Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 846 del 31/05/2000

CAMBER. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CAMBER. Signora Presidente, mi permetta questo breve intervento, ancorché sappia essere piuttosto inusuale in quest'Aula intervenire su casi di cui si è protagonisti.

Ho fatto recapitare quest'oggi in casella a tutti i colleghi senatori copia della memoria che nel febbraio produssi avanti alla competente Commissione, memoria che, in apertura ed in chiusura, richiede, come oggi io richiedo a quest'Aula, la concessione dell'autorizzazione.

Desidero anche evidenziare che allora non conoscevo il contenuto meritale delle intercettazioni in questione, che oggi indirettamente conosco e conosco essere a me particolarmente favorevole.

Come scrissi nella memoria richiamata, nulla ho da nascondere e richiedo che le intercettazioni in questione rappresentino un apporto oggettivo ed inequivoco – poiché tale, cioè inequivoco, è dallo stesso pubblico ministero definito – nella ricerca della verità, con un apporto di elementi decisivi in positivo a riprova della mia completa estraneità ai fatti imputatimi.

Consentitemi molto brevemente di inquadrare la questione di cui è causa. Dal secondo dopoguerra operava a Trieste una banca con caratteristiche uniche nel panorama dell'allora mondo occidentale, la Banca di credito–KREDITNA, istituita in Italia con atti correlati al Trattato di pace. Questa banca era esattamente l'espressione, unica nel suo genere nel mondo occidentale, di un paese comunista, l'allora Yugoslavia, che faceva ponte sulla minoranza linguistica slovena presente a Trieste nel Friuli Venezia Giulia.

Nel maggio 1994, dopo circa quarant'anni di operatività, la Banca d'Italia eseguì un'ispezione mirata, che peraltro faceva seguito ad altre ispezioni il cui risultato era stato non chiarissimo, da cui si evidenziò un enorme deficit (quantificato un anno dopo in circa 350 miliardi), deficit fondato anche su di un uso sistematico di fondi neri per circa quarant'anni.

Nel 1995 la banca venne commissariata e si avviarono azioni penali nei confronti dei funzionari responsabili. Fatto singolare quello della responsabilità allora e successivamente inquadrata solo in capo ai funzionari bancari poiché notoriamente questa banca era collegata operativamente con precise e ben individuabili realtà politiche. Era fatto notorio che apicali rappresentanti di un partito oggi al Governo (in questi nove mesi non ho mai portato la questione né sul piano politico né sul piano della critica alla magistratura, però è un dato di fatto che verrà approfondito nel prosieguo del procedimento), persone che fanno oggi parte dell'Esecutivo, avessero istituzionalmente curato, nel periodo che va dal 1980 al commissariamento della banca, i rapporti tra questo partito ora al Governo, la Yugoslavia prima ed i Paesi dell'ex Yugoslavia poi e che questi personaggi periodicamente, cioè mensilmente o più volte al mese, presenziassero a Trieste ove vi era il ganglio operativo delle operazioni finanziarie ed economiche tra un certo mondo occidentale e la Yugoslavia prima e la ex Yugoslavia poi. Tale ganglio operativo per quarant'anni era appunto stato la Banca di credito–KREDITNA.

Nessun responsabile politico né prima, cioè nel 1995 quando interviene il commissariamento della banca e si aprono azioni penali, né successivamente, viene imputato grazie al compatto silenzio dei funzionari della banca inquisiti.

E arrivo alla mia vicenda. È noto che mi occupo di politica da quando avevo quindici anni, ora ne ho quarantasette, ed ho sempre avuto delle posizioni riconosciute frontali, contrarie sia a questo tipo di mondo politico sia ad un certo uso distorto della minoranza slovena grazie a un istituto di credito che a Trieste imperava, appunto la Banca di credito–KREDITNA.

A distanza di quattro anni dall'apertura dei procedimenti penali, nel maggio-giugno 1999 interviene un colpo di scena; dopo quattro anni di indagini non vengono individuati fatti criminosi ad eccezione delle malversazioni imputate ai funzionari della banca; ma improvvisamente l'allora direttore generale della banca ed un di lui sodale in affari da oltre trent'anni sostennero di aver consegnato al sottoscritto nell'autunno del 1994, durante il Governo Berlusconi (allora non ero parlamentare), 100 milioni di lire, cifra che poi viene variata in 150, 400, 500 milioni, come promesse, come parti di dazioni, affinché io evitassi il commissariamento della banca. Si tratta di una delle tante contraddizioni in cui incorrono i due accusatori che forniscono via via una decina di versioni diverse.

