Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 921 del 14/12/2005
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*MANCINO (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANCINO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mai legge elettorale è stata approvata senza dibattito parlamentare: passi per l'opposizione, che, per la ristrettezza dei tempi programmati, ha dovuto scegliere tra dibattito generale ed illustrazione degli emendamenti. La maggioranza, ma non è la prima volta, si è fatta silenziosa. Ha taciuto sempre, forte dei suoi numeri, che in democrazia contano, eccome se contano.
Un laureando in giurisprudenza, con una tesi in materia elettorale, ricaverebbe quasi nessun aiuto dalla lettura dei Resoconti parlamentari del Senato. Richieste di verifica del numero legale o di votazioni elettroniche tante, ma dibattito di merito quasi niente. La nostra Assemblea ha subìto una perdita di udito e addirittura muta è rimasta tutta la maggioranza, desiderosa di concludere in fretta come ha fatto or ora il senatore D'Onofrio. Che paura se dovesse verificarsi qualche intoppo!
Il Senato, che pure nella prima metà degli anni Cinquanta fu teatro di scontri duri e forti ed anche violenti fino a far dimettere un presidente - Paratore - e a distruggere l'immagine di un altro - Ruini - non ha utilizzato la parola. Il Parlamento oggi non parla!
La contrarietà della Margherita va ad una legge, che non è né proporzionale, -salvo nell'attribuzione dei seggi - né maggioritaria, né tedesca, né francese: né niente. Per il sistema elettorale che la maggioranza ha messo in piedi si sono sprecate le definizioni: s'è parlato di ritorno al proporzionale, per assicurare meglio - si fa per dire - la governabilità. Come da speziali di baite dolomitiche, sono state previste troppo clausole di sbarramento, magari per tagliare solo chi non si allea; e introdotti premi di maggioranza, anche regionali, pur sapendo che almeno al Senato, per definizione, non ha senso alcun premio e, perciò, questo obolo è privo di razionalità: la previsione di attribuirlo a maggioranze occasionali e a macchia di leopardo, risponde a un calcolo meschino, punitivo nei confronti dell'attuale opposizione. Questa, in molte Regioni va oltre la soglia del premio (ad esempio, Campania, Basilicata, Calabria, Emilia, Toscana, Marche, Umbria) e, perciò, non ottiene vantaggi; in alcune altre è superata dai voti dell'attuale maggioranza, che, se vanno sotto il 55 per cento, consentono la riscossione della prevista ricompensa. Questa sarà anche una questione di merito, come da alcuni si sostiene, ma è sufficiente a provare l'illogicità, l'irrazionalità e l'incostituzionalità di un indebito arricchimento regionale. Giova ricordare che la disciplina elettorale al Senato non fu toccata neppure in occasione della legge del 1953; l'ancoraggio fissato dalla Costituzione alla base regionale scoraggiò quel legislatore. Del resto, c'è sempre stato un effetto traino al Senato, che fatta eccezione delle elezioni del 1994, ha sempre avuto nei due rami maggioranze non disomogenee.
Nessuno, salvo la maggioranza in carica, ha mai pensato di collegare i risultati delle singole Regioni ad innaturali coalizioni nazionali, costituzionalmente non previste e, perciò, non immaginabili.
Il Governo è partito lancia in resta subito dopo le elezioni regionali, che hanno premiato l'opposizione e penalizzato la maggioranza in 12 delle 14 Regioni ove si sono rinnovati i Consigli regionali: sulla base di questi risultati, è verosimile dare credito alle proiezioni in base alle quali, a bocce ferme, l'attuale opposizione avrebbe migliorato la propria forza parlamentare anche al di là della consistenza, senatore D'Onofrio della maggioranza berlusconiana del 2001.
In questo quinquennio sono stati decantati primati spumeggianti, gossip di uomini di seconda fila, anche quando i Ministeri chiave - ad esempio. esteri, economia, interno - hanno fatto registrare profonde divisioni nella stessa maggioranza e, perciò, sterilità e improduttività non secondarie.
Ci siamo abituati a sentire tessere elogi dei nuovi Ministri, ma mai qualche convincente spiegazione che se ne era andato o era stato sostituito qualcuno per comportamenti politicamente non condivisi, quello dell'Economia, ad esempio, che è andato e venuto nel Governo, come se niente fosse accaduto con la finanza creativa e con la dilatazione del debito, cresciuto oltre misura.
Avete voluto e imposto un sistema elettorale che non va bene neppure a voi, colleghi della maggioranza: parlate di ritorno al proporzionale, ma neppure ammettete che la sottrazione di consensi ad una forza politica o ad una coalizione di forze politiche, per arricchire il paniere di chi nella competizione ha ottenuto il migliore risultato - soggetto singolo o plurale - vi (e ci) colloca implicitamente in un sistema contraddistinta da evidenti correzioni maggioritarie.
Quella che state per approvare, infatti, è una legge maggioritaria, come nel 1953 maggioritaria fu e venne definita quella approvata in sedute tempestose d'Aula, sia qui che alla Camera, che, però, prevedeva un premio - ritenuto con il senno di poi eccessivo - al partito o alla coalizione di partiti che avesse ottenuto il 50 per cento più uno dei consensi. Onorevoli colleghi, si trattava del 50 per cento più uno, non di una percentuale appena superiore a quella richiesta da questo provvedimento come soglia di sbarramento, che nell'ipotesi di frantumazione degli schieramenti, potrebbe regalare ad una forza modesta, ma in voti più consistente delle altre, il 55 per cento dei seggi!
Per fare scattare il premio, un limite rigido (ad esempio, il 40-45 per cento) poteva e doveva essere posto.
