di ammazzarlo.

A parte che non si riesce a spiegare perché la banda della Magliana abbia fatto il falso comunicato del lago della Duchessa, quali fini avesse, eccetera, le sembra logico – ed è talmente illogico da resistere a quella prudenza che si deve avere per la prova logica – che le Brigate rosse – questa è la loro versione – distruggano gli originali dei documenti Moro con la seguente spiegazione: perché conservarli era pericoloso? Poi ne fanno le fotocopie e le murano dietro un tramezzo insieme ai denari e alle armi, cioè i beni più preziosi che i brigatisti avevano. Un gruppo terrorista ha bisogno di soldi e di armi: insieme a quelli conserva le fotocopie dei documenti di Moro. Allora, come si può credere che tali documenti siano stati distrutti perché era pericoloso tenere gli originali? Era pericoloso pure tenere le copie, diciamo la verità.

Ci sono tali e tante cose che non tornano che io penso che continuare ad indagare sia dovuto. Invidio però quelli che hanno tetragone certezze. Ad esempio, secondo me il piano Victor gioca nei due sensi perché dimostra la preoccupazione per le cose che Moro aveva potuto dire alle Brigate rosse, ma dimostra pure che il sistema non escludeva che potesse essere salvato perché, altrimenti, quel piano non avrebbe avuto senso: se avevano già deciso di farlo ammazzare perché si preoccupavano di quello che poteva succedere se fosse stato liberato? La spiegazione potrebbe pure essere che non lo volevano liberare, ma nel frattempo lo poteva far liberare il Vaticano, ci poteva essere un gesto di generosità dei brigatisti: le pensavano un po’ tutte. Però, effettivamente dobbiamo dare atto che non siamo ancora in condizione di opporre una nostra verità. Ecco perché ho provato ad offrire una lettura di tipo minore, in cui alla fine la vita di Moro si gioca su una vicenda che non riguardava tanto la sua salvezza quanto la preoccupazione degli uni e degli altri di capire che cosa aveva raccontato alle Brigate rosse. Anche questa però è un’ipotesi, non mi sentirei di giurarci, né di scrivere una sentenza, né infine una relazione conclusiva. Noi stiamo lavorando su questo.

IMPOSIMATO. La questione della banda della Magliana va collegata necessariamente alla presenza della mafia nell’affare Moro perché – credo che di questo non si sia parlato – se si pensa che c’è stato all’inizio un interessamento di Cosa nostra per salvare Moro e che poi c'è stato un interessamento in senso contrario, questo intervento alternativo della mafia si collega perfettamente con la banda della Magliana, la quale non è altra cosa che mafia.

PRESIDENTE. C’è Pippo Calò che li unisce.

IMPOSIMATO. E’ sicuro, ormai si sa che anche Abbruciati era un uomo d’onore. Dire che la banda della Magliana è come i cavoli a merenda significa non tener conto del ruolo che essa avrebbe avuto. Del resto, secondo me, si può anche affermare che la mafia ha avuto all’inizio il ruolo di cercare di salvare Moro e poi quello di dire di non interessarsi più, che si poneva in perfetta sintonia con quello della banda della Magliana, tant’è vero che Pippo Calò ha detto: "Qui bisogna lasciare stare perché lo si vuole morto". Questa è un’ipotesi non inventata. Qui ci sono delle dichiarazioni: o si crede o non si crede.

PRESIDENTE. Anche i silenzi dei brigatisti si addensano sulla vicenda Moro in maniera molto più… E’ qualcosa di inconfessabile.

IMPOSIMATO. L’episodio della banda della Magliana va inquadrato in tutto l’insieme delle cose che sono avvenute durante i 55 giorni. Quando il giornalista Giuseppe Messina venne spontaneamente da me a fare una dichiarazione sull’interessamento che la mafia aveva avuto per cercare di salvare Moro, io lo scrissi ma senza crederci molto, perché mi dissi: che c’entra la mafia con le Brigate rosse? Poi a distanza di tempo sembra che ci sia stato un collegamento.

PRESIDENTE. In una nota del documento che ho redatto sugli ultimi sviluppi dell'inchiesta sul caso Moro do conto del ruolo della ‘ndrangheta, della mafia, del mondo delle carceri, di Dalla Chiesa, eccetera.

