Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 354 del 12/03/2003
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FORLANI (UDC). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento di conversione del decreto-legge n. 4 del 2003, recante proroga del termine della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali, perviene alla nostra attenzione in un momento cruciale per gli equilibri e la sicurezza mondiale, un momento in cui l'attenzione dell'opinione pubblica e della politica è concentrata sulla grande precarietà della pace mondiale, sull'esigenza di scongiurare un conflitto, sull'esigenza di trovare una soluzione alla grave crisi internazionale.
Vorrei ricordare che in questi anni è maturata, ancor più intensamente che in passato, la coscienza delle nazioni democratiche e rispettose dei diritti umani della necessità di una tutela globale della pace, della sicurezza e dell'integrità fisica e morale degli uomini e delle collettività organizzate, in qualsiasi angolo del pianeta essi si trovino a vivere e ad operare, al di là quindi delle frontiere costituite.
Questa è la finalità ultima delle missioni internazionali promosse in questi anni a vari livelli: NATO, Nazioni Unite, Italia; questa fu la ragione dell'intervento militare della NATO nel Kosovo e a tal fine siamo presenti oggi in alcune delle aree a rischio più esposte a potenziali degenerazioni o più prossime su un piano territoriale a quell'Europa che sta nascendo come soggetto politico, baluardo e garante di democrazia e di pace nel pianeta in cui tutti crediamo.
Questo provvedimento contiene principalmente la proroga dei termini di alcune missioni; proroghe necessarie, data la complessità delle condizioni che siamo andati ad affrontare in queste aree. Si tratta della partecipazione di personale militare e civile alle operazioni in Macedonia, in Albania, nei territori della ex Jugoslavia, in Kosovo, a Hebron, in Cisgiordania, in Etiopia ed Eritrea, in Afghanistan, con le missioni ISAF ed «Enduring Freedom», situazioni tutte molto particolari, molto tese.
All'articolo 2, si prevede anche l'autorizzazione alla partecipazione di personale della Polizia di Stato e dell'Arma dei carabinieri nella Bosnia-Erzegovina per l'anno 2003.
Vorrei ricordare la complessità di queste singole situazioni.
Il Kosovo innanzitutto, ove l'intervento militare degli Stati Uniti, della NATO, supportato anche dal nostro Paese, inizialmente controverso nella sua natura, nelle sue ragioni, era però sicuramente mosso dalla necessità di tutelare i diritti umani di una parte che veniva gravemente oppressa dal regime di allora della Federazione iugoslava. Una situazione che tuttavia, dal momento in cui quell'area è stata di fatto sottratta alla sovranità della federazione jugoslava e sottoposta al controllo della Forza internazionale di pace, è rimasta in una condizione di ibrida staticità; una situazione in cui ancora i diritti umani di una parte - la parte minoritaria serba - continuano ad essere violati, o meglio ne continua ad essere impedito l'esercizio; una situazione in cui resta una posizione indefinita della comunità internazionale su quello che sarà il futuro, su quella che sarà la prospettiva istituzionale di quell'area, che è un'area europea, distante pochi chilometri dall'Italia, che non si sa se avrà il destino di Stato indipendente, se dovrà tornare in qualche forma sotto la sovranità della federazione jugoslava o se dovrà restare una sorta di protettorato della comunità internazionale, così come si configura oggi. Resta quindi un'area di incertezza e di instabilità per gli equilibri e per la sicurezza europea.
La Macedonia, ove è in corso un processo di riassetto costituzionale che deve portare a forme di maggior distensione nella coabitazione tra la popolazione di etnia macedone e quella di etnia albanese.
L'Afghanistan, per il quale - nonostante l'intervento armato dello scorso anno che ha liberato quel Paese dal regime oppressivo e oscurantista dei talibani - vediamo come in realtà la stessa comunità internazionale occidentale si trovi oggi in grande difficoltà nel tentativo di ricostituire una condizione di controllo di tutto il territorio del Paese da parte di un governo democratico o comunque più rispettoso di certi principi di civiltà liberale rispetto al precedente regime. Ove in realtà il Governo Karzai non controlla molto più che il territorio della capitale ed ove il resto del Paese versa in una condizione di anarchia o di totale dispersione di poteri, che rende ancora incerto e indefinito l'avvenire di quel Paese.
