Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 354 del 12/03/2003

Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.

È iscritta a parlare la senatrice De Zulueta, la quale nel suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G4.

La senatrice De Zulueta ha facoltà di parlare.

DE ZULUETA (DS-U). Signor Presidente, questo modo un po' spezzettato di discutere i provvedimenti non aiuta la continuità dell'attenzione circa i temi sottoposti al nostro esame. (I senatori della maggioranza continuano a congratularsi e a conversare con il Ministro).

Signor Presidente, vorrei chiedere un minuto di sospensione dei lavori per consentirne la ripresa in un clima più tranquillo.

 

PRESIDENTE. Senatrice De Zulueta, vorrei evitare di sospendere i lavori. Il Ministro sta comunque uscendo dall'Aula.

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

 

DE ZULUETA (DS-U). Vorrei concentrare l'attenzione… (Brusìo in Aula).

 

PRESIDENTE. Colleghi, per favore, consentiamo alla senatrice De Zulueta di parlare. Chi non è interessato alla discussione può anche uscire. Lo dico con rammarico.

 

DE ZULUETA (DS-U). La ringrazio, signor Presidente; faccio notare di nuovo che passare da un tema all'altro ha un effetto deleterio sulla possibilità di seguire il filo del ragionamento.

Per quanto riguarda il disegno di legge di conversione del decreto-legge 20 gennaio 2003, n. 4, sulle missioni internazionali, esso contiene importanti elementi che non attengono soltanto alla politica della difesa, ma anche alla politica estera dell'Italia. A cominciare dalla questione dei Balcani, dove siamo fortemente impegnati, il decreto conferma l'impegno italiano sia nel settore della partecipazione militare - una missione recente che ha avuto un ruolo di stabilizzazione è quella in Macedonia - sia nella cooperazione nelle attività di Polizia.

In particolare, con questo disegno di legge diamo il via finalmente alla missione di Polizia europea in Bosnia-Erzegovina, che è la prima azione di politica nel campo della sicurezza comune dell'Unione.

Per quanto riguarda l'Africa, il decreto contiene una novità: dà notizia dei finanziamenti necessari per consentire la partecipazione di personale militare alla Conferenza di pace sulla Somalia in corso in Kenya, nonché ai negoziati di pace sul Sudan. Sono Paesi in cui la situazione è gravissima ed il ruolo italiano - in particolare in Somalia - è particolarmente importante, per cui ritengo opportuno che al riguardo vi sia un aggiornamento specifico in Commissione affari esteri da parte del Governo. Mi rammarico che non sia in Aula il rappresentante del Ministero degli affari esteri, perché proprio di una lettera ricevuta da quel Dicastero vorrei parlare.

Ritengo che il disegno di legge contenga una forzatura: l'aver inserito nello stesso provvedimento la copertura e, perciò, l'autorizzazione a ben consolidate missioni di pace, accanto a quella che i nostri alleati americani definiscono una missione di guerra. Secondo il Comando centrale americano, infatti, l'operazione «Enduring Freedom» è in effetti una missione di guerra contro il terrorismo internazionale con proiezioni transnazionali.

Nell'ambito della missione di «Enduring Freedom» vi sono azioni molto diverse tra loro, di cui naturalmente il decreto - che non fa altro che garantire la copertura - non dà particolari notizie. Sostanzialmente diverso è, infatti, l'invio di mille alpini che partecipano da questo mese attivamente, nel teatro di guerra ancora aperto in Afghanistan, alla caccia ai combattenti talibani e di Al Qaeda che ancora vi si rifugiano o che attraversano la frontiera dal Pakistan.

Come ha fatto notare il collega Nieddu, infatti, questa missione è sostanzialmente diversa da quelle delle forze navali e aeree distaccate, ormai dalla fine del 2001, nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nell'Oceano Indiano e nelle basi dell'Asia Centrale. A dire il vero, il motivo per cui queste basi aeree sono mantenute operative è, dal punto di vista militare e della nostra sicurezza, alquanto misterioso, essendo terminata la fase acuta della crisi afgana.

Vorrei però attirare l'attenzione - in particolare del Governo - sulla missione degli alpini. È inutile sottolineare - lo hanno già fatto molti colleghi - che il Governo avrebbe avuto il dovere di essere molto più chiaro nella spiegazione della natura di questa missione, che, secondo il comando americano (sotto il quale essa ricade), è una missione di combattimento. Si è invece usata addirittura l'espressione «missione di pace». Ebbene, credo che questo tentativo di edulcorare la realtà non renda onore all'impegno assunto dai soldati e rischi di fuorviare l'opinione pubblica.

Ribadisco questo concetto con particolare enfasi, perché in questi giorni, nelle stesse province dove è prevista l'azione di rastrellamento e di interdizione da parte dei nostri soldati, è in corso una caccia all'uomo con distaccamenti delle forze speciali americane che, proprio lungo la frontiera tra il Pakistan e l'Afghanistan, stanno cercando Osama Bin Laden perché ritengono - dopo l'arresto in Pakistan del suo presunto luogotenente Khaled Sheikh Mohamed - che egli si trovi proprio in quell'area. Non ho bisogno di sottolineare in altro modo la grande pericolosità della situazione in quella zona.

L'operazione «Enduring Freedom» è in corso da più di un anno e credo sia giunto il momento di tentare di fare un bilancio. Come modello di cooperazione militare, «Enduring Freedom» costituisce una novità: è un esempio di quello che gli americani chiamano ad hoc coalition, cioè una coalizione militare costituita per uno scopo. Un'altra simile coalizione rischia di essere costituita per la guerra in Iraq: se venisse a mancare l'autorizzazione delle Nazioni Unite, il Governo americano ha già promesso che costituirà un'altra ad hoc coalition contro l'Iraq, sotto lo stesso comando - si badi - di «Enduring Freedom».

L'ordine del giorno G4 vuole attirare l'attenzione del Governo su due aspetti di questa coalizione ritenuti preoccupanti. Il primo, meritevole di più attenta considerazione, riguarda la linea di comando; il secondo, il pieno rispetto della legalità, della tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo. Ricordo, infatti, che la missione primaria di «Enduring Freedom» è la lotta al terrorismo.

In questo contesto, richiamo l'attenzione su un aspetto in particolare: con l'adozione del sistema della coalizione ad hoc, per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana si verifica un trasferimento di autorità senza che vi sia una collegialità a livello di comando. Sottolineo la differenza sostanziale del metodo adottato rispetto ai maggiori impegni militari internazionali dell'Italia.

Recentemente è stato autorizzato il finanziamento di EUROFOR, attivo nei Balcani nel contesto della KFOR della NATO. Per attivare EUROFOR sono stati costituiti un comando collegiale e un coordinamento politico a livello di Governi.

Come sapete, in ambito NATO vi è l'obbligo di unanimità e collegialità per tutte le principali decisioni militari. Questa procedura viene a mancare nel sistema adottato con «Enduring Freedom». Il comando, con transfer of authority, è situato a Tampa, in Florida, sotto il comando del generale Tommy Francks. Noi non siamo rappresentati a livello di vertici. L'unica rappresentanza è a livello di ufficiali di collegamento, che non operano su base paritaria.

Ritengo che questa novità, se può essere uno strumento efficace dal punto di vista della rapidità con cui si possono attuare le decisioni, crei un problema dal punto di vista di quello che gli anglosassoni definiscono parlamentary oversight, cioè la possibilità, per il nostro Parlamento, di poter controllare e conoscere in tempo utile la natura della missione in cui sono impegnate le nostre Forze armate. Tant'è che non conosciamo le regole di ingaggio, e non le potevamo conoscere fino a che non vi è stato il transfer of authority, il che ci priva della possibilità di valutare, prima dell'inizio dell'azione, le condizioni in cui viene attivata.

L'ordine del giorno G4, che ho sottoposto all'attenzione dell'Assemblea e del Governo, riporta quello che i giornalisti chiamano uno scoop, una notizia che non è apparsa sui giornali e che il Governo non ci ha comunicato, di cui ho avuto l'opportunità di essere messa a conoscenza durante una visita parlamentare a Tampa, in Florida. Nel corso di un briefing presso il comando centrale delle Forze armate americane, dalla viva voce del generale Michael Delong, che sostituiva il generale Tommy Francks, ho appreso che, nella fase più acuta dei bombardamenti in Afghanistan, la nostra portaerei Garibaldi è stata impegnata per operazioni di supporto tattico e logistico; anzi, la diapositiva che ci fu mostrata in quell'occasione lasciava chiaramente vedere che gli aerei Harrier che si trovano sulla nostra portaerei e che sono stati utilizzati durante quella campagna avevano il compito del puntamento dei bersagli che sono stati poi bombardati. Per me era una notizia, non avendo mai avuto dal Governo (ho controllato anche i resoconti delle sedute della Camera) alcuna indicazione del compito svolto dalla portaerei Garibaldi in quella fase. Ritengo questo un esempio di come il sistema adottato con «Enduring Freedom» possa metterci in condizione di non sapere in che modo sono impegnate le nostre Forze armate.

Per quanto riguarda la lotta al terrorismo e la tutela dei diritti umani, ho ricevuto in questi giorni - per questo mi rammarico del fatto che non sia presente un rappresentante della Farnesina - una relazione del Ministero degli affari esteri sui seguiti dati alla mozione che avevamo presentato e che è stata votata a maggio dell'anno scorso, concernente la condizione e la detenzione dei prigionieri talibani a Guantanamo.

La relazione governativa dovrebbe non dico rassicurarmi appieno, ma almeno confortarmi riguardo all'impegno del Governo su questi temi, dato che in essa è scritto: "Il Governo italiano, fin dalle prime incarcerazioni di miliziani talibani e di membri di Al Qaeda presso la base di Guantanamo aveva preso contatti con il Governo degli Stati Uniti al fine di essere costantemente informato circa le condizioni degli stessi. L'Italia è stata fin dall'inizio e rimane al fianco degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo. Tuttavia non ha mancato di avvalersi di ogni occasione per tornare ad esprimere al Governo statunitense l'attenzione e la sensibilità non solo del Governo, ma dell'intero mondo politico e dell'opinione pubblica italiana per una vicenda che investe i diritti fondamentali della persona".

La relazione del Governo prosegue facendo presente che "anche in sede europea è stato ribadito che la lotta al terrorismo deve comunque rispettare i diritti umani ed i princìpi dello Stato di diritto". E rassicura circa il fatto che, l'anno scorso, nel corso di numerosi contatti, "il Governo italiano ha sollevato con particolare intensità" - così recita la relazione - "la questione della pena di morte e dello status dei prigionieri detenuti nella base di Guantamano".