Ora, ritenere che persone particolarmente navigate nel mondo dell’alta finanza italiana ed europea (sottolineo europea), persone che per loro stessa ammissione chiesero ed ottennero in questa vicenda - nel 1994 e nel 1995 - il diretto intervento dei vertici della Banca d’Italia (nominativamente indicati), dei rappresentanti apicali del Vaticano (nominalmente indicati), di rappresentanti apicali del mondo bancario dei Paesi dell’ex Jugoslavia e della Germania (sempre indicati), potessero davvero pensare che con 100 milioni (la cifra contestata è di 100 milioni di lire) si potesse veramente evitare un commissariamento per un crac di 350 miliardi, equivale a credere all’ormai famoso bacio di Totò Riina.

Il 1° settembre 1999 appresi dal quotidiano "Il Piccolo" di Trieste di essere indagato e pochi giorni dopo vennero effettuate le intercettazioni di cui è causa. Un mese dopo tali intercettazioni (metà ottobre del 1999), si espletò un singolare incidente probatorio nei confronti di uno dei due accusatori, ancorché in mancanza dei presupposti giuridici che di solito consentono di adire uno strumento processualmente anomalo, qual è appunto l’incidente probatorio. In quella sede venne negato ai miei difensori il diritto di prendere visione di qualsivoglia documento sino ad allora acquisito, il che è in aperto spregio alla ratio base dell’incidente probatorio; ratio per cui io debbo essere in condizione di difendermi in base a tutta la documentazione sino ad allora - cioè sino all’espletamento dell’incidente probatorio - acquisita. In quella sede mi è stata negata non soltanto la visione degli atti sino allora acquisiti, ma addirittura di un’agenda su cui veniva riportato il mio nome asseritamente, senza nessun’altra indicazione, né di denaro né di altro: solo il mio nome con un appuntamento. Anche la visione di questa agenda mi venne negata, comportamento processuale per il quale i miei difensori abbandonarono l’incidente probatorio, in contestazione con il pubblico ministero e con il Gip.

Il 30 dicembre il pubblico ministero chiese il mio rinvio a giudizio insieme ad altri, notificatomi qualche giorno fa. Fatto singolare: solo a fine gennaio 2000, ad oltre quattro mesi dalle intercettazioni di cui è causa, il pubblico ministero riscopre l’esistenza di queste intercettazioni e chiede al Senato l’autorizzazione ad acquisirle. Oggi, come dicevo in precedenza, anche avendo avuto notizia sul merito delle intercettazioni, non posso che rafforzare i miei dubbi già fortissimi sul motivo per il quale le intercettazioni di cui è causa sono state riscoperte dal pubblico ministero solo dopo oltre quattro mesi, ma soprattutto dopo che sono state espletate due parti fondamentali del procedimento penale: dopo l’espletamento dell’incidente probatorio, dopo la richiesta di rinvio a giudizio. Questi documenti erano in mano al pubblico ministero da lungo tempo, antecedentemente all’espletamento di queste due parti del giudizio, con contenuti inequivoci nel merito.

In linea di principio, naturalmente condivido appieno i princìpi richiamati in linea di diritto dal Polo e dalla Lega. Ritengo peraltro che la particolarità della questione oggi al vaglio dell’Aula possa configurare un’eccezione ai cennati princìpi. Personalmente, chiedo quindi a tutti i componenti dell’Assemblea, comunque vogliano considerare i princìpi sottesi dalla questione, di voler concedere, anche come da me richiesto, l’autorizzazione in ordine alle intercettazioni di cui è causa (Applausi del senatore Pellegrino); intercettazioni contenenti decisivi elementi di valenza oggettiva che chiariscono e rafforzano fuor di dubbio la verità in ordine alla mia completa estraneità ai fatti che si vogliono configurare a mio carico. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore.