Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 354 del 12/03/2003

*PASCARELLA (DS-U). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi (Brusìo tra i banchi del Gruppo AN. Richiami del Presidente), anche alla luce dell'intervento del senatore Palombo, intendo esprimere apprezzamento per le conclusioni del collega Forlani, che ha messo l'accento sull'opportunità di introdurre, da parte della Camera dei deputati, l'articolo 2 nel disegno di legge oggi in discussione.

Lo dico perché è vero che vi è stata un'iniziativa del mio Gruppo, ma è vero pure che una parte della maggioranza ha ritenuto… (Brusìo tra i banchi del Gruppo AN. Proteste dai banchi dell'opposizione. Richiami del Presidente). Dicevo che una parte della maggioranza ha ritenuto non più rinviabile l'eliminazione, dal codice penale militare del 1941, di alcuni articoli sicuramente contrastanti con la nostra Carta costituzionale.

Vorrei ricordare al Sottosegretario e ai colleghi della maggioranza e allo stesso senatore Palombo che ne è passato di tempo - sono passati mesi, se non un anno - dall'approvazione di un ordine del giorno, in quest'Aula, in cui il Governo si impegnava a produrre una riforma del codice penale militare. Noi, come Gruppo dei Democratici di sinistra, nel giugno scorso abbiamo presentato un nostro disegno di legge che in questi giorni è stato assegnato alle Commissioni congiunte giustizia e difesa. Ebbene, tuttora il Governo su quest'impegno sicuramente è latitante.

Ho condiviso gli interventi, che hanno portato un validissimo contributo a questa discussione, sia del collega Nieddu che del collega Bedin. Vorrei soltanto per alcuni aspetti mettere in risalto delle novità che sicuramente vi sono in questo decreto e che riguardano alcune missioni, come quella in Macedonia, e l'istituzione in Bosnia-Erzegovina di una polizia sotto il comando dell'Unione Europea.

Vediamo oggi in Macedonia un trasferimento del comando dalla NATO all'Unione Europea e siamo consapevoli che in questo senso, in uno scenario così difficile dal punto di vista geopolitico come quello dei Balcani, si dà una concreta svolta ed un concreto ruolo all'Unione Europea, non più solo sotto l'aspetto economico, ma anche sotto l'aspetto politico.

Più volte in quest'Aula sono state citate le nostre missioni all'estero. La maggioranza di esse - è stato ampiamente detto e specificato - avviene secondo le procedure di peace keeping, procedure che ci hanno permesso, con queste missioni, di avere un forte consenso sul nostro lavoro sia dalle Forze armate dei Paesi coinvolti con noi nel mantenimento della pace, nei Balcani e altrove, sia soprattutto - ed è ciò che mi preme mettere in risalto - dalle parti in contrasto in questo Paese.

Tale aspetto è sicuramente dovuto alle peculiarità delle nostre Forze armate, alla nostra professionalità, ma anche al modo di essere di noi italiani in queste missioni.

Ebbene, insieme a ciò si è affermata nel corso di quest'anno la nostra capacità di esprimere nel settore militare dirigenti politici che hanno responsabilità primarie nel contesto delle missioni della NATO. Ricordo al riguardo, come detto dal senatore Peruzzotti, il comando della KFOR da parte del generale Mini.

Rispetto a queste missioni vi è sicuramente la novità del contingente Nibbio. Non voglio soffermarmi sul fatto se fosse più giusto stralciare questa missione dalle proroghe in discussione stamane. Sicuramente però non possiamo non mettere in rilievo che si tratta di una missione diversa. Il mio Gruppo avrebbe preferito, allorquando se ne è discusso in quest'Aula, un impegno delle nostre forze armate nell'ambito dell'ONU. Avremmo preferito un impegno nell'ambito dell'ISAF, poiché riteniamo primario soprattutto rafforzare le istituzioni dell'Afghanistan. Questo perché in quel Paese vi è oggi un Governo provvisorio e soltanto con un rafforzamento del ruolo dell'ONU, quindi anche della sua forza militare, si può pensare di passare in tempi ragionevoli ad un Governo legittimo e democratico.

È chiaro che quella del contingente Nibbio è una missione diversa, una missione di posizionamento dei nostri uomini in un'area difficile, ai confini tra l'Afghanistan e il Pakistan; non è una missione di peace keeping, è una di quelle missioni in cui sicuramente l'uso della forza militare assume un livello di grande pericolo. Proprio per questo motivo è ancor più necessario un coinvolgimento del Parlamento; proprio per questo motivo è ancor più necessaria una posizione chiara del nostro Governo.

Abbiamo ascoltato tra ieri ed oggi in quest'Aula posizioni anche divergenti tra loro. Ad esempio, il senatore Peruzzotti nella sua relazione ha detto che il trasferimento dell'autorità di comando avverrà nel corrente mese di marzo. Il collega Palombo ha fatto altre osservazioni, che io non condivido del tutto. So soltanto che quando cederemo la nostra sovranità, quando vi sarà il passaggio del comando dalla nostra difesa a quella della Forza multinazionale nell'ambito dell'operazione «Enduring Freedom», noi dovremo avere la certezza che gli indirizzi affermati in questo Parlamento vengano vigilati e rispettati.

E su questo sicuramente fino ad oggi non abbiamo una parola di certezza dal Governo. Così come non abbiamo una parola di certezza sulle regole di ingaggio. Si potrebbe aprire una discussione difficile e non è il caso stamani; ma non possiamo trascurare di far capire all'opinione pubblica italiana le difficoltà in cui si andranno a trovare i nostri soldati, ai quali il Parlamento nella sua interezza, la Camera e il Senato, danno fino in fondo il loro sostegno. Tuttavia, oggi, anche su questo versante vi è una posizione non chiara da parte del Governo italiano.