Il Governo cita anche una risoluzione presentata dal Messico e approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite a ottobre dell'anno scorso in cui si sancisce il principio secondo cui la lotta al terrorismo deve essere condotta nel pieno rispetto della legalità e della tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, concetto ribadito dalla Presidenza danese europea nella stessa sede.

Ora, signor rappresentante del Governo, la questione è di grande attualità. Infatti, in seguito all'arresto del presunto numero due di Al Qaeda Khaled Sheikh Mohamed a Rawalpindi, in Pakistan, sono stati pubblicati numerosi articoli sul problema del trattamento dei detenuti accusati di terrorismo. In particolare, la scorsa settimana è uscito sul "New York Times" un articolo in cui si descrivono quelli che vengono chiamati dall'amministrazione americana "metodi accettabili di pressione", che verrebbero esercitati nei confronti dei prigionieri, come appunto Khaled Sheikh Mohamed. Questi metodi, che non starò a descrivere minutamente, comprendono la privazione del sonno, del cibo e dell'acqua, l'esposizione al caldo e al freddo al limite della sopportabilità ed anche pressioni psicologiche. Ad esempio, nel caso di Khaled Sheikh Mohamed, i suoi figli sono detenuti negli Stati Uniti in una località sconosciuta e pare siano state utilizzate le loro immagini fotografiche per fare pressioni su di lui. Non c'è bisogno di sottolineare ai responsabili del Governo che il coinvolgimento improprio dei figli di un detenuto vìola la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo; a parte il fatto che vi sono anche, nel trattamento che ho prima descritto, evidenti profili di violazione della Convenzione ONU del 1984 contro la tortura.

Nella base di Bagram, secondo fonti giornalistiche e organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, sono utilizzati metodi di pressione anche fisici. Due detenuti sono morti a dicembre dell'anno scorso ed è stata aperta un'indagine amministrativa da parte dell'autorità militare americana; si pensa che la loro morte sia stata provocata dalle percosse e dalle condizioni cui erano stati sottoposti.

Nella stessa base di Guantanamo ci sono stati in un anno, secondo i responsabili americani, venti tentativi di suicidio, uno dei quali è stato riferito venerdì della settimana scorsa. Venti tentativi di suicidio su una popolazione carceraria di seicento individui rappresentano, secondo qualsiasi amministrazione carceraria, una media paurosa.

Ci troviamo dunque in una situazione (Richiami del Presidente) in cui, come recita lo stesso ordine del giorno, si violano le stesse… (Il microfono si disattiva automaticamente).

 

PRESIDENTE. Senatrice De Zulueta, è andata già fuori di un minuto, che io le ho attribuito, ma ora non posso fare di più.

 

DE ZULUETA (DS-U). Un minuto, signor Presidente.

 

PRESIDENTE. Può depositare però il testo scritto.

 

BOCO (Verdi-U). Un minuto, signor Presidente.

 

PRESIDENTE. Ma se lo faccio per tutti, qui ci sono molti iscritti a parlare…

 

BOCO (Verdi-U). Un minuto, signor Presidente.

 

PRESIDENTE. Va bene.

 

DE ZULUETA (DS-U). Grazie, signor Presidente. Vorrei chiedere al Governo di accogliere il dispositivo dell'ordine del giorno G4. Il Governo lo ha già in gran parte accolto a maggio dell'anno scorso ed è molto importante che, a fronte di queste notizie, rinnovi l'impegno in difesa dei diritti umani, che già aveva accettato di assumere, con le parole che vengono riportate nel dispositivo di quest'ordine del giorno, che spero possa di nuovo accogliere. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Aut e Misto-Com e del senatore Frau).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani. Ne ha facoltà.

FORLANI (UDC). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento di conversione del decreto-legge n. 4 del 2003, recante proroga del termine della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali, perviene alla nostra attenzione in un momento cruciale per gli equilibri e la sicurezza mondiale, un momento in cui l'attenzione dell'opinione pubblica e della politica è concentrata sulla grande precarietà della pace mondiale, sull'esigenza di scongiurare un conflitto, sull'esigenza di trovare una soluzione alla grave crisi internazionale.

Vorrei ricordare che in questi anni è maturata, ancor più intensamente che in passato, la coscienza delle nazioni democratiche e rispettose dei diritti umani della necessità di una tutela globale della pace, della sicurezza e dell'integrità fisica e morale degli uomini e delle collettività organizzate, in qualsiasi angolo del pianeta essi si trovino a vivere e ad operare, al di là quindi delle frontiere costituite.

Questa è la finalità ultima delle missioni internazionali promosse in questi anni a vari livelli: NATO, Nazioni Unite, Italia; questa fu la ragione dell'intervento militare della NATO nel Kosovo e a tal fine siamo presenti oggi in alcune delle aree a rischio più esposte a potenziali degenerazioni o più prossime su un piano territoriale a quell'Europa che sta nascendo come soggetto politico, baluardo e garante di democrazia e di pace nel pianeta in cui tutti crediamo.

Questo provvedimento contiene principalmente la proroga dei termini di alcune missioni; proroghe necessarie, data la complessità delle condizioni che siamo andati ad affrontare in queste aree. Si tratta della partecipazione di personale militare e civile alle operazioni in Macedonia, in Albania, nei territori della ex Jugoslavia, in Kosovo, a Hebron, in Cisgiordania, in Etiopia ed Eritrea, in Afghanistan, con le missioni ISAF ed «Enduring Freedom», situazioni tutte molto particolari, molto tese.

All'articolo 2, si prevede anche l'autorizzazione alla partecipazione di personale della Polizia di Stato e dell'Arma dei carabinieri nella Bosnia-Erzegovina per l'anno 2003.

Vorrei ricordare la complessità di queste singole situazioni.

Il Kosovo innanzitutto, ove l'intervento militare degli Stati Uniti, della NATO, supportato anche dal nostro Paese, inizialmente controverso nella sua natura, nelle sue ragioni, era però sicuramente mosso dalla necessità di tutelare i diritti umani di una parte che veniva gravemente oppressa dal regime di allora della Federazione iugoslava. Una situazione che tuttavia, dal momento in cui quell'area è stata di fatto sottratta alla sovranità della federazione jugoslava e sottoposta al controllo della Forza internazionale di pace, è rimasta in una condizione di ibrida staticità; una situazione in cui ancora i diritti umani di una parte - la parte minoritaria serba - continuano ad essere violati, o meglio ne continua ad essere impedito l'esercizio; una situazione in cui resta una posizione indefinita della comunità internazionale su quello che sarà il futuro, su quella che sarà la prospettiva istituzionale di quell'area, che è un'area europea, distante pochi chilometri dall'Italia, che non si sa se avrà il destino di Stato indipendente, se dovrà tornare in qualche forma sotto la sovranità della federazione jugoslava o se dovrà restare una sorta di protettorato della comunità internazionale, così come si configura oggi. Resta quindi un'area di incertezza e di instabilità per gli equilibri e per la sicurezza europea.

La Macedonia, ove è in corso un processo di riassetto costituzionale che deve portare a forme di maggior distensione nella coabitazione tra la popolazione di etnia macedone e quella di etnia albanese.

L'Afghanistan, per il quale - nonostante l'intervento armato dello scorso anno che ha liberato quel Paese dal regime oppressivo e oscurantista dei talibani - vediamo come in realtà la stessa comunità internazionale occidentale si trovi oggi in grande difficoltà nel tentativo di ricostituire una condizione di controllo di tutto il territorio del Paese da parte di un governo democratico o comunque più rispettoso di certi principi di civiltà liberale rispetto al precedente regime. Ove in realtà il Governo Karzai non controlla molto più che il territorio della capitale ed ove il resto del Paese versa in una condizione di anarchia o di totale dispersione di poteri, che rende ancora incerto e indefinito l'avvenire di quel Paese.

Poi Hebron, la Palestina, la Cisgiordania e - aggiungo - la striscia di Gaza, punti caldi di un conflitto che costituisce una grande priorità nell'impegno della comunità internazionale ed una delle condizioni più forti di instabilità e di giustificazione, di pretesto per l'attività terroristica internazionale e per l'attività propagandistica del fondamentalismo. Vediamo come la definizione del futuro di quell'area e l'interruzione di questa mattanza infinita, di questo circolo vizioso di attentati e di repressioni violentissime, che dovrebbe costituire una delle priorità della comunità internazionale, vengano in qualche modo in questa fase dilazionate, prorogandone la soluzione rispetto alla priorità accordata a quello che dovrebbe essere l'imminente conflitto in Iraq.

È, quest'ultima, un'altra area per la quale comunque confermiamo in questo provvedimento un interesse, una presenza del nostro Paese per quello che può fare, per quello che può dare.

Così come ritengo importante la partecipazione all'operazione di polizia nell'area della Bosnia-Erzegovina, un Paese che fu stabilizzato parzialmente con gli accordi di Dayton, con l'insediamento delle due repubbliche, quella serbo-croata e quella musulmana, con un sistema di ingegneria costituzionale i cui limiti e le cui precarietà sono tuttora evidenti nelle dinamiche costituzionali, elettorali e parlamentari di quel Paese e che sempre più viene definito dagli osservatori internazionali suscettibile di modifiche e di assestamenti per l'avvenire.

Per quanto riguarda il nostro Paese, sono comunque sempre interventi volti al disarmo, all'interposizione tra i contendenti, alla rimozione dei fattori di stabilità, alla protezione della popolazione civile. Sotto questo profilo, in tale direzione deve proseguire l'impegno italiano con queste modalità, venendo poi assorbito in futuro - ci auguriamo - da una forza di intervento rapido europea, espressione dell'Unione Europea, quando questa, al termine dei lavori della Convenzione, avrà realmente acquisito una natura di unione politica di Stati e assunto anche un'impostazione univoca di politica estera e di difesa che oggi, alla luce dei fatti recenti, appare del tutto carente, come si può rilevare.

