Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 354 del 12/03/2003

PALOMBO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, stiamo per approvare la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari all'estero, assicurando copertura giuridica ed economica ai reparti delle nostre Forze armate impegnate fuori area.

Si tratta quindi di un provvedimento analogo ai numerosi precedenti di questa e della passata legislatura.

In altre parole, è un atto ripetuto che si inquadra nel ruolo sempre più partecipe e responsabile del nostro Paese, ai fini della pace, della sicurezza e della stabilità internazionale, nell'ambito delle azioni e operazioni intraprese dalle organizzazioni internazionali alle quali l'Italia aderisce.

A questo proposito, l'attuale momento della vita internazionale degli Stati è particolarmente complesso e pieno di incognite.

Sullo scenario geopolitico incombono numerosi rischi di crisi endemiche, la minaccia del terrorismo di matrice fondamentalista e la diffusa presenza della criminalità multietnica dedita essenzialmente al traffico delle armi, allo spaccio della droga e al commercio schiavista di clandestini.

La situazione è tale da richiedere l'impegno dei nostri militari al di fuori dell'Unione europea e della più vasta area dell'Alleanza atlantica.

Dobbiamo constatare che alla pacifica stabilità politica ed economica di cui godono i popoli dell'Unione europea e della NATO corrisponde un mondo esterno sempre più turbolento ed aggressivo che, da un lato, si contrappone al nostro e, dall'altro, ne è fortemente attratto.

Questa raffigurazione, per certi versi, riporta alla mente l'impero romano alla sua epoca aurea, da Nerva a Marco Aurelio, con gli imperatori impegnati nell'estenuante impresa di tenere lontani, con le legioni, dai territori del vasto Stato, i barbari. L'accostamento è suggestivo ed interessante e può essere utile se si considera che quasi venti secoli orsono l'Occidente reagì all'aggressione con la strategia, senza sbocchi, dell'assediato.

Per noi, soprattutto dopo la tragica esperienza dell'11 settembre 2001, la stabilità interna ed esterna devono essere invece conservate e protette, anche con proiezioni esterne della forza militare, oltre che con il dialogo, lo scambio economico e culturale.

Abbiamo, altresì, già accettato la convivenza multietnica e la libera professione delle fedi religiose, senza compromessi, però, per la democrazia, la laicità dello Stato, il rispetto dei diritti dell'uomo.

Costrette dalla situazione, quindi, l'Unione Europea e la NATO hanno elaborato una strategia scalare per il mantenimento della pace, la cui applicazione dipende, tra l'altro, dalle risorse economiche e militari che vi saranno investite.

Mi riferisco alle azioni e alle operazioni che vedono coinvolti, con le cancellerie della diplomazia, gli Stati maggiori delle Forze armate. Il loro fine è quello di mantenere e conservare la stabilità internazionale costruendo la pace (peace making), sostenendola (peace keeping), proteggendola (wider peace keeping) e, infine, quando occorre, ristabilendola (peace enforcement), anche con la forza dell'intervento militare.

Ricordo più a me stesso che ai colleghi dell'opposizione, che in ogni occasione chiedono di conoscere quali sono le regole di ingaggio che guidano l'attività operativa dei nostri reparti, anche se sanno che queste regole sono segrete (ma se sono tali, perché le dobbiamo rivelare? Per nuocere alla incolumità dei nostri militari?), che l'eventualità che le truppe inviate all'estero siano costrette a difendersi contro attentati, inopinate scaramucce, imboscate non è mai esclusa in alcuna fattispecie di intervento.

Si è già posto, pertanto, come ho già detto, fin dalla prima missione all'estero il problema di dotare i nostri contingenti militari di opportune direttive specificanti le circostanze e i limiti entro cui possono iniziare e continuare un combattimento con forze contrapposte.

Il problema va risolto, in ogni missione, tenendo conto del quadro giuridico in cui avviene l'intervento, se per l'esecuzione di una risoluzione dell'ONU o in applicazione dell'articolo 5 del Trattato della NATO.

Gli ordini a tal fine impartiti sono per norma e necessità chiari, semplici e ispirati al contenimento della forza. Prevedono le armi da usare nelle diverse situazioni e l'autorità, di ogni livello gerarchico, deputata a decidere l'apertura del fuoco e lo spostamento dell'unità minacciata dalla posizione assegnata. Chiariamolo una volta per tutte. Il problema è risolto, di volta in volta, dal nostro Stato maggiore della difesa, che tiene conto del quadro giuridico entro il quale si sviluppa l'intervento, alla luce dell'autorizzazione concessa dal Parlamento per l'invio delle truppe all'estero.

