Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 921 del 14/12/2005
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NANIA (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NANIA (AN). Signor Presidente, noi di Alleanza Nazionale non siamo innamorati in via di principio di questo o quel sistema elettorale. Non siamo mai stati proporzionalisti per principio. Non siamo mai stati maggioritari per principio. Questo è un fatto importante perché, dal nostro punto di vista, la legge elettorale deve soddisfare alcune condizioni che riteniamo di base perché una legge elettorale possa definirsi autenticamente democratica.
Il primo elemento fondamentale, dal nostro punto di vista, è che la legge elettorale traduca esattamente i voti in seggi. Il secondo elemento fondamentale è che una legge elettorale realizzi il bipolarismo, cioè di fatto realizzi una condizione perché l'elettore sappia con il proprio voto scegliere chi sta di qua e chi sta di là.
Una terza condizione è che ci sia una alternanza di Governo. Una legge elettorale è autenticamente democratica se consente agli uni e agli altri di vincere una volta gli uni ed una volta gli altri. Se ci troviamo in un sistema dove l'alternanza è zero, non credo che quelli che vincono sono intelligenti per decreto e quelli che perdono non sono in grado di poter vincere, ma credo che esista un vizio di origine nella democrazia, probabilmente una cultura dell'egemonia diffusa; probabilmente un sistema di comunicazione che cloroformizza il cervello; probabilmente una partita chiusa in partenza; probabilmente la convinzione di scegliere liberamente che invece non corrisponde alla realtà.
Sospetto dell'autenticità della democrazia quando in Regioni come la Toscana e l'Emilia Romagna si sa prima del tempo chi vince. Lì non c'è democrazia.
PAGANO (DS-U). Ma che dici!
NANIA (AN). In una democrazia, infatti, una volta vince l'uno, una volta vince l'altro.
La governabilità è la quarta condizione: una legge elettorale deve garantire una maggioranza, deve garantire la possibilità per chi ha vinto le elezioni di governare, senza che vi siano ribaltoni, attuando il proprio programma. Ebbene, la legge elettorale in vigore soddisfa queste condizioni? Il Mattarellum soddisfa queste condizioni?
Le leggi elettorali non si giudicano mai in astratto ma in concreto. La legge elettorale in vigore - che non è stata realizzata dal Parlamento, ma che è stata al Parlamento dettata in conseguenza di un referendum elettorale - praticamente noi l'abbiamo verificata da vicino, nel suo funzionamento nel 1994 e nel 1996. La domanda che mi pongo, senatore Mancino, è la seguente: la legge con la quale noi siamo abituati a votare come ha funzionato nel concreto, nelle occasioni in cui abbiamo votato?
Ebbene, nel 1994 la legge elettorale in vigore ha prodotto due maggioranze: una maggioranza del Polo alla Camera dei deputati e una maggioranza dell'opposizione al Senato della Repubblica. Conclusione: la legge elettorale in vigore non favorisce automaticamente, di per sé, la formazione di una maggioranza certa.
Ma questo sarebbe poco, in termini di tasso di qualità democratica della legge elettorale, se non fosse successo quello che è successo nel 1996. È lì il cuore di una legge elettorale, che non traduce esattamente il voto dei cittadini in seggi; nel 1996, infatti, il Polo delle Libertà e, preciso meglio, Forza Italia, Alleanza Nazionale e CCD, senza la Lega, che correva per conto proprio e che ha preso il 10 per cento e senza il Movimento Sociale di Rauti, che correva per conto proprio e che ha fatto perdere al centro-destra circa 40 collegi, ha ottenuto 300.000 voti in più del centro-sinistra. Eppure ha vinto l'Ulivo, ha vinto Prodi e ha perso il Polo delle Libertà.
Tanto per capirci - affinché lo comprendano anche coloro che ci ascoltano - è un po' quello che è successo a Messina, dove, alle ultime elezioni comunali, proprio quelle di qualche settimana fa, la Casa delle Libertà ha preso il 60 per cento dei consiglieri comunali; come sindaco invece ha vinto quello dell'Ulivo, che ha preso più voti. Ecco, la legge attuale funziona, o meglio ha funzionato, nel 1996 come se sindaco dovesse essere eletto il candidato che ha preso più consiglieri e non quello che ha preso più voti. Berlusconi, infatti, candidato del Polo delle Libertà, ha ottenuto 300.000 voti in più di quelli che ha ottenuto Prodi, candidato dell'Ulivo, eppure il Polo delle Libertà ha perso le elezioni.