L'Italia, nel frattempo, deve fare la sua parte, portando il suo contributo di sensibilità umana e civile nelle aree di crisi, nelle aree in cui i conflitti cronici o temporanei creino condizioni di panico collettivo, esodi forzati con risvolti drammatici proprio sul territorio del nostro Paese, miseria generalizzata e mattanza continua di esseri umani. È una priorità per una democrazia matura in una civiltà globalizzata, è un impegno che ha i suoi costi. Aumentano quindi gli oneri finanziari: ciò si spiega con lo sviluppo della partecipazione italiana a «Enduring Freedom» in Afghanistan, con gli incrementi apportati alle diarie di missione e l'avvio di nuovi interventi nei Balcani, ma anche alla Conferenza di pace sulla Somalia, ai negoziati sulla pace in Sudan, con la presenza di nostro personale militare. Questi ultimi due Paesi ormai da anni stentano a ricomporre l'unità nazionale sotto Governi universalmente riconosciuti che possano assumersi la responsabilità di riprendere il cammino dello sviluppo e del progresso sociale. Governi unitari, Governi nazionali che abbiano una giurisdizione effettiva sul territorio sono la condizione essenziale affinché questi Paesi possano proseguire tanto sul cammino dello sviluppo economico, quanto su quello della repressione e della eliminazione di tutti i focolai interni di destabilizzazione, che alimentano il terrorismo e possono alimentare la criminalità internazionale.

Ci esprimiamo favorevolmente anche sull'abrogazione dei cinque articoli del codice penale militare di guerra di cui all'articolo 2 del disegno di legge di conversione, retaggio di concezioni ormai anacronistiche e superate, la cui esclusione dal nostro ordinamento concorre all'adeguamento delle odierne operazioni militari, all'evoluzione dei costumi e delle concezioni, anche sul piano della tutela della dignità personale militare e delle libertà civili. (Applausi dai Gruppi UDC e AN).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bedin. Ne ha facoltà.

BEDIN (Mar-DL-U). Signor Presidente, il decreto-legge che stiamo esaminando contiene disposizioni urgenti per la prosecuzione della partecipazione italiana a operazioni militari internazionali e anche, dopo l'esame della Camera dei deputati e per iniziativa dell'Ulivo (devo ricordarlo), modifiche al codice penale militare di guerra.

Questo strumento è il tradizionale mezzo con il quale il Governo prima e il Parlamento poi assicurano tranquillità normativa e copertura finanziaria ai militari italiani impegnati in operazioni internazionali. È dunque con riferimento principalmente ai militari che dobbiamo esprimere la valutazione parlamentare, anche se sono rilevanti i contenuti politici, sui quali infatti mi soffermerò più avanti e che abbiamo evidenziato anche con la presentazione di emendamenti.

Comincio dagli aspetti finanziari.

Nel testo all'esame del Senato c'è una questione specifica riguardo al finanziamento. La Commissione bilancio del Senato nel suo parere ci ha segnalato l'inesattezza dell'importo relativo all'autorizzazione di spesa indicata all'articolo 1, comma 8, in quanto non recepisce i miglioramenti approvati nel corso dell'iter parlamentare alla Camera dei deputati, relativi alle indennità di missione. Insomma, sulla base di proposte presentate dall'Ulivo, si è deciso di eliminare alcuni tagli alla diaria dei militari, ma non si sono inserite nel decreto le nuove somme che servono.

Lo stanziamento complessivo previsto dal decreto-legge sembra soddisfare anche le nuove spese, ma non è poi così scontato.

Ricordo che il sottosegretario Molgora, rispondendo alle considerazioni svolte dal relatore della Commissione bilancio, ha osservato che il problema della mancata modifica dell'autorizzazione di spesa indicata all'articolo 1, comma 8, potrebbe essere risolto (cito dal Resoconto della seduta) «alternativamente, mediante l'aumento della predetta autorizzazione di spesa ovvero incrementando gli importi relativi agli articoli 3, commi 1 e 3-bis». Quale che sia la strada che si percorra, essa porta, secondo il Sottosegretario, ad una modifica del decreto-legge qui in Senato.

Sulla stessa linea è il parere della Commissione bilancio. Pur offrendo un appiglio procedurale per evitare modifiche, il parere annota: «La Commissione rileva che sarebbe, tuttavia, opportuno riformulare nei termini anzidetti la citata autorizzazione di spesa per escludere i possibili effetti che deriverebbero dall'applicazione del comma 6-bis dell'articolo 11-ter della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni e integrazioni, secondo cui "le disposizioni che comportano nuove o maggiori spese hanno effetto entro i limiti della spesa espressamente autorizzata nei relativi provvedimenti legislativi"».

In vista di una necessaria modifica e quindi di un terzo passaggio del decreto-legge alla Camera, l'Ulivo ha consentito procedure accelerate nell'esame in Commissione difesa, non formalizzandosi sul rispetto dei tempi. Con l'approvazione rapida in Commissione, ci sarebbero state altre due settimane per perfezionare il decreto-legge prima della scadenza (se, come ho sostenuto in varie occasioni in quest'Aula, avessimo esaminato prima il provvedimento).

Da parte sua, il Governo non è stato invece in grado di dire una parola chiara in Commissione, anzi ha fatto carico il Senato di assumere l'iniziativa attraverso un ordine del giorno; troppo poco per una questione delicata e assai concreta. Poiché il senso immediato di questo decreto-legge è garantire gli stipendi ai militari italiani in missione, il forte dubbio che riguarda la copertura ci ha costretti in Commissione ad una posizione assai prudente. Vedremo in Aula se il Governo vorrà e potrà dare assicurazioni sul pagamento degli stipendi anche con una copertura finanziaria sbagliata. Il Governo ha presentato un emendamento: evidentemente, ha dato ragione alle nostre preoccupazioni; vedremo il prosieguo del dibattito.

Il secondo aspetto riguarda la posizione giuridica dei militari.

Premetto che sarebbe stato più giusto e più limpido dal punto di vista politico e parlamentare fare una distinzione tra le varie operazioni militari internazionali, che presentano caratteristiche e finalità molto diverse fra di loro.

Su diciotto missioni che vedono impegnati i militari italiani, ne condividiamo senza riserve diciassette e mezzo. Il nostro Gruppo ha addirittura chiesto in Commissione, attraverso un emendamento, l'ulteriore proroga della partecipazione alla missione ISAF, a guida ONU, in Afghanistan fino alla fine dell'anno. In proposito, il fatto che in Commissione il Governo abbia espresso parere contrario su questo emendamento mi auguro non preluda ad un disimpegno italiano da tale missione dopo il 30 giugno. Lo verificheremo fra poco in Aula.

A nostro parere, la natura della partecipazione italiana all'operazione «Libertà duratura» in Afghanistan richiederebbe invece ulteriori approfondimenti e avrebbe dovuto essere disciplinata in uno specifico provvedimento. Al di là dell'iniziale volontà del Parlamento, infatti, l'invio degli alpini non può essere inquadrato nell'ambito di una missione di peace keeping, in quanto si sta assistendo ad un cambiamento della natura e della finalità dell'operazione «Libertà duratura». Il Presidente del Consiglio lo ha detto nella sua conferenza stampa di fine anno, ma a quell'affermazione non sono seguite informazioni al Parlamento.

Su questo punto, anche nella discussione del decreto-legge in Commissione difesa il Governo è stato reticente in merito al trasferimento di comando, alle regole di ingaggio e all'esigenza di tutelare l'incolumità dei nostri soldati. Anche in questo caso, il Governo ha lasciato tutta la responsabilità al Parlamento. A rispondere ai nostri dubbi sono stati, infatti, solo colleghi della maggioranza.

Anche per questa mancata assunzione di responsabilità le risposte sulle regole di ingaggio dei nostri militari non appaiono soddisfacenti. A nostro modo di vedere, la maniera migliore per esprimere solidarietà ai militari italiani è quello di chiarire che cosa andranno a fare e chi li comanderà; il silenzio della maggioranza su questi temi non rende un buon servizio alle Forze armate.

Il contingente Nibbio è già in Afghanistan ed il Parlamento non è stato ancora informato sulle caratteristiche del transfer of authority, né sulle regole di ingaggio. Noi chiediamo che il Governo si pronunci su tali aspetti nell'ambito della discussione di questo decreto-legge. Sarebbe infatti un'omissione particolarmente grave sotto il profilo politico limitarsi a prorogare la partecipazione alla missione «Enduring Freedom» senza fornire un chiarimento su tali questioni.

Ciò in considerazione del fatto che nelle ultime settimane si è manifestata una evidente contraddizione tra le dichiarazioni del portavoce dell'operazione «Enduring Freedom» - il quale rappresenta la catena di comando cui farà riferimento il contingente italiano - e le affermazioni rese dal Ministro della difesa. C'è quindi la necessità di un chiarimento in quanto su tali questioni il Parlamento deve essere adeguatamente informato.

In particolare per quanto riguarda il tranfer of authority, poiché il Parlamento deve essere tempestivamente informato sulle sue caratteristiche, se effettivamente si sia giunti ad una sua definizione, se si preveda un ruolo del comando italiano sul campo, anche in termini di poteri di veto rispetto alle direttive del comando americano.

Il Parlamento deve essere informato su tali aspetti e in primo luogo sulle regole di ingaggio.

Per la fase emendativa abbiamo proposto un emendamento che stralcia di fatto la missione Nibbio da "Libertà duratura". E non per consentirci un voto diverso da quello della maggioranza, ma per spingere il Governo a chiarire che siamo di fronte ad una realtà diversa. Come ho detto, il Presidente del Consiglio lo ha fatto in televisione; lo dica in Parlamento, traduca questa diversità in atti legislativi coerenti.

Il Governo non ci ha dunque fornito elementi certi su due aspetti fondamentali del decreto. Questa latitanza dell'Esecutivo ha determinato finora incertezza sulla copertura finanziaria e insufficiente chiarimento sull'ingaggio dei nostri militari all'interno dell'operazione "Libertà duratura", che ci hanno impedito di esprimere un voto in Commissione. Mi auguro che di qui al voto finale dell'Aula del Senato il Governo si assuma sui due temi le responsabilità che gli competono per rassicurare le Forze armate e per consentire al Senato di esprimere un voto certo.

C'è un'altra osservazione sui comportamenti politici che riteniamo di fare: questa volta non nei confronti del Governo, ma della Presidenza del Senato.

Il disegno di legge in esame, pur avendo un contenuto tecnico, riflette una precisa volontà politica; esso non può essere ridotto al solo finanziamento delle missioni. Non lo è nei fatti politici italiani, non lo è nella realtà internazionale. Trattandosi di un capitolo di politica estera, non posso non rilevare come la Camera dei deputati abbia seguito un percorso diverso da quello che sta seguendo il Senato. Nell'altro ramo del Parlamento la Presidenza ha assegnato il decreto-legge all'esame delle Commissioni difesa ed esteri; la Presidenza del Senato ha invece assegnato il disegno di legge di conversione solo alla Commissione difesa.