Poi Hebron, la Palestina, la Cisgiordania e - aggiungo - la striscia di Gaza, punti caldi di un conflitto che costituisce una grande priorità nell'impegno della comunità internazionale ed una delle condizioni più forti di instabilità e di giustificazione, di pretesto per l'attività terroristica internazionale e per l'attività propagandistica del fondamentalismo. Vediamo come la definizione del futuro di quell'area e l'interruzione di questa mattanza infinita, di questo circolo vizioso di attentati e di repressioni violentissime, che dovrebbe costituire una delle priorità della comunità internazionale, vengano in qualche modo in questa fase dilazionate, prorogandone la soluzione rispetto alla priorità accordata a quello che dovrebbe essere l'imminente conflitto in Iraq.
È, quest'ultima, un'altra area per la quale comunque confermiamo in questo provvedimento un interesse, una presenza del nostro Paese per quello che può fare, per quello che può dare.
Così come ritengo importante la partecipazione all'operazione di polizia nell'area della Bosnia-Erzegovina, un Paese che fu stabilizzato parzialmente con gli accordi di Dayton, con l'insediamento delle due repubbliche, quella serbo-croata e quella musulmana, con un sistema di ingegneria costituzionale i cui limiti e le cui precarietà sono tuttora evidenti nelle dinamiche costituzionali, elettorali e parlamentari di quel Paese e che sempre più viene definito dagli osservatori internazionali suscettibile di modifiche e di assestamenti per l'avvenire.
Per quanto riguarda il nostro Paese, sono comunque sempre interventi volti al disarmo, all'interposizione tra i contendenti, alla rimozione dei fattori di stabilità, alla protezione della popolazione civile. Sotto questo profilo, in tale direzione deve proseguire l'impegno italiano con queste modalità, venendo poi assorbito in futuro - ci auguriamo - da una forza di intervento rapido europea, espressione dell'Unione Europea, quando questa, al termine dei lavori della Convenzione, avrà realmente acquisito una natura di unione politica di Stati e assunto anche un'impostazione univoca di politica estera e di difesa che oggi, alla luce dei fatti recenti, appare del tutto carente, come si può rilevare.
L'Italia, nel frattempo, deve fare la sua parte, portando il suo contributo di sensibilità umana e civile nelle aree di crisi, nelle aree in cui i conflitti cronici o temporanei creino condizioni di panico collettivo, esodi forzati con risvolti drammatici proprio sul territorio del nostro Paese, miseria generalizzata e mattanza continua di esseri umani. È una priorità per una democrazia matura in una civiltà globalizzata, è un impegno che ha i suoi costi. Aumentano quindi gli oneri finanziari: ciò si spiega con lo sviluppo della partecipazione italiana a «Enduring Freedom» in Afghanistan, con gli incrementi apportati alle diarie di missione e l'avvio di nuovi interventi nei Balcani, ma anche alla Conferenza di pace sulla Somalia, ai negoziati sulla pace in Sudan, con la presenza di nostro personale militare. Questi ultimi due Paesi ormai da anni stentano a ricomporre l'unità nazionale sotto Governi universalmente riconosciuti che possano assumersi la responsabilità di riprendere il cammino dello sviluppo e del progresso sociale. Governi unitari, Governi nazionali che abbiano una giurisdizione effettiva sul territorio sono la condizione essenziale affinché questi Paesi possano proseguire tanto sul cammino dello sviluppo economico, quanto su quello della repressione e della eliminazione di tutti i focolai interni di destabilizzazione, che alimentano il terrorismo e possono alimentare la criminalità internazionale.
Ci esprimiamo favorevolmente anche sull'abrogazione dei cinque articoli del codice penale militare di guerra di cui all'articolo 2 del disegno di legge di conversione, retaggio di concezioni ormai anacronistiche e superate, la cui esclusione dal nostro ordinamento concorre all'adeguamento delle odierne operazioni militari, all'evoluzione dei costumi e delle concezioni, anche sul piano della tutela della dignità personale militare e delle libertà civili. (Applausi dai Gruppi UDC e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bedin. Ne ha facoltà.