Questo aspetto della non chiarezza da parte del nostro Governo trova ancora maggiore evidenza per quanto riguarda le risorse che abbiamo dato alla Difesa in questi anni.

 

Presidenza del vice presidente SALVI

 

(Segue PASCARELLA). Durante il Governo di centro-sinistra avevamo avuto un piccolo trend positivo. Sappiamo bene che vi sono difficoltà - ne parlava il senatore Bedin - anche per la copertura finanziaria del decreto in discussione. Ma sappiamo anche che vi è un decremento delle risorse destinate alla Difesa: nell'ambito degli schemi previsti dal decreto taglia-spese, abbiamo notato che vi sono tagli alla Difesa, per quanto riguarda gli impegni, del 16-18 per cento e, per quanto riguarda i pagamenti, del 12 per cento. Noi facciamo questo lavoro con passione - tutti i componenti della Commissione difesa, di maggioranza e di opposizione - e conosciamo anche ciò che i militari di truppa e gli allievi ci dicono frequentemente, cioè che essi preferiscono una formazione professionale più qualificata.

Ma oggi si risparmia sul munizionamento, sulla possibilità di svolgere esercitazioni adeguate; quindi, alla fine, si risparmia in un settore importante ai fini della nostra presenza nella politica di sicurezza e di difesa comune europea. Occorre mettere in risalto una netta correlazione: se vogliamo avere un ruolo nell'ambito della politica di sicurezza e di difesa europea, dobbiamo anche poter esprimere professionalità e disporre di risorse tali da convincerci ancor di più dell'opportunità di stare in Europa e di aumentare il suo ruolo politico. Ecco perché è incomprensibile il ragionamento portato avanti in questi giorni.

Ho letto con estremo rammarico la scelta del Governo di sottoscrivere la lettera degli Otto, perché ha messo in difficoltà il nucleo fondante dell'Europa, dei Paesi che fin dall'inizio del dopoguerra si sono adoperati affinché questa idea crescesse. In questo momento, negli Stati Uniti l'amministrazione Bush compie scelte che probabilmente possiamo anche giustificare con lo smarrimento della sua opinione pubblica, ma sono scelte gravi: da una linea politica in cui si temporeggiava, con decisioni come l'embargo, che non giustificavamo fino in fondo ma che comprendevamo, con una presenza militare dura che potevamo condividere fino in fondo (soprattutto nelle cosiddette no fly zone), si passa a spezzare il legame di mediazione con l'ONU, si passa alla scelta di una guerra senza limiti, volta non soltanto a contrastare il terrorismo, ma anche (non sappiamo per quale motivazione di carattere straordinario) a riconoscere alcuni Paesi come fiancheggiatori del terrorismo.

Guardate, la destra repubblicana americana, che ha interpretato lo smarrimento della sua opinione pubblica, ha fatto emergere una nuova ideologia, quella dell'unilateralismo. Una nuova ideologia - bisogna stare attenti: quando parliamo di ideologie dobbiamo fare mente locale a quanto è accaduto nel secolo scorso, ai lutti e alle rovine che le ideologie hanno perpetrato e commesso soprattutto nella nostra Europa - basata sulla politica audace di interventi militari e su un concetto che di per sé è pericolosissimo: l'esportazione dei valori americani per annullare le minacce al proprio Paese.

Io sono tra coloro (e non sono pochi nel nostro Paese) i quali ritengono che i valori americani abbiano rappresentato una grandissima attrattiva e abbiano costituito, dal punto di vista politico, le ragioni del crollo del muro di Berlino e della caduta dell'impero sovietico. Sono, però, anche fra coloro i quali reputano che, nel momento attuale, se passerà una linea che confligge sicuramente con il diritto internazionale e con le istituzioni che devono essere per noi punto di riferimento e dare a tutti certezze, si aprirà una fase politica sicuramente non breve e, per usare un eufemismo, di grande incertezza.

Sono, altresì, fra quanti ritengono che le manifestazioni per la pace svoltesi nell'ultimo mese, specialmente quelle del 15 febbraio, siano state manifestazioni plurali. Vi è stata una partecipazione importante di coloro che si richiamano all'idea della pace senza se e senza ma, ma eravamo presenti anche noi, in tanti, e volevamo interpretare l'opinione pubblica e gli ultimi sondaggi, come quello pubblicato stamani sul "Corriere della Sera", secondo cui gli italiani sono informati su tale problema e la stragrande maggioranza di essi è per la pace e perché vi sia, nella pace, la giusta valorizzazione di tutti gli organismi internazionali.

Come giudicare, quindi, lo sberleffo del presidente Berlusconi alle manifestazioni per la pace, allorché ha affermato che sono a favore di Saddam? Come non ritenere queste dichiarazioni - come si diceva un tempo - una banale provocazione politica? Noi, che a quelle manifestazioni ci siamo stati, ne conosciamo il cuore e i valori. Siamo distanti dal sanguinario Saddam e siamo per il disarmo dell'Iraq, perché consideriamo il progetto politico di egemonia di Saddam in quella regione un pericolo per il mondo e per l'Occidente, ma vogliamo il disarmo fino in fondo! (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-Com).

Noi vogliamo che l'ONU continui con le ispezioni e che dia mandato a Blix di andare avanti fino in fondo. Siamo convinti che vi sia oggi la possibilità di rispondere in positivo, con uno sforzo comune, all'appello del Papa per cercare di fermare un drammatico conflitto e per invitare tutti quelli che possono, anche il Parlamento, ad una consapevole assunzione di responsabilità.

Siamo per la pace, ma siamo anche per dare legittimità a tutti gli organismi internazionali preposti. (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-Com. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Manfredi. Ne ha facoltà.