Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 354 del 12/03/2003
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Passiamo alla votazione finale.
MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio atto di furbizia del Governo, consistente nel mischiare, e quindi nel mimetizzare, la prosecuzione dell'invio degli alpini in Afghanistan con la partecipazione ad altre missioni militari di pace che hanno finalità e caratteristiche molto diverse.
Soprattutto, questo provvedimento legislativo mette insieme la partecipazione italiana ad un intervento internazionale volto a garantire la sicurezza in Afghanistan (cioè la bonifica da ordigni esplosivi, da armi chimiche e altro), del quale viene richiesta l'estensione ad altre zone del territorio afgano da parte delle stesse autorità locali (mi riferisco all'intervento denominato ISAF a tutela dell'autorità afgana, su mandato ONU), con operazione denominata «Enduring Freedom» che avviene su richiesta americana e che ha comportato, tra l'altro, l'impiego del contingente Nibbio nell'ambito degli impegni militari attualmente assunti, come recita l'articolo 1, comma 3, del testo normativo.
Ancora preliminarmente, non posso non rilevare come sia mancata una puntuale relazione del Governo su ogni singola missione, sulle specifiche modalità e finalità delle diverse missioni all'estero, sui risultati ottenuti.
Signor Presidente, per l'Afghanistan occorre un'operazione verità. L'invio dei mille alpini impegnati in operazioni di combattimento può essere definito una missione di pace, come dice il nostro ministro della difesa Martino? Oppure si tratta di una missione di guerra, come dice il portavoce americano, responsabile dell'operazione? Se è così, se è vero quanto dice il portavoce americano, sono state cambiate le modalità dell'impegno militare italiano?
Tutto questo, a mio avviso, non è stato chiarito e, a differenza di altre missioni, per le quali vale il codice penale militare di pace, per «Enduring Freedom» resta l'adozione del codice penale militare di guerra, anche se mitigato dall'articolo 2 del disegno di legge di conversione del decreto-legge, con il quale sono stati abrogati gli articoli 5, 10, 76, 80 e 86 del codice penale militare di guerra - norme, tra l'altro, incostituzionali - grazie ad un emendamento del centro-sinistra accolto dalla Camera dei deputati. Le modifiche apportate sono senz'altro opportune e positive, ma resta l'applicazione all'operazione «Enduring Freedom» del codice penale militare di guerra.
Si tratta di un'operazione particolarmente pericolosa per le condizioni ambientali e operative, con un alto rischio per l'incolumità dei nostri militari, ai quali non possiamo non esprimere i sinceri sentimenti della nostra umana solidarietà per i pericoli che corrono. «Enduring Freedom» non è un'operazione di peace keeping, di mantenimento e ristabilimento della pace.
Anche dopo la replica del rappresentante del Governo, restano tutti gli interrogativi. Quali sono le regole precise di ingaggio dei nostri alpini? Se si tratta di una missione di pace, come dice il nostro Ministro della difesa, quali sono i reali compiti dei nostri militari? Qual è l'entità del trasferimento di autorità dal comando italiano a quello americano? Cioè, il comandante italiano potrà opporre il veto ad ordini provenienti dal comando USA contrari alle direttive ricevute?
Tutto ciò non è stato ancora chiarito dal Governo; tutto resta ancora nebuloso. Non è stata detta ancora tutta la verità; da parte del Governo non sono state sciolte tutte le ambiguità del provvedimento.
Noi comunisti italiani abbiamo votato contro l'invio in Afghanistan degli alpini per l'operazione «Enduring Freedom». Ma come non vedere questa operazione militare in connessione con la guerra degli USA contro l'Iraq?
C'è una semplice ragione. I nostri alpini - ripeto, impegnati in operazioni di combattimento e, per la prima volta nella storia del nostro Paese, posti sotto comando straniero e unilaterale, come dice bene la mozione che anch'io ho sottoscritto - vanno a sostituire le truppe americane, che a loro volta vengono dislocate in Iraq.
E ciò realizza un sostegno indiretto, se così si vuole, alla guerra preventiva contro l'Iraq. Qui bisogna essere chiari.
Noi abbiamo detto chiaramente che dopo l'11 settembre andava condotta una lotta al terrorismo. D'altra parte, si realizzò una grande coalizione, che vide tutti i Paesi - dall'India alla Cina, a Cuba, a tutti i Paesi arabi - esprimere solidarietà al popolo americano. Ma tutto questo, che riguarda la lotta al terrorismo, non ha nulla a che vedere con la guerra; soprattutto, non ha nulla a che vedere con il coinvolgimento del nostro Paese in preliminari o preparativi di una guerra, per giunta preventiva. Che cosa rappresentano tutti gli atti posti in essere dal Governo per la concessione del sorvolo, dello spazio aereo, l'uso delle basi e delle stesse infrastrutture? Non ha nessun fondamento, Signor Presidente, a nostro avviso, la tesi della impossibilità di negare l'autorizzazione al sorvolo dello spazio aereo e all'uso delle basi militari e delle infrastrutture, dal momento che vi sono Trattati vigenti ed Accordi bilaterali sottoscritti dall'Italia.