FRAGALA’. Senatore Imposimato, io invece ho modo di dubitare della sua certezza perché non c’è un passaggio in tutti gli atti giudiziari di tutti i processi sul caso Moro che dimostra un collegamento anche di tipo indiziario tra Chicchiarelli e la banda della Magliana: Chicchiarelli era soltanto il più bravo falsario di quadri d’Italia. Punto e basta. Quindi che si possa collegare il falso comunicato del lago della Duchessa alla banda della Magliana è un’illazione che nelle carte processuali, cioè quelle su cui voi avete lavorato e che avete prodotto, non risulta. Primo punto.

In secondo luogo, il cosiddetto teorema Buscetta, o Caselli, per quanto riguarda l'interessamento della mafia prima per liberare Moro e poi invece per disinteressarsene è stato sfatato dalla sentenza di assoluzione di Andreotti, come è stato sfatato l'altro teorema che Dalla Chiesa sarebbe venuto in possesso delle carte Moro, le avrebbe date ad Andreotti o, peggio, lo avrebbe ricattato perché possedeva il memoriale Moro. Su questo le sue certezze non le posso condividere perché le carte giudiziarie e le sentenze militano contro.

IMPOSIMATO. Io le conservo le mie certezze.

FRAGALA'. Io ho qui una lettera della Digos che è stata inviata a lei e al giudice Priore il 19 novembre 1979 con la quale vi veniva inviata la famosa intercettazione ambientale del carcere dell'Asinara, dove due dei massimi capi delle Brigate rosse, in quel momento detenuti, raccontavano tutto sul sequestro Moro. In questa intercettazione ambientale fatta dal SISDE si diceva innanzi tutto che Moro era stato sequestrato perché secondo le Brigate rosse era il vero capo della destra DC ed era colui che avrebbe fatto la repubblica presidenziale, quindi era il vero capo della borghesia e il vero rappresentante degli Stati uniti d'Italia, che non era Andreotti; in secondo luogo, si faceva riferimento ai filo-sovietici ed ai russi e poi ad un fatto importantissimo su cui vi chiedo se avete indagato e cioè che l'agguato di via Fani è stato condotto dalla colonna romana delle BR ed è stato meticolosamente preparato fin dall'ottobre precedente. Un brigatista dice all'altro: "Se non c'era il punto di avvistamento era un casino, ma poi sono subentrati in un secondo tempo altri compagni all'altezza di condurre l'interrogatorio dell'onorevole Moro. Costoro conservano ancora gli originali dei nastri dell'interrogario". Sempre nell'intercettazione i due brigatisti si dicevano tra di loro …

IMPOSIMATO. Chi erano?

FRAGALA'. Non lo si dice, si parla di due massimi esponenti perché sanno tutto sul sequestro. I brigatisti dicono anche che Moro durante il sequestro venne trattato benissimo; da parte di questi compagni intervenuti in un secondo tempo ebbe la possibilità di rispondere alle domande, addirittura pensandoci anche un'ora o due. Dice poi la Digos che il trattamento particolarmente riguardoso dei brigatisti a Moro fu poi rappresentato sulla rivista "Metropoli" nel fumetto che lei ricorda benissimo. Su questa intecettazione ambientale, che praticamente dice tutto, sono state fatte delle indagini per verificare se era un montaggio del SISDE o della Digos di Roma oppure era realmente il colloquio di due brigatisti di alto livello che sapevano tutto sull'interrogatorio di Moro, sul perché era stato sequestrato, addirittura indicando in un punto di avvistamento in via Fani il momento decisivo per portare a un buon compimento il sequestro di Moro e l'uccisione della scorta?

IMPOSIMATO. Innanzi tutto il rapporto tra Chicchiarelli e la banda della Magliana non è provato al cento per cento. Ho detto che è un mistero da chiarire. Si dice che aveva un collegamento con Danilo Abbruciati, per lo meno così ho letto in alcuni atti, e che a questo collegamento si associava un legame con due agenti dei servizi segreti, di cui si fanno anche i nomi, che adesso non ricordo. Certo, non avrei detto che si tratta di un caso da approfondire se avessi saputo con certezza tutti questi collegamenti. Ho detto che rappresenta un episodio che ha avuto una sua influenza nello sviluppo del caso Moro e che ha avuto una sua finalità. La finalità, lo riconfermo, era secondo me quella di accelerare il sequestro Moro e di indurre le Brigate rosse ad eliminarlo.