L'onorevole Fini, di fronte all'affrettato accoglimento (quattro anni e mezzo, senatore D'Onofrio) della richiesta dell'UDC di modificare in chiave proporzionale la legge elettorale, ha posto come condizione la previsione di un premio di maggioranza, una sorta di bastione del bipolarismo. L'accettazione di detto premio da parte della Casa delle Libertà sostanzialmente non muta le coalizioni di domani rispetto a quelle che si sono realizzate dalle elezioni del 1994 in poi.
Come ho detto, c'è, però, una malizia nel ragionamento dell'attuale maggioranza: oltre alla clausola di sbarramento, non stabiliamo alcun altro quorum minimo per la percezione del premio. Questo, però, deve essere piccolo piccolo piccolo, perché, se dovrà proprio accadere, striminzita dovrà essere la futura maggioranza, ai limiti della governabilità.
C'è qualcosa che non funziona nel ragionamento della maggioranza. Il Presidente del Consiglio non ammetterà mai che sta perdendo la fiducia degli italiani e nonostante l'allarme che lancia dà segni evidenti che non ce la farà. Perciò, se ci dovrà essere un altro vincitore, che soffra : Muoia Sansone con tutti i filistei!
Il ritorno al calcolo proporzionale dei seggi rende il futuro ricco di insidie: con la legge elettorale in vigore era stata assicurata alla Camera la presenza di chi i partiti avevano bisogno di inserire alla testa di liste bloccate. Ma almeno il Senato era stato risparmiato. Come la gramigna che produce gravi danni alle colture, questo provvedimento estende ora la malerba della lista bloccata ad entrambi i rami del Parlamento, soffocando e uccidendo anche quello che di buono era rintracciabile nella legge del 1993.
Così, contrariamente a quanto è scritto nella Costituzione in vigore ed anche in quella che speriamo venga comunque bocciata dal corpo elettorale, deputati e senatori non saranno più eletti (articoli 56 e 57, rimasti intonsi rispetto alle proposte di modifica), ma nominati.
Convengo che la lista bloccata non è una novità in alcuni ordinamenti. In Germania, ad esempio, accanto al collegio uninominale c'è, certo, anche la lista bloccata. Essa, però, non è confezionata solo dai partiti, spesso dominati dagli apparati, ma anche dagli iscritti ai partiti, che hanno il diritto di concorrere alla formazione delle liste. Una sorta di primarie interne. Da noi non è così. Per bene che ci vada, avremo un Parlamento di mandarini.
Il povero Ruffilli ci rimise la vita per collocare al centro delle scelte politiche il cittadino arbitro, che oggi è arbitro solo di scegliere il simbolo, se le circostanze non ne consiglino uno più nuovo, o comunque il simbolo di un partito o di una coalizione proprio in momenti di latitanza della politica: che contraddizione!
Sulle presenze di genere hanno già parlato molte colleghe senatrici. I loro interventi si sono inseriti in una pagina inquietante fatta di reticenze, di calcoli, di promesse, di furbizie e di inganni. L'attuale maggioranza è costretta a fare i conti con le liste bloccate e, perciò, non può fare scendere di posizione qualcuno o più di uno dei parlamentari in carica. Apriti cielo, se in forza di una norma favorevole alle donne, li si volesse fare scendere!
Il novellato articolo 51 della Costituzione c'è, ma non si applica; meglio: lo applicano i partiti, come ha sostenuto, con la consueta sicumera, l'onorevole Berlusconi subito dopo il fiasco alla Camera. L'onorevole Prestigiacomo assicura - come assicuravano anche il senatore D'Onofrio e il ministro Calderoli - che, per le prossime votazioni, la pari opportunità sarà garantita da apposita legge. No, colleghi, non sarà così. Dovete ammettere che con le liste bloccate veniva offerta una grande opportunità.
Questa legge è nata sotto cattiva stella: ha costretto alle dimissioni l'onorevole Follini, che l'aveva richiesta in forma ultimativa. Intanto, si sono messe in gara le tre punte del centro-destra, quando neppure in un campionato di calcio di norma si va oltre le due, salvo negli arrembaggi. Ci immaginiamo dove può portare la disputa originata dall'asserzione che chi prende qualche punto in più ha vinto e chi prende qualche punto in meno ha perduto? Di fronte al disconoscimento di una leadership, che fino alle elezioni europee non era stata messa in discussione, si fa pesante il quadro politico del centro-destra. Altro che ribaltoni! Perché gli elettori dovrebbero battersi per un leader e trovarsene magari un altro, con qualche punto in più preso alle elezioni, all'indomani delle stesse?
È già stata superata la prassi delle coalizioni preventive che si presentano agli elettori con un leader ed un programma? Ma non era quello delle coalizioni preventive il fiore all'occhiello di questa infelice Seconda Repubblica? Nella Prima c'era chi sosteneva mani libere nelle alleanze. Siamo tornati a quei tempi?
Nessuna legge elettorale è perfetta e nessuna elaborazione di norme sfugge alla tentazione di non sfavorire la maggioranza politica che l'approva. Ma questa legge è nata per penalizzare il Paese, per mettere chi vince di fronte alla difficoltà di governarlo al meglio. Sono queste le ragioni della nostra forte contrarietà ad un perfido disegno, al quale ci opponiamo con grande determinazione. Sono anche le ragioni per appellarci al popolo sovrano: solo il corpo elettorale, con il bisogno di cambiamento, che si avverte profondo nel Paese, potrà correggere i limiti e le angustie di una legge nata male e gestita peggio. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-Un, Misto-Com, Misto-RC, Misto-Rnp e Misto-Pop-Udeur. Congratulazioni).