Poiché credo che nessuno di noi voglia dare credito all'impressione che Governo e Presidenza del Senato intendono militarizzare la politica estera italiana, ho chiesto al Presidente della Commissione di segnalare la questione alla Presidenza del Senato. So che questo è avvenuto. Mi auguro che per il futuro questo tema venga almeno discusso e possibilmente abbia uno svolgimento parallelo tra i due rami del Parlamento. Per intanto, mi sembrerebbe opportuno almeno che la nostra discussione qui in Aula abbia luogo alla presenza anche di un rappresentante del Ministero degli esteri, al fine di chiarire gli intendimenti del Governo in riferimento alla evoluzione del quadro internazionale in cui si collocano le varie missioni.

Esprimendo l'augurio che per il futuro ci siano procedure simili tra Senato e Camera, ho forse rinunciato a priori ad una speranza: che la presenza dei nostri militari italiani in missioni internazionali di pace diventi la normalità della loro vita e della nostra legislazione.

Poiché queste missioni sono finalizzate a costruire nel mondo più forti, stabili e durature condizioni di pace, a nome della Margherita-l'Ulivo voglio innanzitutto rinnovare alle donne e agli uomini che rappresentano l'Italia in situazioni comunque difficili ogni possibile sentimento di gratitudine per l'impegno personale e professionale che continuamente profondono, unito alla più ampia solidarietà per il rischio che corrono nell'unico intento di garantire ad altri uomini e donne migliori condizioni di vita.

Ciò che oggi non può essere messo in discussione è la partecipazione dell'Italia a queste missioni, in cui l'Ulivo si è lealmente speso nella sicurezza di offrire alla causa del mantenimento della pace un fattivo contributo.

Ciò che oggi possiamo e dobbiamo mettere in discussione è il metodo attraverso il quale il Governo giunge alla proroga di tale missione.

Il Senato si trova infatti, ancora una volta, ad affrontare il delicato argomento della proroga di missioni internazionali attraverso lo strumento del decreto-legge.

Ciò che fatichiamo a comprendere è la ragione per cui il Governo continui ad insistere sulla decretazione d'urgenza, anziché scegliere la via più ragionevole della procedura di una pianificazione organica ed ordinata della materia delle missioni internazionali di pace delle nostre Forze armate.

Riguardo al decreto, due sono le questioni che vorrei sottoporre all'attenzione dell'Aula.

La prima è di carattere formale e tecnico. Il provvedimento che stiamo esaminando si presenta come una sorta di decreto omnibus, in cui sono contenute disposizioni varie e molteplici che vanno dalla Macedonia all'Albania, dal Kosovo ad Hebron, dall'Etiopia all'Eritrea, dalla Bosnia-Erzegovina all'Afghanistan.

La seconda questione concerne invece maggiormente il merito delle vicende di cui ci stiamo occupando.

Su queste missioni internazionali - ed in particolare su quella che opera in Afghanistan - crediamo sia giunto il momento di fare definitivamente chiarezza. Ma sulla questione dell'Afghanistan mi soffermerò in sede di illustrazione degli emendamenti.

Più in generale, posso osservare che, ad oggi, il Senato non è stato ancora posto in condizione di valutare appieno i risultati ottenuti nell'ambito di ciascuna di queste missioni, né è stato pienamente informato circa l'eventuale cambiamento della loro natura e funzione.

Si tratta di questioni già comprese nel decreto-legge o che matureranno nel tempo della sua validità. Di questo sarebbe importante conoscere per il Parlamento, oltre che doveroso spiegare da parte del Governo, i cambiamenti (ad esempio delle missioni nei Balcani) o commentare le preoccupazioni di fonti autorevoli, sempre per restare nei Balcani, secondo cui la missione in Bosnia, lungi dal pacificare quelle popolazioni, starebbe scatenando un clima di radicalizzazione tra etnie.

Ci sono elementi di novità importanti, come la missione di polizia in Bosnia-Erzegovina, che ha iniziato l'attività il primo gennaio 2003, sostituendo la missione dell'ONU. Sappiamo che l'obiettivo della missione, il cui mandato è di tre anni, è stabilizzare il Paese e avvicinare le condizioni della polizia bosniaca alle norme europee.

L'Unione Europea gestirà per la prima volta una missione come «capofila» e questo le permetterà di affermarsi come operatore credibile per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. La sua missione, che ha avuto il sostegno della comunità internazionale, copre non solo l'inquadramento delle forze di polizia, ma anche il rafforzamento dello Stato di diritto.

La forza di polizia militare non potrà essere esercitata interamente, in quanto la missione dell'Unione Europea non ha un ruolo esecutivo.

L'impossibilità di avere tale ruolo porterà la Polizia europea ad utilizzare "il bastone e la carota" per arrivare ai suoi scopi? Dovrebbe servirsi della condizionalità dei programmi della Commissione europea sul posto (in particolare, il programma CARDS) e della possibilità di dare al capo missione il potere di licenziare i poliziotti locali non adatti?

Sono domande alle quali più che il Ministro della difesa dovrebbe rispondere il Ministro degli affari esteri.

Al Ministro della difesa, al Governo, noi chiediamo: come si fa in questo decreto a prorogare di sei mesi una missione che insieme si è stabilito duri tre anni?

E per restare sempre in questa parte della nostra Europa, ci piacerebbe sentire qualche commento e qualche indicazione italiana sui contenuti del Consiglio dell'Unione europea sugli affari generali e le relazioni esterne del 24 febbraio scorso.

Sappiamo che il Consiglio ha preso nota della relazione presentata da Solana, Alto rappresentante dell'Unione europea per la PESC, e dalla Presidenza greca sulla sostituzione del comando della SFOR in Bosnia-Erzegovina da parte dell'Unione e di un contributo franco-britannico al riguardo.

I due documenti sottolineano la necessità di una missione con un mandato forte, che lavori in stretta cooperazione con la NATO e che potrebbe essere operativa nel 2004. Entro maggio queste idee verranno concretizzate per arrivare ad un concetto generale che definisca compiti e necessità della missione che il Consiglio dovrà approvare. Qual è la linea sostenuta dall'Italia in questa pianificazione?

Sempre in quella riunione del Consiglio i Ministri hanno anche preso nota dei passi avanti fatti per preparare la futura missione militare dell'Unione Europea in Macedonia che deve sostituire la missione NATO. L'eventualità di un cambio il 15 marzo, questa settimana, quindi, è confermata?

Non possiamo continuare a leggere sui resoconti del Parlamento europeo i particolari delle missioni cui partecipano anche i militari italiani. Apprezziamo l'assunzione del comando dell'operazione in Macedonia da parte dell'Unione Europea, ma riteniamo che il Parlamento avrebbe dovuto essere informato prima, specialmente per quanto riguarda le conseguenze finanziarie della nostra partecipazione.

Il Consiglio, il 24 febbraio, ha infine preso nota dei lavori per preparare accordi permanenti tra l'Unione Europea e la NATO - in base all'accordo Berlin Plus - e ha adottato l'accordo di sicurezza tra l'Unione Europea e la NATO sulle informazioni riservate tra l'Unione e l'Alleanza. Poiché i nostri militari dovranno operare in base a questi accordi, vuole il Governo riferircene perché il Parlamento non si trovi solo a ratificare ma anche perchè, attraverso il Parlamento, le nostre Forze armate sappiano quali sono i loro diritti e il loro compito?

Infine, un'ultima questione che il dibattito su questo decreto dovrebbe spingere il Governo a chiarire.

Qualche giorno fa, in occasione della riunione comune della Commissione affari esteri del Parlamento dell'Unione e di una delegazione dell'Assemblea parlamentare della NATO, il Ministro greco della difesa ha ammesso che occorreranno forse due anni in più del periodo inizialmente previsto perché la Forza di reazione rapida dell'Unione raggiunga i 60.000 uomini. Due anni di ritardo sono drammatici nell'attuale situazione internazionale. Ce ne vuole parlare il Governo?

Insomma, c'è molta materia per un confronto sul merito del provvedimento e non solo sulla copertura finanziaria. Lo sollecitiamo al Governo. Da parte nostra credo si tratti di rispetto per coloro che ci rappresentano e, anche a nome nostro, fanno una parte significativa della politica estera italiana con il proprio lavoro ed il proprio rischio. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palombo. Ne ha facoltà.

PALOMBO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, stiamo per approvare la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari all'estero, assicurando copertura giuridica ed economica ai reparti delle nostre Forze armate impegnate fuori area.

Si tratta quindi di un provvedimento analogo ai numerosi precedenti di questa e della passata legislatura.

In altre parole, è un atto ripetuto che si inquadra nel ruolo sempre più partecipe e responsabile del nostro Paese, ai fini della pace, della sicurezza e della stabilità internazionale, nell'ambito delle azioni e operazioni intraprese dalle organizzazioni internazionali alle quali l'Italia aderisce.

A questo proposito, l'attuale momento della vita internazionale degli Stati è particolarmente complesso e pieno di incognite.

Sullo scenario geopolitico incombono numerosi rischi di crisi endemiche, la minaccia del terrorismo di matrice fondamentalista e la diffusa presenza della criminalità multietnica dedita essenzialmente al traffico delle armi, allo spaccio della droga e al commercio schiavista di clandestini.

La situazione è tale da richiedere l'impegno dei nostri militari al di fuori dell'Unione europea e della più vasta area dell'Alleanza atlantica.

Dobbiamo constatare che alla pacifica stabilità politica ed economica di cui godono i popoli dell'Unione europea e della NATO corrisponde un mondo esterno sempre più turbolento ed aggressivo che, da un lato, si contrappone al nostro e, dall'altro, ne è fortemente attratto.

Questa raffigurazione, per certi versi, riporta alla mente l'impero romano alla sua epoca aurea, da Nerva a Marco Aurelio, con gli imperatori impegnati nell'estenuante impresa di tenere lontani, con le legioni, dai territori del vasto Stato, i barbari. L'accostamento è suggestivo ed interessante e può essere utile se si considera che quasi venti secoli orsono l'Occidente reagì all'aggressione con la strategia, senza sbocchi, dell'assediato.

Per noi, soprattutto dopo la tragica esperienza dell'11 settembre 2001, la stabilità interna ed esterna devono essere invece conservate e protette, anche con proiezioni esterne della forza militare, oltre che con il dialogo, lo scambio economico e culturale.