PRESIDENTE. Ma se fosse stato solo un falsario di arte moderna come avrebbe poi fatto a condurre la rapina alla Brinks Securmark? Per come si svolge questa è una rapina organizzata da un gruppo criminale di notevole livello.

IMPOSIMATO. C'è da valutare anche un altro fatto; credo che egli abbia falsificato un documento che rivendicava anche l'omicidio Pecorelli. Lasciamo stare gli esiti dei processi, su cui non mi voglio addentrare; io sto parlando di perizie fatte dalla magistratura romana, mi sembra dal dottor Monastero. Il giudice istruttore Monastero credo abbia accertato attraverso perizie grafiche che Chicchiarelli era in possesso di una testina rotante con la quale aveva falsificato non solo il comunicato BR n. 7 ma anche i documenti che riguardavano l'omicidio di Pecorelli e la rapina alla Brinks Securmark. Sono tutti dati che bisogna cercare di sommare tra loro. Non è che stiamo facendo un processo; stiamo cercando di trovare spiegazione a questi comportamenti.

PRESIDENTE. Volevo capire la domanda di Fragalà: se fosse stato solo un falsario di quadri quale collocamento poi avrebbe avuto con il sequestro Moro, perché fa il falso comunicato, e soprattutto con la rapina?

FRAGALA'. Questo è spiegabilissimo. Lui ebbe la possibilità di fare il falso comunicato perché era vicinissimo ad ambienti brigatisti ed era venuto in possesso della testina. La testina gliela hanno data i brigatisti, non la CIA, ed era quella che veniva usata per i comunicati.

PRESIDENTE. No, era uguale ma non era la stessa.

FRAGALA'. Tant'è vero che quando esce il comunicato l'avvocato Guiso si precipita subito al carcere di Cuneo dove parla con Curcio e quando esce, tutto bianco in faccia, dice ai giornalisti che è una provocazione del Viminale. Secondo lei, perché Guiso fa questa gita a Cuneo e poi fa questa battuta ai giornalisti in una condizione psicologica enormemente tirata?

PRESIDENTE. Ma secondo quale logica i brigatisti dovevano far fare a Chicchiarelli un documento falso?

FRAGALA'. I brigatisti non gli hanno fatto fare niente; Chicchiarelli era in contatto con i brigatisti ed ha fatto questa operazione perché glielo ha detto qualcuno.

IMPOSIMATO. Lei come fa ad avere questa certezza?

FRAGALA'. Io faccio un'ipotesi. La certezza che ho dalle carte processuali è la smentita di qualunque collegamento anche lontanamente indiziario tra Chicchiarelli e la banda della Magliana. Lei per tutta la serata ha detto che è certo questo collegamento.

IMPOSIMATO. Io dico che negli atti ci sono elementi che collegano Chicchiarelli alla banda della Magliana e lo riconfermo. Innanzi tutto sono indicati i nomi di due esponenti dei servizi segreti che dipendevano da quel Giuseppe Santovito che era legato alla banda della Magliana; in secondo luogo, si parla dei rapporti tra Chicchiarelli e Abbruciati che faceva parte della banda della Magliana. Io questo l'ho letto, certamente l'ho letto dopo perché tutto questo si è accertato …

FRAGALA'. Secondo la sua impostazione tutti quelli che hanno avuto dei rapporti con Abbruciati facevano parte della banda della Magliana.

IMPOSIMATO. No, ho detto che lui aveva rapporti con elementi della banda della Magliana.

FRAGALA'. Ma allora è diverso dal dire che Chicchiarelli faceva parte della banda della Magliana e che lui era uno della banda della Magliana.

IMPOSIMATO. Questa è la sua idea, io invece la penso diversamente, se lei mi consente.