Quesito: una legge siffatta è una legge democratica? Il tasso e la costituzionalità della democrazia non si valutano attraverso il rapporto, come dire, di compatibilità tra voti e seggi? Insomma, detto altrimenti: le elezioni devono essere vinte o no da chi prende più voti? Quando giudico una legge democratica o meno? Quando consente a chi prende più voti di vincere le elezioni? Questo è il quesito di fondo, che si àncora anche al problema della governabilità. Ebbene, la legge in vigore questo non lo garantisce; la legge che conosciamo questo non lo garantisce; la legge che fino ad oggi ha deciso dal punto di vista politico questo non lo garantisce.
Qui entra in campo la cosiddetta grande riforma, quella riforma così criticata, così messa in discussione, che non molti hanno letto, ma che nel suo articolo 92 inserisce una norma fondamentale, nella quale è scritto che la legge elettorale deve favorire la formazione di una maggioranza. Non si lascia cioè al caso la formazione di una maggioranza, ma si auspica, anzi si vuole, una legge elettorale che produca una maggioranza certa.
Ognuno può andare a cercare una qualunque legge elettorale alla quale richiamarsi.
Noi ne abbiamo una a portata di mano che, guarda caso, è stata elaborata da un nostro collega del centro-sinistra, il senatore Bassanini, nota nel mondo intero come legge Tatarellum, ma di Tatarella non era perché io che ho partecipato alla sua stesura so per certo che la proposta venne dal senatore Bassanini, che all'epoca l'ha fatta sponsorizzare all'onorevole Masi che proveniva dal patto Segni, ma in effetti nasce da un impianto proporzionale con premio di maggioranza. S'è detto: stabiliamo una soglia minima e se non si ottiene il numero di voti che occorrono, quindi il numero di seggi necessari per la governabilità, diamo un premio. Nasce così il Tatarellum, che scaturisce dall'elaborazione culturale del centro-sinistra. Così è avvenuto per il sistema elettorale regionale, così in parte per le elezioni comunali e provinciali: impianto proporzionale, effetto maggioritario con premio di maggioranza.
Ebbene, cosa avviene con la proposta oggi in discussione, con la legge che oggi ci accingiamo a varare?
Mi chiedo e vi chiedo se la legge che stiamo per approvare soddisfi le condizioni della traduzione certa del voto in seggio per chi vince. In altri termini, vi chiedo se chi ottiene più voti avrà più parlamentari. Questo è il primo quesito che occorre porsi nell'ottica della democrazia.
In secondo luogo, bisogna chiedersi se con la legge elettorale che stiamo approvando, chi vota sceglie un partito, una coalizione, un programma e - attenzione, cultori delle primarie - sceglie un Premier? Queste sono le domande fondamentali da porsi. Ed allora, come ha fatto il senatore D'Onofrio, ragioniamo nel dettaglio. Si è parlato di programma comune, perché, ne sono certo, la qualità, la veridicità e l'autenticità diuna democrazia - sono stato ossessionato da questi discorsi in passato, provenendo dal Movimento Sociale Italiano ed essendo cresciuto all'interno di una famiglia dove indubbiamente vigeva la "cultura dell'uno" - si ha non quando non si vota per qualcuno o non si fa riferimento a qualcuno, bensì a qualcosa. Mi riferisco alla democrazia come sistema politico basato su qualcosa, su programmi, su valori, su progetti e dove "i qualcuno" altro non sono che i traduttori dei "qualcosa". Quindi, bisogna chiedersi se la legge elettorale che stiamo varando consente agli elettoridi votare per qualcosa, per un programma comune.
Certo, per noi del centro-destra è facile mettere in campo un programma comune perché siamo contro i Pacs, contro la manipolazione genetica, perché siamo per la famiglia e per alleanze certe all'interno di un sistema di strategie basato sulla democrazia, mentre gli altri non sanno come sono. Ad esempio, c'è chi all'interno della Margherita vuole il ritiro concordato dall'Iraq con il Governo in carica e chi invece parla di tornare dall'Iraq subito. Come si fa un programma comune in questo modo?
L'opposizione, di conseguenza, non vuole una legge elettorale che costruisca già un impegno, un obbligo e un patto su un programma comune. Ed attenzione: non vuole neppure che l'elettore scelga, con un solo voto, un programma comune, il partito, la coalizione, la maggioranza di governo ed anche il Primo ministro. Perché è questo che avverrà con questa legge elettorale quando l'elettore andrà a votare.