Abbiamo, altresì, già accettato la convivenza multietnica e la libera professione delle fedi religiose, senza compromessi, però, per la democrazia, la laicità dello Stato, il rispetto dei diritti dell'uomo.

Costrette dalla situazione, quindi, l'Unione Europea e la NATO hanno elaborato una strategia scalare per il mantenimento della pace, la cui applicazione dipende, tra l'altro, dalle risorse economiche e militari che vi saranno investite.

Mi riferisco alle azioni e alle operazioni che vedono coinvolti, con le cancellerie della diplomazia, gli Stati maggiori delle Forze armate. Il loro fine è quello di mantenere e conservare la stabilità internazionale costruendo la pace (peace making), sostenendola (peace keeping), proteggendola (wider peace keeping) e, infine, quando occorre, ristabilendola (peace enforcement), anche con la forza dell'intervento militare.

Ricordo più a me stesso che ai colleghi dell'opposizione, che in ogni occasione chiedono di conoscere quali sono le regole di ingaggio che guidano l'attività operativa dei nostri reparti, anche se sanno che queste regole sono segrete (ma se sono tali, perché le dobbiamo rivelare? Per nuocere alla incolumità dei nostri militari?), che l'eventualità che le truppe inviate all'estero siano costrette a difendersi contro attentati, inopinate scaramucce, imboscate non è mai esclusa in alcuna fattispecie di intervento.

Si è già posto, pertanto, come ho già detto, fin dalla prima missione all'estero il problema di dotare i nostri contingenti militari di opportune direttive specificanti le circostanze e i limiti entro cui possono iniziare e continuare un combattimento con forze contrapposte.

Il problema va risolto, in ogni missione, tenendo conto del quadro giuridico in cui avviene l'intervento, se per l'esecuzione di una risoluzione dell'ONU o in applicazione dell'articolo 5 del Trattato della NATO.

Gli ordini a tal fine impartiti sono per norma e necessità chiari, semplici e ispirati al contenimento della forza. Prevedono le armi da usare nelle diverse situazioni e l'autorità, di ogni livello gerarchico, deputata a decidere l'apertura del fuoco e lo spostamento dell'unità minacciata dalla posizione assegnata. Chiariamolo una volta per tutte. Il problema è risolto, di volta in volta, dal nostro Stato maggiore della difesa, che tiene conto del quadro giuridico entro il quale si sviluppa l'intervento, alla luce dell'autorizzazione concessa dal Parlamento per l'invio delle truppe all'estero.

Inoltre, poiché si tratta di ordini prestabiliti che, nella contingenza degli accadimenti, possono rivelarsi non adeguati alle situazioni che sopravvengono in loco o nel teatro delle operazioni, in fase di stesura, si procede ad elaborarli in rapporto ad un ventaglio di ipotesi di emergenze e di rischi. Ciò allo scopo di fronteggiare il mutare delle minacce nelle diverse situazioni con la necessaria prontezza e la corrispondente flessibilità, ai vari livelli della scala di comando.

Il complesso di siffatte direttive costituisce il pacchetto delle cosiddette regole di ingaggio della missione, le quali, per ovvie ragioni, sono sempre segrete per ciascun tipo di intervento.

Infine, mi sembra opportuno ricordare anche che il comando dei nostri contingenti militari impiegati all'estero risale al Capo di Stato maggiore della difesa. Egli, quindi, nel momento in cui le nostre forze militari transitano alle dipendenze di una struttura di comando e controllo multinazionale, delega parte della sua autorità a chi nel teatro dirige e coordina le operazioni. In altre parole, la delega si riferisce a compiti specifici, definiti nello spazio e nel tempo e da condursi entro precisi vincoli di impiego e predeterminate modalità d'esecuzione.

A tale riguardo, di norma, nella catena di comando e controllo, è presente, all'adeguato livello, un rappresentante nazionale con l'autorità di intervento per fermare eventuali scavalcamenti del concesso impiego dei nostri militari.

Illustrate le prudenti modalità della nostra Difesa nell'impiego dei contingenti militari inviati all'estero, riconosco l'onestà intellettuale di alcuni colleghi dell'opposizione, che hanno chiara la situazione di rischio in cui si svolgono le varie missioni dei nostri militari all'estero.

Tanto detto, vorrei ricordare agli altri colleghi dell'opposizione che, in rapporto agli impegni assunti dall'Italia con gli alleati e i partner della comunità internazionale, dobbiamo avere il coraggio morale e virile di partecipare anche alle missioni più esposte.

Di questi ultimi tempi troppo spesso ho, invece, sentito ripetere, peraltro infondatamente, che la missione Nibbio degli alpini in Afghanistan sarebbe molto diversa da quella a suo tempo concordata.

Ho ascoltato prolissi e capziosi ragionamenti, tesi a disquisire sul significato di espressioni quali peace keeping e combat mission.

A fronte della situazione politica che ho riassunto, e considerato che fin dalla prima nostra adesione alla missione «Endurig Freedom» era previsto anche l'impiego dell'Esercito italiano, osservo che è stata sollevata una inutile polemica, sorda peraltro alle dichiarazioni del Ministro della difesa. L'onorevole Martino, infatti, rispondendo ad una interrogazione dell'opposizione, ha reso noto che le regole d'ingaggio per gli alpini in Afghanistan, ove mai fosse necessario, "autorizzeranno l'uso della forza nel rispetto del diritto internazionale e della legge sui conflitti armati, nonché delle leggi e dei regolamenti nazionali e, ancora, saranno congrue alle finalità della missione assegnata".

Non possiamo far parte dell'Unione europea della NATO e dell'ONU, restando codardamente in seconda schiera; essere codardi non è nel nostro Dna. Sarebbe addirittura vergognoso ed ignobile pretendere che siano gli altri ad esporsi e a correre i rischi maggiori, nella vasta impresa avviata dall'Occidente per conservare e allagare la pace nel mondo. Invece di confrontarci, elucubrando sul significato delle parole, dovremmo concordemente osservare il dovere di assicurare solidarietà politica, giuridica ed economica ai nostri militari impegnati attualmente in 26 differenti missioni all'estero.

Il nostro popolo e la sua Repubblica, in questo momento, in materia di politica estera, di sicurezza e di difesa necessitano della partecipazione onesta, costruttiva e solidale di tutti gli schieramenti politici presenti in Parlamento. Con il sacrificio di tanti giovani italiani, ragazzi e ragazze di tutte le regioni, stiamo aiutando, tra gli altri, un antico e grande Paese, l'Afghanistan, nostro amico, a reinserirsi nella comunità internazionale con strutture democratiche ed economiche adeguate, rispettando le sue radici culturali e religiose.

Sullo sfondo del nostro impegno militare all'estero, che vede impiegati circa 10.000 uomini e donne, ci sono alcuni problemi da risolvere. Il Governo deve impegnarsi a riferire, come peraltro ha fatto fino ad ora, con continuità e tempestività, sul procedere delle varie missioni al Parlamento e al Paese. Tutti dobbiamo dedicare maggiore attenzione ai problemi che attanagliano da troppi anni le nostre Forze armate in materia di tutela giuridica ed economica dei quadri e potenziamento dello strumento militare, per elevarne i contenuti operativi e tecnologici allo stesso livello dei maggiori alleati dell'Unione Europea. In rapporto a questi aspetti siamo sulla buona via e credo che, fra i tanti onerosi problemi sul tappeto, il Governo e la sua maggioranza non lasceranno scivolare in secondo piano le problematiche della difesa.

Siamo informati, tra l'altro, che è allo studio una revisione completa del codice penale militare di guerra e che il Governo, entro brevissimo termine, presenterà la sua proposta al Parlamento. Probabilmente, conoscendo tale intendimento, anche per le sue passate esperienze di Governo, un deputato dell'opposizione, il 20 febbraio scorso, ha proposto l'abolizione di cinque articoli del codice penale militare di guerra di contenuto manifestamente in contrasto con la Costituzione della Repubblica. Naturalmente, ha trovato una maggioranza trasversale, anticipando una iniziativa già avviata per eliminare dal diritto penale militare disposti di legge che oggi nessun giudice avrebbe applicato senza prima richiedere il parere della Corte costituzionale.

Occorre, infine, anche evitare di impegnare ogni sei mesi il Parlamento per la reiterazione della copertura economica delle missioni militari all'estero. Va, pertanto, disposta una normativa quadro, che liberi le operazioni e il Parlamento dalle pastoie dei decreti-legge semestrali. Personalmente, dai banchi dell'opposizione ho prospettato questa necessità ai governanti e ai colleghi del centro-sinistra ogni sei mesi, per cinque anni di seguito. L'esito di tali mie richieste si è ridotto al fatto che oggi devo ripeterle, insieme ai colleghi dell'opposizione, che però le avanzano come se la mancanza di una legge quadro fosse da imputare alle inadempienze di questo Governo, dimenticando che nella passata legislatura nulla hanno fatto per risolvere il problema.

In verità, la sensibilità verso le problematiche militari e di difesa è profondamente mutata. Il Governo in carica e la sua maggioranza mostrano di avere tali problematiche fra quelle prioritarie da risolvere, avute tutte in eredità per l'indifferenza e la prevenzione di chi ci ha preceduto nel Governo del Paese.

Ritornando al decreto-legge in esame, che come ho già detto reitera la copertura finanziaria di missioni all'estero, peraltro tutte autorizzate da Parlamento, voglio sottolineare che, grazie alla sensibilità dei colleghi della Camera dei deputati, è migliorata la diaria giornaliera di missione all'estero per tutti i nostri soldati.

Essi, d'ora in poi, non subiranno più la riduzione del 10 per cento dell'indennità di missione, fin qui applicata in esecuzione di una fredda elaborazione dei decreti-legge. Il risultato, ad ogni buon conto, è stato conseguito con l'appoggio compatto di tutta la maggioranza e di parte dell'opposizione.

Ma ora che stiamo per confermare questo miglioramento anche al Senato, reputo mio dovere ricordare che un simile risultato mi fu negato nella scorsa legislatura, perché i colleghi della maggioranza di allora si mostravano, ogni volta, sordi al mio e al nostro invito. Anche questo adeguamento è un segno della mutata mentalità di governo del Paese.

I problemi da risolvere sono una miriade, ma un passo alla volta stiamo procedendo nella giusta direzione, per cambiare l'Italia.