PRESIDENTE. Saranno tre legislature che mi occupo di questi problemi e devo dire che in realtà questo rapporto tra Chicchiarelli e la criminalità romana era abbastanza riconosciuto. C'è il legame con la rapina: fanno questa megarapina che Chicchiarelli firma in qualche modo.

MANTICA. Ma, Presidente, uno che fa il falsario di mestiere non ha rapporti con le Orsoline ma con i delinquenti.

PRESIDENTE. Quello che non comprendo è perché il collega Fragalà la consideri addirittura una falsificazione.

FRAGALA’. Non ci sono elementi neppure indiziari, si tratta di una ipotesi.

IMPOSIMATO. All’inizio ho avuto modo di dire che questo rappresenta un episodio da chiarire definitivamente ed ho affermato che ci sono elementi molto seri …

PRESIDENTE. Bisognerebbe sentire la moglie.

IMPOSIMATO. Ripeto, si tratta di elementi molto seri che mi fanno ritenere questo, anche se non in termini di certezza assoluta, tanto è vero che ho parlato di probabilità, di possibilità. In ogni caso, la mia idea nasce da quello che ho letto in merito ai rapporti tra Chicchiarelli e Abbruciati da una parte e Chicchiarelli e i due agenti dei servizi segreti dall’altra e in merito al legame tra il falso comunicato del lago della Duchessa e i comunicati che riguardano l’omicidio Pecorelli; tutto questo però, senza fare alcun volo pindarico rispetto ai processi di Palermo e Perugia che rispetto, ma che non hanno nulla a che vedere con le ipotesi di cui stiamo discutendo. Per quanto riguarda l’intercettazione ambientale a cui ha fatto cenno l’onorevole Fragalà debbo dire che ci è stata inviata senza l’indicazione relativa a questi due capi delle Brigate rosse. Al riguardo, ritengo che sia difficile indagare su aspetti di questo genere; infatti prima di tutto bisogna verificare la questione degli agenti dei servizi segreti che non credo abbiano diretti rapporti … non si possono utilizzare non essendo ufficiali di polizia giudiziaria …

FRAGALA’. E’ la Digos di Roma che manda queste intercettazioni ambientali.

IMPOSIMATO. Però si tratta di notizie piuttosto vaghe, perché se non si conosce nemmeno la fonte è difficile interrogare questi brigatisti. Pertanto, su questo aspetto non sono in grado di dare nessuna risposta.

PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, proprio per comprendere meglio il senso della sua domanda vorrei sapere se lei ritiene che i brigatisti avevano ragione quando sostenevano che Moro era il capo della destra della Democrazia cristiana?

FRAGALA’. Addirittura fanno un’affermazione che adesso è verificabile.

PRESIDENTE. Vorrei sapere se lei crede a questa affermazione?

FRAGALA’. Non solo ci credo, ma tengo a precisare che addirittura i brigatisti lamentandosi del fatto che il partito comunista si era imborghesito, sostengono che Moro era uno della Democrazia cristiana che stava dentro il Partito comunista, un indipendente di sinistra del Partito comunista e addirittura che un uomo di Moro della Democrazia cristiana era all’interno del Partito comunista come indipendente di sinistra.

PRESIDENTE. Però Moro era il capo della destra della Democrazia cristiana?

FRAGALA’. Secondo i brigatisti Moro …

PRESIDENTE. Ho capito. Tuttavia siccome i brigatisti effettuavano delle analisi politiche molto precise evidentemente coloro i quali fecero queste dichiarazioni non erano persone di alto rango all’interno delle Brigate rosse proprio perché questa analisi mi sembra invece sbagliata e contraddittoria. Infatti, sostenere che Moro fosse insieme la destra della Democrazia cristiana, l’uomo degli Stati Uniti, un interno del PCI ed in più che avesse un suo uomo all’interno di quello stesso partito come indipendente di sinistra, mi sembra costituisca un errore.

FRAGALA’. Sbaglia signor Presidente. La loro analisi a mio avviso è correttissima. Naturalmente si tratta del loro punto di vista, e cioè di chi conduceva una battaglia contro lo Stato delle multinazionali. Ebbene, secondo questa visione, Moro rappresentava per loro il massimo pericolo, tanto è vero che ne parlavano come dell’unico cervello politico, l’unico stratega, quello che sarebbe diventato il Presidente della Repubblica e così via. Ripeto, secondo la loro logica questa ipotesi era corretta, naturalmente ma non si tratta della mia logica.