Al proposito non vi è nessuna decisione dell'ONU, che d'altra parte non potrà mai autorizzare l'uso della forza, se non nei casi di legittima difesa e di attacco. Non esiste decisione della NATO da cui scaturisca automaticamente un preteso obbligo di ottemperare alle richieste americane. Per lo stesso sorvolo dello spazio aereo vale qui ancora una volta ricordare che nel 1986 il Governo italiano negò il sorvolo quando gli aerei americani andarono ad attaccare la Libia. Né, senza dimenticare Sigonella, in mancanza di specifiche decisioni della NATO in attuazione dell'articolo 5 del Trattato, che prevede l'uso della forza solo in caso di attacco ad uno degli Stati membri, si può sostenere la tesi della presa d'atto. Né vale invocare, come ha fatto anche il senatore Palombo, pretesi vincoli derivanti da clausole di Accordi bilaterali, per giunta segreti, che dal 1951 in poi sono stati siglati tra l'Italia e gli Stati Uniti d'America. Questi Accordi, certamente secretati nella loro interezza, possono essere considerati legittimi, e quindi eventualmente validi, solo se si ispirano al principio, tutt'al più, della mutua difesa in caso di attacco e di aggressione, non certamente al principio dell'offesa preventiva!
Da parte dell'Iraq, quale minaccia di aggressione esiste per gli Stati Uniti d'America, o per la stessa Turchia, o per il nostro Paese? l'Iraq non è pericoloso per il suo potenziale militare, né rappresenta una minaccia: lo hanno detto gli stessi ispettori dell'ONU. L'Iraq ha un esercito ridicolo e non costituisce assolutamente una minaccia. La verità vera è che gli atti posti in essere sono in contrasto con il diritto internazionale, con la stessa Carta dell'ONU, con gli stessi Trattati e con gli stessi Accordi bilaterali, che non possono andare contro il principio ispiratore del Trattato; quello della mutua difesa, e non certamente quello dell'offesa preventiva.
Dobbiamo ancora una volta ribadire la nostra richiesta che il Governo revochi, perché in contrasto con il diritto internazionale, tutto quello che è stato fatto in termini di concessioni di basi, di sorvolo e di infrastrutture, perché ciò costituisce l'adesione del nostro Paese ad una guerra preventiva; soprattutto, l'adesione ad una strategia volta a realizzare, con la guerra all'Iraq, un ordine mondiale basato sul controllo - dal Tigri all'Eufrate fino al Kazakistan - delle fonti energetiche da parte di un gruppo di potenze. (Il microfono si disattiva automaticamente).
MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, signor Sottosegretario, è da più di sette anni che si adottano provvedimenti omnibus, nei quali si mescolano missioni di caschi blu delle Nazioni Unite, missioni di guerra della NATO, missioni di alleanze internazionali a geometria variabile come quelle dell'Afghanistan, commettendo da parte dei Governi una grave scorrettezza nei confronti del Parlamento. Come è del tutto evidente, non mi riferisco soltanto a questo Governo, perché si tratta di una tradizione ormai consolidata. Ma perseverare è diabolico, signor Presidente.
Credo che il Parlamento dovrebbe poter decidere non sul solo finanziamento, ma sulla necessità o meno di prolungare e reiterare missioni militari.
Si è detto (ma del resto si era capito anche prima con il Governo precedente) che l'Italia vuole partecipare a molte missioni per contare, per essere protagonista; ma in che cosa? Nella costruzione del nuovo ordine mondiale, dei nuovi assetti, delle nuove relazioni di forza, delle nuove relazioni internazionali. È per questo motivo che i vari Governi hanno fatto a gara per mettere a disposizione reparti italiani per partecipare a missioni internazionali che non sempre, ma quasi sempre, sono state di guerra: in Bosnia, in Kosovo e oggi in Afghanistan. Noi su questa logica abbiamo sempre espresso delle critiche precise e ribadiamo la nostra totale e complessiva, coerente contrarietà.
Le missioni contenute in questo decreto-legge sono molte, ma - come si è visto - si è concentrata l'attenzione anche questa volta su «Enduring Freedom» e sull'Afghanistan e, direi, pour cause, sull'Iraq. Tuttavia, vorrei ricordare che il Governo non è stato capace di fornire un serio bilancio politico del presunto successo delle missioni in Bosnia e in Kosovo, che sono missioni della NATO. Si tratta di missioni, come quella in Bosnia, che hanno fatto seguito a quello che il Governo ha chiamato il fallimento delle Nazioni Unite, le quali avrebbero fallito in Bosnia allorquando decisero di inviare caschi blu per fare una vera operazione di peace keeping, cioè per fare un'operazione di deterrenza e per impedire che si sviluppassero gli scontri interetnici e le pulizie etniche. Peccato che il Governo degli Stati Uniti si rifiutò di mettere a disposizione mezzi e uomini e boicottò apertamente quella missione per poi, dopo due anni di massacri, decretare il fallimento delle Nazioni Unite e intervenire in prima persona attraverso l'Alleanza Atlantica, per installarsi e guidare un processo di ricostruzione dei rapporti politici in tutta l'area dei Balcani.