Inoltre, poiché si tratta di ordini prestabiliti che, nella contingenza degli accadimenti, possono rivelarsi non adeguati alle situazioni che sopravvengono in loco o nel teatro delle operazioni, in fase di stesura, si procede ad elaborarli in rapporto ad un ventaglio di ipotesi di emergenze e di rischi. Ciò allo scopo di fronteggiare il mutare delle minacce nelle diverse situazioni con la necessaria prontezza e la corrispondente flessibilità, ai vari livelli della scala di comando.

Il complesso di siffatte direttive costituisce il pacchetto delle cosiddette regole di ingaggio della missione, le quali, per ovvie ragioni, sono sempre segrete per ciascun tipo di intervento.

Infine, mi sembra opportuno ricordare anche che il comando dei nostri contingenti militari impiegati all'estero risale al Capo di Stato maggiore della difesa. Egli, quindi, nel momento in cui le nostre forze militari transitano alle dipendenze di una struttura di comando e controllo multinazionale, delega parte della sua autorità a chi nel teatro dirige e coordina le operazioni. In altre parole, la delega si riferisce a compiti specifici, definiti nello spazio e nel tempo e da condursi entro precisi vincoli di impiego e predeterminate modalità d'esecuzione.

A tale riguardo, di norma, nella catena di comando e controllo, è presente, all'adeguato livello, un rappresentante nazionale con l'autorità di intervento per fermare eventuali scavalcamenti del concesso impiego dei nostri militari.

Illustrate le prudenti modalità della nostra Difesa nell'impiego dei contingenti militari inviati all'estero, riconosco l'onestà intellettuale di alcuni colleghi dell'opposizione, che hanno chiara la situazione di rischio in cui si svolgono le varie missioni dei nostri militari all'estero.

Tanto detto, vorrei ricordare agli altri colleghi dell'opposizione che, in rapporto agli impegni assunti dall'Italia con gli alleati e i partner della comunità internazionale, dobbiamo avere il coraggio morale e virile di partecipare anche alle missioni più esposte.

Di questi ultimi tempi troppo spesso ho, invece, sentito ripetere, peraltro infondatamente, che la missione Nibbio degli alpini in Afghanistan sarebbe molto diversa da quella a suo tempo concordata.

Ho ascoltato prolissi e capziosi ragionamenti, tesi a disquisire sul significato di espressioni quali peace keeping e combat mission.

A fronte della situazione politica che ho riassunto, e considerato che fin dalla prima nostra adesione alla missione «Endurig Freedom» era previsto anche l'impiego dell'Esercito italiano, osservo che è stata sollevata una inutile polemica, sorda peraltro alle dichiarazioni del Ministro della difesa. L'onorevole Martino, infatti, rispondendo ad una interrogazione dell'opposizione, ha reso noto che le regole d'ingaggio per gli alpini in Afghanistan, ove mai fosse necessario, "autorizzeranno l'uso della forza nel rispetto del diritto internazionale e della legge sui conflitti armati, nonché delle leggi e dei regolamenti nazionali e, ancora, saranno congrue alle finalità della missione assegnata".

Non possiamo far parte dell'Unione europea della NATO e dell'ONU, restando codardamente in seconda schiera; essere codardi non è nel nostro Dna. Sarebbe addirittura vergognoso ed ignobile pretendere che siano gli altri ad esporsi e a correre i rischi maggiori, nella vasta impresa avviata dall'Occidente per conservare e allagare la pace nel mondo. Invece di confrontarci, elucubrando sul significato delle parole, dovremmo concordemente osservare il dovere di assicurare solidarietà politica, giuridica ed economica ai nostri militari impegnati attualmente in 26 differenti missioni all'estero.

Il nostro popolo e la sua Repubblica, in questo momento, in materia di politica estera, di sicurezza e di difesa necessitano della partecipazione onesta, costruttiva e solidale di tutti gli schieramenti politici presenti in Parlamento. Con il sacrificio di tanti giovani italiani, ragazzi e ragazze di tutte le regioni, stiamo aiutando, tra gli altri, un antico e grande Paese, l'Afghanistan, nostro amico, a reinserirsi nella comunità internazionale con strutture democratiche ed economiche adeguate, rispettando le sue radici culturali e religiose.

Sullo sfondo del nostro impegno militare all'estero, che vede impiegati circa 10.000 uomini e donne, ci sono alcuni problemi da risolvere. Il Governo deve impegnarsi a riferire, come peraltro ha fatto fino ad ora, con continuità e tempestività, sul procedere delle varie missioni al Parlamento e al Paese. Tutti dobbiamo dedicare maggiore attenzione ai problemi che attanagliano da troppi anni le nostre Forze armate in materia di tutela giuridica ed economica dei quadri e potenziamento dello strumento militare, per elevarne i contenuti operativi e tecnologici allo stesso livello dei maggiori alleati dell'Unione Europea. In rapporto a questi aspetti siamo sulla buona via e credo che, fra i tanti onerosi problemi sul tappeto, il Governo e la sua maggioranza non lasceranno scivolare in secondo piano le problematiche della difesa.