IMPOSIMATO. Il problema è che non so di chi si tratti e quindi non sono in grado di stabilire l’attendibilità di questi elementi.

MANTICA. Signor Presidente, desidero ritornare su una sua affermazione su Moro. Le ricordo una discussione in cui ci siamo confrontati a proposito di una mia interpretazione della figura di Moro che la stupì e secondo la quale sostenevo che Moro era un grande statista, credeva nello Stato, ed era probabilmente il soggetto più legato agli Stati Uniti perché il più coerente rispetto all’occidente. Rammento che lei rimase sorpreso da queste affermazioni. Adesso quindi il suo atteggiamento mi stupisce.

FRAGALA’. A mio avviso i brigatisti non hanno sbagliato bersaglio.

PRESIDENTE. Quanto affermò lei, senatore Mantica, mi sembra facesse riferimento alle dichiarazioni di Guerzoni il quale ha sostenuto che non si può comprendere Moro se non si prende atto che si trattava di un conservatore. Però altro conto è farlo diventare l’elemento di destra della Democrazia cristiana. E’ questo che mi ha sorpreso!

MANTICA. Lo riferiva anche Baget Bozzo in un articolo pubblicato su "Il Giornale Nuovo".

FRAGALA’. Volevo inoltre chiedere alcune delucidazioni al senatore Imposimato. Ad esempio vorrei sapere di quale protezione fino al 1974 abbia goduto in Italia il gruppo dell’Hyperion e quale ruolo abbia svolto rispetto a questa vicenda l’onorevole Malagugini, all’epoca deputato del Partito comunista italiano e giudice della Corte costituzionale.

IMPOSIMATO. Mi risulta che il gruppo di Molinaris, Berio e Simeoni abbia mantenuto collegamenti con esponenti della estrema sinistra in Italia; tuttavia, non so se abbia avuto contatti con l’onorevole Malagugini, questo non mi risulta. So soltanto che l’onorevole era parente di soggetti che avevano una qualche implicazione nella lotta armata, ma non sono in grado di dire di chi si tratti. Sono inoltre al corrente del fatto che Galati ha rilasciato una dichiarazione sull’Hyperion e sull’influenza che ha avuto questa struttura sui capi della lotta armata italiana - mi riferisco ai vari Moretti amici di questi tre e ai vari esponenti delle Brigate rosse - offrendo loro addirittura una base a Parigi dove si sono recati poi alcuni brigatisti nel 1979 e forse anche prima. Noi abbiamo avuto modo di interrogare l’Abbé Pierre il quale però non ha offerto alcuna collaborazione, anzi si è mostrato molto arrabbiato e ha agito in maniera molto dura. Certamente questi soggetti hanno avuto un ruolo importante che a noi è sfuggito per molto tempo e sul quale soltanto pochi brigatisti hanno rilasciato delle dichiarazioni che però non sono mai state approfondite seriamente. L’aspetto che mi ha colpito profondamente è che questi soggetti sarebbero venuti a Roma durante il sequestro Moro, quindi qualche contatto, qualche appoggio credo l’abbiano avuto. In ogni caso si tratta di un ruolo che non è stato definitivamente chiarito proprio perché i francesi non hanno offerto quella collaborazione che invece avrebbero dovuto garantire perché purtroppo questi soggetti hanno goduto di una protezione non solo e non tanto in Italia, quanto in Francia dal momento che erano considerati dei professori che gestivano una scuola per interpreti, l’Hyperion, che però faceva anche da base logistica di copertura ai brigatisti che andavano in Francia.

FRAGALA’. Un’ultima domanda. Sabato scorso a Palermo, nel corso di un dibattito in occasione del decennale della morte di Leonardo Sciascia, l’onorevole Macaluso che negli anni 70-80 è stato uno dei massimi dirigenti del PCI ha rivelato e confermato che Sciascia aveva ragione nel sostenere che Berlinguer gli avesse riferito delle sue certezze in merito ai contatti delle Brigate rosse con la Cecoslovacchia. Emanuele Macaluso, quando Berlinguer querelò Sciascia, si recò dal primo dicendogli che non avrebbe dovuto effettuare quella querela perché quanto dichiarato da Sciascia era vero.