Prima di terminare l'intervento, voglio rivolgere il mio pensiero ai giovani italiani impegnati, giorno e notte, lontano dalla patria, nei Balcani, in Palestina, in Africa e in Afghanistan. Soldati di terra, di mare e di cielo concordemente collaborano con i colleghi di altre Nazioni. Ci sono anche uomini delle Forze dell'ordine e i carabinieri nel loro duplice ruolo militare e di polizia. È di questi giorni la notizia dell'arresto, da parte dei carabinieri della MSU (Multinational Specialized Unit), a Pristina, di quattro pericolosi criminali albanesi, ricercati per crimini contro l'umanità nei confronti della minoranza serba in Kosovo.

Nostre navi solcano i mari lontani e gli aerei dell'Aeronautica percorrono i cieli, per mantenere i collegamenti con la Patria e fornire l'indispensabile supporto tecnico logistico.

Ovunque, questi meravigliosi ragazzi sono sotto l'egida del Tricolore. Ovunque, sono apprezzati per l'umanità e la indiscutibile professionalità. Le peculiari capacità tecniche di alcune specialità delle nostre Forze armate, quali, ad esempio, gli alpini, gli sminatori del genio e i costruttori di piste di volo dell'Aeronautica, sono ormai conosciute e apprezzate dai comandi internazionali e sempre più spesso la loro presenza è richiesta nei teatri operativi. Del servizio che essi svolgono per conto dell'intero popolo italiano a favore di tanti fratelli stranieri meno fortunati dobbiamo essere orgogliosi e riconoscenti. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC e del senatore Carrara. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pascarella. Ne ha facoltà.

*PASCARELLA (DS-U). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi (Brusìo tra i banchi del Gruppo AN. Richiami del Presidente), anche alla luce dell'intervento del senatore Palombo, intendo esprimere apprezzamento per le conclusioni del collega Forlani, che ha messo l'accento sull'opportunità di introdurre, da parte della Camera dei deputati, l'articolo 2 nel disegno di legge oggi in discussione.

Lo dico perché è vero che vi è stata un'iniziativa del mio Gruppo, ma è vero pure che una parte della maggioranza ha ritenuto… (Brusìo tra i banchi del Gruppo AN. Proteste dai banchi dell'opposizione. Richiami del Presidente). Dicevo che una parte della maggioranza ha ritenuto non più rinviabile l'eliminazione, dal codice penale militare del 1941, di alcuni articoli sicuramente contrastanti con la nostra Carta costituzionale.

Vorrei ricordare al Sottosegretario e ai colleghi della maggioranza e allo stesso senatore Palombo che ne è passato di tempo - sono passati mesi, se non un anno - dall'approvazione di un ordine del giorno, in quest'Aula, in cui il Governo si impegnava a produrre una riforma del codice penale militare. Noi, come Gruppo dei Democratici di sinistra, nel giugno scorso abbiamo presentato un nostro disegno di legge che in questi giorni è stato assegnato alle Commissioni congiunte giustizia e difesa. Ebbene, tuttora il Governo su quest'impegno sicuramente è latitante.

Ho condiviso gli interventi, che hanno portato un validissimo contributo a questa discussione, sia del collega Nieddu che del collega Bedin. Vorrei soltanto per alcuni aspetti mettere in risalto delle novità che sicuramente vi sono in questo decreto e che riguardano alcune missioni, come quella in Macedonia, e l'istituzione in Bosnia-Erzegovina di una polizia sotto il comando dell'Unione Europea.

Vediamo oggi in Macedonia un trasferimento del comando dalla NATO all'Unione Europea e siamo consapevoli che in questo senso, in uno scenario così difficile dal punto di vista geopolitico come quello dei Balcani, si dà una concreta svolta ed un concreto ruolo all'Unione Europea, non più solo sotto l'aspetto economico, ma anche sotto l'aspetto politico.

Più volte in quest'Aula sono state citate le nostre missioni all'estero. La maggioranza di esse - è stato ampiamente detto e specificato - avviene secondo le procedure di peace keeping, procedure che ci hanno permesso, con queste missioni, di avere un forte consenso sul nostro lavoro sia dalle Forze armate dei Paesi coinvolti con noi nel mantenimento della pace, nei Balcani e altrove, sia soprattutto - ed è ciò che mi preme mettere in risalto - dalle parti in contrasto in questo Paese.

Tale aspetto è sicuramente dovuto alle peculiarità delle nostre Forze armate, alla nostra professionalità, ma anche al modo di essere di noi italiani in queste missioni.

Ebbene, insieme a ciò si è affermata nel corso di quest'anno la nostra capacità di esprimere nel settore militare dirigenti politici che hanno responsabilità primarie nel contesto delle missioni della NATO. Ricordo al riguardo, come detto dal senatore Peruzzotti, il comando della KFOR da parte del generale Mini.

Rispetto a queste missioni vi è sicuramente la novità del contingente Nibbio. Non voglio soffermarmi sul fatto se fosse più giusto stralciare questa missione dalle proroghe in discussione stamane. Sicuramente però non possiamo non mettere in rilievo che si tratta di una missione diversa. Il mio Gruppo avrebbe preferito, allorquando se ne è discusso in quest'Aula, un impegno delle nostre forze armate nell'ambito dell'ONU. Avremmo preferito un impegno nell'ambito dell'ISAF, poiché riteniamo primario soprattutto rafforzare le istituzioni dell'Afghanistan. Questo perché in quel Paese vi è oggi un Governo provvisorio e soltanto con un rafforzamento del ruolo dell'ONU, quindi anche della sua forza militare, si può pensare di passare in tempi ragionevoli ad un Governo legittimo e democratico.

È chiaro che quella del contingente Nibbio è una missione diversa, una missione di posizionamento dei nostri uomini in un'area difficile, ai confini tra l'Afghanistan e il Pakistan; non è una missione di peace keeping, è una di quelle missioni in cui sicuramente l'uso della forza militare assume un livello di grande pericolo. Proprio per questo motivo è ancor più necessario un coinvolgimento del Parlamento; proprio per questo motivo è ancor più necessaria una posizione chiara del nostro Governo.

Abbiamo ascoltato tra ieri ed oggi in quest'Aula posizioni anche divergenti tra loro. Ad esempio, il senatore Peruzzotti nella sua relazione ha detto che il trasferimento dell'autorità di comando avverrà nel corrente mese di marzo. Il collega Palombo ha fatto altre osservazioni, che io non condivido del tutto. So soltanto che quando cederemo la nostra sovranità, quando vi sarà il passaggio del comando dalla nostra difesa a quella della Forza multinazionale nell'ambito dell'operazione «Enduring Freedom», noi dovremo avere la certezza che gli indirizzi affermati in questo Parlamento vengano vigilati e rispettati.

E su questo sicuramente fino ad oggi non abbiamo una parola di certezza dal Governo. Così come non abbiamo una parola di certezza sulle regole di ingaggio. Si potrebbe aprire una discussione difficile e non è il caso stamani; ma non possiamo trascurare di far capire all'opinione pubblica italiana le difficoltà in cui si andranno a trovare i nostri soldati, ai quali il Parlamento nella sua interezza, la Camera e il Senato, danno fino in fondo il loro sostegno. Tuttavia, oggi, anche su questo versante vi è una posizione non chiara da parte del Governo italiano.

Questo aspetto della non chiarezza da parte del nostro Governo trova ancora maggiore evidenza per quanto riguarda le risorse che abbiamo dato alla Difesa in questi anni.

 

Presidenza del vice presidente SALVI

 

(Segue PASCARELLA). Durante il Governo di centro-sinistra avevamo avuto un piccolo trend positivo. Sappiamo bene che vi sono difficoltà - ne parlava il senatore Bedin - anche per la copertura finanziaria del decreto in discussione. Ma sappiamo anche che vi è un decremento delle risorse destinate alla Difesa: nell'ambito degli schemi previsti dal decreto taglia-spese, abbiamo notato che vi sono tagli alla Difesa, per quanto riguarda gli impegni, del 16-18 per cento e, per quanto riguarda i pagamenti, del 12 per cento. Noi facciamo questo lavoro con passione - tutti i componenti della Commissione difesa, di maggioranza e di opposizione - e conosciamo anche ciò che i militari di truppa e gli allievi ci dicono frequentemente, cioè che essi preferiscono una formazione professionale più qualificata.

Ma oggi si risparmia sul munizionamento, sulla possibilità di svolgere esercitazioni adeguate; quindi, alla fine, si risparmia in un settore importante ai fini della nostra presenza nella politica di sicurezza e di difesa comune europea. Occorre mettere in risalto una netta correlazione: se vogliamo avere un ruolo nell'ambito della politica di sicurezza e di difesa europea, dobbiamo anche poter esprimere professionalità e disporre di risorse tali da convincerci ancor di più dell'opportunità di stare in Europa e di aumentare il suo ruolo politico. Ecco perché è incomprensibile il ragionamento portato avanti in questi giorni.

Ho letto con estremo rammarico la scelta del Governo di sottoscrivere la lettera degli Otto, perché ha messo in difficoltà il nucleo fondante dell'Europa, dei Paesi che fin dall'inizio del dopoguerra si sono adoperati affinché questa idea crescesse. In questo momento, negli Stati Uniti l'amministrazione Bush compie scelte che probabilmente possiamo anche giustificare con lo smarrimento della sua opinione pubblica, ma sono scelte gravi: da una linea politica in cui si temporeggiava, con decisioni come l'embargo, che non giustificavamo fino in fondo ma che comprendevamo, con una presenza militare dura che potevamo condividere fino in fondo (soprattutto nelle cosiddette no fly zone), si passa a spezzare il legame di mediazione con l'ONU, si passa alla scelta di una guerra senza limiti, volta non soltanto a contrastare il terrorismo, ma anche (non sappiamo per quale motivazione di carattere straordinario) a riconoscere alcuni Paesi come fiancheggiatori del terrorismo.

Guardate, la destra repubblicana americana, che ha interpretato lo smarrimento della sua opinione pubblica, ha fatto emergere una nuova ideologia, quella dell'unilateralismo. Una nuova ideologia - bisogna stare attenti: quando parliamo di ideologie dobbiamo fare mente locale a quanto è accaduto nel secolo scorso, ai lutti e alle rovine che le ideologie hanno perpetrato e commesso soprattutto nella nostra Europa - basata sulla politica audace di interventi militari e su un concetto che di per sé è pericolosissimo: l'esportazione dei valori americani per annullare le minacce al proprio Paese.