Siamo informati, tra l'altro, che è allo studio una revisione completa del codice penale militare di guerra e che il Governo, entro brevissimo termine, presenterà la sua proposta al Parlamento. Probabilmente, conoscendo tale intendimento, anche per le sue passate esperienze di Governo, un deputato dell'opposizione, il 20 febbraio scorso, ha proposto l'abolizione di cinque articoli del codice penale militare di guerra di contenuto manifestamente in contrasto con la Costituzione della Repubblica. Naturalmente, ha trovato una maggioranza trasversale, anticipando una iniziativa già avviata per eliminare dal diritto penale militare disposti di legge che oggi nessun giudice avrebbe applicato senza prima richiedere il parere della Corte costituzionale.

Occorre, infine, anche evitare di impegnare ogni sei mesi il Parlamento per la reiterazione della copertura economica delle missioni militari all'estero. Va, pertanto, disposta una normativa quadro, che liberi le operazioni e il Parlamento dalle pastoie dei decreti-legge semestrali. Personalmente, dai banchi dell'opposizione ho prospettato questa necessità ai governanti e ai colleghi del centro-sinistra ogni sei mesi, per cinque anni di seguito. L'esito di tali mie richieste si è ridotto al fatto che oggi devo ripeterle, insieme ai colleghi dell'opposizione, che però le avanzano come se la mancanza di una legge quadro fosse da imputare alle inadempienze di questo Governo, dimenticando che nella passata legislatura nulla hanno fatto per risolvere il problema.

In verità, la sensibilità verso le problematiche militari e di difesa è profondamente mutata. Il Governo in carica e la sua maggioranza mostrano di avere tali problematiche fra quelle prioritarie da risolvere, avute tutte in eredità per l'indifferenza e la prevenzione di chi ci ha preceduto nel Governo del Paese.

Ritornando al decreto-legge in esame, che come ho già detto reitera la copertura finanziaria di missioni all'estero, peraltro tutte autorizzate da Parlamento, voglio sottolineare che, grazie alla sensibilità dei colleghi della Camera dei deputati, è migliorata la diaria giornaliera di missione all'estero per tutti i nostri soldati.

Essi, d'ora in poi, non subiranno più la riduzione del 10 per cento dell'indennità di missione, fin qui applicata in esecuzione di una fredda elaborazione dei decreti-legge. Il risultato, ad ogni buon conto, è stato conseguito con l'appoggio compatto di tutta la maggioranza e di parte dell'opposizione.

Ma ora che stiamo per confermare questo miglioramento anche al Senato, reputo mio dovere ricordare che un simile risultato mi fu negato nella scorsa legislatura, perché i colleghi della maggioranza di allora si mostravano, ogni volta, sordi al mio e al nostro invito. Anche questo adeguamento è un segno della mutata mentalità di governo del Paese.

I problemi da risolvere sono una miriade, ma un passo alla volta stiamo procedendo nella giusta direzione, per cambiare l'Italia.

Prima di terminare l'intervento, voglio rivolgere il mio pensiero ai giovani italiani impegnati, giorno e notte, lontano dalla patria, nei Balcani, in Palestina, in Africa e in Afghanistan. Soldati di terra, di mare e di cielo concordemente collaborano con i colleghi di altre Nazioni. Ci sono anche uomini delle Forze dell'ordine e i carabinieri nel loro duplice ruolo militare e di polizia. È di questi giorni la notizia dell'arresto, da parte dei carabinieri della MSU (Multinational Specialized Unit), a Pristina, di quattro pericolosi criminali albanesi, ricercati per crimini contro l'umanità nei confronti della minoranza serba in Kosovo.

Nostre navi solcano i mari lontani e gli aerei dell'Aeronautica percorrono i cieli, per mantenere i collegamenti con la Patria e fornire l'indispensabile supporto tecnico logistico.

Ovunque, questi meravigliosi ragazzi sono sotto l'egida del Tricolore. Ovunque, sono apprezzati per l'umanità e la indiscutibile professionalità. Le peculiari capacità tecniche di alcune specialità delle nostre Forze armate, quali, ad esempio, gli alpini, gli sminatori del genio e i costruttori di piste di volo dell'Aeronautica, sono ormai conosciute e apprezzate dai comandi internazionali e sempre più spesso la loro presenza è richiesta nei teatri operativi. Del servizio che essi svolgono per conto dell'intero popolo italiano a favore di tanti fratelli stranieri meno fortunati dobbiamo essere orgogliosi e riconoscenti. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC e del senatore Carrara. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pascarella. Ne ha facoltà.