PRESIDENTE. Questo lo sta aggiungendo lei, onorevole Fragala’.

FRAGALA’. Berlinguer gli rispose che lo doveva fare perché qualora lo avesse chiamato un magistrato e gli avesse chiesto …

PRESIDENTE. Ripeto, questo lo sta aggiungendo lei, onorevole Fragalà, non è possibile che Macaluso lo abbia detto.

FRAGALA’. Esiste una cassetta registrata a cura di Radio Radicale.

PRESIDENTE. La verità è che ci fu un processo e che vi furono querele precise e che il pittore Guttuso testimoniò a favore di Berlinguer. Effettivamente Macaluso ha affermato che Sciascia aveva ragione e che Guttuso non aveva detto la verità, tuttavia l’onorevole Macaluso non ha dichiarato che Berlinguer gli disse…

FRAGALA’. L’ha raccontato durante quel dibattito a Palermo e c’è la registrazione di Radio Radicale che lo dimostra.

PRESIDENTE. Dico questo perché ho parlato con Macaluso e mi sorprende che abbia detto a Palermo cose diverse da quelle affermate in mia presenza.

FRAGALA’. Senatore Imposimato, nel marzo 1978 il rappresentante italiano dell’azienda automobilistica cecoslovacca Skoda, Pietro De Stefani versò 70 milioni di lire ai dirigenti dell’autonomia milanese e precisamente a tale Nanni Balestrini. Al riguardo, le chiedo se siano stati effettuati accertamenti sul rapporto di parentela che collegava De Stefani a Piperno. La figlia di De Stefani era sposata con il padre della moglie di Piperno e sui collegamenti che questa vicenda avrebbe avuto con il sequestro Moro. E se poi sono risultate dalle indagini delle conclusioni sulla famosa chiave di marca cecoslovacca con la scritta "Praga" e, infine, se voi siete stati messi al corrente da parte dei nostri servizi segreti delle testimonianze riguardanti i campi di addestramento dei brigatisti rossi in Cecoslovacchia.

IMPOSIMATO. Vorrei partire dall’ultima domanda per dire che noi non siamo mai stati informati né dai servizi segreti, né dalla polizia, né dagli organi investigativi vari dell’esistenza di questi campi di addestramento che avrebbero ospitato elementi delle Brigate rosse. Noi non potevamo fare altro, quando abbiamo letto dell’esistenza di questa chiave con la scritta "Praga", che delegare le indagini alla polizia giudiziaria. Purtroppo questo non ha avuto esiti, anche se noi eravamo convinti che questa chiave significava che la persona che la deteneva disponeva di un appartamento a Praga. Io penso che oggi noi possiamo avere elementi tali da ritenere che il supporto dei servizi segreti cecoslovacchi sia stato dato prima, durante e dopo il sequestro Moro, perché ormai gli elementi in questa direzione sono molteplici. Purtroppo mi spiace che non si sia riusciti a recuperare questo dossier che Havel dice di aver consegnato agli italiani. Su questo ovviamente si tratta di stabilire se la polizia o i servizi segreti italiani erano a conoscenza di queste cose. Forse potrebbe essere utile rileggere le dichiarazioni di Luigi Scricciolo, che mi pare di ricordare abbia parlato di questa rete di spie che operava a Roma e che comprendeva anche qualche agente cecoslovacco polacco e bulgaro, oltre che qualche agente italiano. Però, ripeto, per evitare di sbagliare io credo che oggi queste dichiarazioni assumano un valore notevole, perché servono ad aggiungere qualche altro tassello al mosaico che noi stiamo cercando di ricostruire. Per quanto riguarda la questione da lei sollevata sulla conoscenza che Enrico Berlinguer aveva, logicamente penso che sia possibile. Francamente, se lo sapeva Amendola, perché non lo doveva sapere anche Berlinguer?