Io sono tra coloro (e non sono pochi nel nostro Paese) i quali ritengono che i valori americani abbiano rappresentato una grandissima attrattiva e abbiano costituito, dal punto di vista politico, le ragioni del crollo del muro di Berlino e della caduta dell'impero sovietico. Sono, però, anche fra coloro i quali reputano che, nel momento attuale, se passerà una linea che confligge sicuramente con il diritto internazionale e con le istituzioni che devono essere per noi punto di riferimento e dare a tutti certezze, si aprirà una fase politica sicuramente non breve e, per usare un eufemismo, di grande incertezza.

Sono, altresì, fra quanti ritengono che le manifestazioni per la pace svoltesi nell'ultimo mese, specialmente quelle del 15 febbraio, siano state manifestazioni plurali. Vi è stata una partecipazione importante di coloro che si richiamano all'idea della pace senza se e senza ma, ma eravamo presenti anche noi, in tanti, e volevamo interpretare l'opinione pubblica e gli ultimi sondaggi, come quello pubblicato stamani sul "Corriere della Sera", secondo cui gli italiani sono informati su tale problema e la stragrande maggioranza di essi è per la pace e perché vi sia, nella pace, la giusta valorizzazione di tutti gli organismi internazionali.

Come giudicare, quindi, lo sberleffo del presidente Berlusconi alle manifestazioni per la pace, allorché ha affermato che sono a favore di Saddam? Come non ritenere queste dichiarazioni - come si diceva un tempo - una banale provocazione politica? Noi, che a quelle manifestazioni ci siamo stati, ne conosciamo il cuore e i valori. Siamo distanti dal sanguinario Saddam e siamo per il disarmo dell'Iraq, perché consideriamo il progetto politico di egemonia di Saddam in quella regione un pericolo per il mondo e per l'Occidente, ma vogliamo il disarmo fino in fondo! (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-Com).

Noi vogliamo che l'ONU continui con le ispezioni e che dia mandato a Blix di andare avanti fino in fondo. Siamo convinti che vi sia oggi la possibilità di rispondere in positivo, con uno sforzo comune, all'appello del Papa per cercare di fermare un drammatico conflitto e per invitare tutti quelli che possono, anche il Parlamento, ad una consapevole assunzione di responsabilità.

Siamo per la pace, ma siamo anche per dare legittimità a tutti gli organismi internazionali preposti. (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-Com. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Manfredi. Ne ha facoltà.

*MANFREDI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge alla nostra attenzione, come è noto, riguarda due argomenti fondamentali.

In primo luogo, si sopprimono cinque articoli del codice penale militare di guerra, che, come è stato opportunamente illustrato dal relatore, contengono norme oggi non più condivisibili. Senza approfondirne ulteriormente le motivazioni, posso affermare che Forza Italia è favorevole all'abrogazione dei predetti articoli.

La seconda parte del disegno di legge riguarda invece disposizioni urgenti in tema di copertura finanziaria e proroga di termini di missioni di contingenti italiani all'estero.

Non si tratta di ridiscutere i termini sostanziali delle missioni italiane che sono state autorizzate con atti parlamentari - come ha correttamente sottolineato il relatore - ivi compresa la missione «Enduring Freedom».

Peraltro, la configurazione e i compiti della missione Nibbio hanno sollevato nell'opposizione quesiti e critiche. Nella missione esisterebbe in particolare la possibilità che la dipendenza del contingente da un comando americano comporti attività che non rientrano nell'ambito delle autorizzazioni approvate dal Parlamento italiano. Conseguentemente, si lamenta che non siano note le cosiddette regole di ingaggio e si auspica - se ho capito bene - addirittura un comando collegiale delle operazioni.

A questo proposito, mi sia consentito di osservare che una direzione collegiale delle operazioni è contraria, alle più elementari regole dell'arte del comando militare.

Ritengo comunque che, in primo luogo, non sussistano preoccupazioni, perché - come ho detto - la missione è stata approvata dal Parlamento e perché l'impegno del Governo, più volte confermato, esclude categoricamente che il contingente italiano possa operare in contrasto con il mandato autorizzato dal Parlamento.

Al comandante italiano spetterà - ricordo ancora le parole del relatore in questo senso - il diritto di veto in caso di ordini palesemente contrari alle direttive impartite dal Governo.

Sono state altresì sollevate critiche all'Esecutivo perché le regole di ingaggio non sono ancora note e si temono pericolose indeterminatezze. Mi sembra forse non superfluo ricordare che le regole di ingaggio sono di competenza del Governo e sono frutto di un'accurata valutazione della situazione locale contingente e, nel caso specifico, di particolareggiati accordi, a ragion veduta e non standardizzati, con le autorità statunitensi. Ciò proprio per evitare comportamenti a rischio da parte del contingente italiano.

Il Governo certamente ne risponderà al Parlamento ed è giusto pretendere una costante e periodica informazione sull'attività del contingente, come richiedono del resto gli ordini del giorno proposti dalla Commissione.

Forza Italia è quindi favorevole all'approvazione del disegno di legge oggi in discussione, nella piena convinzione che la natura delle missioni nelle quali sono impegnate unità delle Forze armate italiane sia assolutamente in sintonia con le risoluzioni dell'ONU e con le delibere del Parlamento, allo scopo ultimo di garantire o ripristinare la pace nelle aree dove questa è precaria o compromessa e, contestualmente, per lottare efficacemente contro il terrorismo.

Non tutte le missioni sono immuni da rischi per il nostro personale, men che meno ovviamente la missione Nibbio a Khost, ma la motivazione e la preparazione di tutti i componenti del contingente sono una garanzia che i compiti saranno assolti con coraggio ed anche con competenza necessaria per ridurre al minimo le occasioni di rischio.

Forza Italia augura buon lavoro e sicuro successo a tutti i nostri contingenti che onorano l'Italia fuori dai confini nazionali. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LP. Congratulazioni).

PRESIDENTE.Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

PERUZZOTTI, relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proroga delle missioni internazionali di pace che coinvolgono le nostre Forze armate è un atto politico di grande rilievo.

La discussione generale ha confermato l'esistenza di una grande sensibilità nelle forze politiche nei confronti della crescita degli impegni militari dell'Italia ed è un bene che sia così perché la presenza dei soldati italiani nei teatri di crisi è e deve essere il segno di un grande coinvolgimento della Nazione e delle sue istituzioni.

È opportuno comunque ribadire alcuni punti fermi. Nel corso del dibattito le opposizioni hanno richiamato l'attenzione su una serie di circostanze, hanno sottolineato che la missione italiana in «Enduring Freedom» e quella dell'ISAF hanno caratteristiche diverse ed hanno sostenuto che esiste un legame organico tra l'arrivo degli alpini italiani sulle montagne afgane e l'intensificazione della pressione militare anglo-americana sull'Iraq.

Rispetto a queste opinioni riteniamo di dover dire quanto segue. Nessuna delle missioni di cui il Parlamento è oggi chiamato a votare la prosecuzione ha avuto origine da deliberazioni assunte autonomamente dal Governo, in spregio alla volontà delle Camere. Non vi è alcuna tra le missioni maggiori di cui si autorizza la continuazione che non abbia avuto la sanzione del Parlamento al termine di lunghi e approfonditi dibattiti, che hanno visto sempre il Governo presente ai massimi livelli.

Questo vale anche per il rafforzamento della nostra presenza in «Enduring Freedom», deciso nell'autunno scorso. Certo è possibile che alcune differenze siano passate a quel tempo inosservate, ma non può essere imputata certamente al Governo la circostanza di aver nascosto la natura delle operazioni che vengono compiute nel quadro di «Enduring Freedom».

Questa differenza esiste dal primo momento e non è un fatto nuovo degli ultimi mesi. Nel primo trimestre 2002 - lo ricordo per chi lo avesse dimenticato - vi abbiamo contribuito con il 13 per cento della nostra squadra navale e l'intera aviazione imbarcata dalla Marina. Non è quindi possibile alcuna confusione con la missione dell'ISAF, seppure entrambe, a lungo termine, tendano alla ricostruzione della pace e della convivenza civile in Afghanistan. L'equivoco non è mai esistito e nessuno lo ha mai alimentato; si tratta del nostro apporto alla campagna mondiale contro il terrorismo internazionale cui le Camere hanno consentito con almeno tre tornate di votazioni diverse. E non vi è alcuna connessione diretta tra l'intensificazione del nostro impegno militare in questo contesto e gli sviluppi della crisi irachena.

Noi concordiamo con chi ritiene che il mantenimento della pace e della sicurezza debba passare prioritariamente attraverso le Nazioni Unite e siamo convinti anche della necessità che l'Europa dia unitariamente un proprio contributo, così come si accinge a fare - la notizia è degli ultimi giorni - rilevando dalla NATO la responsabilità per la conduzione della missione di pace in Macedonia.

Oggi, con il voto favorevole alla conversione in legge del decreto-legge n. 4 del 2003, siamo semplicemente chiamati a confermare la nostra scelta di continuare a partecipare alla costruzione della pace e di un ordine internazionale migliore. È conforme ai valori della nostra Costituzione, è nel nostro interesse nazionale farlo, lo dobbiamo, infine, ai nostri soldati che rischiano la vita nello svolgimento degli incarichi che sono stati loro assegnati. (Applausi dai Gruppi LP, FI, UDC e AN).

 

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

BOSI, sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, desidero intervenire per rispetto all'Aula e ai colleghi che con grande impegno e con grande passione sono intervenuti in questo dibattito, che io capisco poter essere caricato oltre i propri significati anche da una situazione internazionale assai complessa, dovuta alla crisi irachena.

Dovremmo tuttavia fare uno sforzo di razionalità maggiore, tenendo le due cose distinte. So per certo, per frequentazioni in Commissione difesa, quanto i parlamentari del centro-destra e del centro-sinistra si riconoscano sostanzialmente nel grande valore delle missioni all'estero dei nostri militari. A questi ultimi deve andare l'incoraggiamento dei due rami del Parlamento ed anche il riconoscimento … (Brusìo in Aula) signor Presidente, se l'argomento interessa proseguo, altrimenti rinuncio alla replica.

 

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ascoltate il Governo oppure parlate a bassa voce per consentire a chi è interessato di ascoltare.

 

BOSI, sottosegretario di Stato per la difesa. Ai nostri militari va la riconoscenza del popolo italiano non solo per i rischi e i sacrifici cui vanno incontro, ma anche per la professionalità, universalmente apprezzata dai Governi di tutti i Paesi e soprattutto dalle popolazioni presso le quali stanno svolgendo una funzione di mantenimento della pace, cercando in particolare di recuperare le condizioni per una vita politica, civile e sociale democratica.