E veniamo dunque al discorso delle primarie. Il sistema elettorale garantito con questa legge consente all'elettore non soltanto di scegliere la coalizione che governa, ma all'interno di quella coalizione anche chi sarà il premier. Oggi non è così. Con la legge elettorale esistente i partiti si mettono d'accordo. Pensate cosa è accaduto nell'Ulivo. Hanno fatto le primarie stabilendo prima di farle che doveva vincere Prodi. Il problema era con quale percentuale, ma - ripeto - le hanno fatte sapendo già chi avrebbe vinto, stabilendo che nell'Unione il candidato premier era Prodi. Lo hanno stabilito per decreto tanto tempo fa.
Noi stabiliamo che è Berlusconi: l'elettore o ci sta o ci sta, o si mangia questa minestra o si butta dalla finestra. Con questa legge elettorale - mi rivolgo al collega Mancino che scherzava sulla strategia a tre punte - il singolo italiano, da Bolzano a Siracusa, dalle Alpi alla Sicilia (altro che legge antipatriottica, Prodi!), troverà candidato per la Casa delle Libertà in tutta Italia Fini per Alleanza Nazionale, Casini per l'UDC, Berlusconi per Forza Italia. E l'italiano, il singolo cittadino mentre voterà un programma comune, una coalizione comune, il partito della Casa delle Libertà, sceglierà se vuole come premier Berlusconi, se vuole Fini o Casini. Non è il massimo della democrazia rispetto invece all'Unione dove poveretti, i DS, che con questa legge elettorale potrebbero avere il Premier che prende più voti, si debbono per forza digerire Prodi a tutti i costi perché fino ad oggi hanno ragionato nella logica di "Prodi contro Berlusconi"? Non è più così.
Oggi è la Casa delle Libertà contro l'Unione, oggi i cittadini sceglieranno con il loro voto il Premier che vogliono al Governo ed è questo che li spaventa, perché Prodi dovrebbe farsi un partito, ma come fa a farselo? E se i DS prendono più voti del partito che si farebbe Prodi, il Premier dovrebbe essere dei DS e non di Prodi. Quindi voi capite in quale dramma complessivo si trova Prodi, come diceva il collega D'Onofrio, un leader senza partito, messo in campo tempo fa dall'Ulivo perché si doveva trovare la percentuale che occorreva, marginale ma decisiva, per battere il centro‑destra, e che oggi l'Ulivo non sa come sfrattare.
La verità è che questa legge elettorale fa chiarezza anche da questo punto di vista e la prova ci è offerta da Prodi che non sa più quello che dice. Per la verità Prodi si è sempre distinto al riguardo, e va bene: si discute in Europa il problema dell'ingresso della Turchia e noi abbiamo un Presidente della Commissione europea che sulla dignità di quella Nazione dice "mamma li turchi"; ha umiliato Forza Italia parlando di mercenari che combattono per quel partito; rispondendo alla domanda di Gad Lerner su quali fossero le qualità di Rutelli ha umiliato il candidato dell'Ulivo del 2001 dicendo "nu bello guaglione".
E ora Prodi in questa tornata elettorale mette in discussione perfino il Capo dello Stato e lo chiama in causa. Da parte di Alleanza Nazionale c'è il massimo rispetto verso il Capo dello Stato, che in più occasioni ha dimostrato, anche riguardo alle leggi votate dalla Casa delle Libertà, di saper compiere fino in fondo il proprio dovere. Ma come si può richiamare il Capo dello Stato, che tutti conosciamo per la sua puntualità, per la sua precisione, per la sua correttezza, che tutti sappiamo essersi sempre comportato al di sopra delle parti, riscuotendo grande consenso e fiducia da parte del popolo italiano?
In conclusione, questa è la legge elettorale che proponiamo al Paese. Il centro‑sinistra prenderà più voti; ma se sono così convinti di prendere più voti, perché si arrabbiano? Attenzione, però, come è stato più volte detto: viva quel sistema elettorale che consente di non vincere per sempre e di non perdere per sempre, ma viva anche quel sistema elettorale che consente la fuoriuscita dalla transizione e la conquista della stabilità.
Noi ci auguriamo che attraverso la combinazione della grande riforma e di questo sistema elettorale il corpo elettorale, il popolo italiano, possa uscire da quella grande tradizione ed inaugurare una stagione di stabilità, dove, lo ribadisco ancora una volta, il centro‑sinistra non costituisce per noi il nemico da abbattere, ma l'avversario con il quale confrontarsi e possibilmente vincere, come siamo sicuri che avverrà nelle prossime consultazioni elettorali. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC e LP. Congratulazioni).