PRESIDENTE. Cerchiamo di non fare polemiche almeno sulle certezze. Ci fu Sciascia che disse di aver saputo che Berlinguer sospettava di questi rapporti. Berlinguer lo querelò, Sciascia lo controquerelò. La magistratura italiana riuscì ad assolvere tutti e due, benché Guttuso avesse testimoniato a favore della tesi di Berlinguer, che invece non era vera.

IMPOSIMATO. Questa cosa certamente può confermare; però a noi di questi collegamenti né Amendola né Berlinguer hanno mai parlato.

DE LUCA Athos. Vorrei sapere se lei durante le indagini ha avuto delle difficoltà nell’accesso a documenti, archivi o quant’altro. Ultima questione: visto appunto l’interesse, la sua esperienza, che io ritengo preziosa per questa indagine, le chiederei un input, un consiglio alla Commissione in questa fase in cui noi dovremmo mirare le nostre indagini.

IMPOSIMATO. La ringrazio per il suo apprezzamento. Io ho detto di procedere con estrema prudenza rispetto a questi avvenimenti e mi pongo sempre in una posizione di grande umiltà; anzi, se ho dato l’impressione di avere delle certezze, chiedo scusa, ma io ho sempre dei dubbi. Però certe volte avere dubbi eccessivi significa anche correre il rischio di rimanere paralizzati, mentre bisogna cercare di conoscere certi fatti che sono importanti. Per quanto riguarda la prima domanda che lei ha fatto, cioè se ho avuto difficoltà ad avere dei documenti, noi abbiamo avuto difficoltà ad avere i documenti che riguardavano l’operazione di via Montalcini; io ho continuamente fatto delle telefonate e poi ho dovuto scrivere una lettera durissima, il 1° luglio del 1980, per avere quella relazione del 1978. Ma non siamo mai riusciti a sapere l’autore di quella nota, che era una nota negativa sbagliata perché si parlava di cose che non erano vere, che dobbiamo attribuire a leggerezze, cioè che Altobelli e la Braghetti non avevano nessun ruolo nell’ambito della lotta armata. Poi abbiamo cercato di avere, ad esempio, tutte le informazioni riguardanti le riunioni del comitato di crisi per cercare di sapere che cosa era accaduto durante quei 55 giorni; e nemmeno lì siamo riusciti mai ad avere questi verbali e a sapere che i verbali ci sono stati. Per la verità, non sapevamo nemmeno chi faceva parte di questo comitato. Ogni tanto io sento fare dei nomi, per esempio questo Cappelletti, che per la verità non si sapeva; lì c’è stata una dichiarazione del sottosegretario Lettieri che forse bisognerebbe far ripetere. Forse Lettieri dovrebbe chiarire bene che cosa ha detto il professor Tritto a proposito di questo Serghej Socolov, per cercare di andare avanti e di capire il ruolo di questo studente russo in Italia. Se fosse veramente un esponente del KGB, come io credo che sia, potrebbe avere avuto un ruolo attivo durante il sequestro Moro. Quindi, questa è un’indagine che non può rimanere in sospeso, anche perché bisognerebbe sapere chi è il personaggio dei servizi segreti militari, del SISMI, quindi dipendente del generale Giuseppe Santovito. Qui io faccio quest’altro collegamento, non è una ossessione, sono fatti obiettivi: se questo ha ricevuto un incarico, non può non avere informato il suo capo, che era il generale Santovito, che stava nel comitato di crisi, nel quale c’erano un coacervo di persone.

DE LUCA Athos. Venivano redatti dei verbali del comitato di crisi?

PRESIDENTE. Non si sono mai trovati. Addirittura il professor Silvestri ci ha detto che non funzionava come comitato.

FRAGALA’. Non ha mai funzionato, non ha mai fatto riunioni…

PRESIDENTE. Adesso non esageriamo; lei esagera sempre. Silvestri ci ha detto che non era un comitato formalizzato, ma erano tutte persone che contribuivano a questo colossale insuccesso, perché almeno questo lo vogliamo riconoscere.

IMPOSIMATO. Io dico solo che c’era questo comitato, che si riuniva. Lo ha detto anche Steve Pieczenick, che sarebbe opportuno anche cercare di sentire perché ha fatto delle dichiarazioni di una gravità inaudita.