Questo è solo un esempio, ma potrei parlare anche del Kosovo dove, all'intervento della NATO e sotto gli occhi compiacenti della NATO, è stata messa in atto una pulizia etnica che ha costretto 200.000 serbi ad abbandonare il Kosovo, sui quali non si sono versate lacrime né si sono fatti molti servizi televisivi per descriverne la drammaticità.
Insomma, queste missioni rispondevano e rispondono a una logica ben diversa da quella dichiarata e noi più volte abbiamo avuto modo di denunciare e di chiarire quali siano, complessivamente, i veri obiettivi di queste missioni e di ognuna di esse. In poche parole, si tratta della ricostruzione dei rapporti di forza a livello mondiale, della destabilizzazione di alcune aree per poi ricostruire in esse i rapporti politici con la presenza militare dei Paesi ricchi del mondo e con condizioni più favorevoli di sfruttamento di materie prime, come è il caso anche dell'Iraq.
Di specifico, noi non avremmo contrarietà ad alcune missioni contenute in questo stesso decreto-legge, come in altri che arriveranno presto o tardi alla nostra attenzione. Tuttavia, vediamo in questo provvedimento un aspetto largamente prevalente e perciò - sebbene non su tutte le missioni ci sia la nostra contrarietà - esprimeremo un voto contrario, chiedendo al Governo che questa, però, sia l'ultima volta che al Parlamento viene presentato un decreto-legge fatto in questo modo: non pretendiamo che ne venga adottato uno per ogni missione, ma che almeno si suddividano le missioni secondo l'egida che le ha promosse e secondo le funzioni che hanno; questo sì. Quindi, che ci sia un decreto-legge per le missioni delle Nazioni Unite, che ce ne sia un altro per le missioni della NATO e uno per quelle a geometria variabile.
In questo modo, avremmo la possibilità di discutere e di capire meglio le implicazioni dei voti che esprimiamo; infatti, se le guerre sono una cosa troppo seria per lasciarle nelle mani dei militari, anche le missioni militari sono cosa troppo seria per comprenderle tutte in un decreto di tipo burocratico, che affida ai militari - di fatto - la politica del nostro Paese in quei luoghi. (Applausi dal
FILIPPELLI (Misto-Udeur-PE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FILIPPELLI (Misto-Udeur-PE). Signor Presidente, signor Sottosegretario, intervengo per annunciare che i senatori dell'Udeur-Popolari per l'Europa voteranno a favore della conversione in legge del decreto-legge in esame.
Con questo provvedimento si consente di proseguire la partecipazione delle Forze armate italiane ad operazioni di polizia internazionale, per il mantenimento della pace e per il contrasto al terrorismo.
L'Udeur-Popolari per l'Europa intende essere coerente con i voti già espressi in Parlamento e con gli impegni internazionali assunti dal nostro Paese e concorda nel voler assicurare maggiore sostegno, anche economico, agli esponenti delle Forze armate e di polizia impegnati nelle missioni di pace.
Intendiamo così concorrere a rafforzare la nostra scelta, la nostra vocazione di Paese libero, di Paese che tende a garantire condizioni di pace e di libertà nel mondo, di Paese che compie una scelta di solidarietà con gli organismi che sono fonte della legittimazione giuridica internazionale.
L'Italia partecipa alla costruzione di regole di convivenza internazionali ed è questa la ragione per cui alle nostre Forze armate, ai nostri alpini, ai nostri carabinieri vanno la nostra piena considerazione e gratitudine.
Noi dell'Udeur siamo per la pace e lo abbiamo ribadito con il nostro voto in quest'Aula, sottolineando il nostro no alla guerra quale facile mezzo di risoluzione dei conflitti e proprio grazie a questa posizione il nostro voto è ancor più motivato.
Ciò detto, riteniamo che il Governo italiano debba negoziare, nella misura possibile, le regole di ingaggio affinché esse siano le più idonee a valorizzare le capacità dei militari italiani, che sono capacità notevoli, ampiamente riconosciute sul piano internazionale, anche per la propensione ad interagire, ad instaurare un rapporto positivo con le popolazioni con le quali essi si confrontano.
Vorrei inoltre ricordare che l'abolizione, contenuta nel testo, emendato grazie al contributo del centro-sinistra, di alcuni articoli del codice penale militare di guerra, ormai superati ed obsoleti, fa sì che il nostro voto favorevole sia ancor più convinto. Con tale voto intendiamo far sentire la nostra vicinanza ai militari italiani, agli alpini, ai carabinieri, alle forze di polizia che in situazioni di pericolo svolgono un duro lavoro in rappresentanza dell'Italia.
PRESIDENTE. Data l'ora, rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.