Sono certo che la stragrande maggioranza del Parlamento apprezzi questa funzione, il ruolo delle nostre Forze armate, il sacrificio dei nostri militari.

Ci sono preoccupazioni aggiuntive, che ho colto in alcuni interventi; vorrei tranquillizzare i colleghi che hanno chiesto ulteriori assicurazioni in ordine alle garanzie per le nostre Forze Armate, presenti soprattutto nell'ambito della missione «Enduring Freedom», nel passaggio di comando che avverrà. Noi diamo queste garanzie; voglio ricordare, come ha già fatto molto bene il collega Peruzzotti nella sua relazione, che il trasferimento dell'autorità ad un comando sovranazionale, cioè al comando della coalizione, avviene dopo che sono state concordate le condizioni di svolgimento delle operazioni. Anche le regole di ingaggio, delle quali sono state date versioni un po' romanzate, sono state bene identificate dal senatore Palombo, grazie alla sua professionalità in campo militare. È chiaro che le regole di ingaggio devono essere rispettose dei diritti umanitari e consone con l'impostazione data dal comando nazionale, sempre presente e vigile nello svolgimento delle operazioni. Ricordo che in qualunque momento può intervenire il diritto di veto qualora le operazioni dovessero sconfinare rispetto alle finalità prestabilite. Il Capo di Stato maggiore della difesa italiana dà una delega al comandante, che è condizionato da una serie di punti e di certezze, in linea con gli orientamenti del Parlamento e del Governo e con le condizioni di carattere umanitario delle missioni. (Applausi del senatore Contestabile).

La collega De Zulueta, che è più presente nella Commissione esteri che nella Commissione difesa, forse per un eccesso di preoccupazione ha fatto riferimento a torture e gravi trattamenti contrari ai diritti umani. Se questo tipo di illazioni si riferisce ai nostri militari, dobbiamo respingerle con forza perché non c'è alcun indizio (Commenti del senatore Malabarba) del fatto che i nostri militari siano chiamati a dover svolgere azioni non in linea con il rispetto dei diritti umani.

 

MALABARBA (Misto-RC). Si ricordi la Somalia!

 

BOSI, sottosegretario di Stato per la difesa. Se non si è voluto dire questo, tanto meglio, ma l'insistenza in ordine a queste condizioni è un po' eccessiva e dimostra soprattutto che non si conoscono lo spirito, l'anima, i caratteri altamente umanitari che contraddistinguono i nostri militari e li fanno apprezzare soprattutto dalle popolazioni.

Siamo intervenuti in Afghanistan per motivi prima di tutto umanitari. Pensate che si prevedeva il rientro in quel Paese di 600.000 afgani, fuggiti per la persecuzione dei talibani.

Sono rientrati in patria 1.200.000 afgani anche grazie alla nostra presenza in quel Paese.

È chiaro che siamo in Afghanistan per ripristinare la convivenza civile e possibilmente la vita democratica. Allora, mi chiedo perché fare questo distinguo e dire che eravate favorevoli all'ISAF, ma non a «Enduring Freedom», perché questa si basa sulla lotta al terrorismo.

Certo, l'Italia partecipa convintamente alla guerra contro il terrorismo, perché è la condizione essenziale per riportare la convivenza civile e il rispetto dei diritti umani in quei Paesi. Questo è il motivo per il quale noi partecipiamo convintamente ad una battaglia contro il terrorismo. Le caratteristiche dell'operazione «Enduring Freedom» sono quelle e contemplano anche la possibilità di scontri armati da parte dei nostri militari.

Non è vero, collega Bedin, che il Ministro della difesa abbia negato questo. Ho qui il testo del suo intervento svolto nell'ottobre scorso alla Camera, che riporta: «Sui rischi occorre essere molto chiari. In operazioni militari sono sempre elevati, in particolare quando si è in prima linea. Si dibatte molto sull'ipotesi di impiego in situazioni di combattimento ad elevata, media e bassa intensità. In effetti, la lotta militare al terrorismo richiama situazioni più impegnative rispetto a peace keeping, ma non è possibile sostenere oggi, come qualcuno ha fatto, che la missione autorizzata un anno fa non comportasse l'eventualità del combattimento».

La comportava «Enduring Freedom»; ecco perché non capisco la meraviglia della collega De Zulueta quando dice che gli aerei della portaerei Garibaldi hanno illuminato i bersagli. Certo che l'hanno fatto, si sono limitati a questo, mentre avrebbero potuto colpire essi stessi, nell'ambito dell'operazione autorizzata dal Parlamento. Chi l'ha detto che questo non era autorizzato? Dove è scritto?

Colleghi, so di poter contare sulla vostra grande disponibilità, che deriva dal fatto che in fondo queste missioni, iniziate con i Governi di centro-sinistra e che continuano con il Governo di centro-destra, fanno onore all'Italia, alle nostre Forze armate. Credo che tutti in fondo alla propria coscienza, anche chi a volte si impegna con alcuni distinguo, siano convinti di poter essere profondamente orgogliosi di tutto questo. (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC e AN).

Termino dicendo al collega Bedin - che lo ha chiesto, quindi mi sembra doveroso rispondere - che è difficile operare una stabilizzazione delle missioni sotto il profilo del bilancio. Queste sono per loro natura un evento imprevisto e imprevedibile. È vero che, purtroppo, si può immaginare che queste dovranno durare molto tempo, ma non possiamo stravolgere le regole del bilancio dello Stato prevedendo una voce specifica per le missioni. Probabilmente fra qualche anno lo dovremo fare, ma non è immaginabile essere in grado di prevedere né l'intensità, né il numero dei partecipanti, né la durata, né i mezzi impiegati in una missione, perché ci sono ancora oggi condizioni di grande variabilità rispetto alle quali, del resto, anche i precedenti Governi non hanno mai immaginato un capitolo ad hoc. (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC e AN).

PRESIDENTE. Do lettura dei pareri espressi dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti: «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, per quanto di propria competenza, esprime parere di nulla osta, nel presupposto che, essendo comunque quantitativamente adeguata la clausola di copertura di cui all'articolo 10, l'autorizzazione di spesa indicata all'articolo 1, comma 8, si intenda incrementata stella somma di 29.473.929 euro, derivante dagli importi relativi all'articolo 3, comma 1 (29,211.197 euro) e dall'articolo 3, comma 3-bis (262,732 euro), passando così da 359.549.625 euro a 389.023.554 euro,

A tale riguardo, la Commissione rileva che sarebbe, tuttavia, opportuno riformulare nei termini anzidetti la citata autorizzatone di spesa per escludere i possibili effetti che deriverebbero dall'applicazione del comma 6-bis dell'articolo 11-ter, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni e integrazioni, secondo cui "le disposizioni che comportano nuove o maggiori spese hanno effetto entro i limiti della spesa espressamente autorizzata nei relativi provvedimenti legislativi".

Osserva, infine, che alla copertura degli oneri recati dal provvedimento, pari a 397.792.210 euro, ad esclusione di quelli connessi agli articoli 2-bis e 8, si provvede mediante ricorso al fondo di riserva per le spese impreviste. A tal proposito, segnala l'opportunità di prevedere per tale tipologia di spese, aventi ormai cadenza periodica, lo stanziamento di risorse aggiuntive rispetto a quelle previste a legislazione vigente, riservando la facoltà di ricorrere al fondo di riserva in caso di necessità che travalichino la provvista di mezzi finanziari attribuita dalla legge e coperta nelle forme ordinarie».

«La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminati gli emendamenti trasmessi, per quanto di propria competenza, esprime parere contrario, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, sugli emendamenti 1.104, 1.106, 3.101 e 3.102.

Esprime, infine, parere di nulla osta sui restanti emendamenti».

Passiamo all'esame degli ordini del giorno, già illustrati nel corso della discussione generale.

Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno.

PERUZZOTTI, relatore. Signor Presidente, prima di esprimere il parere sull'ordine del giorno G4, vorrei apportare una modifica all'ordine del giorno G3, presentato dalla Commissione. All'ultimo capoverso, dopo le parole "impegna il Governo", vanno inserite le parole "a trovare idonea soluzione per", sopprimendo la parola "ad". Inoltre, vanno eliminate le ultime tre righe dopo le parole "3-bis".

Per quanto riguarda l'ordine del giorno G4, esprimo parere contrario.

BOSI, sottosegretario di Stato per la difesa. Il parere del Governo è favorevole sugli ordini del giorno G1, G2 e G3, come modificato, della Commissione e contrario sull'ordine del giorno G4.

PRESIDENTE. Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1, G2 e G3 (testo 2), non saranno messi ai voti.

Passiamo alla votazione dell'ordine del giorno G4.

DE ZULUETA (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

DE ZULUETA (DS-U). Mi meraviglia il parere contrario del Governo al mio ordine del giorno, perché nel dispositivo il Governo l'aveva già accolto l'anno scorso. Mi sarei anche accontentata di un'accettazione parziale, ma il rifiuto netto lo interpreto come una sconfessione di politiche già annunciate ed accettate dal Governo.

Chiedo inoltre che l'ordine del giorno G4 sia messo ai voti mediante procedimento elettronico.

MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, nel dichiarare il voto favorevole, chiedo ai presentatori di poter apporre la mia firma a questo ordine del giorno.

BONFIETTI (DS-U). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BONFIETTI (DS-U). Anch'io Signor Presidente, come ho già preannunciato, chiedo, se la senatrice De Zulueta è d'accordo, di poter apporre la mia firma a questo ordine del giorno, su cui naturalmente voterò a favore.

MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MARINO (Misto-Com). Chiedo anch'io di poter apporre la mia firma a questo ordine del giorno, su cui anche il mio Gruppo voterà a favore.

BEDIN (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BEDIN (Mar-DL-U). Signor Presidente, intendo dichiarare il voto favorevole mio personale e del mio Gruppo su questo ordine del giorno. Non l'ho sottoscritto perché contiene riferimenti a un'esperienza diretta di colleghi che fanno parte della Commissione esteri, e quindi non ho ritenuto opportuno farlo, ma il dispositivo trova il mio Gruppo del tutto concorde, per cui voteremo a favore.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice De Zulueta, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

  

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

 

PRESIDENTE. Comunico che da parte del prescritto numero di senatori è stata chiesta la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'ordine del giorno G4, presentato dalla senatrice De Zulueta e da altri senatori.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

I senatori favorevoli voteranno sì; i senatori contrari voteranno no; i senatori che intendono astenersi si esprimeranno di conseguenza.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

 

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

  

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2023