PRESIDENTE. Aveva fissato il giorno in cui venire in Italia. Dopo aver accettato di venire in questa Commissione a parlare (gli avevamo assicurato che gli avremmo pagato l’aereo, il soggiorno, tutto) ha cambiato idea e ha detto di non voler più venire. Abbiamo limiti anche noi nell’accertamento della verità.

IMPOSIMATO. Lui ha fatto tre-quattro dichiarazioni di una gravità inaudita; lui fa delle accuse molto gravi, che peraltro non sono state smentite.

FRAGALA’. Quali sono le accuse di Pieczenick?

IMPOSIMATO. Lui ha detto che nel periodo in cui si riunì con gli altri nel comitato di crisi - di cui faceva parte pure lui - ebbe la netta impressione che non si volesse fare nulla per salvare Moro; lui fece delle proposte e ad un certo punto si arrabbiò per questo comportamento, ebbe l’impressione di stare perdendo tempo e se ne tornò in America. Sono accuse di una gravità inaudita, che sono state ripetute in due o tre dichiarazioni. Ora, io non è che voglio dargli il crisma della verità assoluta, però una verifica bisognerebbe farla. Bisognerebbe poi sapere perché a lui non è mai stato dato il piano Victor. Vi invito a sentire la moglie di Chicchiarelli, per tentare di chiarire quei punti che l’onorevole Fragalà ha posto giustamente in evidenza. Dubito che lei possa parlare ma cercherei di fare un tentativo per conoscere i collegamenti. Il marito di sicuro non ha agito per conto proprio. Bisogna togliersi questi dubbi, bisognerebbe sapere se aveva collegamenti con le Brigate rosse, con i Servizi, con la banda della Magliana. Credo che questi passaggi ulteriori siano inevitabili, oltre a un’indagine su Sergey Sokolov, per sapere se questo personaggio, durante il sequestro Moro, sia stato in contatto, oltre che con il professor Tritto e con il professor Moro durante gli incontri casuali all’università, anche con altre persone; bisognerebbe sapere dove ha alloggiato nel periodo in cui ha studiato a Roma.

PRESIDENTE. Il fascicolo del SISMI su Markevitch vi fu mai mandato? Il nome di Markevitch emerse mai nelle indagini?

IMPOSIMATO. Non ci fu mai mandato e il suo nome non è mai emerso, l’ho conosciuto solo attraverso la stampa. Ho chiesto a Rosario Priore di farmi avere, se non si violava il segreto istruttorio, i documenti relativi.

PRESIDENTE. Non ce ne sono. La Commissione li ha chiesti al SISMI perché la procura romana sta ancora indagando e pertanto non ce li può mandare. Per quanto riguarda il lago della Duchessa, la prudenza con cui ne parlo in questo documento sta nei limiti delle acquisizioni. Del falso comunicato numero 7 del lago della Duchessa, che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione, si sa che l’idea originaria fu di Claudio Vitalone e che il confezionatore del comunicato, con ogni probabilità, fu il falsario Chicchiarelli, vicino alla banda della Magliana, il quale, negli anni successivi, lanciò oscuri messaggi, tra l’altro firmando la mega rapina alla Brinks Securmark, finché venne selvaggiamente ucciso ad opera di ignoti. Questo fotografa le acquisizioni che abbiamo sulla vicenda. Il probabile autore fu Chicchiarelli, vicino, ma non organico, alla banda della Magliana, in quanto conosceva Abbruciati, che poi firma la mega rapina alla Brinks Sercurmark. Secondo me, è un modo per dire che la rapina è opera sua ma che vuole essere lasciato in pace, altrimenti parlerà e racconterà perché ha fatto il falso comunicato. Così ho letto l’episodio e la deduzione non mi sembra un salto eccezionale, anche se è una deduzione logica.

Ringrazio l’onorevole Imposimato per l’interessantissima audizione. I nostri lavori sono finiti anche in tempi ragionevolmente brevi, in un’unica seduta. Ricordo che domani è convocato l’Ufficio di Presidenza.

I lavori terminano alle ore 00,20 del 25 novembre 1999.

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